«Udite! Il suono de’ bronzi e lo squillo
degli oricalchi or chiamano le persone
convitate; ma la più avvenente non
risponde all’invito. Le sale ringorgano
di cavalieri e matrone; ma la donna
più amabile è costretta a celarsi.
Come potesti, o principe orgoglioso,
lasciarti abbagliar dal fulgore di
quelle brillanti meteore, e perdere
quel giudizioso senso che ne trae a
preferire lo splendor degli astri a
quello di una lucciola, e il rossore
del modesto merito all’arroganza delle
corti?»
_La pantoffola di cristallo._
L’infelice contessa di Leicester, fin dalla prima sua fanciullezza
era stata accostumata ad una indulgenza così illimitata come mal
provvida, che le usavano tutte le persone cui spettava l’incarico di
educarla. Certamente la dolcezza della sua indole l’avea difesa dal
prender modi o disdegnosi o superbi. Ma il capriccio che le aveva fatto
preferire il bello e seducente Leicester a Tressiliano, del quale ella
stessa apprezzava cotanto l’onore e l’animo affettuoso non mai verso
lei dismentitosi, questo solo capriccio che distrusse la felicità di
sua vita, era frutto di quella mal concetta tenerezza, che risparmiò
alla sua infanzia le lezioni, moleste sì ma indispensabili, della
sommessione e del riguardo. Tal debolezza medesima degli educatori
l’aveva usata a non aver uopo che di concepir desiderii ed esprimerli
lasciando agli altri la cura di soddisfarli. Queste si furono le
cagioni, per cui nel punto più fatale della sua vita si trovò sfornita
affatto di quella prontezza di mente, che le sarebbe stata necessaria
a divisar norme di una condotta prudente, ragionevole e adatta alle
circostanze cui ella era venuta.
Le difficoltà si moltiplicarono incessantemente per la misera Amy allo
spuntare di questo giorno che stava per decidere del suo destino.
Abbandonando ogni idea che vi si frapponeva, ella non avea desiderato
altra cosa, che trovarsi a Kenilworth alla presenza di suo marito,
ed ora che ne era tanto vicina, il dubbio e l’incertezza si fecero a
spaventare il suo animo, presentandole il timore di mille pericoli,
quali reali, quali immaginari, ma tutti gravi, ed ingranditi dal suo
stato e dalla mancanza di chi la consigliasse.
La veglia di quella notte l’avea talmente spossata, che non seppe qual
cosa rispondere a Wayland quando venne la mattina ad avvertirla essere
l’ora della partenza. Questa guida fedele incominciò a sentire vive
inquietudini, e ad agitarsi ancora per la propria persona. Era Wayland
in procinto di partir solo per Kenilworth, nella speranza di trovarvi
Tressiliano e di potergli annunziare che Amy era poco distante. Ma
s’avvicinavano le ore nove del mattino allorchè Amy fece chiedere del
suo condottiere.
Egli la trovò pronta bensì a continuare il viaggio, ma il pallor delle
guance lo pose in gran tema sulla salute della medesima. Gli disse ella
di allestir tosto i cavalli, resistendo impazientemente alle istanze
che l’altro facevale onde persuaderla a munirsi di qualche ristoro
innanzi di mettersi in cammino. «Mi hanno dato, diss’ella, una tazza
d’acqua. Lo sciagurato che viene tratto al supplizio non abbisogna
d’altro cordiale. Debbo contentarmene al pari di lui. Fate quel ch’io
vi dico.» Titubava tuttora Wayland. «Che volete voi ancora, allora
soggiunse, non mi avete forse inteso?»
«Vi chiedo, perdono, ripigliò a dire Wayland; ma permettetemi
domandarvi quai disegni avete. Non vi fo tale interrogazione che per
meglio uniformarmi ai vostri desideri. Tutte le persone del paese
corrono a Kenilworth. Sarebbe difficile il penetrar nel castello anche
muniti dei necessari passaporti. Sconosciuti e privi di amici, può
accaderne qualche disgrazia. La Signoria vostra mi perdonerà se le
offro un umile avvertimento. Non faremmo noi meglio col ricercare la
nostra comica banda, e unirci ad essa di nuovo?» La Contessa crollò il
capo. «Venite, continuò la guida, non vedo che un unico rimedio.»
«Spiega dunque le tue idee, disse Amy, soddisfatta forse di vedersi
offerire consigli ch’ella avea rossore di chiedere. Ti credo fedele.
Ebbene! Qual cosa sai tu suggerirmi?»
«Dovete permettermi ch’io renda consapevole il sig. Tressiliano del
vostro arrivo costì. Son ben certo ch’ei salirà a cavallo insieme ad
alcuni uficiali della casa di Sussex, ardente di vegghiare alla vostra
sicurezza.»
«Che ascolto? Ed è a me che osate proporre di mettermi sotto alla
protezione del Sussex, di quell’indegno rivale del nobile Leicester?»
disse la Contessa. Indi accorgendosi della sorpresa che tai detti
aveano portata in Wayland, e pavida di aver lasciato apparir troppo
l’affetto suo per Leicester, soggiunse: «E quanto a Tressiliano, questa
cosa è impossibile. Guardatevi dal pronunziare il mio nome dinanzi
a lui. Ve lo comando. Non fareste che accrescere le mie disgrazie e
procacciare a Tressiliano tali sventure, cui egli non saprebbe come
sottrarsi.» Ma osservando ella che Wayland continuava a contemplarla
con aria incerta ed inquieta, e tale che il mostrava perfino dubbioso
se la Contessa fosse assolutamente padrona della sua ragione, prese
ella modi più tranquilli, così dicendogli.
«Guidami solamente al castello di Kenilworth, e sarà compiuto il tuo
incarico. Colà penserò a quanto mi convenga eseguire in appresso. Tu
mi hai servito fedelmente sin qui. Eccoti una bagattella che ti potrà
compensare.»
Gli offerì ella un anello che conteneva un diamante di molto prezzo.
Postosi a considerarlo Wayland, titubò un istante, indi lo restituì
alla Contessa.
«Non è, diss’egli, ch’io mi creda al di sopra de’ vostri favori, o
Signora, perchè io non sono nulla meglio d’un povero sfortunato,
costretto alle volte, e Dio lo sa, a ricorrere a’ più umilianti
espedienti, nè certamente io novero fra gli umilianti la generosità di
una Signora vostra pari. Ma, com’era solito dire a’ suoi avventori il
mio antico maestro maniscalco: _non guarigione, non salario_, io vi
farò osservare, che non siamo ancora giunti al castello di Kenilworth,
e voi avrete tutto il tempo di pagare la vostra guida quando il mio
viaggio sarà interamente compiuto. Spero con tutto il cuore che tanta
sarà nella Signoria vostra la sicurezza di essere accolta in modo qual
si conviene al vostro arrivo, quanta la fiducia ch’io non ometterò
sforzi, per condurvi là sana e salva. Vado a cercare i cavalli.
Permettetemi di pregarvi una seconda volta e come vostro condottiero,
ed un poco ancora come vostro medico, a prendere qualche nudrimento.»
«Sì, ne prenderò, diss’ella con vivacità; andate, allestite subitamente
tutte le cose.» Appena uscito della stanza Wayland, ella sclamò fra
se stessa: «Ah! pur troppo lo veggio: gli è invano ch’io voglio
mostrar sicurezza. E quel povero servo ben s’accorge che i miei timori
tradiscono il mio improntato coraggio; ei legge, sì, ei legge nel fondo
di quest’animo quanta ne sia la debolezza.»
Allora sperimentò prendere qualche cibo per conformarsi ai consigli
che la sua guida le diede, ma nol potè; chè gli sforzi fatti per
inghiottire qualunque minima parte di nudrimento le davano una nausea,
onde credea rimaner soffocata. Poco dopo i cavalli comparvero innanzi
alla grata della finestra. Amy salì sopra il suo, sembrandole rinvenire
all’aria aperta e dal cambiamento di sito il sollievo solito derivarne
in sì fatte circostanze.
Ben tornò ai divisamenti della Contessa il genere di vita irregolare
e vagabonda, condotto un dì da Wayland. Costretto per tal cagione
a scorrere in lungo e in largo il suolo dell’Inghilterra, si era
fatto pratico così dei traversi e de’ sentieri spartati, come delle
strade maestre della ricca città di Warwick: la quale cosa in allora
mirabilmente giovava, perchè la folla, che trasferiva a Kenilworth per
vedere entrare la Regina in questa magnifica residenza del primo suo
favorito, era tanta, che ingombrava e omai toglieva l’accesso a tutte
le principali strade; onde i viaggiatori per portarsi innanzi erano
costretti a lunghi giri.
Gl’intendenti della Regina avevano trascorso la contrada levando dai
poderi e dai villaggi tutte le vittuarie che i proprietari dovevano
fornire quando viaggiava la Corte, aspettandone tardo rimborso dal
regio erario. Coll’intenzione medesima gli uficiali della casa di
Leicester erano stati per tutti i dintorni; e molti amici e parenti
del Conte procurarono questa fiata di guadagnarsi favore, mandando
derrate d’ogni specie, e cumuli di salvaggiume e botti di squisiti
liquori. Ogni strada maestra era coperta di mandrie di bovi, di
castrati, di vitelli, e di maiali, ed ingombra di carri, i cui assi
gemevano sotto il peso degli smisurati lor carichi. Succedevano
continue pause per l’imbarazzarsi degli uni cogli altri, ed i rustici
condottieri bestemmiando, e ingiuriandosi sintantochè la loro collera
fosse all’estremo grado, terminavano discutendo i propri diritti colle
fruste e co’ loro grossi bastoni. Tali dispute venivano di ordinario
sedate da qualche intendente, o sindaco, o altra persona autorevole del
villaggio, che fracassava la testa ad entrambi i competitori.
Eranvi inoltre canterini, istrioni, bagattellieri d’ogni specie, che in
gioiose bande tenevano le strade d’onde pervenivasi al palagio _delle
reali delizie_, nome dato dai giullari girovaghi a Kenilworth nelle
poesie che precorsero le feste da celebrarsi. In mezzo a tai confuse
scene, diversi mendici mettendo in mostra i loro mali o finti o veri,
presentavano uno stravagante chiaroscuro, non però insolito a vedersi
tra le vanità e le angosce della umana vita. Si trovava parimente su
quelle strade un’immensa popolazione condotta ivi dalla sola curiosità.
Qui un operaio, che tale lo annunziava il suo grembiule di cuoio,
dispensava gomitate a qualche signora posta in tutta eleganza, alla
quale avrebbe fatto di cappello in città; altrove i villani colle loro
scarpe ferrate andavano sopra gli scarpini di agiati borghesi, o di
rispettabili gentiluomini. E Giovanna la venditrice di latte, col suo
pesante andamento, e con due braccia arsicce e vigorose, si apriva
strada fra mezzo a gruppi d’avvenenti donzelle, i cui padri erano
cavalieri o scudieri.
Tutta questa moltitudine ciò non ostante presentava l’indole della
gaiezza; tutti venivano colà per prendere la loro parte di diletto;
tutti rideano di piccoli inconvenienti, che in altre occasioni gli
avrebbero adirati, o messi almeno di mal umore. Eccetto le risse
accidentali, che, come dicemmo, insorgevano per mezzo alla razza
irritabile de’ carrettieri, i confusi accenti che udivansi fra quella
calma, annunziavan contento e folleggiamenti di gioia. I sonatori
accordavano i loro strumenti, i canterini canticchiavano le loro
ariette, i buffoni di professione brandendo i loro panconcelli,
mandavano grida che sapean di gioia e di delirio ad un tempo; i
danzatori faceano sonare le loro campanelle, i contadini gridavano
e fischiavano; spettacolo che facea scoppiar dalle risa gli uomini,
mentre le giovinette con acute esclamazioni esternavano le loro
maraviglie. Chi da un canto mandava ad alta voce scherzi ad un altro
che li rimandava a guisa di volante cui le due opposte racchette si
rispingono scambievolmente.
Nulla avvi forse di più crudele per un’anima assorta nella tristezza
quanto la necessità di assistere a scene di gioia, che son ben lungi
dal trovarsi in armonia co’ sentimenti dell’animo. Questa volta ciò
nonostante il tumulto e la confusione di tale spettacolo, diedero
qualche divagamento alla contessa di Leicester, arrecandole se non
altro il misero alleviamento di toglierla alla considerazione delle sue
sciagure e allo sconforto di crearsi anticipatamente idee terribili
sulla sorte che l’aspettava.
Ella camminava siccome persona dominata da un sogno, abbandonandosi
interamente alla condotta di Wayland, che mostrò allor più che mai
quanto per disinvoltura ei potesse. Or si apriva un cammino per
mezzo alla folla, or si fermava per aspettare occasion favorevole
d’avanzarsi; spesse fiate abbandonando la strada maestra, battea
sentieri tortuosi che vel riconducevano dopo avergli somministrato
il vantaggio di aver trascorsa una parte di cammino con rapidità ed
agiatezza.
Fu quest’ultimo espediente che gli fece evitare Warwick, ove Elisabetta
aveva passata la notte in quel castello. Era il castello di Warwick un
fastoso monumento dello splendore de’ secoli della cavalleria, e che
la falce del tempo ha rispettato sino ai dì nostri. Ivi ella doveva
rimanersene sino al mezzogiorno, ora a quei tempi in cui pranzavasi
in Inghilterra, poi dopo la mensa trasferirsi a Kenilworth. Lungo
il cammino ciascun gruppo delle persone fra cui ella trascorreva,
trovava qualche osservazione da dire in lode della Regina, non senza
framettervi però quella tinta di satira, usa a condire i giudizi che
portiamo sul nostro prossimo, massimamente se è prossimo al di sopra di
noi.
«Avete udito, dicea taluno, con quale grazia ella parlò al giudice,
al cancelliere, e al buon ministro sig. Griffin allorchè stavano
inginocchiati alla portiera della sua carrozza?....»
«Sì: poi come disse in appresso al picciolo Aglionby: Maestro
cancelliere, mi volevano far credere che avevate paura di me; ma per
verità m’avete sì bene sfilata la enumerazione delle virtù necessarie
ad un Sovrano, che vedo omai esser io che dovrò avere grande paura di
voi. — Vedeste dopo con quanta grazia prese la bella borsa ov’erano
le venti sovrane d’oro. Parea non la volesse toccare; ma nondimeno la
prese.»
«Sì, sì, disse un altro; m’ha sembrato che le sue dita si fermassero
assai volentieri su quella borsa, e ho creduto fin d’osservare che la
pesò un momento colla sua mano quasi volesse dire: Spero che le sovrane
saranno di peso.»
«Oh! non aveva a temere nulla di questo, soggiunse un terzo. Gli è
solamente allorquando la municipalità paga conti d’un gramo operaio
come son io. Allora sì, lo rimanda con monete tosate. Fortunatamente
vi è un Dio al di sopra di tutti. Intanto poichè fa d’uopo che le cose
vadan così, il nostro piccolo cancelliere sta per divenire più grande
di quello che lo sia mai stato.»
«Su via, caro vicino, disse quegli che fu primo a parlare; non vi
mettete fra le lingue malediche. Elisabetta è una buona Regina, e
generosa... Ha donato la borsa al conte di Leicester.»
«Io lingua maledica! Il diavolo ti porti via per questa parola che hai
detto, replicò l’operaio. Ma io credo bene, che un dì o l’altro donerà
tutto al conte di Leicester.»
«Mi sembra che soffriate assai,» disse alla contessa Wayland, e le
propose di abbandonare la strada maestra, e di fermarsi fintantochè si
fosse alquanto riavuta. Ma Amy si rendè padrona della commozion d’animo
in lei destata da tali parole, e da altre della stessa natura, che le
ferirono l’orecchio nel durar di quel viaggio; ed insistette affinchè
il suo condottiero la guidasse a Kenilworth con tutta quella celerità,
cui permettevano i numerosi ostacoli che incontrarono nel cammino.
L’inquietezza di Wayland per questi quasi reiterati deliquii che la
prendevano, e per vederne assai dissestata la mente, si aumentava
ad ogni istante; onde egli pure cominciò a desiderar grandemente
quanto ella con ripetute istanze chiedeva, di vederla cioè arrivata
al castello, ov’egli non dubitava che la Contessa non fosse sicura
d’essere ben accolta, comunque sembrasse non voler confessare su di che
si fondasse tal sua speranza.
«Se mi libero una volta da questo rischio, pensava fra se medesimo, e
se qualcuno mi vede più mai scudiere d’una donzella errante, gli do
licenza di rompermi la testa col mio martello di fabbro ferraio.»
Apparve finalmente il magnifico castello di Kenilworth, in cui per
abbellirlo e migliorarne i dominii che vi appartenevano, il conte di
Leicester aveva speso, dicesi, 63,000 sterlini[10].
Le mura esterne di questo grandioso e gigantesco edifizio racchiudevano
sette acri di terreno, del quale una parte era occupata da vaste
scuderie e da un delizioso giardino ricco di vaghi boschetti e di
fioritissime aiuole. Il rimanente presentava il primo cortile.
La fabbrica che s’innalzava nel mezzo di sì sfarzoso ricinto, era
composta di molti spartimenti magnifici d’abitazione, i quali
sembravano essere stati costrutti in diversi tempi, e cignevano un
cortile interno. I nomi e gli stemmi presentati da ciascun d’essi
spartimenti, richiamavano la rimembranza d’alti personaggi morti da
lungo tempo, e la storia dei quali, se l’ambizione fosse stata capace
d’intenderli, avrebbe data utile scuola all’orgoglioso favorito che
aveva acquistati e dilatati i loro dominii. La vasta torre, che di
fatto era la rocca del castello, contava un’antichità rimotissima,
benchè nulla di sicuro potesse additarsi intorno al tempo in cui fu
costrutta.
Essa portava il nome di _Torre di Cesare_, forse per la simiglianza
che avea con quella dell’istesso nome che vedeasi nella torre di
Londra. Alcuni antiquari pretesero l’avesse fatta innalzare Kenelph, re
Sassone, da cui il castello di Kenilworth trasse la sua denominazione;
altri la voleano stata costrutta poco prima della conquista de’
Normanni. Dalla parte esterna di quelle mura vedeasi il terribile
scudo dei Clinton, che sotto il regno di Enrico I. furono i fondatori
dello stesso castello, e l’altro anche più formidabile di Simone di
Mont-fort, che nelle guerre de’ Baroni difese lunga stagione Kenilworth
contro l’armi d’Enrico II. Mortimero conte della Marca, famoso così
pel suo innalzamento che per la sua caduta, celebrò ivi feste, e
liete giostre v’aperse, intantochè il suo sovrano balzato dal trono,
Eduardo II, languiva nel confine d’un carcere. Molti ingrandimenti
avea ricevuti il castello da Giovanni di Gaunt, che fece fabbricare
quell’ala nominata tuttavia _edificio di Lancastre_; ma il Leicester
avea superati tutti i suoi predecessori comunque fossero e ricchi
e possenti, edificando altra immensa facciata, che poi scomparve
sotto le proprie rovine, quasi monumento dell’ambizione di chi la
fondò. Il castello riceveva ornamento e difesa da un lago, su di cui
il Conte avea fatto costruire magnifico ponte, onde procacciare ad
Elisabetta allorchè entrasse in quella dimora una strada preparata a
solo suo onore. L’ingresso ordinario era dalla parte di tramontana,
ove proteggeva il castello altissima torre, che si vede anche oggidì,
ed alla quale per estensione e stile d’architettura pochi castelli di
signori si agguagliano.
Dall’altra parte del lago, era un immenso bosco popolato di daini,
caprioli, cervi, e di tutta sorte di salvaggiume. Verdeggiavano ivi
grandissimi alberi, dal cui mezzo si faceano scorgere in maestosa
foggia la fronte e le massicce torri di quell’abitato. Nè possiamo
tacere a tale proposito, che questo sì nobil palagio, già teatro a
feste di cui tanti principi vennero presentati, e pur campo illustre
a parecchi guerrieri, ora di veraci e sanguinosi assalti, ora di
giostre cavalleresche ove la beltà distribuiva i premii che il valor
meritavasi, questo palagio non offre se non se un deserto oggi giorno;
il suo bel lago non presenta omai che una limacciosa palude, e le vaste
rovine attestandone solamente l’antico splendore, non giovano che a
meglio imprimere nell’anima meditabonda dello straniero, mosso per
visitarle, così la vanità delle umane ricchezze, come la felicità di
coloro, cui meglio allettano i contenti in mediocre stato offerti dalla
virtù.
Con sentimenti diversi assai l’infelice Contessa di Leicester contemplò
queste torri maestose ed abbrunite dal tempo, allorchè le vide per
la prima volta innalzarsi al di sopra di folti boschi cui pareva
signoreggiassero. La sposa legittima del favorito di Elisabetta,
il quale era ad un tempo l’idolo dell’Inghilterra, s’appressava al
palagio, ove il suo marito stava per aver ospite la propria Sovrana,
e vi s’appressava in compagnia d’un misero giocolatore da cui avea
per ventura l’essere scortata, o a meglio dire protetta; e comunque
signora di quest’orgoglioso castello, le cui porte pesanti ad un menomo
cenno di lei avrebbero dovuto di per se stesse aggirarsi sui propri
cardini, non potea dissimularsi in proprio cuore gli ostacoli che le si
opponevano ad essere accolta entro il ricinto di queste mura, che ciò
nonostante le pertenevano.
Di fatto le difficoltà sembravano crescere ad ogni minuto: nè andò
guari che i nostri viaggiatori ebbero da temere non fosse loro conteso
l’innoltrarsi oltre un grande cancello d’onde procedeasi a delizioso
viale che guidava per mezzo alla foresta di cui favellammo. Cotesto
viale che disvelava le più belle prospettive del palagio e del lago,
si terminava al ponte novellamente costrutto, e postogli in dirittura;
ed era per quel cammino che la Regina dovea trasferirsi al castello in
questa sì memorabil giornata.
La Contessa e Wayland trovarono questo cancello, che mettea sulla
strada di Warwick, custodito da una compagnia di _Yeomen_ a cavallo
della guardia della Regina, coperti di corazze riccamente cesellate
e dorate, e che portavano elmi invece di berrettoni, tenendo i calci
delle lor carabine appoggiati alla coscia. Tali guardie, solite a
prestar servigio ovunque in persona si trasferiva la Regina, andavano
comandate da un araldo d’armi, che i colori e gli stemmi della divisa
annunziavano appartenere alla casa del conte di Leicester. Era loro
istruzione il non concedere l’ingresso che alle persone invitate alle
feste, o a coloro che aveano parti ed ufizi negli spettacoli, e ne’
giuochi.
La calca premeasi attorno al ridetto cancello, ognun presentando
qualche diverso motivo per venire ammesso; ma le guardie si mostravano
inesorabili alle preghiere, adducendo a scusa il rigore degli
ordini avuti, rigore soprattutto fondato sulla specie di ribrezzo
che notoriamente avea la Regina a vedersi stretta troppo da vicino
dall’affollamento della plebaglia. Coloro, che le ragioni non
appagavano, venivano rispinti senza cerimonie dai soldati, i quali
o movean contr’essi i loro cavalli bardamentati di ferro, o gli
allontanavano coi calci delle carabine; fazioni che produceano sì
fatto ondeggiamento in mezzo a quella piena di popolo, onde più d’una
volta temette Wayland vedersi disgiunto d’improvviso dalla compagna;
nè tampoco egli sapeva con qual pretesto conciliarsi la permissione
di andare avanti, e stava con grande perplessità discutendo in sua
mente sì fatta quistione, allorchè l’araldo d’armi del Conte, avendo a
caso volti gli occhi sopra di lui, esclamò a grande maraviglia dello
stesso Wayland: «Soldati, fate luogo a quest’uomo del mantello giallo.
Avanzate, maestro buffone, e spacciatevi. Qual diavolo vi ha trattenuto
sin ora? Su via, avanzatevi con quella vostra carabattola di donna.»
Mentre l’araldo sollecitava Wayland con tale invito non soverchiamente
cortese, li _Yeomen_ aprivano ad esso il passaggio. Fattosi questi
sollecito di avvertir la compagna onde ascondesse il volto quanto il
potea, entrò conducendo per la briglia il cavallo proprio e quello
della Contessa; ma tanto umiliato si mostrava nella fisonomia, e
sì dipinte vi erano e l’agitazione e la tema, che la folla già
indispettita dal vedergli usata simile preferenza, lo accompagnò con
urla, e risa insultatrici.
In tal foggia, tutt’altro che lusinghevole, ammessi nell’interno
della foresta, Wayland e la Contessa incominciarono a meditar sugli
ostacoli che loro rimanevano tuttavia da superare attraversando quel
grande viale, d’entrambi i lati difeso da lunga fila d’uomini armati
di sciabole e daghe, riccamente vestiti delle livree, e fregiati degli
stemmi del conte di Leicester.
Questi soldati erano situati alla distanza di tre passi l’uno
dall’altro, talchè quella strada ne andava guernita incominciando
dal cancello e portandosi fino al ponte. Non appena la Contessa
vide più da vicino l’aspetto maestoso di quel superbo castello, e
le bandiere che sulle torri e sulle mura sventolavano, e immenso
ondeggiare di splendidi pennacchi su tutti i merli e tutti i terrazzi,
non mai usa per lo innanzi a sì fatte magnificenze, ne provò tale
interna confusione, che chiese per un istante a se medesima qual cosa
avess’ella donato a Leicester onde meritarsi di dividere seco lui
questa pompa veramente regale. Ma un connaturale suo orgoglio, ed un
generoso entusiasmo ne discacciarono dall’animo simile invilimento che
a disperazione l’avrebbe ridotta.
«Che gli ho donato? soggiugneva fra se stessa. Gli ho donato quanto
femmina possa donare; e nome, e fama, e questa mano e questo mio
cuore. Ecco quanto io diedi a piè degli altari al signore di questo
magnifico ostello, nè di più la regina Inglese poteva offerirgli.
Egli è mio sposo; io la sua sposa legittima. L’uomo non varrà mai a
separare coloro che Dio stesso annodò. Io ridomanderò i miei diritti,
e mi presterà maggior sicurezza il venirmene improvvisa e sfornita di
tutto soccorso. Troppo m’è noto il mio nobile Dudley. S’impazientirà
un istante della mia inobbedienza; ma Amy verserà qualche lagrima, e
Dudley le concederà il suo perdono.»
Tali meditazioni vennero interrotte da un grido di sorpresa, cui
mandò il suo condottiero Wayland nel sentirsi d’improvviso stretto
con molta forza da due lunghe braccia, nere e magrissime, spettanti
ad un individuo che dai rami d’una quercia gli si lanciò in groppa al
cavallo, fra molto ridere delle circostanti sentinelle.
«Certamente o il diavolo, o Flibbertigibbet (sclamò Wayland dopo
avere tentati vani sforzi onde spacciarsi e scavalcare il nano, che
strettamente a lui si tenea). Le quercie di Kenilworth portano adunque
tal natura di ghiande!»
«Sicuro che le portano, maestro Wayland! rispose questo non aspettato
compagno, e ghiande troppo dure, perchè voi con tutta l’esperienza
che vi danno gli anni siate capace di romperle se non ve ne addita i
modi io medesimo. Credete voi che avreste superato neanco il primo
cancello, s’io non mi fossi dato cura d’avvertire l’araldo d’armi, che
avevamo lasciato dietro noi il nostro capo buffone? Io mi son posto ad
aspettarvi sopra d’un albero ove aggiunsi spiccando un salto dalla mia
carretta, ed immagino la rabbia ch’avranno i miei compagni nel vedermi
mancare in questo momento.»
«Non v’è che dire, m’accorgo ora che sei il figliuolo del diavolo
veramente, replicò Wayland. Riconosco la tua superiorità, nano
proteggitore; nè mi resta fuorchè a supplicarti che tu ne mostri tanta
bontà quanto hai potere.»
Favellando in questa guisa giunsero ad una forte torre situata
all’estremità meridionale del ponte da noi descritto, e che difendeva
l’ingresso esterno del castello di Kenilworth.
In circostanze sì malaugurose per essa, e con un corteggio cotanto
straordinario, la contessa di Leicester fece il suo primo ingresso
nella magnifica residenza di uno sposo, che andava quasi a pari co’
principi.