[1] Personaggio di merciaio in una commedia del Shakespeare.
[2] La Contessa fa qui un giuoco di parole, che necessariamente nella
traduzione non può avere egual grazia come nell’origliale Inglese ove
dipende dalla voce _to pare_, che corrisponde egualmente ad _avere
riguardi_ e ad _usare sudicia economia_.
[3] _Nugæ antiquæ_, Vol. I, pag. 355.
[4] L’obbligo di fedel traduttore m’impedisce di dare e a questa parte
di romanzo, e ad alcun’altre dello stesso genere che vengono dopo,
quelle tinte che pur a mio avviso, non sarebbero state inopportune
per indicare quel senso di molestia, da cui esser dee compreso
gentil narratore, e da cui sarà stato, anche non assai fortemente
esprimendolo, compreso l’autore di _Kenilworth_, comunque tratto
dalla necessità della sua orditura, ed in parte da storica verità, a
raccontare delitti or meditati, or eseguiti col riso sul labbro.
[5] È superfluo l’avvertire, che tai cose sono poste sul labbro d’un
ipocrita scellerato; è noto per altra parte che l’autore del romanzo è
protestante.
[6] Ci riportiamo sempre alla nota precedente.
[7] Ospitale dei pazzi a Londra.
[8] Eroina d’un racconto del Chaucer, rimodernato da Pope.
[9] Giova qui il far presente, che in Inghilterra il pudor delle frasi
fra le persone educate, principalmente se appartengono al gentil sesso,
è spinto sì oltre, che sovente nelle buone società conviene adoperar
molto studio per trovarne di adatte a far intendere cose che sol di
lontano risveglino le idee di quanto le leggi della modestia vogliono
espresso velatamente.
[10] Vedi notizie istoriche di Kenilworth, Tom. I. Pag. 7.
[11] Nome che i Cabalisti danno ai pretesi genii elementari dell’aria.
[12] Vedi il racconto lasciatone dal Laneham sul soggiorno
ch’Elisabetta d’Inghilterra ebbe a Kenilworth nell’anno 1575, storia
dilettevole scritta dal più stolido fra tutti gli autori. Rarissimo ne
è l’originale, quantunque se ne sieno fatte due edizioni.