principali che il secondo impero ha percorso. La sua storia si divide in
due periodi nettamente distinti. Nello stesso modo come un tempo, subito
dopo l'anno 1840, sorse opinione, che la stella degli Orléans corresse
all'occiduo, così, dopo il 1860 il giudizio generale ritenne, che
l'impero del terzo Napoleone avesse sormontato il suo culmine. Con
questo, però, che il decennio dell'ascesa era la fase del dispotismo non
mitigato in nulla, laddove il decennio della discesa era il tempo delle
prove liberali! Non occorre altro che guardare freddamente in faccia
questi dati di fatto per riconoscere immediatamente la verità, che il
bonapartismo con le concessioni alle idee liberali dei ceti più alti
aveva rotto fede a sé stesso, e che la nazione non era più capace di
comportare un regime di libertà.
Al colpo di stato seguì prima un anno di transizione, che fu per
l'immoralità del nuovo sistema la stagione della fioritura. Laddove i
mentiti discorsi del presidente al tempo dell'assemblea nazionale
trovavano spiegazione nella situazione politica, in appresso, invece, la
gherminella repubblicana del 1852 appare semplicemente frivola e
ordinaria. Il presidente stimava necessario un terzo plebiscito per
consolidare la propria potenza? Oppure il fatalista opinava di poter
salire al supremo potere solamente, come lo zio, per tre gradi? Certo,
era decisivo il fatto, che il 2 dicembre il principe tenne a serbare
l'apparenza, che il colpo di stato servisse a salvare la repubblica. Ciò
in riguardo alle grandi potenze, le quali in verità diedero la loro
approvazione alla vittoria dell'«ordine», pur non volendo nessuna di
loro il ripristinamento dell'impero. Insomma, la Francia ufficiale
imposturò, ancora per lo spazio di dieci mesi, con frasi ipocrite la
fede repubblicana, quantunque il colpo di stato nient'altro potesse
significare, che l'erezione del trono. Nel settembre del 1852, durante
il viaggio ufficiale attraverso il paese, il presidente assicurava
tuttora, che nel grido ripetuto «viva l'imperatore!» egli riconosceva
più un tenero ricordo che una espettazione: ma il ministro dell'interno
faceva prender nota dei nomi delle persone che in quel viaggio imperiale
venivano a contatto col principe, «affinché non vadano perduti alla
storia». Il flemmatico uomo si era tenuto freddo e calmo in mezzo a
quell'ardente entusiasmo popolare, il quale indubitabilmente dimostrava,
che le popolazioni avevano interpretato il senso dell'ultima elezione di
dicembre assai più giusto, che non le grandi corti. Alcune settimane più
tardi la brama del paese di ristabilire l'impero si manifestò
irresistibile: la nazione esigeva, secondo l'enfatica espressione del
sindaco di Sevres, lo sposalizio della Francia con l'inviato di Dio.
Seguì allora, stesa da Troplong, quella relazione del senato, che noi
senza esitazione possiamo definire il capolavoro del moderno
bizantinismo. Perché mai anche il linguaggio del fido senato non avrebbe
dovuto sinfoniare fino all'ardimento ditirambico? Appunto, Troplong
medesimo lo confessa: vi sono momenti in cui anche l'entusiasmo ha il
diritto di risolvere questioni! La nazione incorona sé stessa
incoronando Napoleone; in tal modo ella trae nobile e pacifica vendetta
dei trattati del 1815. La repubblica cede la propria essenza tramessa
alla dignità imperiale mercé il popolo sovrano, e la grande ombra dalle
nubi guarda appagata l'esaltazione del nipote.
Sotto la tutela del nuovo trono si svolgono veementi tutte le energie
del lavoro e la vertigine della speculazione: giace una quiete profonda
sulla vita intellettuale e politica. L'opinione dei popoli odiava
l'imperatore in cui vedeva il cagnotto della reazione europea, che
perseguitava per ogni dove, perfino nell'asilo dei paesi liberi, i
campioni della repubblica; e tremava pensando all'ora, in cui egli
infallibilmente avrebbe imboccato la via dello zio. Le corti
tentennavano tra la ripugnanza contro il risalito e il rispetto verso il
salvatore della società. Negli affari europei dava il tono la Russia; e
precisamente quella corte mantenne di fronte al napoleonide, non appena
fu esaltato imperatore, l'attitudine della rigida alterigia
legittimista. In quel torno i disordini orientali offrirono
l'opportunità di sperimentare la potenza della Francia e i talenti del
suo capo. Seguì un brusco spostamento delle alleanze e dei rapporti
internazionali, che ricordò vivamente il tempo splendido del Consolato,
allorché Bonaparte, minacciato pur dianzi da una coalizione
soverchiante, riuscì in pochi mesi ad assembrare in lega gli stati del
Mezzogiorno e del Settentrione contro il diritto marittimo inglese. In
verità, i risultati della spedizione di Crimea ebbero scarsa efficacia
sul mondo orientale, quasi nulla; ma la gloria guerriera delle aquile
imperiali fu novellamente sancita, e i rinfranchi del paese si
palesarono inesauribili, giacché nel bel mezzo della guerra la capitale
lussuriò anche di più nell'orgia della vita neonapoleonica e apparecchiò
una fastosa esposizione alle industrie dell'Europa. Il napoleonide ebbe
la soddisfazione, che nell'anniversario della sua conquista di Parigi un
congresso europeo raccolto sulla Senna sotto la presidenza
dell'ambasciatore francese segnò la conclusione della pace. La
preponderanza della Russia era spezzata. Di nuovo la Francia si chiamava
la grande nazione. Subito dopo venne alla luce il principe imperiale:
gli eserciti francese, inglese, italiano, turco e russo festeggiarono in
pari tempo in Oriente la nascita del principe ereditario. Il sistema
nazionale era eternato, come dissero le autorità nello stile del primo
impero. Nel febbraio 1857 l'imperatore poté congedare il devoto corpo
legislativo con la confidenza, che presto si direbbe del secondo impero
come un tempo del Consolato: «regnava da per tutto il contento, e chi
non nutriva nel cuore malvage passioni gioiva della felicità del paese».
Capitò allora un contrattempo: l'attentato di Orsini stornò per alquanto
tempo Napoleone III dal suo comportamento, e il sistema, prima appena
raddolcito, di oppressione fu novellamente raggravato. Il subisso di
felicitazioni da cui fu inondato l'imperatore per l'avvenuto scampo,
dimostrarono però al mondo fino a qual segno le popolazioni avessero
bisogno di lui: che indubitabilmente parlava in loro un certo qual misto
di sentimenti nobili e di servilità, come nell'ode _Divis orte bonis_
che in un'epoca affine Grazio cantò ad Augusto. Nessuno ha così
incisivamente significato di cotesto attacco la ragione ideale, come
l'_enfant terrible_ dei bonapartisti, il marchese di Boissy, con le
parole: «noi tutti amiamo l'imperatore, perché ognuno dice a sé stesso:
in quale pantano cadremmo, se Napoleone morisse!». Proprio in quei
giorni in cui l'opinione pubblica liberale farneticava nuovamente
sull'imperatore, egli s'incontrò con Cavour a Plombières, e portò a
maturità il pensiero più ardito e più benefico della sua politica
europea. Giacché, per quanto lo stesso imperatore abbia più tardi
peccato rispetto all'Italia e per quanto anche il corso degli
avvenimenti abbia deluso le aspettazioni del napoleonide, pure al terzo
Napoleone rimane la gloria, che senza il suo aiuto il risorgimento
dell'Italia forse non sarebbe stato mai iniziato, e certamente non
avrebbe trionfato. Nelle ore in cui tra le tripudianti acclamazioni
degli operai di Parigi l'imperatore si accingeva a partire pel campo,
appariva effettivamente un sovrano nazionale, il rappresentante della
Rivoluzione. Dopo la vittoria di Solferino l'egemonia della Francia tra
i popoli latini parve assicurata. Anche i liberali illuminati
s'inchinarono al liberatore dell'Italia, e in ampia sfera fu ripetuta la
lode smisurata: Napoleone il Piccolo riposava agl'Invalidi, Napoleone il
Grande regnava alle Tuileries. Era il tempo che l'Europa nella solennità
del Capodanno tendeva l'orecchio a Parigi, con l'emozione angosciosa del
bambino bruciato. Ed ora, con la consapevolezza della propria potenza,
l'imperatore arrischiò la grande riforma della politica commerciale: la
superba idea di raccogliere tutta l'Europa occidentale in un unico
dominio aperto al libero scambio si avviò verso l'effettuazione.
Eppure l'ora felice dell'impero era già dileguata. Principiò il dichino,
da quando la storia richiamò dovunque nuove complicazioni sociali, a cui
non rispondeva menomamente la pretesa della Francia di essere maestra di
tutto il mondo. La stessa fondazione del regno d'Italia era, per lo
meno, tutt'altro che profittevole alla supremazia della corona
napoleonica. Inoltre, l'inevitabile inazione del gabinetto durante la
sollevazione polacca dimostrò che la Francia non era abbastanza forte
per garantire i suoi così detti alleati. L'imperatore tentò indarno di
comparire ancora una volta come il patrono della pace europea; egli
invitò a un congresso le grandi potenze con espressioni quasi
minacciose: ogni rifiuto avrebbe tradito segreti disegni, che temevano
la luce del giorno! La guerra dello Schleswig-Holstein, e con quella il
grande imbocco della politica tedesca, principiò per l'appunto quando
coteste burbanzose parole si sparsero pel mondo. Il ritegno
dell'imperatore durante le lotte per Düppel ed Alsen gli procurò da
parte dei tedeschi riconoscenza e talvolta eccessivo apprezzamento,
motteggi e biasimo da parte del suo popolo. Frattanto il secondo impero
aveva trovato nel Messico la sua Spagna. Una catena di strafalcioni
grossolani, una inesplicabile disconoscenza della vitalità ed energia
degli Stati Uniti condussero a una disfatta obbrobriosa, misero a
repentaglio la dignità e la riputazione della corona, sconvolsero
siffattamente le finanze e l'esercito, che allo scoppio della grande
guerra germanica lo stato non era nella condizione voluta per l'entrata
in campagna. In tal modo si compì la fondazione dello stato
settentrionale tedesco: un terribile colpo per tutti i più cari
pregiudizi dei nostri vicini: e nello stesso tempo l'unificazione
dell'Italia incominciata dalla Francia fu spinta a termine dalla
vittoria della Prussia.
Nel frattempo l'imperatore era invecchiato, e i validi coadiutori che
sostenevano la sua corona, l'uno dopo l'altro, erano spariti:
Saint-Arnaud e Magnan, Pietri e Mocquart, Fould, Pélissier e Walewski, e
poi i tre non surrogabili, che più di tutti avevano lavorato con
coscienza di uomini di stato alla fondazione duratura dell'impero:
Billault, Thouvenel e quel Morny, che aveva inculcato così spesso al
despota tentennante la fresca energia della risoluzione netta.
D'altronde, qui come per ogni dove, il dispotismo si era rivelato
incapace di produrre nuovi grandi ingegni di uomini di stato.
L'opposizione delle classi colte si ridestò a nuovo ardore, l'attitudine
di fronda ritornò a essere un'arte in moda, e fin dal tempo della
ritirata del Messico risonò tra gli avversari il grido sempre più
baldanzoso: _l'empire est défait_. Lo sfasciamento del _Crédit mobilier_
e il disavanzo crescente del bilancio dello stato, lo spopolamento delle
campagne e l'urbanesimo suscitarono il sospetto sulla sanità del nuovo
rigoglio economico; e la giornata di Königgrätz aguzzò gli occhi sui
rischi e le menomazioni alla propria patria. Anche la fiducia dei popoli
vicini fu distrutta dalle fondamenta dal brutto affare del Lussemburgo e
dalla rioccupazione di Roma. Così, incalzato di dentro e di fuori, dopo
reiterati slanciamenti e arretramenti, alla fine Napoleone si buttò
avanti sulla strada delle riforme costituzionali, che già aveva aperta
col decreto del 24 novembre 1860. Ma il richiamo «guerra o libertà», che
saliva dalle fila dell'opposizione, testimoniava tristamente sia
dell'oltracotanza abituata a calcare coi piedi il diritto dei vicini,
sia, insiememente, della disperazione di un popolo, che sente
l'indegnità della propria posizione senza trovare in sé la forza
durevole per risollevarsi. Il contegno servile della popolazione nella
campagna elettorale del 1869 dimostrò, che effettivamente l'energia
politica era completamente svanita. Non punto una volontà popolare ferma
e sicura, ma solamente la confusa e lunatica scontentezza delle classi
alte indusse il despota a cedere a mano a mano alle rinascenti idee
costituzionali. Finalmente il ministero Ollivier arrischiò il tentativo
di riconciliare la tirannide col parlamentarismo: tentativo, che doveva
sommergersi nel suo proprio assurdo. La gherminella costituzionale placò
tanto poco il livore dei vinti del 2 dicembre, quanto la malvagia
libidine guerresca della nazione. L'imperatore cercò di liberarsi dalla
sua posizione insostenibile, prima con un appello al popolo, poi con una
guerra ardentemente agognata dalla nazione. La nostra buona spada mandò
in frantumi il suo trono; e senza fede, senza dignità, nel modo stesso
come in altri tempi si era inchinata al colpo di stato, così ora la
nazione abbandonò il «salvatore della società», perché sul campo di
battaglia non era stato fortunato.
II.
Le reiterate e violente vicissitudini del trono nella moderna storia
francese e l'egoismo impronto con cui ogni classe dominante ha messo a
profitto il proprio potere, hanno annientato in Francia la monarchia,
nel senso antico e schietto della parola. L'intima contraddizione nella
vita di questo stato si può brevemente compendiare nella proposizione
seguente: la Francia non può fare a meno di un gagliardo potere statale
raccolto in una sola mano, e nulladimeno ha perduto interamente i
costumi e le tradizioni della monarchia legittima. Il nuovo sistema
bonapartistico non era né un dispotismo illuminato sullo stile del
secolo decimottavo, né un semplice ripristinamento dell'impero militare
napoleonico, ma una forma statale per sé stante, affatto moderna: una
tirannide personale, eletta dalle moltitudini e governante a pro di
cotesto quarto stato pervenuto alla coscienza di sé. Laddove nella
monarchia legittima, anche sotto una corona assoluta, tutte le
istituzioni e i costumi statali convergevano allo scopo di sottrarre la
persona del monarca alla lotta dei partiti e di assicurare anche sotto
un principe inetto il regolare andamento della cosa pubblica,
all'opposto nella Francia bonapartistica la persona del monarca portava
fondamentalmente la responsabilità del destino dello stato. Talché un
ministro geniale, sotto un imperatore senza talento o impopolare, non
sarebbe stato in grado di assicurare la durata al sistema. Il
dottrinario del secondo impero, il duca di Persigny, curò di designare
l'eletto del popolo come _homme-peuple_: sotto la forma adulatoria
l'espressione recava l'esatto significato, che cotesta potenza
imperiale era una dignità supremamente personale, che doveva affermarsi
nella sollecitudine quotidianamente rinnovata pel bene delle
moltitudini. È vero, che la maggioranza degli elettori aveva esaltato il
terzo Napoleone in virtù del suo nome: ma nessun uomo imparziale poteva
da cotesta potenza dei ricordi napoleonici trarre la conclusione, che la
moltitudine dei francesi fosse attaccata ai Bonaparte con la medesima
fedeltà con cui i prussiani ai legittimi Hoenzollern o un tempo gli
olandesi alla casa tirannica degli Orange. Ogni vincolo di pietà tra
popolo e casa regnante fu spezzato in Francia dalle tempeste di due
generazioni. Qui l'unico legame possibile tra governanti e governati è
costituito dall'interesse; e, col fatto, nessuno stato della storia
modernissima ha fatto valere così spregiudicatamente, come il secondo
impero, l'egoismo dei suoi sudditi. Il nuovo bonapartismo è stato
effettivamente, come amici e nemici lo hanno qualificato, un
_gouvernement indiscutable_; non già semplicemente a cagione della sua
origine equivoca, ma principalmente per la ragione che lo spirito di
cotesto sistema era grossamente materialistico, e perciò non comportava
prove incondizionate.
È evidente che il capo di uno stato siffatto dovesse essere e rimanere
responsabile. Quando Laboulaye e gli altri dottrinari dell'_empire
libéral_ partivano in lizza contro cotesta situazione di fatto in nome
dei noti principii costituzionali, che regno e responsabilità,
insiememente concepiti, fanno contraddizione, e che lo stabilimento
dell'impero ereditario esclude per sé stesso la responsabilità del capo
dello stato, ebbene, essi davano nel vuoto. Le teorie giuridiche della
monarchia parlamentare non comportano adattabilità a una tirannide
democratica. La fondazione dell'impero era solo un cambiamento di nome,
che non mutava nulla di sostanziale alla vera natura della carica
presidenziale. La trasmissibilità di cotesta corona rimase sempre come
niente altro che un assegnamento incerto sul futuro, laddove, invece, la
responsabilità dell'imperatore era un principio, la cui immutabile
permanenza era ognora affermata dai dignitari dell'impero Rouher e
Troplong, e il cui adempimento pratico veniva reso possibile dalla
stessa costituzione. Bastava che l'imperatore si credesse sicuro del
favore delle moltitudini, ed egli, secondo l'articolo 5, aveva facoltà
di appellarsi al popolo sovrano: che era un'arme violenta del
dispotismo, la quale, usata al momento opportuno e conformemente alla
morale napoleonica, era al caso di accrescere sempre che volesse la
soverchianza della corona, e in effetto escludeva ogni speranza di un
onesto regime parlamentare.
Per contro, posto che le moltitudini venissero nell'idea, che l'eletto
non rappresentava più i loro interessi, il proemio della costituzione
indicava la via per richiamare l'imperatore alla responsabilità.
Dichiarare irresponsabile un capo dello stato francese, ivi è detto,
«ciò significa mentire al sentimento pubblico; ciò significa ammettere
una finzione, che per tre volte è andata dispersa nel turbine delle
rivoluzioni». Più chiaro di così non si può dire, che l'imperatore
portava e voleva portare la sua corona col pericolo permanente di essere
cacciato da una quarta rivoluzione. Con ciò, dunque, nella superba
Francia si era giunti a questo, che la legge fondamentale di una nazione
civile con ingenuità cinica confessava: il nostro regime è un gioco
_va-banque_, ogni sicurezza del diritto pubblico è una lustra, ogni
costituzione nient'altro che un espediente! La corona napoleonica non
godeva la sicurezza della monarchia ereditaria, e appunto perciò era
provvista di una pienezza di potenza, che un monarca legittimo non ha
mai raggiunta: «essendo il capo dello stato responsabile», dice quel
proemio, «la sua attività deve essere libera e senza impacci».
Non vi è alcun dubbio, che il nuovo bonapartismo nutriva, come il primo
impero, il disegno di fare da terreno neutrale, su cui venissero a
ritrovarsi insieme gli avanzi dei vecchi partiti. Esso non si diede
briga del passato dei suoi cooperatori, e prese ai suoi servigi quanti
riconobbero il nuovo ordine. Permise, dopo alquanti anni di
compressione, il ritorno degli avversari esiliati che si obbligavano
all'ubbidienza, e non si discostò mai dal proposito di collocare la
grandezza della patria al disopra dei partiti. Chi non ricorda lo
scritto pateticamente generoso dell'imperatore, che ordinava il rilascio
del pericoloso cospiratore Barbès, perché questi aveva espresso il suo
entusiasmo patriottico per la guerra di Crimea? Similmente l'impero non
volle favorire un ceto solo; seppe contentare l'ambizione e la foga
industriale della borghesia e, nello stesso tempo, ripristinare la
nobiltà: un eccellente mezzo per vincolare alla corona migliaia di
famiglie sia mercé la comune ambizione, sia mercé il timore di una
soppressione di titoli nobiliari male acquistati; ma anche una prova,
che s'intendeva di riguardare le inclinazioni e i pregiudizi delle
classi più alte. Appunto: l'eletto del popolo si applicò un pezzo al
disegno di aggiungere all'antica una nuova nobiltà napoleonica. Nei
brindisi e nei proclami il signor di Persigny esaltava come merito
peculiare del nuovo sistema «l'eminente idea sociale», per cui, avendo
ogni governo precedente rappresentata soltanto una delle tre classi
della società, l'impero invece le rappresentava medesimamente tutte.
Tale vanteria conteneva qualche apparenza di verità. Il quarto stato
dominava interamente sulla vita pubblica, non più però a forza di
turbolenze e barricate, come nei primi tempi della repubblica:
specialmente nelle condizioni ordinarie non era affatto in grado
d'impadronirsi immediatamente del potere, come avevano potuto farlo un
tempo la nobiltà e la borghesia; e sotto il secondo impero aveva
apparentemente, come gli altri tre stati, solo l'incombenza di ubbidire
e lavorare.
Ciò non ostante, il quarto stato costituiva in Francia la classe
politica, ed era di continuo glorificato dalla burocrazia con panegirici
adulatorii. «Dio ha primieramente rivelato il Salvatore a questa che è
la classe più numerosa e più interessante della società», affermavano le
circolari dei prefetti; e prima delle elezioni del 1857 il ministro
Billault dichiarò ufficialmente: «i contadini e gli operai hanno creato
l'impero, quelle moltitudini di uomini operosi, che formano l'ampia base
del suffragio universale». Perciò il signor di Morny esortò gli elettori
a mandare nei corpi legislativi, in luogo dei così detti uomini
politici, commercianti presi dalla cerchia della propria professione; e
il signor Granier secondo Cassagnac asserì anche più rudemente: «la
classe agricola, nocciolo della nazione, domanda già: perché
l'imperatore non governa solo?». Lo stesso Napoleone III designò
continuamente il suo sistema come il _gouvernement du grand nombre_; e
quando in una massima sovente ripetuta dichiarava che il suo governo
riposava «sul popolo, fonte di ogni potere dello stato, sull'esercito,
fonte di ogni forza, sulla religione, fonte di ogni giustizia», in
sostanza con questa tricotomia egli esprimeva semplicemente l'unico
concetto, che cotesto regime del quarto stato poggiava essenzialmente su
quelle forze, le quali determinano la condotta del popolo. Donde appare
del tutto rispondente la società stranamente mista della corte
napoleonica, innocente assembramento di preti cortigiani, di demagoghi
cortigiani, di soldati cortigiani. Consideriamo l'origine del sistema e
la sua esistenza durata per lunghi anni, trascorsa impareggiabilmente
più pacifica del governo senza posa osteggiato dei Borboni e degli
Orléans, e distrutta in fine non da altro che dalle armi straniere, e
non potremo disconoscere, che cotesta forma di stato si era sviluppata
necessariamente dalle condizioni sociali del paese. La moltitudine
arrivata al dominio, sensibile alle idee semplici e generali
dell'eguaglianza e dell'autorità statale unica e onnipotente, inclina
sempre all'eguale soggezione di tutti a un tiranno nazionale. Anche
nelle condizioni incomparabilmente più sane dell'America del Nord, al
tempo di Jackson e di Abramo Lincoln, quella tentazione passò rasente al
popolo sovrano. Inoltre in Francia la moltitudine, non abituata a
governarsi da sé, possiede, secondo che confessa il socialista
Duveyrier, «in supremo grado il sentimento della gerarchia»; e sotto il
fanatismo dell'eguaglianza ha così completamente smarrita l'intelligenza
della libertà, che mille e mille in perfetta buona fede consentono in
quella vanteria del bonapartismo ripetuta fino alla nausea: «il terzo
Napoleone è il vero fondatore della libertà, giacché dal tempo del
secondo impero più non esistono iloti politici».