In tal modo il parlamento faceva da manovale a una reazione vendicativa,

e la trappoleria repubblicana era uno schifo per ogni uomo sincero e

onesto. Come mai istituzioni di tal sorta avrebbero ispirato un

tremebondo ossequio a un principe imperiale? Non cadeva dubbio, che il

presidente avrebbe battuta una terribile strada, verso la meta a cui una

fede fatalistica lo sospingeva. Era la strada sicura, tanto più che

all'indole senza scatti e per nulla impassibile del nipote era

completamente estraneo quel gusto brutale delle azioni violente, che era

proprio della natura guerriera dello zio. Se altra strada non fosse

stata davanti, che quella della violenza, a tutti coloro che conoscevano

il passato di cotesto cinico sarebbe parso evidente che egli, stimolato

dalla temeraria sfrontatezza di Morny, avrebbe rotto il giuramento con

la fredda calma di un giocatore, che onora il successo come suo Dio. E,

in verità, l'atmosfera morale di quella età senza fede e senza ideale

era poco propizia alla lealtà della coscienza. Se gettiamo uno sguardo

sugl'intrighi realisti dell'assemblea nazionale, non possiamo trattenere

una dura parola: in cotesta maggioranza cento se ne contavano, che si

sarebbero arretrati davanti al rischio del colpo di stato, ma nemmeno

trenta davanti allo spergiuro. Una volta che Thiers ed Emilio Girardin,

che avevano aiutato il presidente a conquistare il potere, subito dopo

lo abbandonavano, noi arrischiamo la scortese affermazione, che cotesta

diffalta non fu provocata da scrupoli di coscienza. Questi signori

diedero le spalle a Luigi Bonaparte, perché andò a vuoto la loro

speranza di dominare l'autocrata.

Specialmente dopo la rivolta del giugno 1849 il presidente sentì la

necessità di procedere di accordo coi reazionari. Cercò dapprima di

governare parlamentarmente, e nel viaggio che fece nel paese durante

l'estate del 1849 si comportò con molta prudenza. Felice occasione di

conoscere uomini e cose, e intessere tra il tintinnio dei bicchieri le

prime fila della grande cospirazione. Chi oggi rilegge a mente fredda

quei brindisi e quei discorsi ufficiali comprende, sempre con nuovo

stupore, che solamente i vanitosi oratori dell'assemblea nazionale

potevano sorridere di quelle arti di seduzione tanto abili e pericolose.

Dovunque, il principe seppe lusingare la boria provinciale: a Rouen lodò

la perfezione delle industrie, a Saumur, sede della grande scuola di

cavalleria, lo spirito militare; a Poitiers ricordò i giorni procellosi

di Carlo VII, ad Epernay le ultime lotte dell'imperatore. Parlò

rugiadoso, come un mite uomo di ordine; diffidò dalle teorie dei

cervelli esaltati, richiamò alla fede, al rispetto della proprietà e

della famiglia. Stimò anche necessario di rievocare un colpo di stato

sul tipo di quello del 18 brumaio; perché, spiegò innocentemente, «la

Francia non si trova ora nella condizione che richieda un rimedio così

eroico». Ad Ham, sicuro, ad Ham, dove la popolazione si affollò

tripudiando intorno al prigioniero liberato, egli riconobbe con

contrizione i peccati della giovinezza: ora non capiva più quella

presunzione che un tempo lo spinse ai tentativi violenti di sovversione,

e non lamentava affatto di averli dovuti espiare. Solo una volta, ad

Angers, tradì, alquanto più chiaramente, il suo desiderio riposto: «io

non ho né il genio, né la potenza di mio zio»: parola significativa in

un paese, le cui provincie sono abituate ad attendersi ogni prosperità

dal capo dell'amministrazione.

A malgrado di una tale riservatezza del principe, non era però

verosimile che un capo di stato responsabile si sarebbe vincolato ai

consigli dei terzi. Il presidente dichiarò nel modo più reciso al

principe Napoleone, suo arrogante cugino, che non avrebbe mai tollerato

l'influenza di chi si sia, e che intendeva di governare nell'interesse

delle moltitudini, non mai di un partito. Anche i ministri sentirono

presto sopra di sé la forza di una volontà fatta: s'indussero perfino a

decorare, apparentemente per meriti verso la repubblica, i congiurati di

Strasburgo, e con tutto ciò non riuscirono a cattivarsi la soddisfazione

del padrone. Solo che il principe cercò di legare a sé la testa forte

del gabinetto, Tocqueville. Il quale però argomentò: «il principe vuole

creature, non già ministri». Inoltre il presidente, il 31 ottobre 1849,

annunziò all'assemblea nazionale che la repubblica abbisognava di una

guida unica e ferma; che perciò aveva dimesso i ministri e si era

circondato di uomini «tanto solleciti della responsabilità mia quanto

della loro». «La Francia», esclamò, «cerca la mano, la volontà, la

bandiera dell'eletto del 10 dicembre. Tutto un sistema ha trionfato il

10 dicembre. Il solo nome di Napoleone è un programma, e significa,

all'interno, ordine, autorità, religione, benessere del popolo, e,

all'estero, dignità nazionale». Principiò il governo personale.

Conformemente alle dottrine dell'idea napoleonica, vennero chiamati al

ministero specialisti come Fould, Rouher, Hautpoul, i quali

espressamente dichiararono di stare fuori dei partiti e di riconoscere

un solo partito, «la salute della Francia». La piega degli eventi, che

del resto risultava inevitabilmente dalla situazione di responsabilità

fatta dalla costituzione al presidente, era tale, che Tocqueville

convenne perfino: «forse il principe fa bene a mandarci via». Pochi

giorni dopo, a una riunione di dignitari della magistratura il

presidente insegnò, che la Francia aveva visto passare in varia vicenda

costituzioni e governi, e solo le creazioni dell'imperatore erano

rimaste!

La voglia di dominare dell'assemblea e la volontà sempre palese e vigile

del presidente si erano già azzuffate più di una volta in intrighi

odiosi. Fedele agli usi dissipati del tempo che era un fuggiasco, il

principe viveva in eterni imbarazzi di pecunia. Ma s'ingannava

l'assemblea, se sperava che la nazione avrebbe, come pel passato,

ripetute a dileggio le beffe di Cormenin su _Louis le désireux_.

Mormorarono i contadini della spilorceria dei deputati, quando il

presidente annunziò ostentatamente la vendita dei suoi cavalli; e il

fido Achille Fould trovò sempre nuovi speculatori pronti ad arrischiare

il loro danaro sulla grossa partita del principe. L'ostilità dei due

poteri, rattoppata cento volte miserabilmente, precipitò in fine ad

aperta rottura dopo la legge elettorale del 31 maggio 1850. Ognuno aveva

temuto disordini in conseguenza di cotesto attentato a quanto la nazione

aveva di più sacro, di cotesta grossolana offesa all'eguaglianza. Quando

il popolo, con tutto ciò, persisté nella sua ottusa infingardia, allora

in tutti i partiti si sollevò la questione: tale essendo il torpore

della nazione, anche un colpo di stato sarebbe tollerato? Si ridestarono

speranze antiche e angustie nuove. L'estate del 1850 vide tutti i

partiti monarchici affaccendati in alacre faccenda, e rivelò di nuovo la

profonda slealtà dei repubblicani dell'oggi. I legittimisti

pellegrinavano a Wiesbaden, gli orleanisti a Claremont. Thiers,

naturalmente, aveva inteso soltanto di esprimere il proprio rispetto

personale al vecchio re; più francamente, Berryer confessò di essere

andato a Wiesbaden a compiervi una missione politica. L'una e l'altra

manifestazione non ebbero successo. Anzi il duca di Chambord non era

adesso affatto disposto a un riconoscimento incondizionato del nuovo

diritto pubblico. E veramente tra gli orleanisti si annunziava il

disegno, che il duca Joinville concorresse al seggio presidenziale.

Anche per questo partito il giuramento alla costituzione non formava

alcun ostacolo; sarebbe prestato, come candidamente racconta Dunoyer,

solo sotto la tacita riserva, che la Francia avrebbe al più presto

ristabilita con mezzi pacifici la monarchia. Mancava però l'ardimento

della risoluzione.

Nel frattempo il presidente profittò destramente del favore del caso,

che gli permetteva d'inaugurare le ferrovie costruite dagli Orléans.

Percorse per la seconda volta il paese e civettò apertamente intorno al

favore delle moltitudini. «I miei migliori amici abitano nelle capanne,

non nei palazzi», esclamò agli operai delle strade ferrate della

Piccardia; e ricordò la parola dell'imperatore dei plebei: «il mio polso

batte all'unisono col vostro!», e lamentò con dolore, che la

costituzione gli avesse risecato il diritto di grazia. Mostrò a Lione

vivo interesse per la cassa di soccorso degli operai: l'applauso dei

setaiuoli gli aprì il cuore, e parlò loro come «rappresentante di quelle

due grandi manifestazioni nazionali che nel 1804 e nel 1848 si proposero

di salvare per mezzo dell'ordine i sublimi principii della Rivoluzione».

Anche più trasparente predisse, che l'amor di patria secondo le

circostanze avrebbe potuto comandare la rinunzia o la perseveranza, e

infine prese fervorosamente commiato: «sarebbe immodesto, se io vi

dicessi come l'imperatore: o Lionesi, io vi amo! ma permettetemi di

dirvi dal profondo del cuore: o Lionesi, amatemi!». E continuò a parlare

in cotesto stile, finché a Caen disse chiaro e tondo: «se il popolo mi

imponesse una nuova soma, sarebbe grave colpa da parte mia il sottrarmi

all'alta missione!». Nulladimeno, il tripudio delle moltitudini operaie

importava poco: i destini del paese erano librati sul puntone della

spada. L'odio dell'esercito contro ogni forma parlamentare continuava in

nulla disasprito anche sotto l'assemblea reazionaria. Si principiò col

disprezzare come chiacchieroni i generali africani: veterani imperiali e

giovani lanzichenecchi ambiziosi bramavano di porsi di gran lunga al

disopra dei benemeriti condottieri. Attivi faccendieri rinfrescavano

infaticabilmente i ricordi della gloria imperiale; e in cento caserme

spiccavano le effigie dell'uno e dell'altro Napoleone con sotto il

ritornello:

_Dieu nous l'a pris et Dieu nous l'a rendu!_

Al ritorno dal suo secondo viaggio, il principe passò la grande rassegna

sul piano di Satory: il vino corse a fiumi, e i soldati ubbriachi

gridavano: viva l'imperatore! La stampa europea scoppiò di nuovo in risa

di scherno sul povero pazzo: i bengali di Satory furono paragonati coi

tuoni di Austerlitz e il nipote ai fuochi con lo zio al fuoco. Non si

riflette alle tante volte che nell'età dei Cesari il destino del mondo

fu deciso con simili espedienti. Subito dopo, il generale Changarnier,

comandante delle forze armate di Parigi, fu rimosso, e furono divise le

sue funzioni e affidate a uomini ligi. Il generale aveva titubato a

lungo, tanto da essere la «sfinge» guardata con paura dai partiti in

lotta; in fine si buttò ai realisti, perché opinava di dominare il

principe e perché non penetrava la situazione del paese. Nemmeno una

compagnia, affermava pateticamente, aiuterebbe il presidente al colpo di

stato: «discutete in pace, o rappresentanti del popolo!». Così stavano

le cose, quando si riaprì dopo un breve aggiornamento l'assemblea

nazionale. S'incrociarono dall'una e l'altra parte accuse e contraccuse

furibonde, tutte egualmente giustificate, tutte egualmente ignominiose:

fedele riflesso di una vita pubblica menzognera, in cui gli uomini leali

si contavano sulle dita. Possiamo bene prestar fede al principe, che

spesso, davanti a coteste selvagge zuffe parlamentari l'animo gli

veniva meno. Il secondo anniversario della sua elezione, egli nel

palazzo di città dichiarò, che il suo era il solo potere legittimo, che

fosse sorto dal febbraio: piaggiò l'esercito, mutò i ministri a

piacimento. Diffidante, Thiers esclamò: _l'empire est fait._

Milioni di uomini sentivano, che questa lotta senza uscita tra i due

supremi poteri dello stato non poteva, non doveva durare. Una cupa

astiosità si appesantiva sul paese. Nessuno voleva esprimere la propria

opinione, perché da tutti si temeva; e nessuno poteva esprimerla, perché

la stessa fantasia degli uomini era mutila: non avevano alcun concetto,

alcuna idea dell'imminente futuro. L'ipocondrico scritto di Raudot sulla

decadenza della Francia, che fu una mortificazione per la boria

nazionale, contò, non ostante le esagerazioni, numerosi lettori.

Efficacia anche maggiore ottenne lo scritto brutale di Romieu sullo

«spettro rosso», con la sua faziosa requisitoria contro «il popolo,

questa bestia feroce e stupida». Gli almanacchi e i fogli clandestini,

di cui si nutriva la borghesia di provincia, si compiacevano d'infinite

invettive contro i nemici della proprietà. L'industria e il commercio

non erano in grado di elevarsi, la scienza e l'arte tacevano affatto. La

gente si consolava tuttora col pensiero, che cotesta era la conseguenza

dei giorni turbolenti; solo più tardi si riconobbe, che effettivamente,

dopo la febbre degli ultimi sessant'anni, la forza creatrice della

nazione era giaciuta alquanto tempo appassita.

Se non che, piú grave di tutte le sollecitudini del momento, premeva

l'ansietà degli enimmi del 1852, anno che avrebbe portato

contemporaneamente l'elezione del presidente e dell'assemblea nazionale.

Il clero, che da tre anni si era tenuto lontano dal pretendente, ora,

dopo la caduta della repubblica romana, era entrato con riconoscenza

tra le fila bonapartiste. Anche nei suoi viaggi il principe aveva

guadagnato molti aderenti col suo tatto obbligante. In effetto, dal

popolo non era amato menomamente, perché gli mancava l'opportunità di

mostrare la propria importanza alle moltitudini. Solo che ai vantaggi

che già da tre anni lo raccomandavano al popolo, se ne aggiungeva adesso

uno nuovo di assai maggior peso: Luigi Bonaparte si trovava già al

governo, e la nazione aveva orrore di qualsiasi incerta novità. E

siccome non si presentava contro di lui nessuno speciale candidato,

rimaneva indubbiamente stabilito, e nessun imparziale lo ha contestato,

che il popolo, contrariamente al disposto della costituzione, avrebbe

rieletto il principe. Il che era tanto sicuro, che nemmeno una

dichiarazione esplicita del presidente di non accettare la rielezione,

avrebbe distolto il paese dal suo proposito anticostituzionale. Quale

spettacolo, se il popolo avesse eseguito egli stesso il colpo di stato,

fomentando in ogni capanna la slealtà e l'indisciplinatezza; se migliaia

di funzionari, se l'intera Francia ufficiale avesse incitato la nazione

a lacerare lo statuto! Ma i rappresentanti popolari di una democrazia

erano poi autorizzati a osservare, contro la volontà del popolo sovrano,

la lettera di una costituzione divenuta impossibile? No, certamente: se

nel turbine delle contese di parte sopravviveva tuttora una favilla di

spirito patrio, l'assemblea nazionale doveva decidere il rimaneggiamento

legittimo della costituzione. Tale era la volontà del paese: 79 consigli

generali dei dipartimenti sopra 85 domandavano la revisione dello

statuto. Che dietro le richieste della revisione si nascondessero alcuni

motivi assai loschi, che non fosse sano rimettere in questione il nuovo

diritto pubblico fondato appena di recente; tutto ciò non meritava

considerazione a confronto con un depravamento politico senza pari e a

confronto con l'altro pericolo della guerra civile. Per quanto i

complici del bonapartismo abbiano favoleggiato a meraviglia sulle trame

sinistre dei rossi, è però certo, che la democrazia sociale preparava

per le elezioni del 1852 un ultimo colpo disperato. Una rete di società

segrete copriva di nuovo il paese come al tempo della Restaurazione.

Laggiù, nel Mezzogiorno, dominava la società dei montagnardi col suo

tenuto organo, _l'Ami du peuple_. In quelle provincie infiammabili

l'antico fanatismo borbonico era stato soppiantato da un fiero movimento

radicale, che aveva il centro a Marsiglia. Che le cospirazioni

comunistiche, anche esse, non vi fossero affatto spente, ciò è ormai

fuori dubbio dopo le recenti rivelazioni sull'Internazionale. Si doveva

rimanere inerti davanti al malanno che maturava? Il generale

Changarnier, quando fu arrestato la mattina del 2 dicembre, opinò che

avrebbero potuto risparmiarsi l'incomodo; tanto, la rielezione del

presidente era già assicurata. Gl'inconsiderati moralisti, che ripetono

tuttora cotesta affermazione e dichiarano il colpo di stato una violenza

superflua e inutile, non farebbero meglio a ponderare, se fra tutti i

colpi escogitabili, che avrebbero potuto ferire la Francia, il più

terribile non sarebbe forse stato proprio _le coup d'état populaire_,

vale a dire, la lacerazione dello statuto perpetrata dalla generalità

della nazione?

Con tutto ciò il quadro della situazione inauditamente intrigata non è

ancora compiuto. Data per certa la rielezione del principe, era

altrettanto assodato, che i contadini avrebbero rimandato all'assemblea

nazionale una maggioranza di reazionari realisti, giacché non esisteva

ancora per nulla un forte partito bonapartista preparato al parlamento.

Talché, anche la revisione dello statuto, se pur si fosse attenuta solo

a rendere possibile la rielezione del presidente, anticipava non altro,

che lo spettacolo di nuovi intrighi infiniti. Solo il ripristinamento

della monarchia, già da un pezzo invocata dalle moltitudini, e

propriamente della corona napoleonica, l'unica possibile allora, avrebbe

avuto virtù di ridare allo stato la salute; e, in effetto, il dilemma

«repubblica o monarchia?» fu seriamente dibattuto dalla commissione

parlamentare, che trattò della revisione nell'estate del 1851.

Un'eccellente relazione, dovuta alla penna di Tocqueville, propose

all'assemblea di decidere per la revisione. Ma l'accecamento della

Montagna e di alcuni avversari fanatici del presidente impedì che si

raccogliesse sulla proposta la maggioranza voluta di tre quarti

dell'assemblea. Il diritto esistente era insostenibile, la riforma era

preclusa dal voto del 19 luglio. Il problema del prossimo futuro,

secondo la parola cruda del radicale Schölcher, sonava: _à qui le

canon?_

V.

Il profondo disgusto che suscitano in ogni uomo retto i grossolani

panegirici della stampa bonapartista, non c'impediscono di riconoscere,

che in quel momento il presidente era il solo uomo che perseguisse uno

scopo politico chiaro, conseguibile. Già da mesi, tutti parlavano della

minaccia del colpo di stato, eppure in quell'infinito torpore della

nazione un atto violento sembrava altrettanto difficile quanto l'idea

della difesa. I partiti si corrodevano in vane leghe, preparandosi, dopo

la catastrofe, a giustificare la loro inerzia con la frase vuota: che il

disprezzo all'indegno presidente aveva impedito ogni vigilanza. Anche

Tocqueville non fece che abbracciare lo sconsolato partito di aspettare

il colpo di stato e d'intervenire in seguito, affinché almeno un lecco

delle civili libertà fosse salvo! Come ci appare sicuro e superiore, in

mezzo a una tale babele, il presidente! Nell'estate del 1851 intraprese

il suo terzo viaggio, e chi nelle concioni peregrinanti del principe

udiva la reiterata professione di fede immutabile allo statuto proprio

in uno con l'annunzio non metaforico del colpo di stato, doveva

convenire che la mancanza di coscienza dello zio aveva un degno erede. A

Digione il principe diede l'affidamento, ormai non più inconsueto, che

avrebbe seguito la voce del paese: «e, credetemi, la Francia nelle mie

mani non perirà»: e arrischiò una vivace spostatura contro l'assemblea

nazionale, che avrebbe approvate tutte le misure di rigore, rigettate

tutte le proposte di clemenza. Sebbene il _Monitore_ avesse soppresso il

passo, pure un nuovo turbine d'indignazione si scatenò nell'assemblea.

Né gli animi eccitati si calmarono, quando alcune settimane dopo, a

Beauvais, il principe pronunziò le evangeliche parole: «È confortante il

pensiero, che nei supremi pericoli sovente la Provvidenza presceglie un

solo a strumento di salvazione». Generalmente traspariva da questi

discorsi lo studio di presentare il bonapartismo come un sistema del

giusto mezzo, egualmente lontano sia dalle impossibili utopie che

dall'antico regime, «quali si fossero le forme in cui questo volesse

ammantarsi». Come mai in giorni siffatti Guizot potesse scrivere un

libro su Monk, e ciò nella speranza non dissimulata che il principe

seguisse il miserevole esempio di quell'eroe; cotesto era un mistero

anche pei devoti dell'impeccabile ministro.

Ma al presidente era riserbato un ultimo trionfo: la legge del 31

maggio. Sembra a noi del tutto ammissibile, che solo di contraggenio il

principe avesse dato il suo consenso a questa limitazione del suffragio

universale, il quale, del resto, costituiva il solo titolo legittimo

della sua dinastia: d'altra parte, egli non aveva facoltà d'impedire la

legge. E appunto di quest'opera inconsiderata decise ora di servirsi

come arme contro l'assemblea nazionale. La stampa bonapartista, con a

capo il sempre disinvolto Véron, aprì la campagna contro la legge. Di

più, il principe saggiò un tentativo, poi subito smesso, di approccio ai

democratici sociali, e finalmente il 4 novembre in un messaggio al

parlamento disse: «Nutrite voi forse meno fiducia di Noi

nell'espressione della volontà popolare? Ripristinare il suffragio

universale significa prendere la bandiera alla guerra civile e l'ultimo

argomento all'opposizione». Era quello, dopo il rigetto della revisione

dello statuto, un altro grosso sproposito del parlamento l'ostinarsi,

per odio al presidente, a tenere in vita una legge che tutti

confessavano insostenibile. E così il presidente apparve ora alle

moltitudini come il difensore della democrazia di contro a una casta

tirannica.

La Francia dal primo impero al 1871. Volume 2 · 第 4 / 20 段