»Io perigliai per te; cotal profitto
»Di servigio fedel mi rendi? Addio.
»_Tu ver Gerusalemme, io ver l’Egitto_.
_Imitazione d’alcuni versi del Falconer._
Tressiliano camminando avanti e indietro per la corte del castello
meditava sullo strano avvenimento di questa comparsa di Amy e del
colloquio avuto seco lei; dubbioso ad un tempo se l’obbligare la
propria promessa, e lasciare tutto un giorno in balia di se medesima
quella giovinetta fosse stato buon consiglio per parte d’uomo
rivestito, com’egli era, della paterna autorità.
Ma in qual modo ricusar tale inchiesta ad Amy, ch’ei poteva anche
credere legittimamente sottomessa all’autorità di Varney?
«Se Varney, diceva egli, l’avesse riconosciuta per moglie, qual diritto
sarebbe in me di toglierla al suo potere? Converrebbe neanco, ponendo
la discordia fra entrambi, distruggere le sole speranze di domestica
felicità, che possono rimanere a questa sventurata?»
Tale riguardo si fu quello che fece risolvere Tressiliano a mantenere
scrupolosamente la promessa fatta ad Amy. Che anzi, poichè a tal si
era giunti, allegravasi di vedersi in circostanze più propizie onde
soccorrere una donna infelice a lui sempre cara. Amy non era più
rinchiusa in un ritiro solitario e lontano, sotto la guardia di persone
sospette. Ella trovavasi nel castello di Kenilworth, in mezzo alla
corte della Regina, difesa contra ogni sorte di violenza, e sempre
in grado di mostrarsi ad Elisabetta; le quali cose tutte sembravano
collegarsi a favore della figlia di sir Robsart.
Intantochè Tressiliano stavasi così esitando, or fra i pericoli da
temersi, or fra i vantaggi da sperarsi per la giovane, giunta in sì
strano modo a Kenilworth, gli si accostò Wayland, che esclamò in
veggendolo: «Lode al Cielo! pur trovo la Signoria vostra,» e gli disse
all’orecchio, che la giovane era fuggita da Cumnor.
«Ed è ora in questo castello, soggiunse Tressiliano: lo so, l’ho
veduta. Fu per proprio volere di lei che venne condotta nel mio
appartamento?»
«No, rispose Wayland, ma abbracciai il primo espediente che mi
s’offerse per metterla al sicuro e si fa per me un nuovo contento il
sapere che alloggiate voi in quella stanza. Piacevole situazione per
vero dire! Da un canto il refettorio e dall’altro la cucina!»
«Taci, che questo non è momento di scherzi,» risoggiunse mestamente
Tressiliano.
«Non lo so che troppo, prese a dire il maniscalco; ho passati tre
giorni che non mi sarebbero stati più amari col capestro al collo.
Questa povera Signora non ha la mente a segno sicuramente; nè è,
credetelo, per accettare le nostre offerte. Mi ha proibito parlarle di
voi, ed è risoluta a commettersi fra le mani di Leicester. Del certo,
se nel punto che entrò nella vostra stanza l’avesse ella conosciuta per
tale, mi sarebbe stato impossibile indurla a profittarne.»
«Qual è dunque il suo divisamento? ripigliò Tressiliano. Pensa ella
forse, che il conte di Leicester per favorirla, vorrà far uso del
proprio potere sopra un infame vassallo?»
«È ciò che non saprei accertarvi. Quanto v’ha di sicuro è, che
accordandosi ella con Leicester o con Varney, il lato per noi più
sicuro di Kenilworth sarà quello, d’onde potremo più facilmente
metterci al largo. Se debbo dirvela, io non fo conto di fermarmivi
un istante, tostochè avrò consegnata al Leicester la lettera della
Signora. Prima di portargliela, io non aspettava che i vostri ordini.
Ecco, vedetela... ma no. Oh! venga il malanno a questa lettera! L’avrò
dimenticata in quel fenile, o per dir meglio canile, che è divenuto la
mia stanza da letto.»
«Per la morte! gridò Tressiliano perdendo in un subito la pazienza.
Piaccia a Dio che tu non abbia smarrita quella lettera da cui dipende
un avvenimento più importante che non mille vite pari alla tua!»
«Smarrita! rispose prontamente Wayland. Vostra Signoria scherza; l’ho
rinchiusa con tutta diligenza entro il sacchetto delle mie robe da
notte. L’avrete a momenti.»
«Corri tosto, e con fedeltà recala a me. N’avrai ricompensa. Ma se si
avverasse quanto ho temuto, se più non fosse in tua mano, guai, guai a
te! ti farei portar invidia ad un cane ammazzato.»
Wayland partì colla gioia e la sicurezza sul fronte, ma tremante in
fondo dell’animo suo.
La lettera era smarrita, e nulla eravi di più sicuro, ad onta della
scusa che il maniscalco allegò per calmare la furibonda inquietezza di
Tressiliano. La lettera era smarrita, ed era tal lettera che se cadeva
in cattive mani, facea noto tutto un maneggio, di cui Wayland era
complice. Nè comunque andasser le cose, vedeva egli alcuna speranza,
che tal maneggio non si scoprisse. Or lo traevano ancora a molesti
pensieri gli atti d’impazienza di Tressiliano.
«Ecco la bella moneta onde vengo pagato per prestar servigi, in cui
va la mia testa di mezzo. Gli è ora che pensi a me stesso. Io qui non
fo altro, se non m’inganno, che rendermi colpevole verso il signore
di questo magnifico castello, verso uno che può togliermi la vita con
tanta facilità quanta ve n’è a spegnere una candela da sei denari. E
tutto ciò mi guadagno a servire una donna impazzita, ed un malinconico
amante, altro matto, che per aver io perduto un cencio di carta piegata
in quarto, mette mano alla spada e minaccia d’ammazzar tutto il mondo!
Soprappiù, qui si trovano Varney e il dottore. La vita vale anche più
dei denari. Ho risoluto. Vada al diavolo ogni compenso, e fo di gamba
in quest’istante medesimo.»
Egli è naturale che sì fatte considerazioni si presentassero all’animo
di Wayland, ingolfatosi più avanti ch’ei nol credesse da prima in una
sequela di maneggi misteriosi, inesplicabili, e tali che perfino i
primari attori parea non sapessero qual fosse la loro parte. Nondimeno
fa d’uopo rendergli giustizia. Queste personali considerazioni
erano, fino ad un certo grado, contrabbilanciate nell’animo suo
dalla passione, che l’idea di abbandonare quella infelice giovane
gl’inspirava.
«Non penso a Tressiliano più di quello che pensi ad una moneta di sei
denari. Con lui non ho debiti. Condussi la sua errante donzella in
questo castello. Studii egli a farle la sentinella. Ben mi rattiene la
pietà dovuta ad un’infelice. Chi sa a quai disgrazie andrà soggetta in
mezzo a questo chiasso, a questo tumulto. Sì: è necessario ch’io mi
rechi nella sua stanza, ch’io le confessi d’aver perduto la lettera.
Così almeno potrà allestirne un’altra, nè ella mancherà, spero, di
messi, in una casa ove non è penuria di servi, che possono ben portare
una lettera al loro padrone. Indi le dirò che vado via, raccomandandola
alla bontà del Cielo, alla sua propria saviezza, alle cure e alle
previdenze del sig. Tressiliano. Forse le verrà in mente l’anello che
mi aveva offerto. Affè, che me lo sarei guadagnato! Infine! ella è
un’amabile creatura. Dunque all’inferno l’anello! Non voglio avvilirmi
per sì poca cosa. Se anche fossi vittima del mio buon cuore in questo
mondo, sarò più felice nell’altro. Due parole alla Signora, indi gambe
mie fate il resto.»
Col piè leggiero e coll’occhio attento d’un gatto che guati la sua
preda, Wayland s’avviò alla stanza della Contessa, trapassando e corti,
e corritoi, studioso ad un tempo e d’osservar coloro che gli passavano
da vicino, e di sottrarsi quanto il poteva agli altrui sguardi. Con tal
tenor d’andamento si trovò al grande atrio situato fra la cucina e il
salone, indi alla scaletta della torre _di Merwyn_.
Già il nostro buon maniscalco si compiacea d’avere scansati tutti
i pericoli, e preparavasi a salire, facendo due gradini per volta,
quando s’accorse dell’ombra d’un uomo che dipigneasi sopra una porta
socchiusa. Allora scese tosto sulla punta dei piedi tornandosene
alla corte interna del castello, che trascorse in lungo ed in largo
per un quarto d’ora all’incirca, sembratogli quattro volte più
lungo dell’ordinario; poi rivenne alla torre colla speranza che
finalmente quest’uomo a lui ignoto ne fosse partito. L’ombra di fatto
era scomparsa, onde ascese qualche gradino di più, e mentre stava
deliberando se fosse miglior partito il salire ancora o tornarsene
addietro, s’aprì d’improvviso la porta, offerendo a’ suoi occhi rimasti
attoniti Michele Lambourne che tantosto sclamò: «Chi diavolo sei tu?
Che cosa vieni a cercare in quest’angolo del castello?»
«Non son già io un cane, che ubbidisca al primo uomo che fischia, lo
sapete voi?» rispose Wayland ostentando una sicurezza troppo smentita
dal tuono tremebondo della sua voce.
«Tu cerchi credo me, Lorenzo Staples.» Sì disse il Lambourne ad un
omaccio mal costrutto, cogli occhi loschi e alto più di sei piedi, che
comparve alla porta. Indi rivolto a Wayland, continuò: «Poichè ti piace
tanto, amico mio, questa torre, posso dartene a conoscere le parti le
più profonde, poste dodici grossi piedi sotto il letto del lago. Le
troverai abitate da serpenti, rospi, lucertole e da altri leggiadri
animali di simili famiglie, che ti faranno buona compagnia. Presto!
rispondimi, chi sei? che vuoi tu in questo luogo?»
«Se una volta si chiude sopra di me la porta d’una prigione, sono
spedito,» ragionava in suo cuore Wayland. Laonde rispose con modi i
più sommessi esser egli il povero bagattelliere che _suo Onore_ aveva
incontrato il dì innanzi a Weatherly.
«E qual giuoco di mano pretendi tu di fare in questa torre? La tua
brigata, disse il Lambourne, è nell’edificio di Clinton.»
«Vado a trovare una mia sorella, disse Wayland, che abita là in alto
nella camera del sig. Tressiliano.»
«Ah! ah! Ho capito adesso (sclamò sorridendo il Lambourne). Affè che
questo sig. Tressiliano per essere un forestiere non si prende fastidi
o riguardi, come se fosse in casa sua; e con molta leggiadria mette
nelle proprie stanze le suppellettili che gli accomodano meglio.
Ottimamente! Sarà un fattarello di più da ingrossare la vita del santo
sig. Tressiliano; scommetto vi saranno persone alle quali ne andrà
a sangue il racconto più che non a me una borsa d’oro. Ascoltami,
furfante, sì disse volgendosi a Wayland, e intendimi bene. Non vogliamo
che tu faccia stanare il lepre, perchè è nostra mente prenderlo al
covo. Vattene di qui con quel tuo ceffo da imbroglione o ch’io ti fo
saltare dalla finestra; e in verità sarei tentato a sperimentare se con
qualcuna delle tue astuzie sei capace di preservar le tue ossa dagli
effetti d’un capitombolo.»
«La signoria vostra, come spero, non avrà un’anima sì crudele, ne sono
certo, ripigliò Wayland. Conviene lasciar vivere la povera gente; anzi
spero dalla bontà di vostra Signoria la permissione di parlare con mia
sorella.»
«Tua sorella, sì, dal lato d’Adamo, non è vero? Che s’ella lo fosse
altrimenti, non ne saresti che più colpevole; ma sorella o non sorella,
ti sventro come una volpe se tu ritorni a questa torre. Anzi or che ci
penso, dalla parte di tutti i diavoli! sloggia subito dal castello.
L’affare è più importante che nol sono tutte le tue gherminelle da
barattiere.»
«Sempre col rispetto dovuto alla Signoria vostra, rispose Wayland,
è d’uopo ch’io faccia la parte d’Arione nello spettacolo da
rappresentarsi questa sera sul lago.»
«Per san Cristoforo! la farò io, disse il Lambourne. _Orione!_ È così
che tu lo chiami? Sì: io rappresenterò _Orione_ col suo cinto, e le sue
sette stelle, chè è più. Su via esci, mala semenza. Seguimi. E poi!....
a te, Lorenzo, metti fuori questo mascalzone!»
Lorenzo prese per il collo il tremebondo bagattelliere, e Lambourne
correndo affrettatamente dinanzi ad entrambi, si indirisse verso una
segreta porta forata pel muro di ponente a poca distanza dalla torre, e
fu quella medesima, per cui Tressiliano dianzi era entrato.
Intantochè attraversavano lo spazio che disgiugne la ridetta porta
di soccorso dalla torre _di Merwyn_, Wayland si lambiccava invano il
cervello per iscoprire una via di giovare alla infelice giovane di
Lidcote ch’ei continuava a compiangere ad onta dell’incalzante pericolo
in cui si trovava egli stesso, ma appena posto fuor del castello, e
udito ch’ebbe Lambourne, il quale con tremendo giuramento gli chiarì
come una pronta morte e il ritorno in quel luogo sarebbero stati
una stessa cosa per lui, alzò gli occhi e le mani al Cielo, quasi
prendendolo in testimonio, che sino all’ultimo istante avea difesa la
donna oppressa; volte indi le spalle alle superbe mura di Kenilworth,
andò in traccia d’un ricovero più umile, ma più sicuro.
Lorenzo e Lambourne, dopo averlo seguito cogli occhi per qualche tempo,
rientrarono nel castello, e in tanto che camminavano, il primo disse
al secondo. «Il Cielo mi benedica se indovino qual motivo aveste per
discacciare questo povero disgraziato che dovea sostenere una parte
nella festa già vicina ad incominciare, e tutto questo per una donna!»
«Ah! Lorenzo, rispose Lambourne, tu pensi a Black Ioan Suggs di
Plingdon, nè hai svestite ancora le umane fragilità! Ma fa coraggio,
mio nobilissimo duca della Torre, investito dell’alto dominio di
tutte le prigioni: per giudicare di questi affari non sei illuminato
da maggior luce di quella che rischiara i tuoi feudi. Sappi adunque,
mio molto reverendo signore dei _paesi bassi_ di Kenilworth, che il
rispettabilissimo nostro padrone Riccardo Varney, sol per trovare un
buco nel mantello di questo Tressiliano, ci regalerebbe quante piastre
bastano per farci bere cinquanta notti di seguito, e ne darebbe ampio
concedimento di licenziare l’intendente della casa, se ci venisse a
sconcertare prima d’avere votato l’ultimo fiasco.»
«Oh! quand’è così, non so darvi torto, soggiunse il gran carceriere
di Kenilworth. Ma come farete voi, sig. Lambourne, a custodire il
deposito, se vi allontanate di qui; perchè giusta quanto mi sembra,
all’arrivo della Regina, voi dovete starvene presso al vostro padrone.»
«Ah! ho fatto i miei conti sull’opera tua, mio vicerè. Sei tu che farai
la guardia in mia assenza. Lascia entrar Tressiliano, s’ei lo desidera,
ma non permettere a nessuno l’uscita. Se la giovane tentasse fuggire,
cosa parimente fra le possibili, avrai cura di spaventarla colla
tua grossa voce..... In fine poi, non è che la sorella d’un misero
saltimbanco.»
«Farò meglio, ripigliò Lorenzo. Chiuderò il catenaccio di ferro che sta
alla seconda porta; in tal guisa o per amore o per forza non durerò
molta fatica a guarentire questa donna.»
«Allora poi Tressiliano non potrà più andarla a trovare (e qui
Lambourne si fermò a pensare un momento). Ma non importa. È assai
se nella stanza di lui verrà sorpresa la donna. Tu però confessami,
vecchio barbagianni delle prigioni, che temi di passare svegliato la
notte in questa torre _di Merwyn_.»
«Io! perchè volete che ciò sia, signor Lambourne? Tal cosa non mi dà
maggior fastidio del dar di volta a una chiave. Gli è vero che in
questa torre si sono intese ed anche vedute strane maraviglie. E benchè
non siate che da poco tempo in Kenilworth, è difficile non v’abbia
parlato qualcuno delle visite che la nostra torre va ricevendo dallo
spirito d’Arturo di Merwyn, di quel capo di Barbari, il quale caduto
nelle mani del valente lord Mortimero, che comandava l’esercito sulle
frontiere del paese di Galles, qui venne, a quanto dicesi, assassinato.»
«Sì, ho inteso raccontare tal favola più d’una volta, e che il fantasma
non istrepita mai tanto forte come allor quando si fanno bollire porri,
o si fa frigger formaggio nella cucina. _Santo Diavolo_; non ti lasciar
udire, Lorenzo!»
«Tu però ti lasci udire, soggiunse quel guardiano, con tutta la
saggezza che ti piacerebbe ostentare. Gli è un caso, credilo, da far
fremere i più intrepidi, l’assassinio d’un prigioniere! Si consegni
una stilettata ad un uomo sorpreso nell’angolo d’una strada, non è
gran cosa per te: si meni un gran colpo di chiavi sulla testa d’un
prigioniere ricalcitrante, dicendogli nel tempo stesso: _Sta buono_,
io chiamo ciò mantenere il buon ordine delle prigioni. Ma sguainar a
sangue freddo una sciabola, e piantarla, come fu fatto, nel corpo di
quel trucidato signore di Galles, è tale eccesso da suscitare fantasmi
capaci di rendere inabitevole per più secoli una prigione. E vedi fin
dove io spingo la mia affezione verso i prigionieri! Povere creature!
Quando ho avuto in consegna e scudieri e persone di riguardo, che
s’erano spassati a far camminate proficue nelle strade maestre, o a
dir male di sua Signoria il sig. conte di Leicester, ho preferito
l’alloggiarli cinquanta piedi sotto terra al chiuderli in quell’alta
camera ove fu commesso il misfatto. Sì, per s. Pietro _in Vinculis_
ch’io maraviglio come il mio nobile Signore, o il sig. Varney,
acconsentano ad assegnar tale stanza agli ospiti del castello. E se il
sig. Tressiliano ha potuto indurre qualcuno, e massimamente una bella
giovinetta, a tenergli compagnia, dico che ha fatto assai bene.»
«Ed io ti dico, rispose il Lambourne, andando su e giù per la stanza di
Lorenzo, che sei un asino e nulla meglio. Va a mettere il catenaccio
all’uscio della scala, e tralascia di pensar agli spiriti, o piuttosto
portami vino. Mi sono alquanto riscaldato nel mettere quel cialtrone
fuor della porta.»
Mentre Michele andava ammorzando la sete col tracannare per più
riprese, e senza ricorrere al bicchiere, un fiasco di Bordò, il nostro
guardiano della torre, persuaso veramente dell’esistenza de’ fantasmi,
cercava destramente di ricondurre il discorso sul fantasma d’Arturo di
Merwyn, per giustificare la propria credulità.
«Scorsero poche ore soltanto dacchè sei nel castello, e queste ancora
impiegasti sì bene nell’avvinazzarti, che non ti fu possibile nè
parlare, nè vedere, nè udire. Chè certo, faresti meno il gradasso,
se avessi passata con noi una notte di plenilunio, tempo in cui il
fantasma smania più forte, massimamente allorchè soffiando con violenza
il vento di maestro, cominciano a cadere gocciole di pioggia, e s’odono
a quando a quando colpi di tuono! Oh Gesù! Che fracasso, che tintinnio,
quali urla, quai gemiti si odono allora nella torre di Merwyn. Quando
siamo a questi spaventi, t’assicuro, che due boccali d’acquavite
bastano appena, pei miei figli e per me.»
«Ah! tu non sei che una bestia (rispose il Lambourne, cui le ultime
beviture, aggiunte a tutte le precedenti, cominciavano ad alterare
il cervello), non sai tu stesso quel che ti dica. Nessuno ha veduto
questi spiriti, e chi ne parla meno dice minori sciocchezze. Chi crede
una cosa, chi ne crede un’altra. Visioni tutte! fanfaluche! Io ho
conosciuto persone d’ogni fatta, io vedi! mio caro Lorenzo, ed anche
uomini di molto merito... ve n’è uno soprattutto... un gran signore,
che non voglio qui nominare. Egli crede agli oracoli, alla luna, ai
pianeti, e al loro corso. S’immagina perfino che questi non isfavillino
se non se per lui. Ma quant’è sicura la parola d’un uom digiuno, o vera
quella d’un imbriaco, io credo che le stelle risplendano unicamente
per salvare dalle cadute ne’ fossi le buone creature della mia razza.
Nondimeno questo tal signore dia pure buon pascolo alle sue fantasie,
chè è ricco per poterne avere. Conosco un altro, uomo dottissimo, te ne
fa fede Lambourne, che parla il greco, l’ebraico, come io il latino:
Ebbene! Egli ha la debolezza delle simpatie e delle antipatie, e di
voler cambiare il piombo in oro. Lasciamolo fare, e lasciamlo pagare di
tale moneta i gonzi che di tal moneta sono contenti. Tu ancora ti metti
nel novero di queste persone, tu altro grand’uomo, benchè nè nobile nè
sapiente; ma sei alto sei piedi, e cieco quanto una talpa. Credi pure
agli spiriti. Per altro abbiamo qui un altro grand’uomo, un grande
piccol uomo, o piccolo grand’uomo, che tu lo voglia chiamare, mio caro
Lorenzo; il suo nome incomincia per un V.»
«E che cosa crede costui?»
«Niente, mio caro Lorenzo, niente, assolutamente niente. Non adora nè
Dio, nè il diavolo. Per me ho fede nel demonio, perchè credo debba
esservene uno che possa portarsi sulle sue corna la mia anima
»Quando stanca del mio frale
»Gli darà l’estremo vale,
versi di una famosa canzonetta; perchè non v’è antecedente che non
abbia il suo conseguente, solea dire il dottor Brucham. Ma questo è
greco per te, mio caro Lorenzo, e in fin de’ conti son cose affatto
inutili da sapersi. Dammi dunque un altro fiasco.»
«Corpo di bacco! Se voi continuate a bere così, Michele carissimo, vi
troverete mal in ordine per far la parte d’_Orione_ o per accompagnare
il padron vostro in una notte tanto solenne. A tutti i momenti, io
m’immagino udire la grande campana della torre di _Mortimero_, nunzia
dell’arrivo d’Elisabetta.»
Intanto che Lorenzo faceva tali osservazioni, proseguiva in suo bere il
Lambourne, che finalmente rimettendo sulla tavola il fiasco pressochè
vôto, e mandando un lungo sospiro, disse con voce a metà spenta, e che
sollevavasi a grado a grado mentr’ei parlava: «Non ti prendere fastidio
di questo, o Lorenzo. Se m’imbriaco, Varney saprà richiamarmi alla
ragione. E perciò non ti prendere fastidio. L’ubbriachezza farà a modo
mio. Poi se devo andare sull’acqua come _Orione_, bisogna mi premunisca
contro l’umidità. Tu t’immagini che non sarò capace di far da _Orione_!
Io sfido anzi il più intrepido gracchiatore fra quanti si sono mai
sfiatati per dodici soldi a farmi la critica. Avvi forse un sol uomo
che non s’imbriachi in tal notte? rispondimi. È una prova di fedeltà
l’imbriacarsi, e ti giuro che se mi scontro in chi dopo aver bevuto non
sia allegro, rischia in mia fede di non essere mai più allegro nemmeno
a digiuno. Non nomino persone, ma... gran virtù che ha una foglietta
di vino per mandare al diavolo i mali umori, e per eccitare allegria.
_Vivat_ per la regina Elisabetta, pel nobile Leicester, pel degnissimo
sig. Varney e per Michele Lambourne, che potrebbe farseli girar tutt’e
tre attorno a un dito.»
Dopo dette quest’ultime parole, scese la scala, ed attraversò il
cortile interno.
Quel guardiano continuò per qualche tempo ad osservarlo, poi chiudendo
lo sportello della torre, dicea fra se stesso: «Che bella cosa l’essere
un favorito! Poco mancò un giorno ch’io non perdessi l’impiego sol
perchè il sig. Varney sognò ch’io sapessi d’acquavite, e quel furfante
non teme d’essere cacciato via su due piedi col presentarsegli innanzi
gonfio di vino siccome un otre. Bisogna però fargli giustizia: egli è
un furfante pieno d’abilità. Io non intendo mai la metà di quello che
dice.»