Donde derivò, in fondo, l'evoluzione liberale, che alienò a mano a mano

dal dispotismo democratico le classi abbienti finora soddisfatte? Da tre

fonti. Dalla onesta indignazione della nessuna libertà dello stato;

dalla brama inarrestabile di novità; e finalmente e principalmente da

quella gelosia per la Germania, che passava come un filo rosso

attraverso tutte le fluttuazioni dello spirito pubblico. Già da quando

fu fondato lo stato tedesco settentrionale, da quando l'idolo del

_prestige_ francese principiò a vacillare, la maggioranza della nazione

cominciò a sentire vivamente l'onta del dispotismo; ma questo nuovo

sentimento liberale, proprio perché non era stato punto acquistato e

travagliato con una faticosa elaborazione, non si manifestò veramente

stabile e di tempra provata. Solo dopo la battaglia di Königgrätz

l'imperatore si vide costretto a una seconda riforma decisiva. Il 19

gennaio 1867 scrisse a Rouher quella lettera teatrale, che annunziava

solennemente il «coronamento dell'edifizio». La discussione delle

_adresses_ venne, per desiderio di Morny moribondo, sostituita dal

diritto d'interpellanza. Ma anche questa savia riforma ancora una volta

svelava semplicemente l'assurdità del sistema. Il ministro di stato, che

dopo il decreto del novembre aveva parlato pei suoi silenti colleghi

come un difensore platonico, adesso in verità era il capo del ministero.

Il viceimperatore Rouher rappresentava la politica del governo

all'ingrande, ogni ministro difendeva, in forza di uno speciale

incarico, l'amministrazione del proprio ministero. Da ciò sorse

inevitabilmente la necessità di una politica comune del ministero,

affinché non si rinnovassero anche più spiacevolmente i casi, già

troppe volte avvenuti, di stridente contraddizione tra i vari ministri.

Per giunta, lo stesso despota democratico responsabile doveva

costantemente respingere ogni solidarietà tra i ministri. Di più: quanto

maggiormente i dibattiti prendevano sostanza di contenuto e di vita,

altrettanto risultava sensibile, che la finzione costituzionale

dell'infallibilità del re non è altro, che una circonlocuzione dell'idea

«dominio della legge». Siccome non è concepibile in un parlamento

l'appello alla ribellione, dovevano dunque esservi funzionari

responsabili che rispondessero a ogni pubblica lagnanza. Perciò la

tirannide responsabile era incompatibile con la libertà di parola di una

seria discussione parlamentare; ogni rimprovero, in tal caso, andava a

colpire l'imperatore, scoteva l'autorità della corona, oppure, come va

da sé, era soffocato dal campanello presidenziale.

Invecchiando, il despota si difendeva ancora: ricordò novellamente alla

nazione «i titoli legittimi dei Bonaparte», le menzionò novellamente i

potenti plebisciti, che avevano fondato con sei grandi votazioni la

potestà della sua casa. Ma la fede nell'avvenire dei Bonaparte era

andata a fondo, da quando l'imperatore si era attaccato un'altra volta a

quella Chiesa avida di dominazione, la quale troppo bene sapeva, che il

bonapartismo aveva assai più bisogno del proprio aiuto che non essa

della sua protezione. I bonapartisti parlavano ancora con baldanza,

cercavano anzi di assumere il tono affabile della monarchia patriarcale.

Nelle _Memorie_ di Véron, negli _Annales de la paix_ di Guettrot e

simiglianti libri, parlava un'affettuosità fanciullesca, che ricordava

il _Libretto del re Giovanni di Sassonia_ e le operette affini prodotte

dalla servilità dei piccoli stati tedeschi. Ma il tono era ricercato e

affettato: il parallelo, di moda in altri tempi, tra Augusto e il terzo

Napoleone cominciava a sollevare nel mondo i fischi. La stampa

dichiarava sempre più animosamente, tra il plauso degli stranieri, che

solo il parlamentarismo, l'intero e vero parlamentarismo, poteva salvare

la calante Casa imperiale. Sonava sempre più alto l'antico aforismo _la

France est centre gauche_, laddove un prossimo avvenire doveva far

manifesto, che l'ebbrezza di un successo guerresco è a questo popolo

sempre più cara di qualsiasi ideale politico. L'imperatore non poteva

più tenere con mano ferma, una volta allentate, le redini del governo.

Una ricca concessione seguì l'altra. Nel marzo del 1868 apparve la legge

sulla stampa. Il giudizio del tribunale della polizia dei costumi venne

a sostituire l'arbitrio delle ammonizioni di polizia; e con

l'abbassamento della tassa del bollo i giornali acquistarono la

possibilità dell'assetto finanziario e dell'indipendenza. Certo, la

penetrazione della stampa colta nel quarto stato, che era ciò che più

importava, non era punto facilitata dalla lieve riduzione del bollo. Le

persone colte non vedevano di buon occhio la fondazione di giornali

locali indipendenti, in grado di sorvegliare per filo e per segno i

maneggi dei prefetti onnipotenti; a cotesto liberalismo la sgargiante

rettorica dei grandi fogli parigini sembrava più importante di una

stampa di provincia modesta ma efficace. Nello stesso mese entrò in

vigore la legge sulle riunioni, che dava in tutto prova della vigile

diffidenza del dispotismo: non si permetteva adunanza, se prima i

partecipanti non avessero precedentemente dichiarato ciascuno la propria

persona, la condizione, il domicilio; facoltà incondizionata ai prefetti

di rimandarla, sempre che ne temessero pericolo per la pubblica quiete.

Ma anche questa limitata libertà di riunione effettivamente era troppa

per una nazione, che aveva malmenato il diritto di socialità nella

sconvenienza dei clubs e delle cospirazioni. Janzé e gli altri

rugiadosi creduloni del _tiers-parti_ tripudiavano, che non fosse a un

dipresso rimasto nulla più della costituzione del 1852.

Solo che noi domandiamo: in che modo ha usato la Francia della sua nuova

libertà? E anche adesso la risposta suona profondamente triste. Si

palesò ora per la prima volta quale mostruoso pericolo costituiva il

fatto, che un popolo passionato e geniale si fosse per lo spazio di due

decenni interamente disabituato dalla vita pubblica. Quando riflettiamo

alla follia che seguì al turbine di febbraio, dopo che la nazione aveva

potuto per lo spazio di una generazione attingere ammaestramento e

consapevolezza dalla libera stampa, noi non ci stupiamo affatto che una

generazione, la quale non si era più addestrata alla disciplina della

libertà e non aveva alcuna conoscenza degli affari dello stato, non

sapesse distinguere tra radicalismo e spirito di libertà, e si

abbandonasse senza guida al turbine delle passioni.

Tutto il nauseabondo lordume, che un tempo si era rincantucciato tra le

colonne della stampa spatriata, adesso era venduto sui boulevards della

capitale: i palati sovreccitati inghiottivano avidamente la _Lanterne_

di Rochefort, indubitabilmente il più comune e il più insipiente

giornale d'infamia, che sia mai apparso in una nazione incivilita.

Urlava nei clubs parigini la bestialità selvaggia di una plebe

scostumata: di tempo in tempo i demagoghi menavano a spasso il popolo

sovrano in una _journée_, in immondi eccessi per le strade. Qual

meraviglia, se i borghesi impauriti già movessero a Rouher lamento, che

la mano del governo non fosse più sentita? E venne il giorno della

prova, l'elezione del 23 maggio 1869. La questione per la Francia era di

sapere, se dietro questo mostruoso clamore radicale non si nascondesse

forse una qualche forza morale. La prova fu sostenuta vituperosamente.

Nelle elezioni del 1852 il governo aveva riportato 5 milioni di voti

contro 872.000 dati all'opposizione; nel 1857 6 milioni contro 840.000;

nel 1863 il numero di voti dell'opposizione salì a milioni 1,8 contro

5,36, e nel 1869 a milioni 3,31 contro 4,66. Alla prima occhiata questi

numeri sembrano una chiara dimostrazione dell'ingrossamento continuo

dell'opposizione. Eppure la verità era ben diversa. I primi tre

risultati delle elezioni erano l'espressione fedele, l'ultimo una

falsificazione della volontà del paese. L'enorme maggioranza della

nazione si era col fatto talmente convertita alle idee liberali, che

Emilio Girardin, l'augure delle rivoluzioni, credeva già di vedere il

principio della fine; ciò non ostante, essa non trovò in sé il coraggio

di opporre resistenza a quelle male arti della pressione elettorale

napoleonica, che Rouher mise in azione anche questa volta.

Era una solenne dichiarazione di bancarotta della nazione; e, per

giunta, ognuno sapeva che il dispotismo, intimidito e scoraggiato, non

si trovava più in condizione di adoperare i mezzi violenti di un tempo.

Dopo questo grande saggio di fermezza del carattere nazionale, era

facile prevedere, che si sarebbe dimostrato una lustra anche il

progresso dell'intelligenza politica, che gli ultimi anni avrebbero

dovuto arrecare. La nuova camera risultò composta di 40 radicali, 60

appartenenti al recente _tiers-parti_ e 200 mammalucchi ed arcadi, fida

falange di Rouher. Ma la così detta opinione pubblica si rivelò ancora

una volta come una forza irresistibile. Una parte dei bonapartisti,

spaventati dal fracasso della stampa e dei clubs volse di botto a

sinistra, e così, con un atto di completa insensatezza, nacque la

mozione dei 116, che domandava nuovi diritti costituzionali. Rouher fu

dimesso; ma, proprio quando si solennizzava il centenario dell'avo,

l'imperatore giaceva infermo gravemente, e il mondo sentiva che la

dinastia sarebbe condannata non appena quei due occhi si fossero chiusi.

Dopo la guarigione il despota angustiato pubblicò il senatoconsulto del

6 settembre, che annunzio il principio della responsabilità

ministeriale. Finalmente il 2 gennaio fu chiamato il ministero Ollivier,

che iniziò formalmente l'êra del bonapartismo parlamentare.

Non impropriamente l'imperatore paragonò sé stesso a un viandante

stanco, che si spoglia di una parte del fardello per avanzare più

speditamente sulla propria strada: adempì fedelmente a tutti i doveri di

un corretto regal fantoccio costituzionale, rinunziò al diritto del

carteggio diplomatico coi suoi ambasciatori, e, di più, dimise Haussman,

il suo fido prefetto della Senna. Inoltre Ollivier, rifulgendo di

sapienza, di unzione e di virtù, annunziò che il governo da ora in poi

non avrebbe designato candidati ufficiali nelle elezioni. Tutti i

liberali giubilavano, che ora finalmente la Francia vestisse la _toga

virilis_, ora finalmente con una novella quarta notte di agosto il

governo dalle mani degli avvocati e dei burocratici passasse in quelle

dei possidenti indipendenti. Il posato _Journal des débats_ profetava,

che presto in Prussia avrebbero sospirato «la libertà come in Francia».

Il _Times_ vedeva vicino il tempo, che il virtuoso esempio della signora

Ollivier, borghesemente semplice, avrebbe nobilitato i costumi della

corte delle Tuileries. Effettivamente, la Francia ora possedeva «la più

libera» costituzione della sua storia, uno statuto, che conteneva tutti

gli articoli di fede del liberalismo ortodosso di gran lunga più

compiutamente, che non in altri tempi l'atto addizionale di Napoleone I.

Pure, l'antico dispotismo dei prefetti non si era, in verità,

menomamente cambiato: proprio allora, sotto la protezione della

recentissima libertà, 450 cittadini francesi, in parte con _lettres de

cachet_, furono buttati in prigione, perché la polizia pretendeva di

avere scoperto una congiura. Questa inaudita trasformazione magica, che

teneva il mondo in sospeso, col fatto era semplicemente la grossolana

replica di una commedia, di cui i francesi si erano pasciuti fino alla

nausea. Il dispotismo di un partito cacciava l'altro: la soluzione del

giorno era novellamente _s'emparer du pouvoir_.

Il nuovo gabinetto era composto di uomini appartenenti a tutti e quattro

gli antichi partiti moderati, uomini il cui nome irreprensibile era

vantaggiosamente separato dall'_entourage_ non ben famato

dall'imperatore. Ma da un momento all'altro sgusciarono fuori dallo

sdegnoso ritiro tutti gli antichi costituzionali che avevano finora

combattuto l'impero a morte, e domandarono sfacciatamente uffici e

prebende: nessuno più petulantemente degli orleanisti, i quali avevano

sempre conservato il vecchio cupido spirito di consorteria dell'età

dell'oro della borghesia. Non era forse umano, che l'imperatrice, gaia e

innamorata della vita, guardasse con occhio bieco lo speculatore di

virtù Ollivier, che tronfiava nel paludamento della sua civica

incorruttibilità, e nel frattempo proteggeva con tanta tenerezza tutti i

cugini e i cugini dei cugini, e faceva perfino l'occhio di triglia

all'amicizia del vecchio banchiere Magne, a che la rendita non scadesse

nemmeno di una lira? Era da far carico all'imperatore, se non riusciva a

sfranchirsi dalla diffidenza verso i suoi nuovi amici orleanisti? Il

cinico non aveva mai contato sulla fedeltà, stando di fatto, che gli

antichi bonapartisti rigidi, come Gerolamo David e compagni, erano

legati alla casa dei Napoleone da interessi incomparabilmente più

solidi, che non il vecchio Guizot e gli altri transfughi orleanisti. Nel

marzo Ollivier raccolse in una costituzione, che era la dodicesima dal

1789, i nuovi diritti della libertà. Ma non vi faceva neppure un accenno

a quelle modeste riforme amministrative, che sole possono apportare

forza e vita alla costituzione. Il sindaco veniva, come prima, nominato

dal governo, il funzionario rimase protetto da ogni querela dei

cittadini. La camera, la cui maggioranza non rispondeva punto all'animo

del paese, non fu affatto sciolta, e i vecchi arnesi devoti del

dispotismo serbarono le loro cariche prefettizie: le nuove commissioni

parlamentari, nominate per la trasformazione di tutti i rami della vita

pubblica, effettuarono un bel nulla.

Ora finalmente si fece avanti la questione, che presto o tardi doveva

essere posta. L'imperatore anche adesso era sempre l'eletto responsabile

del popolo. Su disposto della vecchia costituzione egli domandava, che

il nuovo statuto fosse accettato dal popolo sovrano mercé il plebiscito.

Tale domanda significava, che Napoleone si sentiva tuttora

l'_homme-peuple_, e che perciò non avrebbe mai potuto guidare un governo

sinceramente parlamentare; solo che, indubitabilmente, il diritto

positivo dava ragione all'imperatore. Di più, il plebiscito era una

necessità politica. I radicali già svergognavano la nuova costituzione,

che fosse niente altro che il pasticcio di pochi senatori tecnici: e

siccome in questo paese ognuno s'inchina umilmente davanti al suffragio

universale, essi presto o tardi avrebbero infallibilmente costretto

l'imperatore a fare appello al popolo. Ma i liberali francesi mostrarono

ancora una volta di mancare della prima virtù del libero cittadino: il

senso della legalità. Della questione di diritto si parlò appena; non si

faceva che biasimare il despota, di aver subito seppellito il regime

parlamentare appena fondato. L'8 di maggio la nazione con sette milioni

di voti contro uno e mezzo ratificò l'impero parlamentare. Napoleone ora

sapeva di possedere nella devozione delle moltitudini una riserva contro

l'intemperanza dei parlatori parlamentari; ma nello stesso momento fu

tormentato dal pensiero degli umori dell'esercito, che aveva dato 47.000

voti contro l'impero. Diveniva intanto sempre più impetuoso l'ardore

guerresco dei vecchi bonapartisti, che temevano di essere soppiantati

nelle loro cariche dai cupidi amici di Ollivier; e si vestiva di

seduzioni sempre crescenti l'idea che propugnavano, di ristabilire con

una guerra nazionale la cadente autorità della corona. In questo modo,

nel tripudio della nazione accecata, tra il fragoroso clamore guerresco

di una scellerata spedizione di preda, il bonapartismo parlamentare

andava a sommergersi senza lasciar traccia. Dal 18 brumaio la nazione

aveva cercato la libertà in cinque sistemi differenti. Fu addebitato

alla guerra europea il fallimento del primo impero, ai legittimisti

quello della Restaurazione, alla borghesia quello della monarchia di

luglio, agli operai della capitale quello della repubblica. Non si

trovava questa volta nessuna giustificazione straniera né un partito,

che potesse colpirsi come capro espiatorio. La nazione, tutta intera la

nazione aveva con una lunga sequela di follie e di colpe dimostrato di

non essere atta, né ora né per molto tempo appresso, a comportare la

libertà.

III.

È un fatto: la guarigione di uno stato malato si può incominciare sia

dal basso che dall'alto, per mezzo dell'amministrazione o per mezzo

della costituzione. Solo che in Francia tutti gli esperimenti

escogitabili di costituzione erano consumati da un pezzo. La speranza in

una nuova rivoluzione, espressa dal detto corrente di bocca in bocca:

«la Francia ha messo in serbo la libertà», era un confortino da

fanciulli. La riforma dell'amministrazione era l'unica via ancora aperta

alla libertà politica. Fintanto che i comuni non si contrappongono con

la loro propria autonomia alla burocrazia, la libertà di stampa e di

associazione mena infallibilmente all'anarchia e l'ampliamento dei

diritti della rappresentanza popolare al dispotismo di partito. Soltanto

una più libera situazione dei comuni, in modo che, per lo meno, i

sindaci non fossero loro imposti, poteva forse indurre le classi

abbienti a riguardare come un onore l'esercizio delle cariche comunali.

Solo un'attiva partecipazione delle persone colte ai lavori

amministrativi poteva finalmente costringere la burocrazia a non

sdegnare più i consigli della stampa come un'arroganza di _hommes sans

mandat_. E solo, soprattutto, un'intensa attività della vita comunale

poteva forse risvegliare le virtù boccheggianti della costumatezza

politica e della fedeltà al proprio dovere, sparite quasi nel turbine

delle lotte di partito, poteva scuotere alquanto la potenza enorme della

imbestiante _routine_ e dello schema che dominava tutta quanta la

mentalità nazionale. Torbido spettacolo, quello dell'annientamento della

vita pubblica nei primi dieci anni dell'impero. Sotto la polizia

napoleonica perfino l'allegria del carnevale per le strade era quasi

sparita. E quale risveglio doveva poi seguire a quel torpore plumbeo!

Tali erano le circostanze, quando venne a maturazione il giudizio, che

lo stato finora si era mosso in un circolo vizioso, e che la riforma

dovesse principiare dal basso: la dottrina dell'autonomia amministrativa

del Tocqueville, dopo la morte del maestro, era divenuta una forza tra

gli uomini pensanti. L'idea dell'autonomia amministrativa era stata

derisa come una chimera anche sotto la monarchia di luglio; ora, sotto

Napoleone III, il decentramento era la parola d'ordine di una grande

scuola di pubblicisti. Odilon Barrot e Laboulaye, Raudot e Desmarets,

Regnault e il bonapartista Baudrillart, uomini delle più diverse

tendenze, produssero sull'argomento una letteratura, che con la serietà

morale e l'alacre fede nell'avvenire annunziava la perseveranza

dell'antico e bello idealismo francese, e con l'amabile freschezza

attestava quanto erano nuove tali idee sul suolo di Francia. Si

principiò a comprendere l'arbitrio antistorico e insipiente della

divisione in dipartimenti. Mentre in Bretagna, in Normandia, tra i

Baschi e i Guasconi persisteva l'antico spirito provinciale, che era per

altro una boria di provincia senza forza politica, e l'alsaziano con

tutto il suo patriottismo guardava dall'alto in basso i «francesi

neolatini» come un popolo mezzo straniero, col fatto i dipartimenti

erano rimasti puri corpi amministrativi. Permaneva impossibile, che

paesi come Épinal e Vésoul diventassero centri di uno speciale spirito

regionale come Bordeaux o Lione. Era tuttora fattibile designare i

dipartimenti con numeri, come aveva un tempo proposto Sieyès col suo

odio a tutte le formazioni storiche; tanto apparivano, dopo un'esistenza

di sessant'anni, schematici e senza colore. Gli antichi inconvenienti

del governo prefettizio diventarono addirittura intollerabili, da

quando alla dipendenza dei prefetti furono posti come guardiani dei

costumi gl'ispettori generali di polizia e, data la frequenza

sistematica dei traslochi, tutti gl'impiegati si assuefecero a

considerarsi come uomini senza patria. I consigli generali, è vero,

venivano eletti col suffragio universale; ma la loro sfera di azione

rimase immutata; anzi qualche uomo indipendente se ne ritrasse, dopo che

il governo ottenne il diritto di nominare i presidenti e i segretari e

di condurre esso esclusivamente lo scrutinio. Per quanto era certo che

un distretto poteva amministrare solamente quello che pagava,

altrettanto era certa la morte dell'autonomia in quello stato, i cui

consigli generali fin dal tempo del primo imperatore avevano soltanto il

misero diritto di riscuotere ai fini dei dipartimenti il quattro per

cento sulle imposte statali. Per giunta, una gran parte di questi

quattro _centimes facultatifs_ erano impiegati a scopi generali dello

stato, per esempio, nel mantenimento dei palazzi delle prefetture e

simili. Più aspre ancora erano le accuse contro i circondari: lo stesso

Napoleone III nella sua lettera sull'Algeria convenne, che l'abolizione

dei sottoprefetti superflui era un desiderio quasi generale.

Con l'articolo 57 della costituzione del 1852 la posizione dei comuni

era divenuta ancora più soggetta, essendosi il governo riserbata la

facoltà di nominare a suo arbitrio il sindaco dai membri del consiglio

generale o anche di chiamare a quella carica dominante un abitante

affatto estraneo all'amministrazione comunale. Quell'articolo 57 era a

buon diritto uno dei più importanti della costituzione, giacché i

sindaci determinavano nelle campagne l'esito delle elezioni. Le sedute

del consiglio comunale non erano pubbliche, e il consiglio poteva essere

sempre sciolto o sospeso dal governo. I più superbi comuni non erano

punto più indipendenti di quei minuscoli comunelli, incapaci di una

propria vita particolare, che costituiscono la regola nelle campagne di

Francia. Anzi le due città più grandi, Parigi e Lione, erano defraudate

del beneficio della legge: il loro rispettivo consiglio comunale era

nominato ogni cinque anni dall'imperatore, ed era perciò privo di

qualsiasi autorità, non ostante le esaltazioni lodative che Napoleone

III dopo l'apertura del _Boulevard de Sébastopol_, e spesso anche in

seguito, aveva prodigato al suo fido Haussmann. Dei 2379 milioni di

entrate già nel 1857 erano stati spesi 877 milioni pel dipartimento

della Senna. La preferenza data alla capitale diveniva visibile a

distanza perfino negli affari della vita quotidiana; tutta quanta la

rete ferroviaria dell'impero era essenzialmente gettata a benefizio di

Parigi. Pareva inconcepibile a questa burocrazia l'idea che qualcuno

potesse viaggiare altrove che da o per Parigi; e lo sa chiunque ha

provato qualche volta a recarsi da Parigi a Bordeaux.

La Francia dal primo impero al 1871. Volume 2 · 第 9 / 20 段