CAPITOLO XIII.

»Ella s’appressa a noi: l’annunzi il suono

»Delle festanti squille; e tu soldato,

»Corri, t’affretta ai merli: or non ministro

»Di morte, il foco al cavo bronzo appresta;

»E l’aura ripercossa e rotta a lei

»Gl’impazienti nostri voti adduca.

_La Regina Vergine._ Tragicom.

Dopo che Wayland abbandonò Tressiliano, come dianzi il dicemmo, il

secondo stavasi incerto su quanto si dovesse operare, allor quando vide

venire a se Raleigh e Blount che si tenevan per braccio, e ad un tempo

disputavano fortemente fra loro, giusta il costume. In quello stato

d’animo in cui si trovava il giovane di Cornovaglia, egli sentivasi

per vero dir poco vezzo della lor compagnia, ma oltrechè non vedea

un modo convenevole ad evitarli, comprendea che obbligato qual erasi

con promessa ad Amy di non vederla e di non avventurare per lei alcun

tentativo, il miglior partito per esso lui diveniva quello di mettersi

tra la folla, nè lasciar comparire, che il men possibile nella sua

fronte le angosce e le incertezze, fra cui internamente agitavasi.

Fatta dunque di necessità virtù, salutò i compagni: «Ebbene, come

passaste il tempo, o signori? D’onde venite?»

«Da Warwick, disse Blount. Siamo tornati per cambiar d’abito, come

usano gli attori di certe compagnie comiche povere per moltiplicare

sulla scena i lor personaggi. E voi, Tressiliano, perchè non faceste

altrettanto?»

«Blount ha ragione, soggiunse Raleigh. La Regina è tenerissima

dell’etichetta, e reputa una violazione del rispetto dovutole il

comparire innanzi a lei con un abito ove si veda la più piccola orma di

polve o di fango. Ma guarda! mio caro Tressiliano, guarda, e fa se puoi

di non ridere, il nostro Blount. Osserva come quel suo cane di sartore

gli ha messo addosso un catafascio di turchino, di grigio, di rosso, di

nastri color di carne, e compiscono l’opera quelle rosette gialle sulle

sue scarpe!»

«Che cosa pretenderesti di meglio? rispose Blount. Certamente non mi

stetti dal raccomandare a quel mariuolo di fare una bella cosa, e di

non guardare a spese; e credo poi anche che questo da te chiamato

catafascio, non manchi di fare spicco. Per lo meno il mio abito è

migliore del tuo, e ne fo giudice Tressiliano.»

«E lo sia, disse Walter Raleigh. Per bacco! ne ho tutto il piacere. A

te, Tressiliano, profferisci sentenza.»

Tressiliano, instituito arbitro, cominciò ad esaminare le cose che

divenivano materia di procedura, e indovinò d’un guardo, che il povero

Blount prese sulla parola del sartore quell’abito carico di nastri, in

mezzo ai quali sentivasi imbarazzato più d’un contadino quando mette

il suo abito della domenica. Il vestito di Raleigh invece, elegante e

ricco ad un tempo, gli si affacea sì vantaggiosamente, che chiamava

ogni sguardo sopra di lui. Laonde Tressiliano pronunziò, più ricco

essere il vestito di Blount, di miglior gusto l’altro di Raleigh.

Blount si tenne contento di una tal decisione. «Lo sapea ben io che

quel furfante di Doublettich non avrebbe avuta la poca accortezza

di presentarmi una giubba liscia come quella di Raleigh. Gli avrei

spaccato il cranio col suo stesso ferro da distendere. Poichè se

dobbiamo essere pazzi, siamo almeno pazzi di prima sfera.»

«Ma, e tu, Tressiliano, allora disse Raleigh, che aspetti tu per

andarti a vestire?»

«Un equivoco m’ha fatto rimanere fuori della mia stanza, rispose

il gentiluomo di Cornovaglia, e mi priva qualche tempo del mio

arredo. Anzi stava io per pregarti a darmi un poco di luogo nel tuo

appartamento.»

«E con tutto il piacere, soggiunse tosto Raleigh. La mia stanza è assai

vasta, nè può negarsi, sua Signoria di Leicester ci tratta con ogni

riguardo, e ne volle alloggiati da principi. Certamente, se anche è a

ritroso tal sua compitezza, ei la porta sì lunge, che la ritrosia non

si scorge. Laonde nell’atto stesso di farti padrone della mia stanza,

ti consiglierei volgerti al ciamberlano del Conte; egli ti farà subito

avere soddisfazione per l’altra stanza che t’hanno levata.»

«Oh! la cosa non merita l’incomodo di pensarvi sopra, massimamente

poichè condiscendi tu ad alloggiarmi. È egli poi ben sicuro che non

darò disturbo a nessuno. A proposito! Avevate compagnia nel venir da

Warwick?»

«Grande, rispose Blount. Varney, e un’intera tribù di _Leicesteriani_,

poi anche una ventina circa di fedeli amici del conte di Sussex.

Noi dobbiamo, a quanto sembra, ricevere la Regina nella torre, che

costoro chiamano della _Galleria_, e assistere a tutte le buffonerie

che si preparano per farle festa; indi saremo noi gl’incaricati di

farle corteggio nel trasferirsi al Salone, affinchè tutti quelli che

l’avranno accompagnata sino al castello, abbiano il tempo di cambiare

in più ricche vesti gli abiti loro da viaggio. Sto da re, se la Sovrana

mi volge qualche parola. Dio mi castighi s’io so che risponderle.»

«Qual cagione vi ha trattenuti sì lungo tempo a Warwick?» continuò ad

interrogar Tressiliano, studioso di allontanare il discorso dalle cose

che lo riguardavano.

«Ci ha trattenuti... una infinità di stravaganze, rispose Blount, ma

stravaganze tali, che non se ne vedono di sì fatte alla fiera di S.

Bartolommeo: discorsi imparati a memoria, commedie, cani, orsi, uomini

vestiti da simie, donne trasformate in fantocci, che so io? In verità

maraviglio come la Regina abbia potuto reggere a tante goffaggini.

Eh sì! coloro che ne erano i personaggi ricavavano a quando a quando

clementi occhiate dalla Sovrana, e lessero nel volto di lei più d’un

segno d’aggradimento. Convien dirlo: la vanità fa talvolta impazzire

i più saggi; ma andiamo tutti alla torre _della Galleria_. Vieni,

Tressiliano... non capisco per altro come ti trarrai d’imbarazzo con

quell’abito pieno di polvere, e con que’ tuoi stivaloni.»

«Starò sempre dietro a te, caro Blount. Così la nobiltà della tua

presenza, e l’eleganza delle tue vesti copriranno quanto è di sconcio

nel mio aggiustamento,» rispose Tressiliano, che s’accorse come tutte

le idee del nostro Blount si fossero concentrate allora in una sola,

intendo la pompa insolita de’ panni che aveva indosso.

«E pensi che ciò accadrà veramente? rispose Blount. Ebbene!

rassegniamci. Non puoi credere quanta sia la mia soddisfazione, perchè

trovasti di buon gusto il mio abito. O non fare una pazzia, ma tratti a

farla, si faccia almen grandemente!»

Nel dir tai cose il Blount, ora s’aggiustava il cappello, or mettea

studio a ben portare la gamba, pago di se stesso come se avesse

preceduta la sua brigata di lancieri, talvolta mandava occhiate

contente alle cremesine sue calze, e alle larghe rosette gialle che si

spiegavano sulle sue scarpe. Mesto e pensieroso il seguia Tressiliano,

senza por mente a Raleigh, il quale spassandosi sulla goffa vanità

di Blount ne facea il testo di mille graziosi motteggi che susurrava

all’orecchio dell’altro compagno.

Di tal maniera attraversarono il ponte coperto, andati indi a porsi con

altri gentiluomini innanzi alla porta esterna della _Galleria_, o torre

d’ingresso. Il loro numero era di quaranta persone all’incirca, scelte

fra i cavalieri di primo ordine, e schierati in doppia fila da ciascun

lato della porta come una guardia d’onore.

Armati soltanto delle loro spade questi gentiluomini, portavano

abiti ricchi sin quanto l’immaginazione può concepirli; e poichè

l’usanza d’allora volea grande sfoggio di magnificenza, non vedeansi

che velluti, ricami d’oro e d’argento, nastri, perle, e preziose

catenelle. I gravi pensieri che occupavano l’animo di Tressiliano non

gl’impedirono d’avvedersi, come con quel suo abito da viaggio benchè

elegante, facesse meschina comparsa in mezzo a cotanta pompa, e più il

trassero in tale considerazione le maraviglie fatte da’ suoi amici,

e gli sguardi schernitori de’ partigiani del Leicester. Non potevamo

omettere simile circostanza, quand’anche taluno la riguardasse men

consentanea al carattere grave che attribuimmo a Tressiliano. Ma però

questa maggior cura che si dà all’esterno aggiustamento è una specie

d’amor proprio, di cui neanche l’uomo il più saggio va immune, ed è sì

connaturale alla specie umana, che non solamente la serba il soldato

fin quando si cimenta ai rischi d’una morte quasi sicura, ma lo stesso

colpevole che cammina al supplizio si studia di mostrarsi nel modo men

disdicevole. Però si evitino le digressioni.

Terminava il crepuscolo vespertino della giornata estiva de’ 9 luglio

1575, che tutti aspettavano ancora con grande ansietà l’arrivo della

Regina. Ogni istante ingrossava la folla già da molte ore adunatasi.

Un’abbondante distribuzione di reficiamenti e di bue arrostito, e

le botti d’_ala_ congegnate con pertiche in diversi punti della

strada, mantenevano nel popolo la gaiezza, e la sua affezione in

ver la Regina e il favorito della Regina, affezione che sarebbesi

del certo affievolita, se la molestia del digiuno si fosse aggiunta

all’impazienza di un lungo aspettare.

Così a quella turba non parve lungo un tempo trascorso fra popolari

trastulli, e schiamazzi, e risa, e triviali scherzi, che gli uni agli

altri mutuamente si indirigevano.

Di tal genere era l’agitazion che vedeasi nello spianato vicino al

castello, e principalmente presso la porta del parco, ove il popolo

più numeroso assembrossi; allor quando vistosi d’improvviso brillar un

razzo nell’atmosfera, si fece ad un tempo udire per tutta l’estensione

della pianura il suono della campana maggiore del castello.

Cessarono in quest’istante le grida, cui succedè il sordo mormorio

dell’aspettazione, onde non altra cosa ascoltavasi, che un confuso

ronzio di migliaia d’uomini che parlavano sotto voce, e per valermi

d’una frase bizzarra, il bisbigliar lieve d’una moltitudine immensa.

«Giungono adesso, non v’è dubbio, disse Raleigh. Tressiliano, questo

suono ha un non so che di maestoso. Noi di qui l’ascoltiamo, siccome

naviganti, che dopo un lungo viaggio, odono in lontananza il flutto che

si rompe urtando in qualche incognita spiaggia.»

«Secondo me, rispose il Blount, questo rumore ha molta simiglianza col

muggito che fan le mie vacche nel ricinto di Wittens-Westlowe.»

«Adesso, per Dio! sta pascolando, disse Raleigh a Tressiliano, e non

gli passano per la mente che buoi e praterie. Di fatto ei non val

meglio de’ suoi armenti cornuti, nè diventa uomo che quando gli si

parla di sangue o di morte.»

«Bada, soggiunse Tressiliano, ch’egli sull’istante non te ne dia prova,

se non la finisci colle tue spiritose bizzarrie.»

«Eh! non ci penso neanche, rispose Raleigh. Ma tu pure, mio

Tressiliano, sei divenuto un barbagianni, lo sai! Tu non voli più che

di notte tempo. Tu cambiasti i tuoi canti in lugubri lamentazioni, e la

buona compagnia in un buco di muro.»

«E tu! che specie d’animale sei tu, o Raleigh, che corri tanto nel

giudicare i tuoi simili?» disse allor Tressiliano.

«Io! io sono un’aquila che non mi abbasserò mai fino a terra,

sintantochè vi sia un cielo verso cui indirigere il volo, finchè vi

sarà un sole ove fisare il mio sguardo.»

«Bella millanteria! per san Barnaba! entrò in campo il Blount.

Ma, caro il mio signor _dall’aquila_, guardatevi dalla gabbia, e

dall’uccellatore. Ho visto altri uccelli volar alto quanto il vorreste

voi; poi gli ho visti dopo, molto leggiadramente impagliati far da

spavento agli altri uccelli loro compagni. Ma zitti. Da che deriva

questo improvviso silenzio?»

«È il corteggio, disse Raleigh, che si ferma alla porta del parco,

ove una sibilla, una di queste _fatidicae_, parla colla Regina e ne

trae l’oroscopo. Ne ho veduti i versi che non hanno gran vezzo. Poi

sua Maestà è stanca di poesie. Ella stessa in tempo che il cancelliere

di Ford-Mell l’arringava, mi disse all’orecchio, che era _pertaesa

barbarae loquelae_.»

«La Regina parlargli all’orecchio! meditò subito il Blount. Come finirà

mai questa faccenda?»

Ma tali sue considerazioni vennero interrotte dai romorosi applausi

della moltitudine, che da ogni eco venivano rimandati due miglia

all’intorno. I gruppi situati a mano a mano ne’ luoghi d’onde passava

Sua Maestà, mettevano plaudenti grida, che da un gruppo all’altro

si comunicavano fino al castello, onde finalmente quelli ch’eran di

dentro n’ebber gli annunzi, e quando la Regina aveva oltrepassato la

porta del parco, e quando fu entrata in Kenilworth. Allora si fece

udire la musica del castello, e il romor del cannone si mescolò a quel

delle scariche degli archibusi. Pur questo fracasso di tamburi, di

trombe e di spari di cannone discernevasi appena, tanto forti erano le

acclamazioni ognor crescenti di tutta quella popolazione.

Allorchè lo strepito cominciò a sminuire, si fece vedere alla porta

del castello un vivacissimo splendore, che si distendeva ed ingrandiva

col suo avvicinarsi. Tale splendore avanzavasi, tenendo il sentiero

del viale che guidava alla torre della _Galleria_, e venendo per mezzo

alle file della gente del Conte. Tantosto da entrambi i lati di quelle

file medesime s’alzò un grido: la Regina! la Regina! silenzio! Di fatto

giugnea Elisabetta, preceduta da dugento suoi cavalieri, che portavano

torcie di legno resinoso, il cui chiarore, pari a quello del giorno,

splendea su tutto il corteggio, in mezzo al quale stavasi la Regina

vestita nella massima pompa, e raggiante tutta di gemme. Saliva ella un

bianco destriero, unendo dignità e grazie in condurlo, talchè in quel

portamento nobile e maestoso ben ravvisavasi l’augusta discendente di

cento monarchi.

Le dame d’onore che seguivano sua Maestà non trascurarono certamente

nel loro ornarsi nessuna cosa di quante si voleano a sostenere il

lustro di un sì brillante corteggio. Tutte queste costellazioni

secondarie erano degne del glorioso astro che circondavano. La pompa,

onde cresceano spicco all’avvenenza di loro forme, stavasi bensì ne’

limiti d’un ritegno che le facea riguardose di non parer gareggianti

col maggior astro, ma tale sempre si mantenea, onde si scorgesse essere

elleno il fiore d’un regno tanto rinomato pe’ suoi fasti e per la

leggiadria delle sue abitatrici. La magnificenza dei cortigiani, non

frenata da prudenziali considerazioni andava oltre ogni limite.

Il Leicester, tutto splendente d’oro e di preziosi ricami, veniva a

cavallo alla diritta della Regina, onore che gli si addicea e come

ospite di lei, e come grande scudiere. Era il destriero uno de’ più

famosi corridori di tutta l’Europa, ed un’insigne somma avea spesa

il Conte per procacciarselo, e farsene merito in tale circostanza.

Questo nobile animale mostrandosi impaziente del lento marciare di

quel corteggio, ritondava con grazia il maestoso collo, e rodea in

leggiadra guisa l’argenteo morso che lo frenava. Ne uscia dalla

bocca la spuma, e cadea come fiocchi di neve in su le belle sue

membra. Degno il cavaliere del proprio grado, e di salire sì nobil

corsiero, non eravi alcuno in Inghilterra, nè forse in Europa, che gli

potesse contender la palma o nell’arte di guidare un cavallo, o in

tutt’altr’arte cavalleresca. Col capo scoperto, siccome ognuno di quel

corteggio, il lume delle torce rischiarava e le prolungate anella della

sua nera capigliatura, e quel dignitoso volto, ove il censore anche

il più severo non avrebbe potuto notare altro difetto, che un’altezza

di fronte, soverchia anzichè no. In questa sera tanto memorabile,

dipigneasi nei suoi lineamenti la tenera sollecitudine di un suddito

compreso d’alta gratitudine per l’onore compartitogli dal Monarca, ma

che ad un tempo va orgoglioso d’esserne meritevole.

Ciò nondimeno, comunque gli raggiasse la gioia sul viso, alcuni del suo

seguito credettero accorgersi d’una pallidezza più che ordinaria in

quel volto, e gli uni agli altri si manifestarono la tema, che le molte

cure e fatiche cagionate a lui da un tal giorno non ne pregiudicassero

la salute.

Varney seguiva da vicino, siccome primo scudiere, il padrone portando

un berrettone di velluto nero ornato d’un fibbiaglio di diamanti, e

sormontato da bianco pennacchio. Egli tenea gli occhi costantemente

fisi sul Conte, siccome colui che per motivi non ignoti al certo ai

nostri leggitori, dovea fra tutti i numerosi servi del Leicester

augurargli più ardentemente e forza e risoluzione nel sostenere

i travagli di un giorno per lui sì penoso. Comunque il Varney

appartenesse a quel picciolo numero di scellerati, che giunti a

spegnere i rimorsi passano dall’ateismo a tale indifferenza, onde

i loro animi si chiudono ad ogni nobile affetto, e si fanno simili

ad agonizzanti assonnati dall’oppio, egli sapea nondimeno vivere

fortissima nel cuore del suo padrone questa fiamma inestinguibile del

sentimento morale, e che in mezzo anche a tante pompe e magnificenze

lo martoriava il rimorso, verme roditore che mai non muore. Nondimeno

l’astuto scudiere si confortava in pensando, che il Leicester era

giunto a persuadersi di quanto gli avea egli detto sulla leggiera

infermità cui soggiacea la Contessa, scusa validissima a dispensarla

dal comparire innanzi alla Regina, e s’immaginò quindi che in tal

momento ogn’altro affetto avrebbe ceduto all’ambizione, potentissima

nello spirito del Conte, e che per ciò non si sarebbe egli mai tradito

col lasciar trapelare sensi di debolezza.

I cavalieri del corteggio della Regina erano quelli fra gli ospiti del

viril sesso che maggiormente attraessero a sè gli sguardi d’ognuno.

Appartenevano tai gentiluomini alla nobiltà la più illustre di que’

tempi, e lo sfarzo onde pompeggiavano toglieva ai circostanti ogni

vaghezza d’osservar quelli che venivano dopo di loro.

Era giunto il momento che quella insigne schiera facesse mostra di

sè al gigante custode della porta. Ma questo grande baggeo stavasi

in tanta agitazione, ed in oltre una brocca d’_ala_ ch’ei trangugiò

credendo rinfrancar la memoria, produsse effetto sì contrario in quel

povero suo cervello ch’ei poteva appena respirare standosi adagiato,

nel suo sedile di pietra. La Regina, cred’io, sarebbe passata senza che

ei si movesse da quella positura, se il suggeritore Flibbertigibbet,

che stavasi dietro lui in vedetta, non gli avesse conficcata la punta

d’uno spillone nelle sue larghe spalle.

Costui mandò un grido, per vero dire fuor di concerto in quella parte

che ei dovea sostenere, poi alzatosi incominciò a girare a destra e

sinistra la sua mazza ferrata, e simile ad un cavallo che dopo avere

ricevuto un colpo di frusta, precipita in sua carriera e aggiugne

in un sol tratto la meta, così egli recitò d’un fiato la sua tirata

coll’aiuto sempre del suggeritore. Ella era la seguente; e il leggitore

comprenderà, senza fatica, che i primi versi di essa s’indirigevano

alla folla, il rimanente ad Elisabetta, al cui avvicinarsi il gigante,

quasi colpito da un’apparizione, abbandonava ogni insegna della propria

carica, cedendo il luogo alla Dea della notte, e al corteggio della

medesima.

Che bordello! è qui l’inferno?

O un guardian son’io di paglia?

Che si vuol? Fuori, o canaglia,

O le membra vi squinterno.

Però adagio! il guardo mio

Chi abbarbaglia oltre il costume?

È una donna, o fora un nume?

Addio, mazza, chiavi addio.

Gran Reina, cui d’appresso

Va il contento, io t’offro omaggio.

Al mirarti chi ha coraggio

Di contenderti l’ingresso?

Elisabetta accolse con molta grazia l’omaggio di questo Ercole moderno,

e avendogli fatto col capo tal cenno, che grata ne l’indicava,

attraversò la torre datagli prima in guardia, da’ cui merli udivasi una

musica guerresca. Tal musica ripetuta da altri sonatori collocati su

diversi punti di que’ baloardi, e prolungata dai vari ripercotimenti

dell’eco, dilatò cotanto quell’armonia che parea omai venisse da tutte

le bande.

Al suono di tal musica deliziosa la regina Elisabetta attraversò il

ponte che tenea tutto lo spazio compreso fra la torre della _Galleria_,

e l’altra di _Mortimero_. Innumerabili torcie poste alle impalizzate,

spargevano un chiarore vivace siccome quello del giorno. La maggior

parte di quei gentiluomini, scesi a terra, mandarono i loro cavalli al

villaggio di Kenilworth, per seguire a piedi la Regina; come il faceano

gli altri ch’erano stati scelti per riceverla nella galleria.

In quel tempo Raleigh volse alcune parole a Tressiliano, come per più

riprese avea fatto in fino allora, nè poco stupore destarono in lui le

risposte vaghe ed insignificanti che ne ricevea. E tal circostanza,

e quelle dell’appartamento abbandonato, e simile comparsa in abito

da viaggio che non potea far di meno di non ferire gli occhi della

Regina, e molt’altri sintomi osservati in Tressiliano, trassero Raleigh

a dubitare che non fosse accaduto qualche istantaneo sconcerto nella

mente di questo Cornovagliese.

Giunta appena la Regina sul ponte, altro nuovo spettacolo le si

offerse alla vista. Fin d’allora che i suoni musicali annunziarono

per ogni dove la sua presenza, si vide movere una grande zattera, che

rassembrava ad isola galleggiante illuminata da molte torcie, e cinta

di macchine intese a rappresentare i cavalli marini, su de’ quali si

posavano i Tritoni, le Nereidi, e le altre divinità de’ fiumi e del

mare. Tale isola si avanzò lentamente fino alla vicinanza del ponte.

Scorgevasi sovr’essa un’avvenente donna, vestita d’un mantello di seta

azzurra, annodato alla persona da un cinto, che presentava misteriose

cifre improntate, come il Filottero degl’Israeliti. Nuda le mani e

i piedi, smaniglie d’oro ne ornavano le braccia e l’estremità della

gamba. In mezzo a lunghe trecce di neri capelli stavale una corona

di vischio finto, e portava in mano un bastone d’avorio guernito

d’argento. La seguivano due ninfe vestite al pari di lei d’un abito

antico e simbolico.

Il tempo venne calcolato sì al giusto, che la signora dell’isola

galleggiante era con entrambe le sue seguaci alla torre, quando vi

giugnea Elisabetta. Allora questa abitatrice dell’acque con elegante

parlamento si annunziò per la famosa donna del Lago, rinomata nelle

storie del re Arturo, e celebre per avere protetta la giovinezza del

formidabile Lancilotto, e per avere coi pregi di sua beltà trionfato

della saggezza e degl’incanti del poderoso Merlino. Da quel tempo non

avea giammai abbandonato i cristalli cui dominava, comunque illustri

personaggi avessero a mano a mano tenuto il castello di Kenilworth. Nè

i Sassoni, nè i Danesi, nè i Normanni, nè i Samolowi, non i Clinton,

non i Monfort, non i Mortimeri, non i Plantageneti, benchè grandi ne

fossero la magnificenza e la gloria, aveano potuto indurla ad uscir

fuor dell’alghe del suo palagio. Ma appena un nome più di questi famoso

risonò al suo orecchio, divenne ansiosa d’offerire omaggio d’obbedienza

all’Inglese eroina, e d’invitarla a quelle feste, di cui sarebbero

stati teatro il castello e i dintorni, il lago e le rive.

La Regina che accolse gratamente tale salutazione, le rispose

sorridendo: «Noi avevamo creduto fin qui che il lago facesse parte de’

nostri dominii, ma poichè una donna tanto celebre a sè lo richiama, ci

sarà gradevole a miglior tempo di metterci in corrispondenza secolei

onde regolare i comuni nostri interessi».

Ottenuta ch’ebbe sì cortese risposta, la donna del Lago scomparve;

e Arione che entrava fra le marine divinità si fece vedere sul suo

delfino. Ma il Lambourne, che si era assunta questa parte dopo avere

discacciato Wayland, intirizzito dal freddo in un elemento tutt’altro a

lui che aggradevole, nè sapendo a memoria la propria parte, nè avendo,

come il guardiano della torre della _Galleria_ un Flibbertigibbet

che gliela suggerisse, si volse all’unico soccorso che l’impudenza

fornivagli; e gettata da sè la maschera si diede a giurare ch’egli

non era nè _Arione_, nè _Orione_ quale che dei due nomi si fosse il

vero, ma bensì l’onesto Michele Lambourne, che dalla mattina alla sera

non avea fatto che bere ad onore di sua Maestà, e condotto erasi a

Kenilworth unicamente per aggiugnere le sue congratulazioni a quelle

degli altri sopra un arrivo sì desiato.

Tale buffoneria improvvisata ebbe più favorevole effetto d’un preparato

discorso. La Regina ne rise di tutto cuore, e col suo usato giuramento

affermò essere questa la migliore fra le arringhe da lei ascoltate in

quel giorno. Il Lambourne accortosi che l’espediente cui si tenne avea

incontrato fortuna, saltò subito a terra, dando un calcio alla sua

marina cavalcatura e facendo voto di non intricarsi mai più co’ pesci,

se ciò non era attorno d’una tavola ben imbandita.

Intantochè la Regina entrava nel castello, fu tratto quel memorabile

fuoco d’artifizio, nella cui descrizione si adoperò sì fortemente

l’eloquenza del maestro Laneham, personaggio che dianzi demmo a

conoscere ai leggitori.

_Tali erano_, son questi i termini propri del donzello della camera del

Consiglio, _il chiarore de’ razzi, lo spicco delle stelle splendenti, i

lampi de’ fuochi artifiziali, lo strepito del cannone, che ne rimbombò

il Cielo, commosse ne furono l’acque, e crollò la terra, e quanto a me

comunque io sia uomo coraggioso, non mi presi mai tanta paura in mia

vita_[12].

_Fine del terzo volume._

Kenilworth, vol. 3/4 · 第 17 / 19 题