CAPITOLO XI.

»A qual pro tema cotanta?

»Non mi far l’anima santa;

»Nè ti prenda già paura,

»Ch’io denunzi tal freddura.

»Il mio stil questo non è;

»E ’l mestier che Dio mercè

»Abbracciai di vagabondo

»Quel vorrei di tutto il mondo.

_Pandemonio._

Tressiliano, il cui animo era in preda a violentissima agitazione,

non avea appena fatti i due o tre primi gradini della scala di quella

torre, allorchè con grande sua maraviglia si scontrò in Michele

Lambourne. Costui, servo degno veramente di Varney, portava scolpita

sul fronte tale impudenza, che rendea Tressiliano proclive quanto mai

a fargli misurar la scala d’un salto, ma gli si presentarono alla

mente i danni che il menomo atto di violenza, usato in tal momento e

in tal luogo, avrebbe potuto partorire ad Amy, meta unica delle sue

sollecitudini.

Pago quindi d’aver lanciato alla sfuggita sopra costui una di quelle

occhiate che s’addicono ad enti indegni d’ogni considerazione,

continuava a discendere come se non lo avesse ravvisato. Ma

il Lambourne che in cotal giorno di profusione non si stette

dall’inaffiarsi con copiosa dose di vino dell’Isole, benchè la sua

ragione non fosse ancora affatto alterata, avea tutt’altra vaghezza che

d’abbassar gli occhi dinanzi a nessuno. Laonde fermò senza cerimonie

in mezzo alla scala il gentiluomo di Cornovaglia, e indirigendosi a

lui con modi convenevoli a coloro che vivono nella più intrinseca

famigliarità: «Ebbene! diss’egli, Tressiliano, spero non vi sia più

alcun rancore fra noi. Di fatto io son uomo più proclive a dimenticare

le querele recenti che non gli antichi servigi. Oh! ti potrò convincere

che le mie intenzioni per riguardo vostro erano buone ed oneste.»

«Non mi garba molto la vostra intrinsichezza, Tressiliano gli rispose,

serbatela ai vostri simili.»

«Ma guardate come va subito in collera! risoggiunse Lambourne. Questi

signori che si stimano creati d’un’argilla più nobile, guardano

dall’alto al basso il povero Michele Lambourne. Chi non direbbe essere

il sig. Tressiliano uno fra i più timidi, fra i più modesti degli

spasimanti che amoreggiarono ne’ primi tempi della cavalleria? Perchè

volere fare il santo dinanzi a noi, sig. Tressiliano? O dimenticate

ora, che a grande scandalo del castello di sua Signoria avete rinchiuso

nella vostra stanza quanto può compensarvi? Ah! Ah! ho colpito, cred’io

nel segno, sig. Tressiliano!»

«Non vi comprendo (rispose l’altro, il quale da tai detti concluse, che

il ribaldo s’era accorto della presenza d’Amy): se però, soggiunse, voi

siete incaricato del servigio delle stanze, e fosse la vostra mancia

che ora desiderate, tenete, a condizione però di non mettere piede nel

mio appartamento.»

Il Lambourne considerò la moneta d’oro, e ponendola nella scarsella

disse: «Ora non so più nulla. Ma avreste fatto meglio i vostri affari

usando meco dolci parole, che non con questa moneta. Nonostante è

sempre un pagar bene il pagare in oro. Michele Lambourne non fu mai un

disturbatore, nè un guastafeste: gli è giusto che ognuno viva; tal è la

mia massima. Solamente mal comporto queste persone, che mi passano da

vicino con quel disdegno come s’eglino fossero d’oro ed io di piombo.

Se custodisco il vostro segreto, sig. Tressiliano, voi mi tratterete

d’ora in poi più umanamente, non è vero? E se mai avessi d’uopo io

pure di scusa per sì fatte fralezze, mi fondo sulla vostra indulgenza.

Voi vedete che vi cadono gli uomini ancora i più saggi! Del rimanente,

che quella camera sia il caso vostro, e della picciola capinera che vi

collocaste, non son questi i pensieri di Michele Lambourne.»

«Fatevi in là, ch’io passi (disse Tressiliano, omai divenuto incapace

di raffrenare la collera), già vi diedi la mancia.»

«Corbezzoli! (disse ritraendosi il Lambourne, benchè a ritroso e

borbottando fra i denti le parole pronunziate da Tressiliano: _Fatevi

in là! vi diedi la mancia_)! Non importa. Se non mi fo un guastafeste,

come vi dissi, non sono nemmeno un cane alla mangiatoia. Intendete?»

Costui cresceva il tuono della voce a mano a mano che l’altro, il quale

pur lo tenea in un certo rispetto, continuando a discendere, veniva

meno in grado di udirne i detti.

«Non sono un cane alla mangiatoia, e neanco uno che somministra i

carboni. Intendete, sig. Tressiliano?» Tressiliano era già fuor del

caso di udirlo quando il furfante così continuava: «Conviene però che

veda anch’io alla sfuggita questa giovinetta, che voi leggiadramente

vi procacciaste nella vostra stanza. Ah! forse temete gli spiriti, ed

è per questo che non volete dormir solo! Vedete un poco! S’io mi fossi

dato un tal passatempo si sarebbe sclamato: Scacciate subito questo

ribaldo, strigliatelo con un buon nerbo di bue, fatelo balzar dalla

scala a guisa di trottola. Oh! questi virtuosi gentiluomini si arrogano

di grandi privilegi sopra di noi miserabili, schiavi de’ nostri sensi.

Ottimamente! Ma almeno una sì felice scoperta mi dà in potere il sig.

Tressiliano. Oh! sì, è ben cosa certa, come n’è un’altra ch’io voglio

procurare di dare un’occhiata a questa nuova beltà.»

Kenilworth, vol. 3/4 · 第 15 / 19 题