In uno stato burocratico la lotta tra il potere esecutivo e il

legislativo deve infallibilmente menare alla vittoria dell'esecutivo,

quando però il capo dell'amministrazione possa contare sulla validità

del proprio volere e sull'indifferenza delle popolazioni. Sin dalla fine

di ottobre, dichiarata la guerra, un gabinetto di proseliti

personalmente ligi circondò il presidente. Già da un pezzo il principe

aveva ravvisato nel generale Saint-Arnaud l'avventuriero arrischiato e

senza coscienza che faceva al caso suo. Per procurare al suo uomo un po'

di grido, fu intrapresa una spedizione contro i Cabili. Tornato

dall'Africa vittorioso, l'eroe ottenne il portafoglio della guerra, e

immantinente risovvenne alle truppe il dovere della cieca ubbidienza

militare. Il presidente ricevé gli ufficiali con l'assicurazione: «il

giorno del pericolo io non mi condurrò come i miei predecessori; non vi

dirò: marciate, vi seguo! vi dirò: io marcio, seguitemi!». In

conseguenza di tali avvenimenti, i questori della camera presentarono la

mozione, che l'assemblea nazionale avocasse a sé il regolamento di

ordine dell'esercito. Che, dati gli umori ostili dell'esercito, cotesta

idea non avrebbe seguito, era evidente; ma, affinché tutta l'azione

dell'assemblea non apparisse un vacuo apparato verbale, bisognava venire

all'estremo tentativo di difesa. Il parlamento era colpevole di falli

indimenticabili, perché troppo sovente aveva posto al disopra del bene

del paese l'odio reazionario della fazione: ed ora, giusto contrappasso,

gli toccava di andare alla malora sotto la rabbia settaria della

Montagna. L'odio ai dispregiatori dei sacri giorni di febbraio stava ai

socialisti più a cuore, che non la preservazione della repubblica. Essi

si ribadirono come i rappresentanti schietti di quella democrazia

dell'invidia, che gl'italiani qualificano col nome incisivo di

_democrazia di rappresaglia_. E non vollero prestare nuove armi agli

assassini del suffragio universale: la mozione dei questori fu

rigettata. Fu il terzo grosso sproposito del parlamento. Esso stesso, il

parlamento, diede la partita perduta. Il presidente, secondo che ammette

lo stesso Granier sulla fede di Cassagnac, era deciso, non appena la

proposta dei questori fosse stata approvata, a rispondere immediatamente

con un atto di autorità. Caduta la proposta, disse sollevato: _cela va

peut-être mieux!_ Ora sapeva, che contro di lui non esisteva nemmeno

l'ombra di una volontà, e che se il colpo di stato avesse incontrato

mille avversari, non un uomo si sarebbe mai afflitto per quel

parlamento.

La sola giustificazione possibile del colpo di stato è nelle

incalcolabili perturbazioni che minacciava di apportare l'anno 1852, e

nella necessità della monarchia, ammessa ormai dalle manifestazioni non

ambigue della volontà popolare non solo, ma, in fondo, perfino dalle

ultime discussioni dell'assemblea nazionale. Il presidente scansò gli

sbagli del 18 brumaio, e prese a modello la rigidezza ferrea,

rapidamente risolutiva, con cui altra volta lo zio aveva compresso il 13

vendemmiale Parigi sollevata. Anche ai quattro uomini, che soli il

principe aveva iniziati ai suoi torbidi segreti, Morny, Saint-Arnaud,

Persigny e Maupas, appartiene la testimonianza, che tutti insieme

seguivano con la sicurezza della virtuosità le teorie del catechismo

della tirannide di Machiavelli. Morny era l'anima dell'impresa: dal

silenzio del suo gabinetto dirigeva i movimenti delle truppe, quando

alla fine il 3 dicembre, con sua alta soddisfazione, la rivolta nelle

strade si annunziò abbastanza fiacca. Se il 2 dicembre fu una necessità,

e oggi qual uomo che abbia senso politico può ancora contestarlo? è però

non meno sicuro, che negli animi superficiali degli sfrontati

venturieri offertisi sicari al colpo di stato, non è a ricercare nulla

di quella profonda serietà, di cui un atto di ardimento storico suole

compenetrare gli audaci autori. La sera del 1º dicembre disse il signor

di Morny: «se è questione di scopa, procurerò di trovarmi dalla parte

del manico»; e il mattino del giorno seguente, mentre i birri invadevano

la camera dei deputati, Saint-Arnaud e Mocquart si baloccavano con

spiritosaggini scimunite: come sarebbero stati spassevoli a vedere il

piccolo Thiers e il piccolo Baze in camiciola, davanti ai graduati di

polizia! E coteste vecchie storie innominabili, il signor Véron dopo

quindici anni le serve in tavola un'altra volta, con vanitoso

compiacimento. La massima incontestabile, che un uomo di stato non deve

volere nulla più morale del necessario, non basta evidentemente a

discolpare la frivola e feroce criminosità dello strumento del

necessario. Se una congiura, perpetrata dai custodi stessi della legge,

è certamente la più esosa di tutte le violazioni del diritto, per giunta

cotesta enormezza fu resa quasi inespiabile dalla nullità morale dei

consoci, dei quali il presidente si valse. E anche l'esecuzione del

colpo di stato procedé con brutalità sproporzionata e inutile.

Lasciamo ad altri il rimestare in quella lordizia e descrivere

particolareggiato, come il generale Forcy fece prendere pel colletto i

deputati, come il generale Saint-Arnaud fece punire di morte sul momento

i còlti sulle barricate, come la soldatesca avvinazzata si sparse dopo

la vittoria ad assassinare e inferocire nei viali dei boulevards, come i

difensori delle barricate rimasti lì furono spazzati via in mucchio,

tanto che i superstiti si riversarono al camposanto per riconoscere a un

braccio, a un piede sporgente dalla terra i loro cari caduti. Il sistema

delle deportazioni e delle proscrizioni, maneggiato dall'assemblea

nazionale con così miserabile maltalento, si ritorse adesso contro i

suoi autori. È ben lecito calcolare, che durante lo stato d'assedio

proclamato su una gran parte del paese, 80.000 persone furono

imprigionate: nemmeno a Napoli e a Roma la reazione aveva così

radicalmente fatto piazza pulita degli avversari.

Tra gli avvenimenti della rivoluzione di brumaio il giudizio morale

stima il più obbrobrioso non già la brutale irruzione della soldatesca

nella sala dei cinquecento, ma la seduta serotina del 19 brumaio, non

menzionata dalla maggior parte delle opere storiche, nella quale essa

medesima, l'assemblea dei cinquecento, dichiarò di avere il generale

Bonaparte ben meritato della patria. Del pari, il punto tragico

impressionante del colpo di stato di dicembre non è la barbarie degli

sgherri, non è il pathos rettorico a buon mercato che i deputati

sfoggiarono in faccia ai soldati irruenti; è invece la sorte delle

rappresentanze popolari, le cui armi spirituali, quando vengono al cozzo

con la potenza del pugno, si rivelano compassionevoli: e noi lasciamo ai

bonapartisti il gusto di farne le beffe. Il terribile della catastrofe è

il fatto, che la maggioranza della nazione approvò il colpo di stato.

Può darsi che il presidente, da professatore fatalistico qual era della

fede napoleonica, avesse stimato le simpatie popolari più forti di quel

che erano; comunque, aveva per sé l'enorme maggioranza delle provincia,

e gli operai della capitale non lo avversavano. Appena mille sollevati,

appartenenti i più ai ceti colti, erano accorsi alle barricate. Gli

uomini del camiciotto guardarono con malizia, come i principali

_transporteurs_ fossero raggiunti dal taglione. Il sobborgo Sant'Antonio

era stato completamente disarmato fin dalla sollevazione di giugno; e ai

membri dell'assemblea nazionale che comandavano la resistenza fu

risposto con sprezzo: «perché combatteremmo contro l'uomo, che ci ha

dato il suffragio universale?». Tanto era profonda la voragine, che

separava le folle dai repubblicani colti! La grande maggioranza della

popolazione della capitale diede prova di una frivolezza completa; la

ressa dei curiosi invase i luoghi delle barricate vinte come un circo di

nuovo genere, e tutti si rallegravano, che gli annali della capitale del

mondo si fossero ancora una volta arricchiti di un formidabile

avvenimento. In alcuni dipartimenti del centro e del Mezzogiorno

tumultuarono i contadini e i piccoli borghesi; nel Varo a capo della

rivolta era una dea della libertà. Comunque, fu significante, che gli

umili nelle provincie principiassero finalmente a mostrare una volontà;

del resto le turbolenze furono per ogni dove facilmente sedate.

Noi non annettiamo valore al fatto, che la versatile burocrazia anche

questa volta si conformò, e nella sua grande maggioranza sottoscrisse il

riconoscimento formale del colpo di stato, che il nuovo sovrano, con

sicura conoscenza degli uomini, richiese immediatamente; né vogliamo

indagare se il rialzo, con cui la borsa di Parigi salutò il 2 dicembre,

fu provocato da abili incette da parte dei compari di Fould. Ma la gioia

cieca dei possidenti, la rapida ripresa degli affari, la completa

indifferenza con cui era guardato ogni nuovo tratto violento del

governo, non lasciavano dubbi sull'opinione del paese. Sette milioni di

francesi sancirono col loro voto il colpo di stato. E l'esercito? Come

mai i figli del contado avrebbero prestato la loro spada al napoleonide,

se i contadini non avessero voluto l'impero?

In luogo di attaccarsi alle particolari falsificazioni che si

frammischiarono nel voto universale, conviene piuttosto all'uomo

politico cogliere nel nodo vitale l'essenza di una società democratica,

il significato del proverbio criminosamente abusato _vox populi vox

Dei_. Il più duro assolutismo che conoscesse il secolo decimonono, fu

fondato da una manifestazione della volontà popolare democratica. Nei

primi anni si trovarono di conserva contro il nuovo sovrano presso che

tutte le menti rappresentative della nazione, quasi tutti i nomi

illustri dell'arte e della scienza, della politica e delle armi; nemici

tutti; e con una unanimità a stento udita nella storia. Principiò un

tempo, in cui i cervelli imbamboliti si adagiarono nel puro nulla del

non pensare, e per le nature più nobili andò perduto quasi tutto ciò che

forma per loro il miglior contenuto della vita; innegabilmente, però, le

moltitudini furono per alcuni anni felici e contente. Tanto grama è

l'importanza dell'ingegno e del pensiero in una età di democrazia e di

economia! La rivoluzione di febbraio feriva gl'interessi della

proprietà; ragion per cui le si levò subito contro un'opposizione

vittoriosa. Il colpo di stato fu un benefizio per l'industria e il

commercio; non colse nessuno così gravemente come i capi spirituali

della nazione, gli uomini del pensiero; e perciò l'opposizione si

ridestò a rilento, e tanto più poi, perché in questo popolo la potenza

delle idee non aveva più la forza di annientare il dispotismo. Non la

Francia, sibbene la spada tedesca avrebbe un giorno annientato il terzo

come già il primo Napoleone. Il parlamentarismo, che per lo spazio di

una generazione aveva mosso e occupato la nobiltà intellettuale del

paese, sparì in un sol giorno, senza lasciar traccia, come inghiottito

dalla terra, senza nemmeno un ricordo potente dietro di sé, senza un

partito fervente. Perché effettivamente in cotesto stato burocratico

esso non era mai vissuto, e nello spasimo dell'agonia solo questo aveva

ricordato alla nazione: che la servitù della Francia era stata stabilita

per mezzo del parlamento. Offese violente alla costituzione, come la

legge del 31 maggio, e segrete trame traditoresche con gli Orléans: ecco

le ultime gesta degli eroi di virtù del parlamento francese.

Le estreme cause della catastrofe rimontano lontano. Il presente,

perduto di sé stesso come Narciso, ripete senza riguardo la grave

verità, che la Francia ha rotto con la sua storia. Esso non sa, che in

questa sola parola è tutto un mondo riboccante di colpa. L'esperienza di

ogni giorno insegna fino a qual punto la risoluzione di principiare una

nuova vita devasti le anime anche più salde, e quanto raro avvenga. E

noi ci meravigliamo se una grande nazione, che è dimentica del suo

passato, vada barcolloni tra l'indisciplinabilità sediziosa e la

sottomissione cieca! Noi protestanti non riusciamo a considerare le

precipitose convulsioni della vita francese, senza lamentare ancora una

volta il calamitoso editto che bandì dalla Francia la fede evangelica.

Quando a un popolo ardimentoso e geniale non resta altra scelta che la

Chiesa dell'autorità e del piatto ossequio; quando nelle questioni più

sacre, supremamente personali, gli è tolta la debita libertà, gli è

tolto il terreno della discussione e della comprensione, allora

un'agitazione convulsa invade tutta intera la sua vita spirituale;

terribili contraddizioni vengono immediatamente a cozzo, e la società,

sbattuta da una lotta irresolubile, ritorna sempre a cercare di nuovo la

propria salvezza nella servitù.

Conferisce ai tedeschi il riandare anche la complicità del proprio

popolo, la complicità dell'intera Europa. Non solamente il papa salutò

con riboccanti benedizioni l'eroe del 2 dicembre; in tutti i paesi

europei i possidenti acclamarono al nuovo sovrano. Taluni, come lord

Palmerston, penetrarono la necessità del rivolgimento; i più si

rallegrarono spensieratamente di essere stati sgravati alla fine dalle

ansie per la sicurezza dello scrigno. Perfino lo czar Nicola, l'antico

avversario dei Bonaparte, riconobbe benevolmente i meriti che il

presidente si era acquistati per la causa dell'ordine. La corte viennese

segretamente sperò che il colpo di stato ricondurrebbe decisamente a una

restaurazione borbonica; perciò Felice Schwarzenberg non stimò

inopportuno celebrare _un individu tel que Louis Napoléon_ come un eroe

della causa conservatrice. Il nome stesso «salvatore della società»

depone come un indimenticabile testimonio di miseria per l'animo virile

di quella età profondamente caduta. Ma anche più miserabile

dell'allegria del borghesume salvato, apparve la vigliaccheria del

radicalismo tedesco, il quale, in luogo di resistere virilmente in casa

alle improntitudini della reazione, per un anno intero confermò il

proprio coraggio civile nelle spiritosaggini niente pericolose su «Lui».

Ma quanto più rumorosamente i radicali berteggiavano e schernivano,

tanto più profondamente il nuovo sistema s'insinuava nelle istituzioni

dei paesi vicini. «Il suffragio universale è il lavoro», proclama la

meglio fondata tra le spampanate del nuovo bonapartismo: il 2 dicembre

significa il principio di una nuova età piena di una produzione

economica elevata al grado supremo. Laddove il primo impero aveva con la

sua tracotanza violenta chiamato a raccolta tutte le forze morali dei

vicini, ora invece cotesta nuova scostumatezza e crapulosità francese

traboccò dalle frontiere rovinando e stupidendo: tirannide di una

immoralità senza idee, alla quale in quei cinquant'anni non si sottrasse

interamente nessun popolo di Europa.

Il nuovo sovrano indubitabilmente era molto superiore al suo

_entourage_. Tanto che fin dal principio a un giudizio imparziale non

poté sfuggire, che egli non si proponeva né di calcare le orme sanguigne

dello zio, né di disfarsi nella nullità del cavaliere di ventura

coronato dalla vittoria. All'opposto, per la prima volta nella nuova

Francia iniziò egli un regime, che dagli esordi aveva a misurarsi con

l'opposizione della capitale: tuttora sotto lo stato di assedio un terzo

degli elettori parigini pronunziarono il loro _no_ avverso il nuovo

ordinamento. In tale rischio, il presidente non poteva sdegnare

nessun'arme che gli venisse a mano. Si servì della sciabola, e, alla

maniera dello zio, parlò all'esercito come alla parte scelta della

nazione. Si servì del confessionale, e incorò gli ultramontani alle più

arrischiate speranze. Si servì della dedizione degli spiriti, e la

burocrazia, ligia in ogni tempo, fece presto a ricorrere a tutti

gl'intrighi della vecchia polizia imperiale. La rabbia del tacimento,

_la fureur de silence_, dominò in Francia, mentre la stampa

presidenziale annunziava con giubilo: noi abbiamo un padrone!

L'introduzione del nuovo statuto dichiarò, che il capo supremo dello

stato era personalmente responsabile. L'articolo fu assai motteggiato;

eppure conteneva una delle poche verità sperdute fra le tante bugie

accumulate in cotesta costituzione. L'enorme responsabilità, che pesava

sul nuovo sovrano, sarebbe stata comportabile solamente nel caso, che

egli fosse riuscito a sanare il proprio governo dalla macchia

dell'origine e a dare sviluppo a quelle idee di progresso, che

indubbiamente sono involte nella sostanza proteiforme del bonapartismo.

Fu ristabilita la calma, non già la pace degli spiriti. Già fin da prima

del colpo di stato una circolare segreta del radicale «Comitato di

opposizione» aveva dichiarato, che da ora in poi era impossibile ogni

perdono in riguardo delle classi abbienti. Adesso, per giunta, alle

vecchie contese che scindevano il paese ne era sopraggiunta una nuova, e

talmente soverchievole, che al paragone tutte le altre scissure

sparivano: la Francia si ruppe un'altra volta, come dopo i cento

giorni, in due nazioni: i vincitori e i vinti del 2 dicembre. E cotesto

contrasto durò fino alla caduta del terzo Napoleone. Il secondo impero

ha apportato parecchi successi cospicui alla potenza e al benessere del

paese, ma per lo spazio di venti anni non gli venne mai fatto di

persuadere la nazione al tranquillo e incondizionato riconoscimento del

novello regime.

PARTE QUINTA

IL SECONDO IMPERO

Il Secondo Impero. [Scritto in Heidelberg nel 1871.]

I.

L'opinione corta dei molti viene sempre determinata dall'impressione

dell'ultim'ora. Da quando il secondo impero ha trovato una fine

obbrobriosa sul campo di Sédan, la figura del terzo Napoleone è fitta

nella mente del popolo tedesco come quella di un empio violatore della

pace, e questo giudizio nazionale non sarà forse mai cambiato, certo non

lo sarà nell'avvenire prossimo. Se io mi arrischiassi di ripubblicare,

corrette oggi e completate, le osservazioni sul recente fenomeno del

bonapartismo che scrissi nel 1868, mostrerei la presunzione di voler

influire sul sentimento popolare, che ben a ragione domanda sempre idee

semplici, complete, senza contraddizioni. Mi rivolgo alla breve cerchia

di coloro, che non s'infastidiscono di riandare la conturbante storia

clinica del popolo francese in questi ultimi ottant'anni. Chi ha cercato

di farlo coscienziosamente, prima di condannare perentoriamente

l'edifizio statale di Napoleone III, proporrà piuttosto il quesito, se

è possibile, innanzi tutto, di ben governare cotesta nazione; e ne

caverà la conclusione, che il secondo impero non ha cagionato la rovina

della Francia, ma l'ha trattenuta per due decenni. Toccò all'ultimo

Bonaparte, mercé la propria accortezza, mercé il favore della fortuna e

la debolezza dei popoli vicini, di alzare ancora una volta lo stato

francese a una pienezza di potenza, che sopravanzava di gran lunga la

potenzialità morale della nazione.

Non possiamo affermare, che il contegno dei nostri vicini a nostro

riguardo sia cambiato sostanzialmente dal tempo del trattato di Vienna.

E cerchiamo la ragione di cotesta politica ora irritante, ora

minacciosa, ora violentemente aggressiva, non già in un sistema qual si

sia, ma, parte nel carattere nazionale, che non muterà, fintanto che

l'educazione del popolo francese sarà volta a svegliare l'ambizione

esteriore in luogo dell'intimità morale dell'anima; parte in noi stessi,

nel nostro sminuzzolamento, nelle nostre guerre civili, che permisero ai

francesi di fare assegnamento sulla debolezza della Germania. Ora che

l'impero germanico gloriosamente risorto ha strappato il terreno sotto i

piedi a tutte coteste amichevoli calcolazioni dei vicini, il tedesco può

con superbo sentimento di tranquillità riandare i recenti destini del

paese confinante.

Il tema, tuttavia, si presenta poco grato. Giacché l'antico e

irrevocabile presentimento, che anche cotesto pomposo impero si sarebbe

alla fine rivelato per niente altro che una nuova precarietà, ha già da

tempo impresso un segno passionato di esagerazione su tutti i giudizi

dei nemici del pari e degli amici. Ogni parola di condiscendenza ci si

secca nella penna, quando udiamo con quale sfacciata ciarlataneria il

bonapartismo ha saputo cantare la propria gloria: il nostro modesto

elogio tedesco non salirà mai alla grandiosità dell'apoftegma di Rouher:

«no, no, non è stato mai commesso un errore!». Anche un comodo biasimo

appare triviale rispetto a un sistema, sul quale, come sopra una

gigantesca avventura, gli stessi avversari moderati, fin da gran tempo

prima che soccombesse, avevano calato in forma solenne la pietra

sepolcrale. In tale eccesso di lode e di condanna è difficile mantenere

la linea ferma e netta del giudizio storico; tanto più difficile, in

quanto l'intima contraddizione del bonapartismo, la diabolica mezza

verità, che noi abbiamo così spesso dimostrato essere il carattere

fondamentale del dispotismo rivoluzionario, si presenta nel secondo

impero con una energia addirittura suicida. Il terzo Napoleone non ha

mai, con la parola o con l'opera, stabilita una tesi, che egli stesso

non abbia subito dopo tolta via con una antitesi. Delle pericolose

passioni di cui febbricitava la Francia, egli personalmente era certo

più immune, che non forse qualsiasi uomo in vista tra i francesi

contemporanei; solo che la necessità di sostenersi, l'intima essenza del

suo sistema lo forzava a solleticare continuatamente quelle passioni; di

modo che sopra di lui e sopra la sua Casa si compì la nemesi, che presto

o tardi doveva raggiungere la tracotanza sacrilega dell'intero popolo.

La malagevolezza maggiore per venire a un sicuro giudizio politico è

determinata dai fondamenti sociali del nuovo stato francese. In ogni

tempo l'egoismo di casta è stato la disposizione congenita di tutte le

classi dominanti; e allora appare odiosissimo agli occhi della

posterità, quando si manifesta ingenuo e inconscio ai dominanti che

hanno cambiato natura. Ognuno oggigiorno sente emanare dagli scritti

dell'antichità la superbia intellettuale di quelle dense aristocrazie,

che guardavano sugli schiavi e i banausi come sul vuoto aere. Pochi o

nessuno di noi sospettiamo, quanto noi stessi siamo compenetrati da

sentimenti e pregiudizi affini. Il ceto medio, che al presente determina

in Germania l'opinione pubblica, riconosce nell'illimitata concorrenza

la sostanza della libertà sociale, e nella più ampia discussione il

primo inevitabile presupposto della libertà politica: esso tra lotte

indimenticabili si spupillò dalle fedi dommatiche. Dobbiamo a un tale

spirito l'emancipazione dei contadini; a quello dobbiamo, se i nostri

ceti colti sono i più liberali e i più giusti di tutte le classi

governanti della storia. Tuttavia un severo esame ci dice, che anche

noi, mentre lavoriamo per questo puro ideale politico, parliamo poi

soltanto come gente scatenata. Un superbo gentiluomo del secolo

decimottavo più facilmente avrebbe potuto intendere le idee della

crescente borghesia, che non noi iniziarci nel globo intellettuale del

quarto stato.

L'inclinazione delle classi lavoratrici è stata descritta da Aristotele

col classico: χαίρουσιν ἐάν τις ἐᾷ πρὸς τοῖς ἰδίοις σχολάζειν:

parola, che nei tempi moderni più liberi può bene essere mitigata, ma

non mai confutata. La vita privata, la fatica e la cura della casa,

forma per questi strati sociali il nocciolo dell'esistenza: potrebbero

con pieno diritto aspirare a prender parte al governo dello stato, ma

non si trovano in condizione di offrire allo stato un'opera durevole e

regolare. Si riscaldano di rado per quella vivace lotta degl'intelletti

che per l'uomo colto forma il pane della vita, e sono molto proclivi a

dar via la libertà del pensiero per un governo forte e benigno, che

promova energicamente il benessere dei molti: tra tutte le potenze

spirituali è però sempre quella della Chiesa, che esercita su cotesti

animi l'incanto più forte. È questa la ragione che difficolta al dotto

un giudizio sicuro sul più recente grado di sviluppo del bonapartismo.

Nel mondo moderno l'importanza del quarto stato non era stata mai così

invadente come sotto il secondo impero. Al tempo della Convenzione le

moltitudini parigine dominavano il potere dello stato e mutuavano una

parte della loro potenza al sicuro lavoro della macchina amministrativa.

Sotto Napoleone III erano fuori del governo; ciò non ostante il quarto

stato costituiva la classe più importante: il continuo riguardo al

contentamento degli umili formò il pensiero direttivo del nuovo

bonapartismo. Anche oggi, sotto la così detta repubblica, l'avvenire

della nazione è indubitabilmente nelle mani dei contadini e degli

operai. Solo che dove domina il quarto stato, ivi domina anche il suo

concetto sensuale della vita. E nella nuova Francia appare così

spaventosa la rozzezza morale, il disprezzo di tutti i beni ideali, che

senza volerlo si corre a una congettura, la quale, certo, non è

storicamente dimostrabile. L'apparenza è, che tutti i nobili elementi

latini e germanici siano stati interamente schiumati da questa

nazionalità commista, e che sia tornato sopra a ribollire il sedimento

impuro dell'antichità celta. Se di sotto a un tale strato fitto

d'ipocrisia e d'immoralità vuole distinguere il merito di un siffatto

sistema sorretto sul quarto stato, l'uomo colto deve reprimere con forza

molte delle più care e nobili idee proprie del suo ceto.

Il secondo impero capita nei due più ricchi decenni contemporanei; e se

riflettiamo con quale agilità ha pazzamente corvettato e ha cangiato il

giudizio del mondo sul terzo Napoleone, sentiamo vivamente come siamo

diventati vecchi in pochi giorni. Il nuovo bonapartismo, opposto vivente

dell'infingardo regno borghese, ha trasformato più profondamente e più

violentemente di qualsiasi altro regime moderno le condizioni sociali

del suo paese; la baldanza del suo assoluto volere osò parecchie riforme

recidenti dalle radici, per le quali un parlamento non avrebbe trovato

né il coraggio né la spregiudicatezza. Solo che la precipitosa caduta di

questo sistema dell'affario conferma ancora una volta la regola, che un

governo tanto meno è stabile, quanto più ampiamente allarga la propria

attività.

La Francia dal primo impero al 1871. Volume 2 · 第 5 / 20 段