»Ella s’appressa a noi: l’annunzi il suono
»Delle festanti squille; e tu soldato,
»Corri, t’affretta ai merli: or non ministro
»Di morte, il foco al cavo bronzo appresta;
»E l’aura ripercossa e rotta a lei
»Gl’impazienti nostri voti adduca.
_La Regina Vergine._ Tragicom.
Dopo che Wayland abbandonò Tressiliano, come dianzi il dicemmo, il
secondo stavasi incerto su quanto si dovesse operare, allor quando vide
venire a se Raleigh e Blount che si tenevan per braccio, e ad un tempo
disputavano fortemente fra loro, giusta il costume. In quello stato
d’animo in cui si trovava il giovane di Cornovaglia, egli sentivasi
per vero dir poco vezzo della lor compagnia, ma oltrechè non vedea
un modo convenevole ad evitarli, comprendea che obbligato qual erasi
con promessa ad Amy di non vederla e di non avventurare per lei alcun
tentativo, il miglior partito per esso lui diveniva quello di mettersi
tra la folla, nè lasciar comparire, che il men possibile nella sua
fronte le angosce e le incertezze, fra cui internamente agitavasi.
Fatta dunque di necessità virtù, salutò i compagni: «Ebbene, come
passaste il tempo, o signori? D’onde venite?»
«Da Warwick, disse Blount. Siamo tornati per cambiar d’abito, come
usano gli attori di certe compagnie comiche povere per moltiplicare
sulla scena i lor personaggi. E voi, Tressiliano, perchè non faceste
altrettanto?»
«Blount ha ragione, soggiunse Raleigh. La Regina è tenerissima
dell’etichetta, e reputa una violazione del rispetto dovutole il
comparire innanzi a lei con un abito ove si veda la più piccola orma di
polve o di fango. Ma guarda! mio caro Tressiliano, guarda, e fa se puoi
di non ridere, il nostro Blount. Osserva come quel suo cane di sartore
gli ha messo addosso un catafascio di turchino, di grigio, di rosso, di
nastri color di carne, e compiscono l’opera quelle rosette gialle sulle
sue scarpe!»
«Che cosa pretenderesti di meglio? rispose Blount. Certamente non mi
stetti dal raccomandare a quel mariuolo di fare una bella cosa, e di
non guardare a spese; e credo poi anche che questo da te chiamato
catafascio, non manchi di fare spicco. Per lo meno il mio abito è
migliore del tuo, e ne fo giudice Tressiliano.»
«E lo sia, disse Walter Raleigh. Per bacco! ne ho tutto il piacere. A
te, Tressiliano, profferisci sentenza.»
Tressiliano, instituito arbitro, cominciò ad esaminare le cose che
divenivano materia di procedura, e indovinò d’un guardo, che il povero
Blount prese sulla parola del sartore quell’abito carico di nastri, in
mezzo ai quali sentivasi imbarazzato più d’un contadino quando mette
il suo abito della domenica. Il vestito di Raleigh invece, elegante e
ricco ad un tempo, gli si affacea sì vantaggiosamente, che chiamava
ogni sguardo sopra di lui. Laonde Tressiliano pronunziò, più ricco
essere il vestito di Blount, di miglior gusto l’altro di Raleigh.
Blount si tenne contento di una tal decisione. «Lo sapea ben io che
quel furfante di Doublettich non avrebbe avuta la poca accortezza
di presentarmi una giubba liscia come quella di Raleigh. Gli avrei
spaccato il cranio col suo stesso ferro da distendere. Poichè se
dobbiamo essere pazzi, siamo almeno pazzi di prima sfera.»
«Ma, e tu, Tressiliano, allora disse Raleigh, che aspetti tu per
andarti a vestire?»
«Un equivoco m’ha fatto rimanere fuori della mia stanza, rispose
il gentiluomo di Cornovaglia, e mi priva qualche tempo del mio
arredo. Anzi stava io per pregarti a darmi un poco di luogo nel tuo
appartamento.»
«E con tutto il piacere, soggiunse tosto Raleigh. La mia stanza è assai
vasta, nè può negarsi, sua Signoria di Leicester ci tratta con ogni
riguardo, e ne volle alloggiati da principi. Certamente, se anche è a
ritroso tal sua compitezza, ei la porta sì lunge, che la ritrosia non
si scorge. Laonde nell’atto stesso di farti padrone della mia stanza,
ti consiglierei volgerti al ciamberlano del Conte; egli ti farà subito
avere soddisfazione per l’altra stanza che t’hanno levata.»
«Oh! la cosa non merita l’incomodo di pensarvi sopra, massimamente
poichè condiscendi tu ad alloggiarmi. È egli poi ben sicuro che non
darò disturbo a nessuno. A proposito! Avevate compagnia nel venir da
Warwick?»
«Grande, rispose Blount. Varney, e un’intera tribù di _Leicesteriani_,
poi anche una ventina circa di fedeli amici del conte di Sussex.
Noi dobbiamo, a quanto sembra, ricevere la Regina nella torre, che
costoro chiamano della _Galleria_, e assistere a tutte le buffonerie
che si preparano per farle festa; indi saremo noi gl’incaricati di
farle corteggio nel trasferirsi al Salone, affinchè tutti quelli che
l’avranno accompagnata sino al castello, abbiano il tempo di cambiare
in più ricche vesti gli abiti loro da viaggio. Sto da re, se la Sovrana
mi volge qualche parola. Dio mi castighi s’io so che risponderle.»
«Qual cagione vi ha trattenuti sì lungo tempo a Warwick?» continuò ad
interrogar Tressiliano, studioso di allontanare il discorso dalle cose
che lo riguardavano.
«Ci ha trattenuti... una infinità di stravaganze, rispose Blount, ma
stravaganze tali, che non se ne vedono di sì fatte alla fiera di S.
Bartolommeo: discorsi imparati a memoria, commedie, cani, orsi, uomini
vestiti da simie, donne trasformate in fantocci, che so io? In verità
maraviglio come la Regina abbia potuto reggere a tante goffaggini.
Eh sì! coloro che ne erano i personaggi ricavavano a quando a quando
clementi occhiate dalla Sovrana, e lessero nel volto di lei più d’un
segno d’aggradimento. Convien dirlo: la vanità fa talvolta impazzire
i più saggi; ma andiamo tutti alla torre _della Galleria_. Vieni,
Tressiliano... non capisco per altro come ti trarrai d’imbarazzo con
quell’abito pieno di polvere, e con que’ tuoi stivaloni.»
«Starò sempre dietro a te, caro Blount. Così la nobiltà della tua
presenza, e l’eleganza delle tue vesti copriranno quanto è di sconcio
nel mio aggiustamento,» rispose Tressiliano, che s’accorse come tutte
le idee del nostro Blount si fossero concentrate allora in una sola,
intendo la pompa insolita de’ panni che aveva indosso.
«E pensi che ciò accadrà veramente? rispose Blount. Ebbene!
rassegniamci. Non puoi credere quanta sia la mia soddisfazione, perchè
trovasti di buon gusto il mio abito. O non fare una pazzia, ma tratti a
farla, si faccia almen grandemente!»
Nel dir tai cose il Blount, ora s’aggiustava il cappello, or mettea
studio a ben portare la gamba, pago di se stesso come se avesse
preceduta la sua brigata di lancieri, talvolta mandava occhiate
contente alle cremesine sue calze, e alle larghe rosette gialle che si
spiegavano sulle sue scarpe. Mesto e pensieroso il seguia Tressiliano,
senza por mente a Raleigh, il quale spassandosi sulla goffa vanità
di Blount ne facea il testo di mille graziosi motteggi che susurrava
all’orecchio dell’altro compagno.
Di tal maniera attraversarono il ponte coperto, andati indi a porsi con
altri gentiluomini innanzi alla porta esterna della _Galleria_, o torre
d’ingresso. Il loro numero era di quaranta persone all’incirca, scelte
fra i cavalieri di primo ordine, e schierati in doppia fila da ciascun
lato della porta come una guardia d’onore.
Armati soltanto delle loro spade questi gentiluomini, portavano
abiti ricchi sin quanto l’immaginazione può concepirli; e poichè
l’usanza d’allora volea grande sfoggio di magnificenza, non vedeansi
che velluti, ricami d’oro e d’argento, nastri, perle, e preziose
catenelle. I gravi pensieri che occupavano l’animo di Tressiliano non
gl’impedirono d’avvedersi, come con quel suo abito da viaggio benchè
elegante, facesse meschina comparsa in mezzo a cotanta pompa, e più il
trassero in tale considerazione le maraviglie fatte da’ suoi amici,
e gli sguardi schernitori de’ partigiani del Leicester. Non potevamo
omettere simile circostanza, quand’anche taluno la riguardasse men
consentanea al carattere grave che attribuimmo a Tressiliano. Ma però
questa maggior cura che si dà all’esterno aggiustamento è una specie
d’amor proprio, di cui neanche l’uomo il più saggio va immune, ed è sì
connaturale alla specie umana, che non solamente la serba il soldato
fin quando si cimenta ai rischi d’una morte quasi sicura, ma lo stesso
colpevole che cammina al supplizio si studia di mostrarsi nel modo men
disdicevole. Però si evitino le digressioni.
Terminava il crepuscolo vespertino della giornata estiva de’ 9 luglio
1575, che tutti aspettavano ancora con grande ansietà l’arrivo della
Regina. Ogni istante ingrossava la folla già da molte ore adunatasi.
Un’abbondante distribuzione di reficiamenti e di bue arrostito, e
le botti d’_ala_ congegnate con pertiche in diversi punti della
strada, mantenevano nel popolo la gaiezza, e la sua affezione in
ver la Regina e il favorito della Regina, affezione che sarebbesi
del certo affievolita, se la molestia del digiuno si fosse aggiunta
all’impazienza di un lungo aspettare.
Così a quella turba non parve lungo un tempo trascorso fra popolari
trastulli, e schiamazzi, e risa, e triviali scherzi, che gli uni agli
altri mutuamente si indirigevano.
Di tal genere era l’agitazion che vedeasi nello spianato vicino al
castello, e principalmente presso la porta del parco, ove il popolo
più numeroso assembrossi; allor quando vistosi d’improvviso brillar un
razzo nell’atmosfera, si fece ad un tempo udire per tutta l’estensione
della pianura il suono della campana maggiore del castello.
Cessarono in quest’istante le grida, cui succedè il sordo mormorio
dell’aspettazione, onde non altra cosa ascoltavasi, che un confuso
ronzio di migliaia d’uomini che parlavano sotto voce, e per valermi
d’una frase bizzarra, il bisbigliar lieve d’una moltitudine immensa.
«Giungono adesso, non v’è dubbio, disse Raleigh. Tressiliano, questo
suono ha un non so che di maestoso. Noi di qui l’ascoltiamo, siccome
naviganti, che dopo un lungo viaggio, odono in lontananza il flutto che
si rompe urtando in qualche incognita spiaggia.»
«Secondo me, rispose il Blount, questo rumore ha molta simiglianza col
muggito che fan le mie vacche nel ricinto di Wittens-Westlowe.»
«Adesso, per Dio! sta pascolando, disse Raleigh a Tressiliano, e non
gli passano per la mente che buoi e praterie. Di fatto ei non val
meglio de’ suoi armenti cornuti, nè diventa uomo che quando gli si
parla di sangue o di morte.»
«Bada, soggiunse Tressiliano, ch’egli sull’istante non te ne dia prova,
se non la finisci colle tue spiritose bizzarrie.»
«Eh! non ci penso neanche, rispose Raleigh. Ma tu pure, mio
Tressiliano, sei divenuto un barbagianni, lo sai! Tu non voli più che
di notte tempo. Tu cambiasti i tuoi canti in lugubri lamentazioni, e la
buona compagnia in un buco di muro.»
«E tu! che specie d’animale sei tu, o Raleigh, che corri tanto nel
giudicare i tuoi simili?» disse allor Tressiliano.
«Io! io sono un’aquila che non mi abbasserò mai fino a terra,
sintantochè vi sia un cielo verso cui indirigere il volo, finchè vi
sarà un sole ove fisare il mio sguardo.»
«Bella millanteria! per san Barnaba! entrò in campo il Blount.
Ma, caro il mio signor _dall’aquila_, guardatevi dalla gabbia, e
dall’uccellatore. Ho visto altri uccelli volar alto quanto il vorreste
voi; poi gli ho visti dopo, molto leggiadramente impagliati far da
spavento agli altri uccelli loro compagni. Ma zitti. Da che deriva
questo improvviso silenzio?»
«È il corteggio, disse Raleigh, che si ferma alla porta del parco,
ove una sibilla, una di queste _fatidicae_, parla colla Regina e ne
trae l’oroscopo. Ne ho veduti i versi che non hanno gran vezzo. Poi
sua Maestà è stanca di poesie. Ella stessa in tempo che il cancelliere
di Ford-Mell l’arringava, mi disse all’orecchio, che era _pertaesa
barbarae loquelae_.»
«La Regina parlargli all’orecchio! meditò subito il Blount. Come finirà
mai questa faccenda?»
Ma tali sue considerazioni vennero interrotte dai romorosi applausi
della moltitudine, che da ogni eco venivano rimandati due miglia
all’intorno. I gruppi situati a mano a mano ne’ luoghi d’onde passava
Sua Maestà, mettevano plaudenti grida, che da un gruppo all’altro
si comunicavano fino al castello, onde finalmente quelli ch’eran di
dentro n’ebber gli annunzi, e quando la Regina aveva oltrepassato la
porta del parco, e quando fu entrata in Kenilworth. Allora si fece
udire la musica del castello, e il romor del cannone si mescolò a quel
delle scariche degli archibusi. Pur questo fracasso di tamburi, di
trombe e di spari di cannone discernevasi appena, tanto forti erano le
acclamazioni ognor crescenti di tutta quella popolazione.
Allorchè lo strepito cominciò a sminuire, si fece vedere alla porta
del castello un vivacissimo splendore, che si distendeva ed ingrandiva
col suo avvicinarsi. Tale splendore avanzavasi, tenendo il sentiero
del viale che guidava alla torre della _Galleria_, e venendo per mezzo
alle file della gente del Conte. Tantosto da entrambi i lati di quelle
file medesime s’alzò un grido: la Regina! la Regina! silenzio! Di fatto
giugnea Elisabetta, preceduta da dugento suoi cavalieri, che portavano
torcie di legno resinoso, il cui chiarore, pari a quello del giorno,
splendea su tutto il corteggio, in mezzo al quale stavasi la Regina
vestita nella massima pompa, e raggiante tutta di gemme. Saliva ella un
bianco destriero, unendo dignità e grazie in condurlo, talchè in quel
portamento nobile e maestoso ben ravvisavasi l’augusta discendente di
cento monarchi.
Le dame d’onore che seguivano sua Maestà non trascurarono certamente
nel loro ornarsi nessuna cosa di quante si voleano a sostenere il
lustro di un sì brillante corteggio. Tutte queste costellazioni
secondarie erano degne del glorioso astro che circondavano. La pompa,
onde cresceano spicco all’avvenenza di loro forme, stavasi bensì ne’
limiti d’un ritegno che le facea riguardose di non parer gareggianti
col maggior astro, ma tale sempre si mantenea, onde si scorgesse essere
elleno il fiore d’un regno tanto rinomato pe’ suoi fasti e per la
leggiadria delle sue abitatrici. La magnificenza dei cortigiani, non
frenata da prudenziali considerazioni andava oltre ogni limite.
Il Leicester, tutto splendente d’oro e di preziosi ricami, veniva a
cavallo alla diritta della Regina, onore che gli si addicea e come
ospite di lei, e come grande scudiere. Era il destriero uno de’ più
famosi corridori di tutta l’Europa, ed un’insigne somma avea spesa
il Conte per procacciarselo, e farsene merito in tale circostanza.
Questo nobile animale mostrandosi impaziente del lento marciare di
quel corteggio, ritondava con grazia il maestoso collo, e rodea in
leggiadra guisa l’argenteo morso che lo frenava. Ne uscia dalla
bocca la spuma, e cadea come fiocchi di neve in su le belle sue
membra. Degno il cavaliere del proprio grado, e di salire sì nobil
corsiero, non eravi alcuno in Inghilterra, nè forse in Europa, che gli
potesse contender la palma o nell’arte di guidare un cavallo, o in
tutt’altr’arte cavalleresca. Col capo scoperto, siccome ognuno di quel
corteggio, il lume delle torce rischiarava e le prolungate anella della
sua nera capigliatura, e quel dignitoso volto, ove il censore anche
il più severo non avrebbe potuto notare altro difetto, che un’altezza
di fronte, soverchia anzichè no. In questa sera tanto memorabile,
dipigneasi nei suoi lineamenti la tenera sollecitudine di un suddito
compreso d’alta gratitudine per l’onore compartitogli dal Monarca, ma
che ad un tempo va orgoglioso d’esserne meritevole.
Ciò nondimeno, comunque gli raggiasse la gioia sul viso, alcuni del suo
seguito credettero accorgersi d’una pallidezza più che ordinaria in
quel volto, e gli uni agli altri si manifestarono la tema, che le molte
cure e fatiche cagionate a lui da un tal giorno non ne pregiudicassero
la salute.
Varney seguiva da vicino, siccome primo scudiere, il padrone portando
un berrettone di velluto nero ornato d’un fibbiaglio di diamanti, e
sormontato da bianco pennacchio. Egli tenea gli occhi costantemente
fisi sul Conte, siccome colui che per motivi non ignoti al certo ai
nostri leggitori, dovea fra tutti i numerosi servi del Leicester
augurargli più ardentemente e forza e risoluzione nel sostenere
i travagli di un giorno per lui sì penoso. Comunque il Varney
appartenesse a quel picciolo numero di scellerati, che giunti a
spegnere i rimorsi passano dall’ateismo a tale indifferenza, onde
i loro animi si chiudono ad ogni nobile affetto, e si fanno simili
ad agonizzanti assonnati dall’oppio, egli sapea nondimeno vivere
fortissima nel cuore del suo padrone questa fiamma inestinguibile del
sentimento morale, e che in mezzo anche a tante pompe e magnificenze
lo martoriava il rimorso, verme roditore che mai non muore. Nondimeno
l’astuto scudiere si confortava in pensando, che il Leicester era
giunto a persuadersi di quanto gli avea egli detto sulla leggiera
infermità cui soggiacea la Contessa, scusa validissima a dispensarla
dal comparire innanzi alla Regina, e s’immaginò quindi che in tal
momento ogn’altro affetto avrebbe ceduto all’ambizione, potentissima
nello spirito del Conte, e che per ciò non si sarebbe egli mai tradito
col lasciar trapelare sensi di debolezza.
I cavalieri del corteggio della Regina erano quelli fra gli ospiti del
viril sesso che maggiormente attraessero a sè gli sguardi d’ognuno.
Appartenevano tai gentiluomini alla nobiltà la più illustre di que’
tempi, e lo sfarzo onde pompeggiavano toglieva ai circostanti ogni
vaghezza d’osservar quelli che venivano dopo di loro.
Era giunto il momento che quella insigne schiera facesse mostra di
sè al gigante custode della porta. Ma questo grande baggeo stavasi
in tanta agitazione, ed in oltre una brocca d’_ala_ ch’ei trangugiò
credendo rinfrancar la memoria, produsse effetto sì contrario in quel
povero suo cervello ch’ei poteva appena respirare standosi adagiato,
nel suo sedile di pietra. La Regina, cred’io, sarebbe passata senza che
ei si movesse da quella positura, se il suggeritore Flibbertigibbet,
che stavasi dietro lui in vedetta, non gli avesse conficcata la punta
d’uno spillone nelle sue larghe spalle.
Costui mandò un grido, per vero dire fuor di concerto in quella parte
che ei dovea sostenere, poi alzatosi incominciò a girare a destra e
sinistra la sua mazza ferrata, e simile ad un cavallo che dopo avere
ricevuto un colpo di frusta, precipita in sua carriera e aggiugne
in un sol tratto la meta, così egli recitò d’un fiato la sua tirata
coll’aiuto sempre del suggeritore. Ella era la seguente; e il leggitore
comprenderà, senza fatica, che i primi versi di essa s’indirigevano
alla folla, il rimanente ad Elisabetta, al cui avvicinarsi il gigante,
quasi colpito da un’apparizione, abbandonava ogni insegna della propria
carica, cedendo il luogo alla Dea della notte, e al corteggio della
medesima.
Che bordello! è qui l’inferno?
O un guardian son’io di paglia?
Che si vuol? Fuori, o canaglia,
O le membra vi squinterno.
Però adagio! il guardo mio
Chi abbarbaglia oltre il costume?
È una donna, o fora un nume?
Addio, mazza, chiavi addio.
Gran Reina, cui d’appresso
Va il contento, io t’offro omaggio.
Al mirarti chi ha coraggio
Di contenderti l’ingresso?
Elisabetta accolse con molta grazia l’omaggio di questo Ercole moderno,
e avendogli fatto col capo tal cenno, che grata ne l’indicava,
attraversò la torre datagli prima in guardia, da’ cui merli udivasi una
musica guerresca. Tal musica ripetuta da altri sonatori collocati su
diversi punti di que’ baloardi, e prolungata dai vari ripercotimenti
dell’eco, dilatò cotanto quell’armonia che parea omai venisse da tutte
le bande.
Al suono di tal musica deliziosa la regina Elisabetta attraversò il
ponte che tenea tutto lo spazio compreso fra la torre della _Galleria_,
e l’altra di _Mortimero_. Innumerabili torcie poste alle impalizzate,
spargevano un chiarore vivace siccome quello del giorno. La maggior
parte di quei gentiluomini, scesi a terra, mandarono i loro cavalli al
villaggio di Kenilworth, per seguire a piedi la Regina; come il faceano
gli altri ch’erano stati scelti per riceverla nella galleria.
In quel tempo Raleigh volse alcune parole a Tressiliano, come per più
riprese avea fatto in fino allora, nè poco stupore destarono in lui le
risposte vaghe ed insignificanti che ne ricevea. E tal circostanza,
e quelle dell’appartamento abbandonato, e simile comparsa in abito
da viaggio che non potea far di meno di non ferire gli occhi della
Regina, e molt’altri sintomi osservati in Tressiliano, trassero Raleigh
a dubitare che non fosse accaduto qualche istantaneo sconcerto nella
mente di questo Cornovagliese.
Giunta appena la Regina sul ponte, altro nuovo spettacolo le si
offerse alla vista. Fin d’allora che i suoni musicali annunziarono
per ogni dove la sua presenza, si vide movere una grande zattera, che
rassembrava ad isola galleggiante illuminata da molte torcie, e cinta
di macchine intese a rappresentare i cavalli marini, su de’ quali si
posavano i Tritoni, le Nereidi, e le altre divinità de’ fiumi e del
mare. Tale isola si avanzò lentamente fino alla vicinanza del ponte.
Scorgevasi sovr’essa un’avvenente donna, vestita d’un mantello di seta
azzurra, annodato alla persona da un cinto, che presentava misteriose
cifre improntate, come il Filottero degl’Israeliti. Nuda le mani e
i piedi, smaniglie d’oro ne ornavano le braccia e l’estremità della
gamba. In mezzo a lunghe trecce di neri capelli stavale una corona
di vischio finto, e portava in mano un bastone d’avorio guernito
d’argento. La seguivano due ninfe vestite al pari di lei d’un abito
antico e simbolico.
Il tempo venne calcolato sì al giusto, che la signora dell’isola
galleggiante era con entrambe le sue seguaci alla torre, quando vi
giugnea Elisabetta. Allora questa abitatrice dell’acque con elegante
parlamento si annunziò per la famosa donna del Lago, rinomata nelle
storie del re Arturo, e celebre per avere protetta la giovinezza del
formidabile Lancilotto, e per avere coi pregi di sua beltà trionfato
della saggezza e degl’incanti del poderoso Merlino. Da quel tempo non
avea giammai abbandonato i cristalli cui dominava, comunque illustri
personaggi avessero a mano a mano tenuto il castello di Kenilworth. Nè
i Sassoni, nè i Danesi, nè i Normanni, nè i Samolowi, non i Clinton,
non i Monfort, non i Mortimeri, non i Plantageneti, benchè grandi ne
fossero la magnificenza e la gloria, aveano potuto indurla ad uscir
fuor dell’alghe del suo palagio. Ma appena un nome più di questi famoso
risonò al suo orecchio, divenne ansiosa d’offerire omaggio d’obbedienza
all’Inglese eroina, e d’invitarla a quelle feste, di cui sarebbero
stati teatro il castello e i dintorni, il lago e le rive.
La Regina che accolse gratamente tale salutazione, le rispose
sorridendo: «Noi avevamo creduto fin qui che il lago facesse parte de’
nostri dominii, ma poichè una donna tanto celebre a sè lo richiama, ci
sarà gradevole a miglior tempo di metterci in corrispondenza secolei
onde regolare i comuni nostri interessi».
Ottenuta ch’ebbe sì cortese risposta, la donna del Lago scomparve;
e Arione che entrava fra le marine divinità si fece vedere sul suo
delfino. Ma il Lambourne, che si era assunta questa parte dopo avere
discacciato Wayland, intirizzito dal freddo in un elemento tutt’altro a
lui che aggradevole, nè sapendo a memoria la propria parte, nè avendo,
come il guardiano della torre della _Galleria_ un Flibbertigibbet
che gliela suggerisse, si volse all’unico soccorso che l’impudenza
fornivagli; e gettata da sè la maschera si diede a giurare ch’egli
non era nè _Arione_, nè _Orione_ quale che dei due nomi si fosse il
vero, ma bensì l’onesto Michele Lambourne, che dalla mattina alla sera
non avea fatto che bere ad onore di sua Maestà, e condotto erasi a
Kenilworth unicamente per aggiugnere le sue congratulazioni a quelle
degli altri sopra un arrivo sì desiato.
Tale buffoneria improvvisata ebbe più favorevole effetto d’un preparato
discorso. La Regina ne rise di tutto cuore, e col suo usato giuramento
affermò essere questa la migliore fra le arringhe da lei ascoltate in
quel giorno. Il Lambourne accortosi che l’espediente cui si tenne avea
incontrato fortuna, saltò subito a terra, dando un calcio alla sua
marina cavalcatura e facendo voto di non intricarsi mai più co’ pesci,
se ciò non era attorno d’una tavola ben imbandita.
Intantochè la Regina entrava nel castello, fu tratto quel memorabile
fuoco d’artifizio, nella cui descrizione si adoperò sì fortemente
l’eloquenza del maestro Laneham, personaggio che dianzi demmo a
conoscere ai leggitori.
_Tali erano_, son questi i termini propri del donzello della camera del
Consiglio, _il chiarore de’ razzi, lo spicco delle stelle splendenti, i
lampi de’ fuochi artifiziali, lo strepito del cannone, che ne rimbombò
il Cielo, commosse ne furono l’acque, e crollò la terra, e quanto a me
comunque io sia uomo coraggioso, non mi presi mai tanta paura in mia
vita_[12].
_Fine del terzo volume._