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ENRICO VON TREITSCHKE
LA FRANCIA
DAL PRIMO IMPERO AL 1871
TRADUZIONE
DI
ENRICO RUTA
VOLUME II
BARI
GIUS.LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
1917
PROPRIETÀ LETTERARIA
OTTOBRE MCMXVI--45237
PARTE QUARTA
LA REPUBBLICA E IL COLPO DI STATO
La repubblica e il colpo di Stato. [Scritto ad Heidelberg nel 1868.]
I.
Nei giorni che Napoleone ritornò da Mosca, il generale Mallet una
mattina evase dal manicomio di Parigi dov'era rinchiuso. Propalò la
favola, che l'imperatore era caduto: da un momento all'altro la macchina
di quel potente impero dispotico si rifiutò di funzionare. Funzionari e
ufficiali s'inchinarono al pazzo, il quale osò dichiarare: «il governo
sono io!». Il prefetto della Senna dispose la sala del consiglio, in cui
si sarebbe adunato il governo provvisorio di Mallet: un ministro fu
tenuto sotto catenacci e serrature; le truppe della guardia aprirono la
prigione ai compagni della cospirazione. Quando l'imperatore venne a
sapere con quale illimitata potenza era venuto fatto a un pazzo di
comandare una mattina sulla capitale a sua posta, esclamò sdegnato: «Un
uomo qui è tutto? I giuramenti, le istituzioni non contano nulla?». Era
passato da allora un lungo tempo, in cui pareva che la vita parlamentare
si sostenesse sulla libera cooperazione del popolo o almeno della
classe dominante. Eppure la sostanza di questo stato era rimasta
dispotica, il governo si teneva in lotte incessanti con l'umore mutevole
della società. Bastava un improvviso momento di debolezza alle
Tuileries, e un ardito colpo di mano compiuto da un piccolo partito
avrebbe potuto rovesciare l'autorità dello stato e imporre una
costituzione aborrita dalla maggioranza del paese. La rivoluzione di
febbraio fu appunto un colpo di mano siffatto, non propriamente
altrettanto insensato, ma appena meno ingiustificato della scesa di
testa del pazzo nel 1812.
Il ministro Rouher sollevò l'indignazione dei partiti liberali, quando
espresse, tuttora sotto la repubblica, la prima e la più famigerata
delle sue alate parole, qualificando la rivoluzione di febbraio come una
catastrofe. Se non c'inganniamo interamente, verrà tempo in cui il
giudizio della storia sonerà di gran lunga più aspro, e designerà la
rivolta di febbraio come una pazzia e un delitto. Chi riconosce
l'inconsistenza della situazione di fatto, e noi non abbiamo punto
palliato gli errori del governo di luglio, non per questo giustifica
coloro, che senza un disegno e senza una meta distruggono le istituzioni
in vigore. Laddove il movimento grandioso del 1789 e la necessaria
difesa della libertà del 1830, altamente giustificati in sé stessi,
riceverono puramente una significazione più elevata dalla potente
ripercussione sul mondo europeo, all'opposto la rivoluzione di febbraio
non ci porge nulla che sia degno di ammirazione. La sua grandezza
consiste solamente nelle conseguenze, da nessuno volute, che produsse in
Francia, e principalmente nell'influenza spiegata in Germania e in
Italia, dove l'idea dell'unità nazionale, maturata in lunghi dolori,
aspettava soltanto il segnale per cimentarsi nella lotta. Senza dubbio
un avvenimento così importante non era un caso; anzi una necessità
profonda si annidava nel duplice fatto, che la borghesia di Francia non
mosse un dito per la difesa del proprio dominio, e che un regime
apparentemente consolidato potè cadere di botto, per un tumulto
improvviso di piazza. Ma in questo guazzabuglio di debolezza che ha
perduto la testa e di passione losca, solamente l'adulazione al popolo
scoprirà un segno di grandezza, la voce della sollevata coscienza
nazionale.
Nella lotta per la riforma della legge elettorale l'opposizione con
imprevidenza puerile si attenne al pericoloso mezzo delle dimostrazioni
popolari. Il partito sovversivo, che per sua propria confessione non
contava tra i seguaci sicuri a Parigi più di tremila affiliati, profittò
dell'occasione per una lotta di barricate: e la lotta pareva cessata,
perché il re aveva ceduto e Guizot si era dimesso. La pace era
conchiusa, quando di botto dalla folla ammassata davanti al ministero
degli esteri partì quel colpo enigmatico, di cui nessuno neppure oggi sa
dire con sicurezza se fu un caso o l'atto precipitato di uno spaurito o
una bricconata demagogica sull'esempio delle bravate consimili nella
guerra della fronda. I soldati di guardia al ministero si credettero
assaliti e risposero al colpo con un fuoco mortale: la folla scoppiò in
un urlo selvaggio di vendetta. Gli operai si sollevarono in cieco
furore. Il re, rovesciato da quel fatale _abattement du troisième jour_
paventato in tutte le rivoluzioni di Parigi, diede inconsideratamente la
partita perduta prima del tempo: il partito vincitore del momento
dichiarò la repubblica. E la repubblica s'insediò in cima a un
ordinamento amministrativo dispotico, che a mala pena era in grado di
comportare un trono parlamentare. Un popolo di raffinata civiltà ricevè
il governo dalle grida di una turba plebea nel palazzo Borbone; e questo
governo improvvisato si dové subito completare coi nomi di una seconda
lista, acclamata nel palazzo di città da un'altra moltitudine di popolo.
La più lussureggiante città del mondo fu obbligata di botto ad
avvezzarsi alla semplicità della vita repubblicana, che in un ambiente
siffatto non poteva riuscire ad altro che ad una caricatura della
monarchia. Una nazione, le cui classi colte quasi alla vecchia maniera
spagnuola vedevano la meta della propria ambizione unicamente nelle
cariche dello stato, gettò questo immenso potere statale nelle mani di
un magistrato mobile. In verità, l'insensatezza dei fantasticatori
politici non ha mai osato una più pazza incongruenza.
Trentacinque milioni di francesi riceverono per telegrafo la notizia,
che il loro stato aveva cambiato regime, e si conformarono senza
resistenza al nuovo ordine. Predominò l'apparenza, che in questo stato
accentrato non sarebbe sorta la questione, decisiva in ogni paese
germanico, del come si sarebbero comportate le provincie davanti al
colpo di mano della capitale. Ma, col fatto, la volontà del paese non
era ancora spenta completamente. Già sotto Luigi Filippo un giornale
liberale aveva sentenziato, che Parigi era tuttora solamente la
cittadella del potere, ma non era più il cuore della Francia. Questa
sentenza adesso si sarebbe avverata per un breve corso di tempo: per la
prima volta dai tempi della Convenzione la provincia mostrò indipendenza
di risoluzione verso la dittatura della capitale.
La borghesia e la popolazione conservatrice delle provincie erano troppo
straniate dall'attività politica, le pubbliche autorità troppo abituate
all'ubbidienza meccanica, perché difendessero risolutamente la
costituzione giurata. Ma, passato il primo sgomento della sorpresa, la
maggioranza della nazione si mise all'opera con efficace costanza e con
l'istinto infallibile della disperazione, per ribattere il regime
improvvisato del febbraio e scotere il giogo dei radicali e degli
operai della capitale. La nazione era priva di qualsiasi attaccamento a
una determinata dinastia, ma era convinta della necessità della
monarchia e tanto più della intangibilità dell'ordinamento vigente del
diritto di proprietà; e manifestò con sicuro tatto questo sentimento
prima con le elezioni reazionarie dell'assemblea nazionale, poi col suo
atteggiamento ostile verso la sommossa di luglio e in fine con
l'elevazione di un pretendente al seggio presidenziale. Tenendoci
strettamente a cotesti dati, noi siamo in grado di prendere la difesa
del popolo contro l'indignazione di parecchi nobili francesi, i quali a
proposito di questa rivolta arrabbiata alzano le spalle e sentenziano,
che il carattere di tale popolo sia siffattamente originale, che si
sorprende sempre di sé stesso.
Chi si proponesse di considerare la rivoluzione di febbraio con l'animo
del satirico, troverebbe nell'orribile guazzabuglio di questa società in
frantumi la materia rispondente. Comunque, la civiltà mite dei nostri
tempi non si smentì nemmeno in quei giorni di vertigine. Non appena la
barbarie della plebaglia si fu sfogata nel saccheggio di alcuni
castelli, principiò un governo umano e decoroso con a capo uomini
personalmente integri. Tale moderazione apparve molto confortante nella
condotta seguita dal nuovo governo rispetto agli Orléans; e con
legittimo orgoglio Lamartine poté dire nell'assemblea nazionale:
«Nessuno può rivolgerci questa domanda: che cosa avete voi fatto della
vita di un cittadino?». Ma se il movimento fin dal principio rifuggì da
un inutile spargimento di sangue, esso però palesò ben poco di
quell'entusiasmo giovanile e idealistico, di quell'ebbrezza di speranza,
che illuminò e infiammò gl'inizi della prima rivoluzione. Migliaia
d'impiegati spergiuri domandarono l'abolizione del giuramento politico,
e la repubblica annuì alla preghiera. Noi non spendiamo una sola parola
sull'imprudenza politica di tale provvedimento: giacché precisamente il
morso della coscienza negli uomini dimentichi del dovere dimostra, che
per la media degli uomini il giuramento pure costituisce un legame di
fedeltà più solido di quello che la frivolezza voglia concedere.
Domandiamo semplicemente: l'anima giovanile di uno schietto movimento di
popolo sarebbe stato capace di una tale manifestazione di cinico
disprezzo umano? E che cosa si era mai raggiunto con la caduta della
monarchia, con la slealtà generale della burocrazia? Solamente una nuova
semplice rivoluzione contro il trono, solo un cambiamento alla cima
dello stato.
Nessun terzo può descrivere l'inutilità di cotesta rivoluzione più
causticamente, che non abbia fatto lo stesso Lamartine con invidiabile
ingenuità. Non appena il governo provvisorio nel palazzo di città si fu
liberato della calca delle turbe plebee, i novelli capi dello stato si
misero a tutt'uomo a fissare le grandi idee politico-sociali, che la
repubblica avrebbe realizzate. I tribuni del popolo si frugarono bene
nel petto per «trovare quei pensieri che sgorgano dal cuore e che sono
la suprema politica, perché sono la suprema natura e la suprema verità».
Giacché l'istinto, come c'insegna Lamartine, è il legislatore supremo;
chi traduce nella scrittura le decisioni dell'istinto scrive sotto
l'alito di Dio! Finalmente i pensatori si alzarono da sedere e con
ardente entusiasmo notificarono alle turbe la seguente «filosofia delle
rivoluzioni»: suffragio universale e abolizione delle leggi di settembre
(cioè due desiderii, che Luigi Filippo in sostanza aveva già accettati
negli ultimi tempi del suo regno); inoltre alcune nuove acquisizioni, e
cioè: fraternità come supremo principio statale, esterminio della
miseria mercé l'amore e, per soprassello, soppressione della schiavitù
dei negri! Giorni dopo, Lamartine aggiunse anche il principio
dell'abolizione della pena di morte; in fine i grandi uomini si diedero
con le lacrime agli occhi «il bacio della vita» e annunziarono il lieto
messaggio al popolo in delirio.
Per tutto questo, dunque, le strade della capitale furono arrossate di
sangue, per questo una scossa terribile fu riserbata alla pace del
mondo! E che cosa sarebbe mai stato della rettitudine e chiarezza
tedesca, se mai noi avessimo potuto ammirare una tale vertigine! Fu
tirato fuori tutto l'armamentario della rettorica rivoluzionaria: fu
chiamato al voto «ognuno che nel suo titolo di 'uomo' porta i diritti
del cittadino»: ogni francese è sovrano e nessuno da ora in poi può dire
a un altro: «tu sei più sovrano di me». In tre giorni i vecchi partiti
invecchiarono di un secolo, e come allora il gran Carnot organizzò la
vittoria della libertà sul dispotismo, adesso il nuovo ministro
dell'istruzione Carnot si mise a organizzare la vittoria della luce
sulla cultura! L'albero della libertà splendeva su ogni piazza; su ogni
chiesa, su ogni edifizio pubblico l'iscrizione: «Libertà, Eguaglianza,
Fraternità!». Il superbo nome di «cittadino» cacciò via di nuovo il
cortigiano «signore»; e il poeta popolare Festeau si diede a magnificare
con iperboli spocchiose il nuovo «Risveglio del popolo»: _le géant
souffle, un trône est emporté!_ Né doveva mancare la sublime semplicità
dei liberi stati del mondo antico: un carro tirato da buoi trascinò la
statua della libertà sotto gli occhi ironici dei parigini _blasés_, e
sui _boulevards_ fu portato su e giù a spasso un grande bossolo di
stato, in cui ogni cittadino poteva versare il suo obolo per la
repubblica.
Nelle vene del radicalismo moderno non scorre una sola goccia di
quell'austerità rigidamente morale, che animò un tempo i pii compagni
della democrazia inglese. Perciò, non appena il rigore delle autorità si
allenta, non si manifesta in nessun luogo la coscienza del dovere
politico, anzi all'opposto si rivela dovunque solo sfrontata cupidità
del proprio interesse sociale. Aveva poca consistenza il magnanimo
entusiasmo suscitato pel momento nel popolo eccitabile, quando a teatro
la Rachel declamava con fervore infiammato la Marsigliese. Neppure un
sol ceto della società, fin giù agl'invalidi e ai sordomuti, si teneva
dal presentare, esigendo e minacciando, i suoi desiderii all'autorità
dello stato. Una legione di cacciatori d'impieghi assediava il governo:
ogni ambizione, che non aveva trovato il suo appagamento sotto il
sistema parlamentare, ora faceva ressa. Osservando la quantità delle
nuove uniformi repubblicane e il nepotismo sfrontato che s'inoculò nella
repubblica sul modello del regno di luglio, ci ricordiamo con terrore di
ciò che un tempo Luigi Filippo aveva predetto: che, cioè, le condizioni
dell'America spagnuola sarebbero state il campione della Francia.
Onnipotenza dello stato e rapido cambiamento dei detentori del potere:
ecco il nocciolo delle nuove aspirazioni del popolo. Nei primi giorni
della rivoluzione il consiglio municipale di Parigi, insediato dietro
elezione, fu subito deposto; e in suo luogo fu nominata una commissione
di cittadini giudicati idonei alla carica pel fervore dei loro
sentimenti repubblicani. Tutti gl'impiegati furono dichiarati senz'altro
dimissibili per ragioni di pubblico bene. E soprattutto l'amovibilità
dei giudici fu tenuta per un gioiello di libertà repubblicana: un
principio, che col fatto ebbe esecuzione e che fu difeso con ardore da
Victor Hugo e i suoi colleghi. Tutto ciò in nome della libertà! A tutti
gli impiegati era dovuto dallo stato lo stipendio, a tutti gl'indigenti
l'assistenza.
Dopo la vittoria gli operai lì per lì confermarono ancora una volta
l'antico principio, che ogni classe sociale, dove proceda come classe,
cade nell'egoismo, nella πλεονεξία. Il parlamento operaio, che
nelle sale del palazzo del Lussemburgo dibattè sotto la presidenza di
Luigi Blanc la soluzione della questione sociale, trattò di tutto e di
ciascuno; ma si rimase d'accordo solo in questo, che gli operai parigini
lavorassero un'ora al giorno meno dei compagni delle provincie, come
pure, che dei 34 candidati di Parigi alla dieta non meno di 20
appartenessero al ceto operaio! Quando gli agricoltori domandarono di
essere ammessi alle deliberazioni, furono loro concessi quattro
rappresentanti su quattrocento lavoratori cittadini. Posto in ansia, il
padre di famiglia delle classi medie ritenne conveniente esprimere la
sua alta considerazione alla nuova potenza della classe operaia. Ognuno,
anche l'artista, il negoziante, l'industriale, si dichiarò operaio, e
perfino il candidato reazionario, che non poteva negare di essere
affetto dal peccato della proprietà fondiaria, si denominò almeno
_propriétaire cultivateur_. Si guardava con occhi sentimentali il
camiciotto di Albert, operaio e membro del governo: il camiciotto era
esposto nella bottega, come indicava il _Moniteur_, e ognuno poteva
persuadersi, che effettivamente la Francia aveva la fortuna di essere
governata da un chiavare in corpo e persona. Sopra questa società, in
cui si era destato tutto l'egoismo dei bassi ceti e ogni forte
sentimento del dovere era spento, era collocato un governo, che si
qualificava da sé eccellentemente attraverso la confessione dello stesso
Lamartine: _la popularité c'est le pouvoir tout entier:_ un governo
soggetto a ogni capriccio del popolo eccitato, senza forse nemmeno un
capo universalmente riconosciuto. Un nuovo tempo era venuto, tutti i
vecchi capiparte erano logori, dovunque s'invocavano uomini nuovi.
Un sintomo di rovina più significativo di questi e inseparabile dai
grandi rivolgimenti, era la menzogna universale di quasi tutti i
partiti. La menzogna costituiva il più esoso tratto caratteristico del
movimento, e un ammonimento per tutti coloro che trattano i gravi
affari della politica come un gioco fantastico. Troppo spesso Cormenin
nei suoi libelli velenosi aveva gridato per scherno alla monarchia di
luglio: «la repubblica è morta davvero! Contro chi promulgate le vostre
leggi di settembre, se non contro i repubblicani?». Troppo spesso la
classe operaia era celebrata anche dalle persone moderate come il vero e
proprio popolo, ed era ripetuta l'intelligentissima massima: «le
repubbliche sembrano guidate immediatamente dalla Provvidenza, perché
non si vede nessuna mano mediata tra il popolo e il suo destino!». Ora
dunque la repubblica ideale era fondata mercé l'esaltazione del quarto
stato divinizzato, e sul momento apparve manifesto, che la celebrata
forma di stato prettamente francese contava nelle classi colte non più
che pochi seguaci seri. Ma gli uni erano legati dalla forza delle loro
proprie frasi, gli altri aderivano alla repubblica per paura.
Il secondo e poco meno penoso tratto caratteristico della nuova società
era la mancanza di riflessione prodotta dalla paura della morte. La
sollecitudine per la sicurezza della borsa e della testa smorzava ogni
altro sentimento. Fin dalla caduta dell'impero la nazione non aveva più
goduto un lungo periodo di pace interna, ed entrava quasi altrettanto
affaticata nella nuova rivoluzione, come si era trovata al termine della
prima. Sentiva quanto poca forza morale le era rimasta per opporre
resistenza all'anarchia; sapeva per una tremenda esperienza ciò che
significava il dominio del quarto stato; e imparava ora, che nel tessuto
artificiale della moderna economia fondata sul danaro e sul credito ogni
perturbazione sociale si presenta impareggiabilmente più devastatrice
che non nelle semplici relazioni di scambio del secolo decimottavo. La
paura era la grande schiava del tempo; e rimane a spettacolo memorabile
e profondamente vergognoso il vedere fino a qual segno questa, che era
la più generale delle passioni, amareggiasse e abbrutisse le classi
possidenti. Uno dei più famosi masticaspavento, Dupin, confessa egli
medesimo, che in quel tempo parve diventata letteralmente una verità
l'ardita immagine miltoniana della tenebra visibile. La signora di
Girardin chiuse i suoi intellettuali articoli di appendice, scritti
durante il tempo della pace sotto il nome di Visconte de Launay, con una
dipintura acre, ma purtroppo veritiera, dell'abbrutimento contemporaneo.
La Francia, esclamò, si spezza in due eserciti col duplice grido di
guerra: _guillotinez! fusillez!_ Gli uni vogliono il saccheggio, gli
altri la difesa dai saccheggiatori con tutti i mezzi del potere.
Il contrasto degl'interessi tra il terzo e il quarto stato, che dopo i
giorni di luglio era apparso appena leggermente e confusamente, nel
febbraio scoppiò subito violento, e sentito con lucidità di coscienza.
Gli operai si erano battuti per le strade; la borghesia, che durante la
battaglia si era tenuta in disparte, fece presto a riacquistare il senso
delle cose e a capire che nella sanguinosa lotta di classe le toccava
lottare a che fossero strappati al quarto stato i frutti della vittoria.
Perciò anche i vecchi repubblicani del medio ceto, come Arago e Marie,
principiarono di botto a perdere le staffe del loro ideale. Perciò
perfino il misuratissimo Tocqueville parlò con passionata violenza dei
repubblicani borghesi, del maledetto color di rosa in politica; perché
questo pugno di ben pensanti fantasticatori aveva ingenuamente
improvvisato una forma di stato, che non poteva derivare la forza di
vivere altronde che dal dominio del quarto stato. Ma nessun popolo
colto, e tanto meno l'accentrata Francia, può stare senza governo,
nemmeno per un istante. La repubblica esisteva di fatto, teneva
frattanto in suo potere la macchina burocratica, offriva la sola
garanzia possibile per la sicurezza della borsa. Perciò avvenne, che gli
stessi borghesi che nel loro intimo esecravano la repubblica e i suoi
fondatori, si dichiararono unanimemente pel nuovo governo. Gli stessi
nomignoli di partito, «repubblicano di oggi» e «repubblicano di ieri»,
tradiscono la corruttela morale di questa società frustata dalla paura.
Come profondamente era discesa la intellettuale nazione, se applaudiva
le frasi vuote di Lamartine, perché il poeta metteva avanti la faccenda
dell'«ordine»! Lo stesso maligno cospiratore Caussidière fu ammirato dai
borghesi riconoscenti. Costui aveva costituito una guardia di polizia
con gli eroi delle barricate, e questi baldi compagni «creavano l'ordine
col disordine».
Nessuno meglio del partito vincitore conosceva il valore di cotesti
omaggi ai poteri del momento. Perciò annunziò il principio: «la
repubblica è al di sopra del suffragio universale»; contestò al popolo e
alla rappresentanza popolare il diritto di ristabilire la monarchia, e
volle il differimento delle elezioni fino a quando il popolo fosse
istruito. Ledru-Rollin comandò ai prefetti di prendere tutti i
provvedimenti che assicurassero alla repubblica la cooperazione del
popolo! Conseguentemente volle subito mandare nelle provincie commissari
con poteri illimitati, secondo l'uso della Convenzione, per plasmare la
nazione. Saggiamente, non fu sottoposta immediatamente al voto generale
la domanda: riconoscete la repubblica? L'elezione per l'assemblea
nazionale fu ciò che gli americani del nord chiamano _a Hobson-choice_:
un'elezione, in cui non è possibile un no. Solo il cieco dottrinarismo
della nuova democrazia francese poteva dare un qualsiasi valore al fatto
per sé stesso comprensibile, che i deputati eletti in nome della
repubblica salutassero il nuovo regime con diciassette o con ventisei
voti. Come stavano le cose, importava solamente la voce: noi vogliamo
che lo stato sussista. L'enorme maggioranza dei deputati era decisa a
sostenere la repubblica fino a quando fosse stata l'ultimo baluardo
della proprietà, e a scavalcarla immediatamente, non appena si fosse
presentata la possibilità della monarchia.
Lo spacco profondo, che separava la società, correva anche attraverso il
governo. Il caso aveva collocato cotesti uomini sulla breccia della
società; e governavano, come disse incisivamente Lamartine, pel diritto
del sangue versato che bisogna stagnare. Magari tutti i membri del
governo avessero avuto parimente salda e chiara soltanto la volontà di
stagnare quel sangue! Invece, accanto ai repubblicani moderati, quali
Lamartine, Arago, Dupont, il crudo radicalismo era rappresentato in
tutte le sue gradazioni, fin giù al comunismo, da Ledru-Rollin, Luigi
Blanc, Albert. Le passioni di classe della borghesia e degli operai,
eccitate al più alto grado e pel momento inconciliabili, ecco che
avrebbero dovuto intendersela tra loro entro l'ambito di un governo! Il
mondo civile non disconoscerà mai al Lamartine, quanto spesso nei primi
giorni dello scompiglio abbia fronteggiato la furia, degli anarchici ora
con frasi impetuose, ora col pronto dileggio, sempre con alto coraggio
personale. Noi sopravviventi di quella età sappiamo bene, che un singolo
uomo, e tanto più un uomo di lettere, poteva assai scarsamente a quei
tempi, e sappiamo pure come risibilmente abbia esagerato i propri meriti
il vanitoso tribuno del popolo; nulladimeno egli per un momento parve
davvero il campione del terzo stato e della proprietà, e fu esaltato
come tale ben oltre le frontiere della Francia dai più entusiasti
oratori della borghesia. Fece del suo meglio per serbare incolume ai
francesi il loro glorioso tricolore, ed espiò in tal modo una parte
della colpa, gravante su di lui, di avere egli stesso scatenato
improvvidamente la rivoluzione. Ma il coraggio del bizzarro sognatore
riuscì solo per un momento a calmare la paura dello spettro rosso: egli
stesso, Lamartine, qualifica l'andazzo del suo governo come un correre
verso un lontano oscuro, _marcher vers l'inconnu_. Alla debolezza dei
moderati parve soprattutto impossibile stabilire l'unità nel seno del
governo ed escluderne i democratici sociali; d'altronde si temeva che un
passo ardito non provocasse lo scoppio della guerra civile. Perciò tra i
membri di questo governo esisteva così poca coerenza, che Lamartine non
sapeva proprio nulla del pazzesco disegno di Ledru-Rollin d'inviare in
tutto il paese commissari come quelli della Convenzione!
I repubblicani moderati al governo non erano liberi, toccava anzi a loro
portare le conseguenze della propria misura, e, una volta che avevano
abbattuto il trono con l'aiuto dei comunisti, lusingare almeno con
parole sonanti la cupidigia dei loro alleati. Lamartine dichiarò che lo
stato, la provvidenza dei forti e dei deboli, aveva in caso di necessità
l'obbligo di procurare lavoro ai bisognosi. Carnot annunziò che
l'economia politica, finora scienza della ricchezza, sarebbe divenuta
d'ora in avanti una scienza della fraternità. Di gran lunga più
pericoloso sonava il linguaggio dei giornali ufficiosi a proposito della
proprietà, e la cosa non si fermò alle parole, I finanzieri moderati
Garnier-Pagès e Duclerc compilarono un disegno d'imposta progressiva, e
intendevano di raccogliere nelle mani dello stato l'amministrazione
delle ferrovie, delle banche, delle società di assicurazione. L'occhio
acuto di Cavour discerse subito, che cotesta condiscendente debolezza
dei moderati avrebbe incomparabilmente più che non la minaccia del rosso
spaventati i possidenti. Cotesti esperimenti economici non si
accordavano quasi a parola coi provvedimenti proposti dall'icario Cabet
per arrivare a poco a poco dall'ordinamento costrittivo della proprietà
privata all'eden comunistico? E non si viveva già in pieno paradiso
comunistico, se lo stato costringeva i risparmiatori ad accettare titoli
di rendita di stato in luogo dei 335 milioni di lire di pure rimesse,
che avevano depositato nelle casse di risparmio, e per giunta assegnava
loro un ottavo in più sulla rendita? Già ricompariva il sinistro disegno
di emettere assegnati in quantità arbitraria; e solo con gran fatica fu
combattuto da Fould e dallo scritto occasionale di Bastiat _Maudit
argent_. Marie, ministro dei lavori pubblici, aveva già aperto le sue
officine nazionali; e vi accorrevano in folla migliaia di operai senza
pane, i quali percepivano dallo stato il salario del loro non far
niente. Il ministro nutriva la puerile fiducia, che queste turbe pagate
dalla repubblica avrebbero formato una guardia di sicurezza contro il
comunismo. Anche Luigi Blanc trovò ridicole tali speranze, e infatti gli
operai profittarono della loro vita in comune nelle officine nazionali
per organizzarsi militarmente alla guerra delle barricate. Nessuna
meraviglia, che di 1329 milioni di entrate quell'anno 613 milioni, cioè
61 milioni più che nel 1847, siano stati spesi nella sola capitale!
Il pavido borghese aveva tuttora davanti agli occhi le terribili scene
dei giorni di febbraio, quando la folla urlante, guidata da un macellaio
che brandiva la coltella, si precipitò all'assalto del palazzo Borbone;
e i conquistatori delle Tuileries non furono indotti ad uscire dal
castello reale, se non dopo assicurati, che non si sarebbero loro
perquisite le tasche. Per giunta, ecco che Ledru-Rollin rievocava le
ombre sanguinose di Robespierre e di Saint-Just, e i suoi onnipotenti
commissari già principiavano nelle provincie a condonare qua e là le
tasse sui salari, per spianare il terreno al dominio del comunismo
pratico. Dalle moltitudini saliva per mille voci il grido: «Deve
sparire la proprietà o la repubblica! Il rosso dell'amore tra gli uomini
sostituirà i colori, _la tricolore de nos devanciers_, di un'età
superata! Abbasso tutti i vizi dei tempi monarchici, e prima di tutto
l'eredità dei beni e dei titoli!». Quando i radicali moderati posero la
repubblica al di sopra del suffragio universale, Proudhon si diede a un
pensiero anche più ardito e dichiarò: la rivoluzione è al disopra della
repubblica! Non era dubbio, che dietro quel grido di delirio non fosse
sempre una decisione seria. Se anche il pathos della prima rivoluzione
non era andato immune dall'esagerazione rettorica, ora i luridi fogli
della nuova repubblica condotti alla maniera di Marat mostravano del
tutto una sete di sangue epigonica, falsa, spasmodicamente sforzata.
Tuttavia si comprende benissimo, che da tali minacce una società di
godimento e di lavoro concepisse un cupo e cieco terrore.
Durante lo stesso febbraio la rendita al cinque per cento discese da 120
a 55: l'esportazione degli articoli della moda parigina di primavera si
arrestò completamente. Nella città dei forestieri intere file di case
erano vuote, centinaia di macchine erano ferme, e al popolo senza lavoro
la repubblica come primo benefizio portò un'imposta addizionale di 45
centesimi: un peso che non era menomamente compensato dall'abolizione
dell'imposta sul sale. Anche Bonaparte dopo il 18 brumaio aveva iniziato
il proprio governo con un inasprimento d'imposta del 25 per cento; ma il
popolo lo tollerò di buona voglia, perché desiderava il nuovo
dispotismo. Ora, invece, la repubblica esecrata veniva in un'ora
infelice ad aggravare i balzelli; e per tutte le classi di possidenti
corse un grido di collera. Borghesia e agricoltori si tennero compatti
come un sol uomo, unanimi non già in un qualsiasi pensiero politico, ma
nella passione della propria conservazione. Come a quel tempo in
Prussia i contadini a Berlino erano i più fedeli alla bandiera del re,
così in Francia i piccoli ortolani del contorno di Parigi erano i più
fieri nemici del comunismo. L'aforismo tanto biasimato di Machiavelli,
che l'uomo perdona più facilmente l'uccisione dei genitori e dei
fratelli che il furto del suo avere, ebbe in quest'occasione la
conferma. A torto i nemici del comunismo si arrogarono il titolo di
partiti moderati; una parola arguta, in modo incomparabilmente più
calzante, designa i due partiti come _la montagne rouge_ e _la montagne
blanche_. Fanatismo e violento furore divampavano dall'una e dall'altra
parte. L'una e l'altra erano risolute a una battaglia sociale decisiva,
e le elezioni per l'assemblea nazionale facevano indovinare a quale
delle due sarebbe toccata la vittoria.
Queste elezioni palesarono per la prima volta ai dottrinari del
radicalismo l'ingrata verità, che nessuno è meno democratico della
moltitudine. L'istinto della conservazione economica si mostrò più forte
delle minacce dei partiti e degl'impiegati. Il ministro Carnot nelle sue
circolari elettorali espresse invano un'idea altamente civile, ripetuta
volentieri oggigiorno dai prefetti dell'impero: egli dichiarò che è un
pregiudizio reazionario la vecchia opinione, che degne doti del deputato
siano la proprietà e la cultura. Il contadino nella sua semplicità
pensava diversamente; egli accordò la sua fiducia solo ai possidenti,
perché ogni proprietario è un naturale nemico dei comunisti. La
proprietà fondiaria fu rappresentata nell'assemblea nazionale più
numerosamente che non nelle camere della monarchia di luglio. La classe
agricola oberata di debiti, soggetta, ignorante, s'inchinò questa volta
solamente a una autorità: alla Chiesa. Il delirio della paura sociale
aveva rideste tutte le torbide e confuse forze delle anime, anche la
cieca bigotteria: mille cuori smarriti cercavano consolazione nel
confessionale: la raccolta degli ultramontani principiava a maturare.
Siccome appena un settimo dei francesi vivevano nelle città superiori ai
10.000 abitanti, i contadini diedero il tracollo, e a palazzo Borbone
accanto a un forte partito montagnardo comparve un esiguo gruppetto di
repubblicani azzurri, e contro questi e quelli una schiacciante
maggioranza di reazionari.
Fra tutti i parlamenti di quell'anno procelloso nessuno era più
infecondo, nessuno più immorale. Le poche teste politiche scomparvero
quasi sotto la mediocrità generale e l'insipienza di cotesti 900
rappresentanti del popolo. Anche gl'ingegni soffrivano sotto la gran
menzogna del tempo: la repubblica aveva paura di sé stessa. La
maggioranza reazionaria considerava la repubblica soltanto come un
terreno neutrale, che per fortuna sarebbe stato presto abbandonato; e la
dichiarazione corrente: «noi riconosciamo lealmente la repubblica come
un governo di tutti per tutti», esprimeva cotesto sentimento in modo
molto perspicuo. Il signor Thiers che sotto la prima impressione del
timore aveva gridato: «Adesso non ci rimane che farci dimenticare,»
riprese presto nuovo coraggio, e innocentemente significò: «Prima io
preferivo la costituzione inglese. _Forse_ io mi sono ingannato; _forse_
la costituzione americana è meglio appropriata alla Francia!». Quanto ai
legittimisti, era notorio, che agognavano il momento di una levata di
scudi: il che fu loro impedito solo dalla codardia e dall'incapacità del
loro pretendente. E un'assemblea siffatta, la cui maggioranza non
credeva né a sé stessa né alla propria opera costituzionale, avrebbe
messo mano a quell'ardito lavoro per l'essere o il non essere, che forma
generalmente il destino delle costituenti!
Dopo la vittoria elettorale i possidenti presero animo per abbattere le
bande di operai che minacciavano la tranquillità della capitale. La
forza del governo provvisorio si era logorata nelle lotte sociali delle
prime settimane; anche la commissione esecutiva nominata dall'assemblea
nazionale era insiememente, come disse Lamartine, necessaria e
impossibile. Nelle classi medie si consolidava l'opinione, che solo la
sciabola poteva rovesciare l'anarchia. Il poeta, le cui persuadenti
parole di conciliazione erano state tuttora nel febbraio accolte con
plauso dalla borghesia, ora, dopo appena poche settimane, era un uomo
usato, finito. E adesso la feroce sollevazione del 15 maggio palesava da
quale terribile inselvatichimento e traviamento d'idee fossero dominate
le moltitudini: il «popolo» tentò di annientare l'assemblea nazionale.
In effetto, se nel febbraio una turba di popolo aveva potuto
arbitrariamente disperdere la camera monarchica, perché mai un'altra
turba nel maggio non avrebbe tentato il somigliante col parlamento della
repubblica? «Il popolo non viola mai la costituzione», disse l'avvocato
Michel difendendo i cospiratori del 15 maggio. Quel giorno non emerse
unicamente la ferocia anarchica, ma anche la propaganda conquistatrice
della prima rivoluzione: «liberazione della Polonia, guerra alle potenze
orientali!» diceva il grido di guerra dei cospiratori. Da allora la
borghesia si persuase pienamente della necessità della dittatura. Quando
fu celebrata, il 20 maggio, la festa della Concordia e centomila guardie
nazionali, ossia la borghesia armata, sfilarono per un'ora davanti alle
moltitudini fitte degli operai, ognuno, preso da presentimento, ebbe
ricondotto l'animo al mattino del giorno della Belle-Alliance: avvenne,
come se due eserciti pronti alla lotta volessero prima della mischia
mostrare l'uno all'altro la propria forza.
La decisione si avvicinava. Nel giugno la rivolta operaia esplose nella
lotta sociale più formidabile, che sia avvenuta nella storia moderna
dopo la guerra dei contadini in Germania. Di rado i figli di un popolo
si sono battuti con pari furore; e siamo in grado di argomentare quale
fosse la ferocia dell'urto, se anche oggi dalla bocca di francesi
intelligenti apprendiamo spesso giudizi iniquamente duri sul carattere
sincero di Cavaignac. Il borghese si batteva pei suoi averi, l'operaio
intendeva di godere integralmente il prezzo della vittoria della rivolta
di febbraio, stata tutta opera sua; ma il soldato bramava soprattutto da
lungo tempo di vendicare l'onore mortificato della divisa. L'esercito,
compiuto nei giorni di febbraio il suo obbligo, aveva abbandonata senza
troppa esitazione la pacifica monarchia borghese; sperava dalla
repubblica un tempo di vittorie, si aspettava, quando l'Italia si
sollevò, di ricalcare un'altra volta la «via sacra» di Montenotte e di
Lodi. Ma la primavera dei popoli, in luogo di allori, gli portò solo
tormento ed umiliazione. Già i vincitori di luglio avevano dimostrato
poco riguardo per l'esercito; per colmo, gli eroi di febbraio non la
rifinirono più dallo scherno verso gli abbrutiti mercenari: aberrazione
inconcepibilmente stupida e affatto non francese! Il governo provvisorio
esortò invano «a ripristinare l'unità del popolo e dell'esercito
momentaneamente turbata». I soldati, la più parte contadini e rimasti
fedeli anche nelle variopinte uniformi alle idee sociali del villaggio,
erano esasperati dal servizio incessante di quei giorni burrascosi, e
per giunta si vedevano sempre più esposti agli oltraggi dei demagoghi;
talché l'esercito, che in altri tempi aveva con ardente entusiasmo
offerto la spada alla rivoluzione, ora invece si trovò subito di fronte
ai fondatori della nuova repubblica con un odio implacabile.
Finalmente la bandiera rossa era a terra, l'autorità dello stato si era
rotta con la democrazia sociale, le officine nazionali furono chiuse.
La proprietà era salvata e, ciò che più conta, si era acquistata la
persuasione, che le fondamenta della nostra società sono più salde di
quanto si credeva, e che la «questione sociale» dev'essere risoluta con
mezzi più miti di quelli affermati dai radicali degli ultimi
quarant'anni. L'importanza storica di queste battaglie in città consiste
principalmente in questo, che la lotta e le atrocità avevano spianato la
via a un'êra di pacifiche riforme sociali. Evidentemente dominava la
sciabola, e il governo di Cavaignac aveva innegabilmente acquistato
maggior potenza e animo, che forse nessun ministero tedesco del tempo.
L'infinito affetto, che la borghesia salva portava al dittatore,
rivelava la paura immensa da cui in fine era stata liberata. Chi però
guardava più a fondo, certamente poteva intravvedere, che anche il nuovo
detentore del potere si sarebbe logorato in poco tempo e sarebbe stato
dimenticato. Anche Cavaignac, come poco avanti Lamartine, avrebbe
sperimentato, che i tempi democratici amano il potere e odiano i
potenti. Il suo partito, quello dei repubblicani azzurri, rimase poi
come prima: un piccolo gruppo senza base nel popolo. Gli operai
astiavano il loro domatore, ma i contadini e una gran parte della
borghesia erano tuttora scontenti dei fatti di luglio: essi agognavano
la monarchia.
Come mai una tale repubblica avrebbe potuto contare sull'amore
dei francesi? Forse che in realtà non era una schiavitù ribellata?
E potevano anche i moderati non consentire, quando Proudhon
lanciava l'invettiva: «cotesta repubblica parlamentare inzuccherata
di giacobinismo e di dottrinarismo non è niente altro che
controrivoluzione»? La capitale era sottoposta allo stato
d'assedio; si discuteva la costituzione della nuova libertà sotto
la protezione delle baionette. I rivoltosi erano condotti davanti
ai tribunali straordinari da leggi con forza retroattiva. La
violazione delle lettere e tutte le male arti della polizia
segreta erano in vigore come al tempo dell'imperatore soldato.
Migliaia di operai erano deportati di là dal mare, e la vendetta
dei trasportatori non cedeva alla rabbia dei livellatori. Questa
era la libertà, e per questo il benessere del paese cadeva in
rovina, per questo la superba nazione era condannata nella grande
politica a una completa impotenza!
Più tardi Thouvenel con giusto dolore lamentava, che durante il tempo
della repubblica la sua patria in Europa fosse stata considerata
assente. Sotto Luigi Filippo la considerazione del regno non aveva mai
patito così profondamente, giammai i suoi interessi europei erano stati
trattati da fatui dilettanti con maggiore leggerezza e insensatezza. Il
manifesto di Lamartine all'Europa aveva annunziato con frasi strepitose
al felicitato continente, che sotto la guida della libera Francia si
apriva un'êra di fraternità universale. Per la perfetta tranquillità dei
vicini, a questa «bella pagina di filosofia nazionale» era anche
aggiunto il codicillo conclusivo: «la Francia sarebbe felice, se le
fosse dichiarata la guerra e fosse costretta, malgrado la sua
moderazione, a crescere in potenza e in gloria»! Scoppia fuori da ogni
parte, attraverso il fragore verbale della fraternità dell'amore
cosmopolitico, la cupidigia d'impadronirsi del Belgio e della Savoia, la
smodata vanagloria nazionale. «Oggi le idee penetrano da per tutto, e le
idee portano il nome della Francia!». Lo stesso spirito di grandigia
parla da ogni pagina della storia della rivoluzione di Garnier-Pagès e
dalla profezia di Proudhon: le frontiere delle nazioni spariranno da sé,
non appena avrà dovunque trionfato l'economia nazionale della nuova
Francia. L'alleanza con la Russia secondo Lamartine è «il grido della
natura, la rivelazione della geografia»; e nello stesso istante desidera
la liberazione della Polonia! Egli spera che la Prussia con bello
esempio precederà le altre potenze orientali nella reintegrazione della
Polonia, e non dubita che il nostro stato si terrà contento
d'indennizzarsi sui paesi del Reno, nello Schleswig-Holstein, lo
Hannover o altrove, _et ailleurs_! Non meno stupefacente di queste
vedute è la conoscenza che Lamartine mostra degli uomini dirigenti. Il
re Federico Guglielmo IV sembra a lui un formidabile uomo di forza,
«capace di comprendere tutto, di tentare tutto, di osare tutto»! Saggi
sufficienti a illustrare una sapienza politica, alla cui celeste
innocenza non bastava il frasario d'uso parlamentare: è veramente, come
dicono nella campagna di Gottinga, una politica che non mena a niente:
_eine Politik wo's gar nicht giebt_. Con che riso sardonico l'astuto
pretendente, che se ne stava da parte in agguato, avrà dovuto intendere
cotesti oracoli repubblicani! Per la salute del mondo, Lamartine non fu
mai in condizione di menare ad effetto la sua geniale politica estera:
tutte le forze dello stato si consunsero nelle lotte civili.
Finalmente sotto Cavaignac tornò al ministero degli esteri un uomo
d'affari, Bastide, un repubblicano rigido, così poco addestrato ai
maneggi diplomatici quanto lo stesso dittatore. La conquassata
repubblica era tuttora a mala pena al caso di prendere una decisione
nelle questioni europee, e, quando le venne fatto, seguì fedelmente le
orme di Guizot; salvo che al frasario conservatore sostituì il radicale.
Anche la filantropica seconda repubblica fu ossequente al tradizionale
principio francese, secondo il quale la potenza della Francia si basa
sulla rovina dei vicini. Solo un uomo ingiusto censurerà la Francia di
avere indugiato a riconoscere il potere centrale tedesco e a ricevere
ufficialmente il nostro ambasciatore imperiale Federico von Raumer, che
apparve subito accanto all'ambasciatore prussiano von Willisen. Chi
potrebbe volerne ai francesi, se non compresero la sottile differenza
tra un tedesco prussiano e un prussiano tedesco, e se confessarono
apertamente, che non sapevano che si pensare del nostro immaginario
potere centrale? Un ambasciatore, il quale per l'occasione offriva al
ministro Bastide un libro che aveva ottenuto un successo, cioè le
_Considerazioni di un vecchio professore di storia sullo stato della
Francia_, non poteva seriamente aspirare ad essere considerato come il
rappresentante di una grande potenza. Più grave era l'atteggiamento
ostile della repubblica verso la sollevazione dello Schleswig-Holstein,
e addirittura riprovevole l'animosità invidiosa contro la lotta dei
piemontesi. Intendeva accettare repubbliche figlie a Milano e a Venezia,
ma non mai un vitale e potente regno subalpino. La dominazione austriaca
in Italia sembrava al dittatore meno pericolosa di un nuovo generale
Bonaparte alla testa di un esercito vittorioso. Quando il re Carlo
Alberto sollecitò a Parigi l'invio di uno sperimentato condottiero per
le sue truppe battute, gli fu risposto con un freddo rifiuto. Noi
vogliamo la libertà dell'Italia, scrisse Bastide a Bixio a Torino, ma
non la supremazia del Piemonte, che può riuscire più pericolosa
all'Italia dello stesso governo austriaco. Con idee siffatte si riusciva
solamente alle mezze misure; e la stessa repubblica veneta, che implorò
insistentemente l'aiuto della Francia, ottenne puramente l'appoggio di
una innocua dimostrazione della flotta francese.
II.