»A qual pro tema cotanta?
»Non mi far l’anima santa;
»Nè ti prenda già paura,
»Ch’io denunzi tal freddura.
»Il mio stil questo non è;
»E ’l mestier che Dio mercè
»Abbracciai di vagabondo
»Quel vorrei di tutto il mondo.
_Pandemonio._
Tressiliano, il cui animo era in preda a violentissima agitazione,
non avea appena fatti i due o tre primi gradini della scala di quella
torre, allorchè con grande sua maraviglia si scontrò in Michele
Lambourne. Costui, servo degno veramente di Varney, portava scolpita
sul fronte tale impudenza, che rendea Tressiliano proclive quanto mai
a fargli misurar la scala d’un salto, ma gli si presentarono alla
mente i danni che il menomo atto di violenza, usato in tal momento e
in tal luogo, avrebbe potuto partorire ad Amy, meta unica delle sue
sollecitudini.
Pago quindi d’aver lanciato alla sfuggita sopra costui una di quelle
occhiate che s’addicono ad enti indegni d’ogni considerazione,
continuava a discendere come se non lo avesse ravvisato. Ma
il Lambourne che in cotal giorno di profusione non si stette
dall’inaffiarsi con copiosa dose di vino dell’Isole, benchè la sua
ragione non fosse ancora affatto alterata, avea tutt’altra vaghezza che
d’abbassar gli occhi dinanzi a nessuno. Laonde fermò senza cerimonie
in mezzo alla scala il gentiluomo di Cornovaglia, e indirigendosi a
lui con modi convenevoli a coloro che vivono nella più intrinseca
famigliarità: «Ebbene! diss’egli, Tressiliano, spero non vi sia più
alcun rancore fra noi. Di fatto io son uomo più proclive a dimenticare
le querele recenti che non gli antichi servigi. Oh! ti potrò convincere
che le mie intenzioni per riguardo vostro erano buone ed oneste.»
«Non mi garba molto la vostra intrinsichezza, Tressiliano gli rispose,
serbatela ai vostri simili.»
«Ma guardate come va subito in collera! risoggiunse Lambourne. Questi
signori che si stimano creati d’un’argilla più nobile, guardano
dall’alto al basso il povero Michele Lambourne. Chi non direbbe essere
il sig. Tressiliano uno fra i più timidi, fra i più modesti degli
spasimanti che amoreggiarono ne’ primi tempi della cavalleria? Perchè
volere fare il santo dinanzi a noi, sig. Tressiliano? O dimenticate
ora, che a grande scandalo del castello di sua Signoria avete rinchiuso
nella vostra stanza quanto può compensarvi? Ah! Ah! ho colpito, cred’io
nel segno, sig. Tressiliano!»
«Non vi comprendo (rispose l’altro, il quale da tai detti concluse, che
il ribaldo s’era accorto della presenza d’Amy): se però, soggiunse, voi
siete incaricato del servigio delle stanze, e fosse la vostra mancia
che ora desiderate, tenete, a condizione però di non mettere piede nel
mio appartamento.»
Il Lambourne considerò la moneta d’oro, e ponendola nella scarsella
disse: «Ora non so più nulla. Ma avreste fatto meglio i vostri affari
usando meco dolci parole, che non con questa moneta. Nonostante è
sempre un pagar bene il pagare in oro. Michele Lambourne non fu mai un
disturbatore, nè un guastafeste: gli è giusto che ognuno viva; tal è la
mia massima. Solamente mal comporto queste persone, che mi passano da
vicino con quel disdegno come s’eglino fossero d’oro ed io di piombo.
Se custodisco il vostro segreto, sig. Tressiliano, voi mi tratterete
d’ora in poi più umanamente, non è vero? E se mai avessi d’uopo io
pure di scusa per sì fatte fralezze, mi fondo sulla vostra indulgenza.
Voi vedete che vi cadono gli uomini ancora i più saggi! Del rimanente,
che quella camera sia il caso vostro, e della picciola capinera che vi
collocaste, non son questi i pensieri di Michele Lambourne.»
«Fatevi in là, ch’io passi (disse Tressiliano, omai divenuto incapace
di raffrenare la collera), già vi diedi la mancia.»
«Corbezzoli! (disse ritraendosi il Lambourne, benchè a ritroso e
borbottando fra i denti le parole pronunziate da Tressiliano: _Fatevi
in là! vi diedi la mancia_)! Non importa. Se non mi fo un guastafeste,
come vi dissi, non sono nemmeno un cane alla mangiatoia. Intendete?»
Costui cresceva il tuono della voce a mano a mano che l’altro, il quale
pur lo tenea in un certo rispetto, continuando a discendere, veniva
meno in grado di udirne i detti.
«Non sono un cane alla mangiatoia, e neanco uno che somministra i
carboni. Intendete, sig. Tressiliano?» Tressiliano era già fuor del
caso di udirlo quando il furfante così continuava: «Conviene però che
veda anch’io alla sfuggita questa giovinetta, che voi leggiadramente
vi procacciaste nella vostra stanza. Ah! forse temete gli spiriti, ed
è per questo che non volete dormir solo! Vedete un poco! S’io mi fossi
dato un tal passatempo si sarebbe sclamato: Scacciate subito questo
ribaldo, strigliatelo con un buon nerbo di bue, fatelo balzar dalla
scala a guisa di trottola. Oh! questi virtuosi gentiluomini si arrogano
di grandi privilegi sopra di noi miserabili, schiavi de’ nostri sensi.
Ottimamente! Ma almeno una sì felice scoperta mi dà in potere il sig.
Tressiliano. Oh! sì, è ben cosa certa, come n’è un’altra ch’io voglio
procurare di dare un’occhiata a questa nuova beltà.»