Il fatto è questo, senz'altro: le popolazioni delle campagne volevano la

monarchia. Delle due dinastie borboniche la più recente era impossibile

per ora, la più antica per sempre. Né l'una né l'altra vantavano un

aspirante. Il disegno, ventilato da alcuni zelatori, di fondere i due

rami della casa Borbone, andò a monte, sia perché gli Orléans non

potevano rinnegare la propria origine rivoluzionaria, sia perché i

rigidi legittimisti erano più di qualunque altro partito ostinati

ferocemente nell'odio all'Orléans, compare dell'usurpatore. Perciò Luigi

Bonaparte rimase il solo presidente possibile, nel caso che la nazione

avesse voluto ristabilire il trono; e nello stesso modo come egli

acquistò il potere sol perché non c'era altro mezzo per riparare

all'improvvisata del febbraio, così il secondo impero si è retto fino a

oggi sostanzialmente per questo, che la nazione non sa che cosa potrebbe

sostituirlo. La stampa di sinistra non si stancava di gridare al popolo:

se eleggete Bonaparte, voi fondate l'impero. E una volta che, ciò non

ostante, il napoleonide fu nominato, per gl'imparziali non è più il

caso, dunque, di contendere sul sentimento monarchico dei contadini. Né

possiamo convincere di menzogna Luigi Napoleone, per avere egli, nel

proclama emanato a giustificazione del colpo di stato, presentato

l'elezione del 10 dicembre addirittura come una protesta contro la

costituzione repubblicana. Le numerose schede portanti la designazione

_Napoléon empereur_ e dichiarate nulle dai magistrati scrutatori, non

lasciavano il menomo dubbio sull'intenzione dei votanti. Le ingiurie dei

radicali erano servite soltanto a innalzare l'importanza del principe

nell'opinione del popolo delle campagne. Le comiche scese di testa

dell'avventuriero di Strasburgo e di Boulogne non impressionavano la

povera gente; alla quale anzi andava a genio, che il pretendente avesse

arrisicato due volte la testa pel fatto suo. E quando anche molti degli

elettori effettivamente tenessero il principe per un pazzo, non per

questo il _Journal des débats_ era autorizzato alla disperata invettiva:

«la Francia gioca, la Francia vuol giocare!». L'opinione degli elettori

giungeva in sostanza a dire: «noi giudicavamo ogni possibile forma di

monarchia come più salutare di questa repubblica»: e chi ha il coraggio

di tacciare di stoltezza un tale convincimento?

L'arma del pretendente, la potentissima fra tutte, era il nome. Di rado

un popolo è stato più barbaramente punito, per le vuote fantasie della

sua vanità nazionale. Le persone colte a furia di vagheggiamenti

fantastici avevano fatto dell'imperatore soldato un idolo; adesso

avrebbero toccato con mano, che anche nel secolo decimonono vivevano

milioni di uomini che credevano all'idolo. Contro ogni aspettazione,

l'esercito in principio si mostrò poco sensibile alla malia del gran

nome militare. Certo, la stella di Cavaignac era sul tramonto anche nel

mondo militare. Gli ufficiali si aspettavano, che egli presto avrebbe

cacciato via l'assemblea nazionale con un napoleonico _le règne du

bavardage est fini!_ giacché tra loro non aveva misura l'odio contro i

_pékins_, cioè i ciarloni, gli avvocati. Quando invece serbò, col

concorso di Charras, Lamoricière, Leflô, un irreprensibile contegno

parlamentare, l'autorità del generale africano principiò ad affievolirsi

nelle truppe. Ma siccome il pretendente era egli stesso un _pékin_, il

suo nome riuscì a soppiantare solo in alcuni reggimenti quello del

valoroso generale. Gli uomini delle grandi guarnigioni erano in parte

conquistati al comunismo. Insomma l'armata, che avrebbe deciso un tempo,

come ognuno presentiva, del destino della Francia, era apertamente

divisa di sentimento. Né, oltre le due forze prepotenti dell'istinto

monarchico e della gloria napoleonica, si contavano le ragioni

concorrenti, che presso i partiti facevano inclinare la bilancia dalla

parte del principe. Un grande gruppo realista credeva fermamente, che il

principe avrebbe costituito per loro il ponte di passaggio: un

pretendente per l'altro pretendente! La più preziosa virtù del triste

sciocco non sarebbe altro che la buona volontà di sobbarcarsi. Molti

socialisti pensavano egualmente: il principe sarà presto logoro; allora

verrà il momento per noi. Altri, per contro, opinavano alla disperata,

come il Saint-Arnaud nelle sue lettere: «il principe è l'ignoto, e la

salvezza posa tuttora nell'ignoto». Infine parecchi furbi facevano

questo calcolo: «se nessuno dei candidati raccoglie due milioni di voti,

l'elezione tocca all'assemblea nazionale, che senza dubbio designerà un

repubblicano azzurro»; e per conseguenza si accordavano a favore del

principe.

Il governo si proponeva di mandare commissari nelle provincie, per

«indagare» sull'opinione del paese; ma dové astenersene, perché ogni

ricordo della Convenzione suscitava i contadini a rivolta. In tal modo

gli agenti del principe si trovarono ad avere le mani libere; e

dimostrarono al mondo, che il suffragio universale provocava una nuova

tattica di partito, più grossolana e senza scrupoli. Furono messe in

giro le più grosse contafavole, quanto più assurde, tanto più efficaci:

il principe intendeva di distribuire al popolo i duemila milioni

ereditati dallo zio, e rimettere tutte le imposte per due anni.

Cantastorie e figurinai giravano pei villaggi celebrando la magnificenza

dell'impero; e riportava dovunque un gran successo la poesia sublime di

quella canzone da organetto, che dobbiamo alla musa di Emilio Girardin:

Si vous voulez un bon,

Prenez Napoléon!

Con quanto fervore qualche buon contadinotto credette davvero, che il

vecchio imperatore in persona fosse ritornato! Il principe, che si era

atteggiato a erede della Rivoluzione per lo spazio di due decenni,

adesso di botto, siccome i fanatici del quieto vivere e dell'ordine

miravano a lui, si offrì alle speranze degli ultraconservatori. A questi

nuovi alleati aveva prestato un pegno dei suoi buoni sentimenti fin dal

tempo che era a Londra; infatti, durante le agitazioni dei cartisti,

egli si era ascritto come artigliere. «Il mio nome è il simbolo

dell'ordine e della sicurezza», diceva il suo manifesto elettorale. Egli

si designò protettore della famiglia e della proprietà: ai francesi

sarebbe di nuovo permesso «di contare sopra un domani». Nessuno tra i

repubblicani volle credere, che il povero pazzo avesse steso da sé

questo manifesto così bene scritto e così accortamente ponderato;

nessuno notò, che l'ultima proposizione dell'appello consonava parola

per parola con la conclusione del proclama, che un tempo a Boulogne fu

sequestrato all'avventuriero. Solamente quelli che accostarono il

principe e pensarono di dominarlo, non tardarono a fare esperienza, che

sotto le sue maniere flemmaticamente bonarie si celava la fermezza

dell'autocrata. Avvicinandosi il giorno delle elezioni, lo stesso

Cavaignac non poté più dubitare del sentimento monarchico dei contadini;

perciò una forte maggioranza di voti a favore del principe era ritenuta

per lo meno possibile. Ma all'estero, dove ogni conoscenza della Francia

era attinta unicamente alla stampa parigina, il risultato dell'elezione

produsse una sorpresa indescrivibile. Tra tanti milioni di uomini, solo

Cavour aveva nel novembre tranquillamente predetto, che tra poco le

famose misure energiche della rivoluzione sarebbero approdate a questo

risultato: Luigi Bonaparte ascenderebbe al trono imperiale.

Il 10 dicembre, racconta un bonapartista in delirio, «di botto il

pensiero del popolo venne fuori trionfante, potente, completo,

irresistibile, come il fiore dell'aloe, che d'un colpo tonante sboccia

in un attimo e si spande». Riuscito eletto il pretendente da più di

cinque milioni e mezzo di voti, la capitale era schiacciata dalle

provincie, la borghesia dai contadini; e, insiememente, precipitavano

d'un colpo le tacite speranze dei realisti, perché l'espettazione, che

il principe avrebbe spianato la via alla monarchia, riposava sulla

supposizione, che avrebbe potuto ottenere non più che una debole

votazione. Ora, invece, egli veniva a trovarsi potentemente collocato al

disopra dei partiti, coperto dalla colossale maggioranza della nazione.

La natura delle cose gli consigliò di lasciare che i vecchi partiti si

dissolvessero completamente. Parenti e parassiti, lacché e cacciatori di

posti, e la pompa e il fasto di una corte regale accolsero il

presidente, quando salì dalla semplicità repubblicana alla cerimonia del

giuramento nel palazzo dell'Eliseo. Quel giorno stesso, però, egli

disse: «io so bene di dovere un minimo di voti alla mia persona, alcuni

ai socialisti e ai realisti, e quasi tutti al mio nome». Parola modesta;

solo che, purtroppo, conteneva questo annunzio: la legittimità della

quarta dinastia è ristabilita!

IV.

Le lotte parlamentari che ora ardono come le ultime lingue di fuoco di

un cratere spento, fanno vivo riscontro, per la loro cruda veemenza

accoppiata nello stesso tempo all'impostura impotente, con le languenti

contese di parte, che un tempo turbarono la nazione dopo la caduta del

dominio del Terrore; salvo che sono anche più imbelli, più indegne, più

bugiarde di quelle. Un presidente imperiale, un'assemblea nazionale in

preponderanza realista e una costituzione repubblicana nata morta

componevano le tre forze motrici dello stato: la Francia, notavano con

malizia i democratici sociali, si era ingabbiata nella sua nuova carta

come in uno strangolatoio. Se, infatti, il presidente avesse voluto

mantenere, anche malgrado dell'assemblea nazionale, il potere monarchico

di cui godeva come capo dell'amministrazione, sarebbe stato fermato

sulla sua via dal principale ostacolo: la completa mancanza nel

parlamento di un partito bonapartista visibile. Cotesta situazione

innaturale decise sostanzialmente il corso irresistibile degli eventi;

il quale era immutabilmente prefisso, giacché la pacifica classe

agricola, che era il sostegno del bonapartismo, non contava nel suo seno

rappresentanti politici in parlamento. Per gli altri quattro partiti,

legittimisti e orleanisti, repubblicani e socialisti, sorgeva

irrefutabile la questione: era lecito disprezzare l'ambizione di

quell'uomo, il quale aveva sotto di sé il potere esecutivo, e aveva alle

spalle la forza morale di cinque milioni e mezzo di suffragi? E

l'assemblea nazionale, che mancava essa stessa di appoggio nel popolo,

non era tenuta a cercare un terreno d'intesa con la nuova forza della

tirannide popolare? Lo spirito di parte fu più forte di tali

considerazioni patriottiche. Si era formato il tacito accordo, come

disse Thiers, che nessun partito avrebbe sfruttato la repubblica a suo

pro. Il che vuol dire, che ogni partito segretamente sperava di sentir

presto battere l'ora del proprio dominio, e che era deciso a non cedere

il passo a nessun altro. Tanto meno a quello sciocco di presidente.

Tra tutti gli errori in cui i partiti possono incorrere, il più

perdonabile è senza dubbio l'inverso giudizio fatto di un uomo politico

entrato da poco nelle lotte della vita pubblica; eppure la media degli

uomini rimette più volentieri qualunque altro errore, fuori di questo.

La lotta dei liberali contro il conte di Bismarck ha condotto anche noi

tedeschi a fare la poca onorevole esperienza, che solamente alla banale

vanità sembra una degradazione personale il riconoscimento

dell'importanza di un avversario preso in dileggio. A Parigi gli

avvertimenti del conte Molé e di pochi altri imparziali erano fatti al

vento: la maggioranza dell'assemblea nazionale non volle adattarsi a

rispettare in pace il presidente. Non lo avevano conosciuto prima, e non

vollero conoscerlo ora. Il suo primo messaggio al parlamento offriva un

lucido prospetto della situazione del paese; ma lo stesso stile senza

frasi, lo stesso riserbo da uomo di stato emanante da quell'atto valse

come una novella prova dell'inettitudine del presidente. Il principe era

e rimaneva un pazzo, uno «zolfanello», uno straccione animato

dall'ambizione banale di pagare i vecchi debiti e contrarne dei nuovi,

di sentirsi chiamare monsignore, di tenere serve e cavalli, e via

dicendo: il tutto sul tono di quelle finezze, di cui Victor Hugo il

Grande ha vuotato il sacco addosso a Napoleone il Piccolo.

Il principe era pervenuto alla sua carica in nome dell'«ordine», e

conseguentemente «si circondò di uomini d'ordine di tutti i partiti».

Principiava l'êra desolante della reazione europea, giacché di tutti

gli stati provati dalla tempesta del marzo il solo piccolo Piemonte

mostrò l'energia morale di serbarsi fedele alle idee liberali. Per farsi

riputazione nell'Europa bramosa di pace, il principe doveva appoggiarsi

ai conservatori. Sul complice e zelatore di tale reazione contava

l'assemblea nazionale che, eletta nella primavera del 1849, era

presieduta da Dupin con sfacciata partigianeria. L'elezione si era

risoluta in una nuova protesta del popolo contro la rivoluzione di

febbraio. I repubblicani moderati perderono quasi tutti i seggi,

essendosi la loro alleanza coi fanatici dell'ordine già sciolta fin

dall'autunno precedente. La colossale maggioranza degli eletti era di

reazionari, vale a dire di realisti. Il club bonapartista della via

Montmartre si era fuso col grande club dei così detti moderati della via

Poitiers: in generale i contadini bonapartisti elessero candidati

realisti, perché costoro erano i soli reazionari colti che essi

conoscevano, e che erano loro raccomandati dal parroco. Soltanto dalle

urne delle grandi città sortirono in copia i nomi democratici sociali;

ragione sufficiente per rinfocolare da capo la rabbia di partito dei

reazionari.

Nel giugno del 1849, quasi contemporaneamente con l'apertura di questa

camera, scoppiò a Parigi e a Lione una rivolta repubblicana prestamente

domata: passò di nuovo sul paese la follia del terrore, solo che adesso

il terrorismo dei «moderati» non conobbe più limiti. «È tempo», diceva

un proclama del presidente, «che i buoni prendano coraggio e i malvagi

tremino». Gli stessi uomini, che prima avevano dichiarato intollerabile

la temperata severità delle leggi di settembre, a stento ora riuscivano

a sfogarsi nei provvedimenti di arbitrio contro i repubblicani. Senza

esitazione Odilon Barrot da ministro ricorse contro le riunioni popolari

alle stesse leggi scadute fin dal 1793, che Guizot nel febbraio aveva

esumate contro Barrot e le adunanze riformiste. Il governo venne

autorizzato a chiudere tutti i clubs politici e a proibire le

associazioni operaie pel miglioramento del salario. Il consiglio

municipale di Parigi fu nominato dal presidente, e fu limitata per gli

operai la libera elezione di domicilio nella capitale. Frattanto si

susseguivano le deportazioni: con quale frequenza echeggiava a Lambessa

il disperato grido dei prigionieri: «giudici o morte»! L'estremo

fascino, che circondava tuttora il gran nome della repubblica, andò

perduto in cotesti saturnali della reazione. Parve perciò

comprensibilissimo, che gli alberi della libertà nel gennaio del 1850

fossero rimossi dalle piazze di Parigi. Come un tempo il primo Napoleone

ebbe poco da aggiungere alle leggi eccezionali repubblicane del 18

fruttidoro, così ora il secondo impero deve ai predecessori la più parte

dei più famigerati provvedimenti di sicurezza del suo dispotismo. Per

esempio, il prescritto draconiano che all'autore del più piccolo

articolo di giornale fa ordine di sottoscriversi, è un benefizio della

repubblica. I compagni di Luigi Blanc e di Albert erano in esilio fin

dall'estate del 1848; nel giugno del 1849 il medesimo destino toccò a

Ledru-Rollin e ai suoi prossimi seguaci. I pochi superstiti della

Montagna schiumavano di rabbia; e chi in una adunanza vedeva esplodere

l'uno contro l'altro questi due opposti irreconciliabili, il

materialismo sfrenato e il gretto furore pretesco, sentiva che il giorno

della libertà era tramontato. «Il popolo è l'insurrezione, _les

assommeurs sont incalomniables_»; così gridava la destra. Perfino uomini

miti e coltissimi, come per esempio l'economista Carlo Dunoyer,

diventarono reazionari fanatici in quelle lotte furibonde dei partiti:

qualunque richiamo alla necessità di un'amnistia suscitava a tumulto

tutte le passioni comuni dei moderati. Finalmente nella primavera del

1850, nei giorni in cui l'elezione del socialista Eugenio Sue a Parigi

fece correre di nuovo i brividi addosso ai possidenti, la reazione

celebrò il suo ultimo trionfo: la legge del 31 maggio depennò dalle

liste tutti gli elettori che non potevano dimostrare di dimorare almeno

da tre anni nella loro residenza abituale. In tal modo la grande

maggioranza dei lavoratori, cioè tre milioni su dieci milioni di

elettori, fu defraudata del voto. Esultò la maggioranza, inebbriata

dalla vittoria; presto però avrebbe appreso, che il famoso «capolavoro

della restaurazione sociale» segnava il principio della fine.

La maggioranza rivelò sfrontatamente, come al tempo del re borghese, il

proprio egoismo di classe, anche nelle questioni non strettamente

politiche. Chi esemplificava a questi industriali il libero scambio

degli stati vicini, si sentiva rispondere con scherno: «gli altri popoli

mandino pure in malora le proprie officine in grazia delle vuote teorie;

tanto meglio per la nostra industria protetta!». Concordavano in

siffatte idee tutti i giornali, dal repubblicano _National_

all'_Univers_ ultramontano. Il disegno di legge doganale liberale di

Sainte-Beuve fu messo da parte, il ministro liberoscambista Buffet e

Leone Faucher furono costretti ad accordarsi davanti alla paura dei

protezionisti, e il trattato di commercio col Piemonte non si poté

rinnovare se non sotto date limitazioni, perché il Piemonte in fatto di

navigazione non era da annoverarsi tra i piccoli stati innocui! Era

insolenza quella di Massimo d'Azeglio, quando fin dall'aprile del 1849

scrisse canzonando al suo amico Rendu: «il vostro stato lo chiamate

ancora repubblica?».

L'assemblea nazionale consumava le proprie forze in siffatti espedienti

del furore partigiano e dell'egoismo sociale. Anche il solo prodotto

durevole di cotesti legislatori, la legge sull'istruzione del 15 marzo

1850, portava il vasto suggello della mentalità di partito. Subito dopo

l'assunzione del presidente, il ministro ultramontano Falloux nominò

una commissione per la sistemazione della scuola: era presieduta da

Thiers, volteriano. Non invano gli _Annales de la propagande de la foi_

erano diffusi nel paese in 170.000 esemplari, né invano il vescovo

Dupanloup faceva da anni il panegirico delle idee dell'89. Il clero si

era accostato alla repubblica con pia sommissione, per impetrare subito

alla Chiesa la libertà d'insegnamento e di associazione. Laddove i

liberali avevano esitato finora a rinvigorire la potenza della Chiesa,

che era l'unica forza sociale serbante tuttora una certa indipendenza di

fronte all'onnipotenza dello stato, ora invece la paura economica

invocava l'ordine a ogni costo. La solidarietà degl'interessi

conservatori esigeva che il clero plasmasse e educasse uomini quieti di

spirito. In nome dell'ordine, volteriani e ultramontani stretti in bella

unione decisero non solamente l'abolizione dell'assolutismo

nell'università di Parigi; il che era nei desiderii di ogni animo

libero; ma l'assoggettamento dell'istruzione letteraria all'influenza

della Chiesa. Quattro vescovi entrarono a far parte del consiglio

superiore della pubblica istruzione, e insieme con loro, per ragioni di

decenza, anche alcuni rappresentanti degli altri culti: la Chiesa fondò

scuole a volontà, e lo stato non richiese più alcun titolo d'idoneità

scientifica dagl'insegnanti ecclesiastici.

Anche nella politica estera si manifestò lo stesso cieco zelo di

settarismo rivoluzionario. Nella contesa per la costituzione tedesca la

Francia naturalmente si schierò allato all'Austria. Solo quando il

principe di Schwarzenberg mise avanti il suo disegno di fondazione di un

impero di settanta milioni di sudditi, solo allora a Parigi si

spaventarono: temerono da una tale proposta, innocente anzi che no, un

rafforzamento della Germania, e fecero minacce persistenti a Berlino e a

Vienna, fino a quando l'Austria non rifiutò l'adesione dei suoi stati

alla confederazione germanica. La questione italiana, tirata avanti tra

i peccati di omissione del passato anno, era adesso interamente caduta.

Quando poco prima dell'impresa di Novara il re Carlo Alberto domandò

aiuto a Parigi, il presidente era propenso a consentire alla proposta;

ma i ministri temerono l'ambizione del Piemonte, e la Francia si tenne

spettatrice inerte del dominio della sciabola rafforzato di nuovo

dall'Austria nel Mezzogiorno di Europa. Per tutto l'anno 1849 il

presidente serbò una grande inclinazione a dare man forte al Piemonte;

ma lo ritenne il quietismo, lo spirito reazionario dell'assemblea

nazionale. Si contentò di prevenire la Toscana dall'adesione a una

unione doganale austriaca.

Tanto meno parve tollerabile l'intervento armato degli austriaci e dei

napoletani a Roma. Ma gli uomini d'ordine tuonarono contro il

radicalismo magnanimo degli ardimentosi triumviri romani, gli

ultramontani lamentarono il derubamento del _Patrimonium Petri_, e anche

protestanti liberali, come Coquerel, in quei giorni di felicità

reazionaria levarono al cielo il papa come il migliore amico della

libertà. Da tali imbarazzanti contraddizioni sorse in fine il disegno,

che la Francia sarebbe intervenuta a favore del papa, insieme, e della

libertà. Luigi Bonaparte previdentemente, fin da prima della sua

elezione, aveva cercato di destreggiarsi tra le due direzioni: il due

dicembre scrisse al nunzio, che non aveva niente di comune in Roma col

cugino radicale Canino, e che egli voleva il ristabilimento dello stato

pontificio; cinque giorni più tardi scrisse sul _Constitutionel_, che,

non ostante tutto, non approvava la spedizione a Roma. Quando salì al

governo, l'impresa romana era già cosa conclusa, e l'uomo che un tempo

aveva indetto guerra al papato temporale, fu condotto a limarsi per

cinque mesi nel tentativo impossibile di far giustizia nello stesso

tempo al papa e al liberalismo. Il primo atto importante di politica

estera della repubblica, la quale «non doveva mai movere guerre contro

la libertà degli altri popoli», si aprì con uno strappo alla

costituzione; la prima spedizione guerresca del napoleonide, con una

rotta. La nuova assemblea nazionale spinse finalmente le cose alla piega

decisiva. Radunatosi questo parlamento reazionario, l'agente diplomatico

liberale Lesseps fu richiamato, e rinnovato con sanguinoso calore

l'assalto a Roma. Cadde la repubblica romana, prostrata dalle armi della

libertà francese: la Francia prestò servizio di birro al papato di

ritorno, e gli ultramontani tripudiarono sulla rovina dei demagoghi

senza Dio. Era palmare, che la politica dell'intervento della Francia

aveva riportato a Roma lo stesso premio, che in Ispagna al tempo di

Luigi XVIII: i più gravi sacrifizi di danaro, di uomini e di riputazione

tornarono unicamente a profitto della potenza dell'Austria e del partito

reazionario. È indubitabile, che il principe non desiderasse menomamente

un ripristinamento incondizionato del papa re; anzi Gioberti stesso

attesta con quanto zelo Tocqueville, ministro degli esteri, si

adoperasse per ottenere garanzie in pro dei diritti politici dei romani.

Se non che il presidente non aveva la forza di resistere alla foga

reazionaria dell'assemblea nazionale; né al napoleonide era consentito

di lasciare invendicata la rotta delle armi francesi. Cacciato l'eroico

manipolo di Garibaldi e ristabilito l'antico sgoverno, il principe

indirizzò a Edgardo Ney la famosa lettera, che domandava per lo stato

pontificio amnistia, amministrazione laica, principii liberali di

governo e il codice Napoleone. Il che non era un richiamo valevole pel

momento, giacché il presidente conosceva bene, mentre scriveva,

l'implacabile odio vendicativo della Curia; era una riserva per

l'avvenire e, insieme, un segno ai liberali di Europa, che il principe

non aveva ancora rinunziato per sempre ai sogni rivoluzionari della

giovinezza.

La Francia dal primo impero al 1871. Volume 2 · 第 3 / 20 段