all'interno, disprezzato e quasi senza volontà all'estero. Di tale
condizione era degna anche la nuova costituzione repubblicana, che
indubitabilmente, fra le tante costituzioni nate morte di quell'anno,
era la più assurda. Della commissione costituente dell'assemblea
nazionale facevano parte diversi uomini segnalati, come Tocqueville; e
di aver menato a termine un'opera tanto incongruente la colpa fu la
falsa situazione di questa repubblica mal suo grado. La lotta quotidiana
e logorante per la sicurezza dell'avere e della vita non profittava
certo a idee politiche feconde. I legislatori non potevano sottrarsi
alla convinzione, che la Francia abbisognava di un governo forte; ma
nello stesso tempo temevano l'arbitrio di una Convenzione e anche più
l'usurpazione di un presidente ambizioso. E si sperava di sfuggire a un
tal pericolo proclamando l'idea dottrinaria, né ancora pienamente
attuata in nessuno stato del mondo, dell'assoluta divisione dei poteri
come il supremo principio di ogni governo libero. Il popolo sovrano
trasferì il potere legislativo a un'assemblea nazionale, che siedé in
permanenza per lo spazio di tre anni senza potere essere disciolta.
Quando di tanto in tanto si aggiornava, nominava a rappresentarla una
commissione dal proprio seno; e quando spirava il termine del mandato,
una commissione nuovamente eletta ne prendeva subito il posto. Nulla, il
puro nulla era stato previsto per tutelare questo corpo di 750 membri
dalle decisioni avventate: ogni legge che aveva deliberata, entrava in
vigore un mese dopo, nei casi urgenti anche tre giorni dopo
l'approvazione. Si poneva appena mente, che la stessa democrazia
dell'America del Nord non ha rinunziato a quella fonte di mutui
emendamenti e temperamenti, che costituisce il sistema delle due camere.
Ma quello che decise il sistema della camera unica non fu lo zelo di
eguaglianza dei radicali né furono le condizioni sociali di un popolo
che è fuso in una massa compatta di contribuenti, sibbene la paura
sociale dei possidenti. Noi abbiamo bisogno della dittatura, e la
dittatura non comporta partizioni; solo l'unità del potere assicura
l'ordine: tali erano le considerazioni reazionarie, che indussero la
maggioranza alla sua decisione radicale. Alla repubblica una e
indivisibile corrispondeva la camera una: non si volle vedere, che solo
i governi dispotici godono il privilegio della semplicità. In tal modo
parve effettuato quello spauracchio di una legislatura senza limiti, che
mosse un tempo Mirabeau ad esclamare: «io preferirei di vivere a
Costantinopoli piuttosto che in Francia sotto il dominio di un
parlamento siffatto!».
Ma sotto questa assemblea teoricamente onnipotente era un presidente,
capo del potere esecutivo, della _force publique_. L'idea di porre un
collegio a capo del potere esecutivo ebbe pochi sostenitori. Le tristi
esperienze raccolte sotto il Comitato di salute pubblica, sotto il
direttorio, sotto il governo provvisorio preoccupavano in modo purtroppo
comprensibile: l'intima natura di questa nazione tendeva a un solo
dirigente, vale a dire alla monarchia. La Francia a quel tempo contava
in impiegati e in cittadini stipendiati dallo stato per pubblici servizi
535.365 persone, di cui 18.000 funzionari e pensionati della legion
d'onore e 15.000 _cantonniers_, senza computarvi il numero, che non fu
calcolato, degli agenti del ministero del commercio. Aggiungiamo le
forze di terra e di mare quasi altrettanto numerose; consideriamo
inoltre, che la Rivoluzione aveva distrutto quasi tutti i poteri
indipendenti, e che da secoli dipartimenti e comuni, istituti di
beneficenza e privati erano parimente avvezzi a richiedere di più
sussidi lo stato, e vedremo emergere chiaro, che il capo di una siffatta
amministrazione era il monarca, col suo vero titolo che avrà sempre. E
cotesto uomo potente era il nemico nato della costituzione, perché
questa proibiva che fosse eletto! Per colmo, l'assemblea nazionale diede
al presidente una consacrazione, che nel mondo moderno vale più
dell'olio di Rheims: doveva essere eletto direttamente dal popolo
sovrano. Invano i seguaci sinceri della repubblica diffidarono di una
siffatta tirannide popolare, che in uno stato accentrato eguaglia
apertamente il panteismo politico. Il socialista Felice Pyat predisse in
un memorabile discorso il destino imminente: un presidente eletto in
questo modo potrà dire all'assemblea nazionale: «io solo ho dietro di me
tanti voti quanti voi tutti insieme, io solo valgo pel popolo più di
qualunque vostra maggioranza». A tale considerazione la gente ingenua
non diede peso, pensando che il presidente era eletto in autunno e
l'assemblea nazionale era rieletta da capo nel successivo maggio, e che
perciò l'assemblea veniva a godere da parte del popolo la fiducia più
recente e più efficace. Altri nutrivano preoccupazioni morali rispetto a
un'elezione del presidente fatta dall'assemblea nazionale: ciò valeva
quanto corrompere l'assemblea, porre le redini dell'amministrazione
nelle mani di una mediocrità ligia e, in conclusione, fondare un dominio
come quello della Convenzione. La maggioranza dell'assemblea era
ispirata dall'odio alla repubblica: voleva stabilire un potere autonomo
accanto al parlamento, per poi, all'occorrenza, ripristinare il trono.
Donde seguì che i repubblicani sinceri si accordarono per la più parte
a seguire la via meno popolare, cioè a propugnare l'elezione del
presidente fatta dall'assemblea; i monarchici occulti, invece, seguivano
la regola radicale dell'elezione popolare.
Da una parte si attribuiva al presidente una incalcolabile potenza
morale, dall'altra il suo potere veniva sospettosamente circondato da
limiti legali, che per un uomo onesto erano superflui, per un uomo senza
coscienza erano vani. Il presidente era il capo supremo dell'esercito,
nominava tutti gli ufficiali, ma gli era inibito di vestire l'uniforme e
di comandare personalmente il minimo reparto di truppa: il che era
un'offesa grossolana a tutte le consuetudini e alle idee tradizionali
dell'esercito francese. Gli era assegnato un appannaggio, troppo alto
per la virtù di un repubblicano, ma miseramente gretto per le pretese,
che la Francia era abituata da secoli a esigere dal capo dello stato: il
povero diavolo, che invidiava ai deputati la loro paga giornaliera,
rimpiangeva malvolentieri i tempi dei re. Il presidente aveva la facoltà
di proporre leggi all'assemblea nazionale, ma non godeva del diritto di
veto, e solo poteva rimandare alla camera i disegni di legge per la
ripresa in esame. Talché è obbligato a portare la responsabilità
dell'applicazione delle leggi, che disapprova. Di più. Non solo è
condannato a stare per tre anni accanto a un'assemblea nazionale ostile,
senza punto il diritto dell'appello al popolo per comporre il dissidio;
ma si esige anzi, che il presidente personalmente responsabile scelga il
suo ministro parimente responsabile dalla maggioranza del parlamento.
Sicché la maggioranza viveva sotto una tale ossessione di idee
monarchiche, da pretendere anche dalla repubblica lo stesso regime
parlamentare concepibile solo con la monarchia!
E mentre si finse di vivere a repubblica, fu mantenuto poi inalterato il
dispotismo amministrativo di Napoleone, salvo alcune modificazioni
sconclusionate. Fu estesa la competenza del consiglio di stato in
materia di ordinanze, e devoluta la nomina dei suoi membri per sei anni
all'assemblea nazionale: che era evidentemente un'insensata infrazione
al principio della divisione dei poteri. In tal modo il presidente
responsabile, sia nella deliberazione e preparazione dei disegni di
legge, sia nell'interpretazione delle norme amministrative, doveva
seguire la via prefissa da uomini, che non godevano la sua fiducia.
Finora il consiglio di stato era il custode dello spirito di classe e
della tradizione burocratica. Come mai l'imperiosa burocrazia avrebbe
tollerato, che cotesto architrave dell'amministrazione fosse aperto alle
oscillazioni delle lotte parlamentari? I legittimisti domandarono, per
le ragioni ambigue che sappiamo, l'autonomia dei comuni; ma la
maggioranza del parlamento rigettò, con la stessa risolutezza mostrata
un tempo dalla Convenzione, ogni raccostamento al modello americano. La
repubblica una e indivisibile guardava con vigile diffidenza qualunque
moto tendente nelle provincie all'autonomia; e come i negozianti di
Marsiglia si costituirono in associazione per ottenere la rimozione
delle oppressive misure di quarantena, corse pei fogli parigini
l'allarme, che il federalismo della Gironda alzava nuovamente il capo!
L'amministrazione dei dipartimenti e dei comuni rimase sostanzialmente
quale era sotto il re borghese: un tentativo sconnesso e dilettantesco
di riforma fu arrischiato solo nei sottodistretti di dipartimento. Il
circondario per l'innanzi era amministrato dal sottoprefetto con
l'assistenza di un consiglio distrettuale, mentre il cantone,
suddivisione del circondario, non aveva alcuna importanza
nell'amministrazione e valeva puramente come circolo giurisdizionale del
giudice di pace. Ora, invece, il sottoprefetto di botto veniva a
comandare egli solo nel circondario, e corrispondentemente s'istituiva
in ogni cantone un consiglio cantonale eletto. A questo proposito,
legittimisti come F. Bechard e radicali come Lamennais avevano sovente
ricordato, che la maggioranza dei comuni locali erano troppo piccoli per
l'amministrazione autonoma. Per la qual ragione si pensò di stabilire
nel cantone il centro di gravità di una nuova autonomia. Ma i singoli
membri non permisero di venire staccati ad arbitrio dalle giunture
ferree dell'amministrazione napoleonica. Questo stato non tollera
consigli amministrativi eletti, ai quali non presieda come capo
deliberante un funzionario governativo: ragion per cui i consigli
cantonali non entrarono mai in vita. Le sole riforme effettive, che
l'amministrazione introdusse in questo campo, consisterono nel
ripristinamento dell'inamovibilità dei giudici abolita nei giorni della
vertigine rivoluzionaria, e nell'istituzione di un tribunale che
decidesse sui conflitti di giurisdizione. Anche l'esercito rimase qual
era: l'egoismo degli abbienti non volle ammettere, che la famosa
eguaglianza di tutti i francesi portava di conseguenza l'universalità
del servizio militare obbligatorio.
Domandiamo ancora una volta: in che cosa il capo supremo di questo stato
burocratico si differenzia da un re? Manca al potere monarchico del
presidente il carattere ereditario. Ma chi ripensa al destino toccato a
Luigi XVI, a Carlo X e a Luigi Filippo, ascolterà non senza un sorriso
l'affermazione, che la moderna corona francese sia stata ereditaria. Gli
mancava, inoltre, il veto: ma il diritto di veto era esercitato dai re
francesi tanto di rado, quanto dagl'inglesi. Gli mancava, infine,
l'irresponsabilità; ma chi può sul serio affermare, che quei tre re non
abbiano portato alcuna responsabilità? Anzi, per l'appunto il
presidente, solo che fosse mediocremente un uomo, si vedeva costretto a
una guerra di vita e di morte contro l'assemblea nazionale. E siccome i
legislatori lo presentirono, con fiscalità avvocatesca provvidero che il
presidente, non appena usurpasse le attribuzioni dell'assemblea
nazionale, fosse spogliato sul momento dell'ufficio, che fosse
immediatamente convocata la suprema corte di giustizia, e via dicendo.
Ma anche tali minacce rimasero senza effetto davanti all'onnipotenza
dello stato burocratico napoleonico; onde si venne a ricorrere a
un'estrema garanzia: il presidente doveva giurare la costituzione.
Mirabile cecità! Tutti i giuramenti politici erano stati aboliti, e
l'intera nazione aveva richiesto il diritto di non essere legata alle
istituzioni dello stato per mezzo di obblighi di coscienza. Ciò era una
giusta conseguenza della libertà dei culti. E l'unico uomo il quale
possedeva come nessun altro la potenza e la voglia di lacerare la
costituzione, egli solo doveva giurare! Non gli sarebbe bastata la
coscienza di alzare il braccio, caso mai avesse voluto cogliere il
frutto del dominio che gli pendeva seducente innanzi agli occhi. Ma, se
in qualsiasi circostanza è sempre una difformità e un'imprudenza
accampare terribili pretensioni che avanzano di troppo la media della
virtù umana, come ci appaiono per altro miserabili cotesti legislatori,
i quali presumevano di aver salvato la rocca di una costituzione
insostenibile, sol perché ne scaricavano la responsabilità della
resistenza sulle spalle di un terzo!
Per conseguenza non riesce affatto strano, che in molti comuni il solo
uomo che accogliesse la pubblicazione dello statuto al grido di _vive la
costitution!_ fosse il sindaco. Il duca di Broglie sentenziò a punto:
questa costituzione ha slargato i confini dell'umana stupidità!
Parimente il vecchio furbo Dupin nel dotto commentario che fece di
quell'aggeggio, seppe contenere a stento la sua malignità ironica. Anche
nel rimanente, il contenuto della carta non era tale da sedare le
perplessità dei possidenti. In effetto, dopo un eccellente discorso di
Thiers la privata proprietà era stata riconosciuta e l'imposta
progressiva rigettata. Ma non fu possibile, in questo tempo di
cupidigie, scartare l'idea del fantastico Lamennais, di preporre alcuni
diritti e doveri generali, che stessero in testa alla costituzione.
Donde gli edificanti insegnamenti della sapienza e della virtù, come per
esempio: «è dovere dei cittadini amare la patria e difendere la
repubblica col pericolo della propria vita»; e anche qualche
proposizione meno innocente, che potesse almeno interpretarsi in senso
comunistico, come la seguente: «è dovere della repubblica procacciare i
mezzi di sostentamento ai cittadini bisognosi», e così via. Avendo
infine l'articolo 110 affidata la costituzione alla sorveglianza e
all'amor di patria di ogni francese, Ledru-Rollin ne inferì il diritto
dell'assemblea nazionale di chiamare il popolo alle armi; ma i
possidenti vi scorsero tremando un avvenire pieno di guerre civili.
III.
Quell'oscillare della maggioranza tra opposte paure si spiega facilmente
col fatto, che i legislatori in quell'articolo erano agitati
dall'angustioso presagio di un candidato alla presidenza, il cui solo
nome voleva dire la fine della repubblica. Luigi Bonaparte disse la
verità, quando nel 1850 esclamò, parlando agli alsaziani: «Questa
costituzione è fatta in gran parte contro di me».
Il ripristinamento del suffragio universale, non mai a nessun patto
potuto ammettere dall'_homme principe_ Enrico V, importava pei
napoleonidi il rinnovamento del titolo legittimo, al quale appunto essi
dovevano il trono. A essi soli fra tutti i pretendenti era dato
collocarsi sul terreno del nuovo diritto pubblico. Il nome della casa
illegittima spuntava da per tutto, dovunque l'antico regime era stato
distrutto; perfino nella repubblica di Venezia fu avviato un maneggio
per l'elevazione della dinastia dei Leuchtenberg. Nelle lotte di
febbraio, come già in tutte le sommosse del tempo monarchico, presero
parte separatamente anche alcuni bonapartisti; e nel tumulto al palazzo
Borbone proprio un colonnello imperiale piantò per la prima volta il
tricolore sulla tribuna. Da allora non passò un mese senza piccole
agitazioni bonapartiste sui _boulevards_. Fin dal 26 febbraio un
proclama del governo provvisorio diceva: «Non più legittimismo, non più
bonapartismo, non reggenza! Il governo ha preso tutte le necessarie
misure per rendere impossibile il ritorno delle antiche dinastie e
l'elevazione di una nuova». Le teste calde del partito, come in altri
tempi dopo i cento giorni, si riunivano al caffé Foy; e uno degli
assidui era il deputato socialista Pietro Bonaparte, che con tanto zelo
dichiarava: «Quale uomo intelligente può volere l'impero? Esso è ormai
non più che un glorioso ricordo storico: il suo ristabilimento è una
chimera». Nella colluvie dei fogli d'occasione che portavano sulla
testata il nome della repubblica con un aggettivo sonoro, c'era anche
una «repubblica napoleonica». La condotta del partito era determinata
dalla stessa situazione: fomentare agitazioni, affinché l'attrito dei
partiti li corrodesse tra loro, e alla fine gli abbienti guardassero a
un forte potere dello stato come al supremo dei beni. Il maneggio in
breve divenne tanto sospetto, che il governo provvisorio fece arrestare
Persigny. Per la prima volta, dopo la sommossa di febbraio il sangue
scorse il 12 giugno, in un tumulto insignificante suscitato al grido di
«viva l'imperatore!». È fuori di dubbio, che nelle avvisaglie della
sollevazione di giugno gli agenti bonapartisti tennero mano al gioco,
sebbene vada inteso, che un cozzo di classi tanto notevole e inevitabile
non possa essere stato preparato solamente da artifizi e intrighi. Né
mette conto rintracciare coteste trame; giacché in verità i milioni di
voti non si accaparrano con le piccole arti dei cospiratori. Il
bonapartismo, come partito organizzato, ebbe sempre una assai scarsa
importanza. Possedeva strumenti devoti nei deputati côrsi Pietri e
Conti; e più tardi acquistò con Emilio Girardin, rottosi con Cavaignac,
un alleato pericoloso, e con la _Presse_ un organo abilissimo, senza
coscienza. Si contava con sicurezza anche sul rappresentante radicale
del popolo Napoleone Bonaparte, figlio di Girolamo, il quale gareggiava
col cugino Pietro in tonanti invettive contro la foia omicida dei re.
Più seguito ebbe la condotta dello stesso pretendente. Non lasciò
correre un istante, che non profittasse dell'ora favorevole: per cinque
volte in cinque mesi diede con lettere pubbliche notizia di sé alla
nazione. E nel febbraio apparve a Parigi «per mettersi al servizio della
sua patria». Nella lettera al governo provvisorio viene espressa
l'esatta concezione bonapartistica della rivoluzione di febbraio: egli
ammira il popolo di Parigi il quale «ha eroicamente cancellato le ultime
tracce dell'invasione straniera». Accolto dal governo con diffidenza,
ritornò subito a Londra, dopo aver dichiarato con un'altra lettera ai
governanti: «Dal mio sacrifizio riconosceranno la purezza delle mie
intenzioni». Nelle elezioni dell'assemblea nazionale nel giugno, il nome
del principe sortì in quattro dipartimenti, anche a Parigi, mentre
vigeva tuttora a suo danno la legge di proscrizione. Il governo propose
che fosse mantenuta. Ma siccome i radicali, con a capo Jules Favre,
espressero la fiducia, che i Bonaparte non potevano più in nessun modo
riuscire né ora né poi pericolosi alla repubblica, si decise per la
riammissione del principe. Una tale cecità degli avversari sconcertò
alquanto il pretendente nel suo calmo riserbo: in una lettera datata del
15 giugno rifiutò tre delle elezioni, aggiungendo però queste parole
sincere: «io non nutro ambizioni; ma se il popolo m'imporrà doveri, io
saprò adempierli». Ma dai primi giorni si accorse del granchio, e si
affrettò a chiarire in un'altra lettera, che egli voleva una repubblica
savia, grande, sapiente. Nel luglio fu rimesso in iscena il movimento
popolare, e fu rifiutata con una quinta lettera anche l'elezione in
Corsica. Noi non ci arrischiamo di decidere, se il principe ha scritto a
Parigi qualcuna delle lettere datate da Londra. L'accortezza non si
disgiunse dalla sua tattica; giacché, mentre esercitava la virtù civile
della rinunzia, il pretendente sventava i disegni degli avversari, che
speravano di logorarlo prima del tempo nei dibattiti dell'assemblea
nazionale. Per giunta, egli non era affatto un oratore, e tale da
conquistarsi con la parola la ghirlanda a cui aspirava. Frattanto
l'elezione presidenziale si avvicinava, ed era tempo di mostrarsi
personalmente al popolo: per cui, quando nelle elezioni suppletive di
settembre i quattro dipartimenti gli si mantennero fedeli, anzi a quelli
se ne aggiunse un quinto, il principe si decise ad accettare.
Il 26 settembre entrò nel parlamento tra l'esclamazione generale di _le
voilà!_ prese il suo posto pronunziando un paio di parole fedelmente
repubblicane, però senza senso concreto, e s'irrigidì in un profondo
silenzio. I suoi nemici gli risparmiarono di parlare. Quante erano le
immaginabili banalità che la fantasia dei radicali si esauriva ad
escogitare, tante ne furono diffuse dalla stampa e dalla tribuna sul
conto del principe: fu rimessa in circolazione perfino la mitologia
della prima rivoluzione. Luigi Bonaparte era un agente della perfida
Albione, assoldato per rovesciare la gloriosa repubblica: era un
visionario, uno sciocco, segnalato non per altro che pei mustacchi
cerati. Qualche testa fina, come Montalembert, posta sull'avviso da quei
vituperii della Montagna, finì col domandare, se un uomo così
ferocemente coperto di oltraggi poteva essere un uomo del tutto
insignificante. La più parte della gente colta s'ingannò: credevano
fermamente alla nullità personale del principe: più tardi, però,
avrebbero saggiato un disinganno, di cui non si era provato nel mondo il
più singolare, dal tempo dell'ascensione al pontificato di Sisto V.
Ma gl'incauti oratori presentivano l'effetto, che i loro attacchi
avrebbero avuto sulle moltitudini? Erano sinceri, quando unitamente con
tali denigrazioni personali manifestavano uno sconfinato disprezzo per
la potenza del bonapartismo? O mostravano puramente il coraggio del
ragazzo, che fischia all'oscuro per ingannare la paura? Come era mai
possibile che la repubblica, proscritti i Borboni, avesse richiamato i
napoleonidi incomparabilmente più pericolosi? Fu anche respinta la
proposta schiettamente repubblicana di escludere dal seggio
presidenziale i principi delle dinastie decadute; e ciò, perché i
dottrinari vi vedevano una ineguaglianza illegale, i conservatori già
speravano in segreto l'elezione del principe, e i radicali affettavano
di non temerlo. Quando poi in primavera il cittadino Pietri fu mandato
commissario civile in Corsica e tutti i voti dell'isola caddero su
bonapartisti, la stampa repubblicana si consolò avvisando, che non si
trattava di altro che di una innocente stamburata del patriottismo
locale, e che il Pietri, repubblicano provato, non ne portava alcuna
colpa. Erano tanti sempliciotti davvero? E nemmeno l'ultima elezione del
principe, che era la nona, aprì gli occhi ai ciechi? Quanto a taluni
repubblicani, bisogna comunque supporre, che il disprezzo da essi
ostentato era ipocrito. Tuttora nell'ottobre Lamartine, sì, assicurava,
che fosse stupida e ridicola la paura, che un Bonaparte o un Borbone
potesse abusare del popolo; ma perché mai egli stesso nel giugno aveva
proposto, che fosse mantenuto l'esilio di Luigi Bonaparte? Parimente, se
in alcuni circoli radicali fu ventilato il disegno di catturare una
notte tutti i Bonaparte e trasportarli a Caienna, questo per lo meno
dimostra, che non tutti i repubblicani partecipavano a quella
tranquillità. D'altra parte, la grande maggioranza dei repubblicani
effettivamente teneva il bonapartismo per morto e seppellito: tutti gli
scritti che gli uomini del partito pubblicarono dopo il colpo di stato,
concordano nell'affermare, che nessuna frazione era meno temuta di
quella dei bonapartisti. Cotesta confessione implica nello stesso tempo
l'autocondanna dei repubblicani; giacché un partito che conosceva così
poco il popolo, era manifestamente incapace di governare una
democrazia. L'enorme illusione, in preda alla quale viveva allora la
società colta di Parigi, insegna quanto sia alta la barriera che anche
nei nostri tempi democratici separa i ceti colti dagl'incolti; e,
insieme, ci consente di rivolgere uno sguardo profondo sulla condizione
innaturale di uno stato accentrato troppo eccessivamente, in cui era
stata affatto dimenticata l'esistenza delle provincie.
Per noi che li abbiamo risaliti alle origini, non serbano più alcun
mistero i motivi che condussero all'elezione del pretendente. La paura
dello spettro rosso continuò a essere la passione dominante nel ceto
degli abbienti. Dovunque in Europa la marea primaverile era in
decrescenza, dovunque sorgeva quello sciagurato desiderio
d'intorpidimento, quell'indolenza, che nel nostro paese ebbe la sua
espressione caratteristica nella massima: ci vogliono i soldati contro i
democratici. Nelle mani del pretendente le aberrazioni del radicalismo
europeo fruttavano. Abitudine e ottusità, tardità e preoccupazione
economica, che sono le alleate tradizionali della reazione, dominavano
sui cervelli dei contadini. La dittatura di Cavaignac non era altro che
un momento dell'eterna lotta pei fondamenti della società; ma il
contadino aspirava ad una tranquillità più durevole. I meriti del
generale, che per altro non erano menomamente comparabili con le
splendide gesta alle quali un tempo Bonaparte si era richiamato,
valevano ben poco per le popolazioni campagnuole; d'altronde i contadini
lo conoscevano appena: per loro era puramente uno degli aborriti
repubblicani. D'altra parte, i lavoratori della città perseguitavano di
astio indissolubile il vincitore dei sollevati di giugno: sarebbe stato
il benvenuto per loro qualunque capo di governo avrebbe reso la pariglia
ai generali africani. Luigi Bonaparte lo previde. A Londra, quando gli
parlavano della ferrea rigidezza di Cavaignac, disse secco secco al
direttore Lumley: «colui mi spazza la via».