_Snug._ Avete voi scritta la parte del
Leone? Datemela, ve ne prego; poichè mi
occorrerà molto tempo innanzi impararla.
_Quince._ Oh! voi potrete anche
improvvisarla. Non fa d’uopo che
ruggire.
Allorchè la contessa di Leicester fu giunta sul limitar della torre al
cui piede stava la porta maggiore del castello di Kenilworth, la trovò
difesa da uomini d’aspetto straordinario. I merli andavano guerniti
di sentinelle la cui statura vedeasi gigantesca, e portavano, chi
scuri, chi clave ferrate, chi altre armi antiche: con che s’intendeva
rappresentassero i soldati del re Arturo, que’ Bretoni de’ vecchi
tempi, i quali giusta la tradizione, primi occuparono il castello,
benchè la storia non ne faccia ascendere l’antichità che all’epoca
dell’_ettarchia_. Alcuni di tali strani custodi erano veri uomini
che portavano coturni e visiere; ma la maggior parte di essi stavasi
in uomini di legno, che faceano compiuta illusione a chi dal basso
all’alto li riguardava. Un portinaio, vero colosso, posto alla soglia,
ne difendeva l’ingresso. Tanta era la larghezza delle costui spalle,
e tanta l’altezza della statura, che avrebbe potuto far la parte di
Colbrando Ascapart, o di qualunque altro gigante degli antichi romanzi
senza l’uopo d’ingrandirsi artificialmente d’un pollice. Ignude le
braccia e le spalle, calzava zoccoli adattati al piede con liste di
cuoio rosso, e guerniti di fibbiagli di bronzo. Una stretta casacca
di velluto ornata di trine d’oro, e due brache dello stesso drappo,
gli coprivano le gambe ed una parte del corpo, tenendo luogo a lui
di mantello una pelle d’orso che gli pendea dalle spalle. Scoperto
mostrava il capo, e folti capelli e nerissimi ne ombravan la fronte.
Ogni suo lineamento presentava quell’aspetto grossolano e feroce, onde
salvo poche eccezioni, si attribuiscono ai giganti indole burbera e
tardo ingegno. L’arme ch’ei brandiva corrispondeva al rimanente di tale
arredo, ed era un’enorme mazza guernita di molte punte di ferro, che
valea per se sola una compiuta armadura.
La fisonomia di questo moderno Titano, nell’atto che Wayland si pose
a considerarlo mostrava impazienza ed inquietezza: or s’adagiava
sopra enorme sedile di pietra posto innanzi alla porta, ora si alzava
crollando l’immenso capo, poi fatti alcuni passi innanzi, tornava
al suo luogo. Mentre il terribile portinaio in simil guisa agitato
trovavasi sulla soglia, Wayland come continuando indifferente per la
sua strada, fece per entrar nel castello. _Fermo là!_ gli gridò il
gigante con una voce di tuono, e sollevata la sua grande mazza come per
accrescere forza al dato comando, lasciolla cadere per terra, quasi
sotto le narici del cavallo di Wayland. Sorsero scintille di fuoco da
quell’urto col pavimento, e le volte della porta ne rimbombarono.
Allora Wayland, così consigliato da Flibbertigibbet, cercò chiarirgli
com’ei fosse un individuo della compagnia comica, rimasto per accidente
in addietro, ed essere necessaria la sua presenza entro il castello.
Ma inesorabile il portinaio, incominciò a borbottare alcune frasi che
Wayland imperfettamente intendea, tranne quelle con cui gli negò per
più riprese l’ingresso. Ecco quanto il maniscalco potè raccapezzare dei
detti affastellati da costui. (Prima parlando da sè) «_Che bordello!_
no... _inferno_!» (Indi a Wayland) «Voi siete un infingardo. State
fuori» (Un’altra volta a se stesso) «_Che inferno!_... nemmeno... vedo
che non ci riesco» (A Wayland) «Su via vattene, o ti rompo la testa.»
(A se stesso) _Che! Che!_... Ah! non saprò mai dir altro, più della
parola _Che_.»
«Aspettate un momento, soggiunse Flibbertigibbet a Wayland, ho capito
dove la scarpa gli fa male. Lasciate a me il pensier d’ammansarlo.»
Detto ciò, scese da cavallo, e avvicinatosi al portinaio, lo tirò per
la coda della sua pelle d’orso, onde abbassasse quella grossissima
testa, poi gli disse alcune parole all’orecchio. Non fuvvi mai
talismano che operasse maraviglie con maggior prestezza; perchè
comparvero tosto la modestia e la sommessione sulla fronte del Titano,
che lasciando cadere la mazza da una mano, sollevò da terra il nano
portandolo a livello del suo orecchio, altezza da cui certamente
Flibbertigibbet non avrebbe voluto cadere.
«Sì, così, appunto così, sclamò il portinaio con quella enorme sua
voce, va benissimo, mio bravo ragazzo. Chi diavolo te l’ha insegnata?»
«Non pensate a questo, rispose il diavoletto. Ma statemi dunque
attento.» Indi continuò a susurrargli altre cose all’orecchio,
mandando nello stesso tempo a Wayland ed alla signora occhiate che
li rassicuravano. Terminato il misterioso parlamento, il portinaio
rimise a terra il fanciullo con quel riguardo onde una prudente massaia
colloca sul cammino un vaso screpolato di porcellana. Indi chiamati
Wayland e la sua compagna: «Entrate, entrate, ed abbiate un altra volta
attenzione di annunziarvi meglio quand’io sono di guardia.»
«Or via, andate innanzi, aggiunse Flibbertigibbet. Io debbo rimanermi
un istante col mio Golia. Vi raggiugnerò ben tosto, e scoprirò i vostri
segreti, fossero profondi quanto la torre di questo castello.»
«Può darsi, rispose Wayland, ma spero in Dio che questi stessi segreti
finiranno d’essere sotto la mia custodia, ed in allora, li sappia tu, o
chiunque altro, poco m’importa.»
Superato questo ultimo passo, la Contessa ed il suo condottiero,
attraversarono tal prima torre, chiamata la _torre della Galleria_.
Il ponte, che dall’ingresso di essa estendeasi fino ad altra torre
situata sulla riva opposta del lago e detta la _torre di Mortimero_,
era ivi costrutto in modo di formare ampio steccato, di circa cento
trenta canne di lunghezza, e largo dieci, coperto di sabbia, e riparato
e difeso d’ogni banda da alte e forti impalizzate. Stava questo luogo
preparato per le matrone che dovevano assistere alle giostre. I nostri
viaggiatori lo trascorsero sintantochè fossero all’altra estremità
ov’era la torre _di Mortimero_, per cui entravasi nella parte interna
del castello.
Questa torre presentava sulla sua fronte lo stemma del conte della
Marca, la cui audace ambizione dopo avere rovesciato il trono d’Eduardo
II, aspirò a dividere l’autorità suprema colla _Lupa di Francia_ sposa
di questo sventurato monarca.
La porta, su di cui vedeasi tale scudo malauguroso, veniva custodita da
molte sentinelle vestite di ricche livree. Me esse lasciarono passare
la Contessa e la sua guida, poichè ammesse una volta le persone dal
portinaio della _Galleria_, non vi era un motivo d’impedir loro il
procedere innanzi. Silenziosi pertanto si avanzarono nella gran corte,
d’onde poterono liberamente osservare questo vasto ed antico castello
e le maestose sue torri. Tutte le porte erano state aperte in segno di
ospitalità, e folti scorgeansi gli appartamenti di signori d’altissimo
grado, seguiti da un numero considerabile di vassalli, di servi, e di
tutto il corteggio, ond’erano usi farsi scortare a tali feste di gioia.
Wayland fermò qui il suo cavallo, fisando gli occhi sulla Contessa,
e in atto di chiederle comandi su di quanto dovea farsi ora ch’erano
giunti al luogo cui intendevano. In silenzio tenevasi la Contessa.
Finalmente Wayland, dopo avere taciuto un minuto o due, si fece
coraggioso a chiederle i suoi comandi. Amy si pose la mano alla fronte,
qual chi vuole raccogliere le proprie idee e decidersi ad un partito,
poi con voce quasi spenta, e siccome persona che parla standosi assorta
in un sonno doglioso:
«I miei comandi! Sì, non v’ha dubbio che in questo luogo ho diritto di
darne. Ma chi è che vorrà ubbidirmi?»
Dopo di che, sollevò con una certa dignità il capo, e risoluta
s’indirisse ad un servo assai ben vestito, che attraversava la corte in
aria d’aver molte faccende.
«Andate a dire al conte di Leicester che bramo parlargli.»
«Al conte di Leicester?» rispose il servo, che stupì a tale inchiesta.
Poi volgendo gli occhi al misero arnese di colei che prendea sì fatto
tuono d’autorità, aggiunse con arroganza: «Molto bene! Chi è dunque
costei, fuggita certamente da Bedlam, che domanda di vedere il mio
padrone in un giorno siccome è questo?»
«Risparmiatemi il disturbo d’udire le vostre insolenze, rispose la
Contessa, e fate quanto vi dico. Gli affari per cui vo’ vedere il Conte
sono della massima importanza.»
«Bella Signora, risoggiunse il servo con ironia, volgetevi a
tutt’altri, fuori che a me per adempire le vostre commissioni. Fossero
queste anche dieci volte più importanti di quello che dite, non me ne
incaricherei certamente. Andare ad incomodare il padrone, che sta ora
colla Regina! e ciò per farvi cosa grata, non è vero? M’insegnereste
bene. Sarebbe per me ottimo espediente onde guadagnarmi, non so quanti
buoni colpi di frusta. Mi maraviglio però che il nostro vecchio
portinaio lasci entrare certa sorte di persone. Ma! il pover’uomo
ha perduta la testa dopo che vogliono costringerlo ad imparare un
complimento a memoria.»
Il tuono schernevole che questo servo tenea, fece accostarne due
altri, onde Wayland, che incominciava a temere per se medesimo e per
la Contessa, s’indirisse a quel d’essi, in cui gli parve scorgere più
urbani modi, e fattagli passare fra le mani una moneta, lo pregò,
volesse procacciare un ricovero alla signora, ch’ei conduceva seco. La
persona a ciò pregata, che giusta quanto appariva, godea di qualche
autorità nel castello, rampognò a quel servo sfacciato la sua villania,
intimandogli prender cura de’ cavalli di que’ due stranieri, dai quali
si fece seguire.
Amy rimase assai presente a se stessa onde comprendere, come per
quell’istante le fosse d’uopo abbandonare l’idea di vedere il suo
Leicester; e sprezzando gl’insulti di que’ servi arroganti, e i bassi
motteggi di cui le avventuriere leggiadre divennero tema, seguì
taciturna insieme a Wayland la nuova sua guida.
Entrarono essi nella corte interna per un’ampia porta collocata fra la
torre principale chiamata, il dicemmo, _torre di Cesare_, e un grande
corpo di edifizio, conosciuto sotto nome di _alloggiamento del re
Enrico_. Per lo che si trovarono nel centro di questa grande fabbrica,
le cui diverse fronti offerivano superbi modelli d’ogni genere
d’architettura, introdottasi nell’Inghilterra dai primi giorni della
conquista dei Normanni fino al regno d’Elisabetta.
Attraversata la corte, il duce loro li condusse ad una torricella
situata a greco del castello, e contigua ad un salone, che essa
disgiugneva dal vasto edifizio ov’erano le cucine. Abitavano la parte
bassa di sì fatta torre que’ servi della casa di Leicester, che i
doveri del loro uficio teneano in tale angolo di quell’ostello. Nel
piano superiore, cui salivasi per una scala foggiata in curva spirale,
era una stanza che atteso il bisogno di alloggiar tanta gente, fu essa
pure posta all’uso di ricoverare qualche straniero. Fu questa per lungo
tempo lasciata in abbandono; e correa voce esservi stato racchiuso,
poi trucidato, un prigioniero di nome Merwyn da cui quella torre avea
preso il nome. Costruttone in volto ogni piano, erano quelle mura di
una prodigiosa grossezza, mentre la stanza più ampia che vi fosse non
oltrepassava in estensione i quindici piedi quadrati.
Angusta parimente la finestra che le dava luce, si apriva essa sul
_luogo di delizia_, nome imposto ad un ricinto fregiato d’archi
trionfali, e di trofei, e di fontane e di statue, e d’altri ornati
architettonici, il qual luogo divenuto era tragetto a chi si portava al
giardino del castello.
Venne pertanto introdotta la Contessa in tale stanza, ove non si
trovavano fuorchè le suppellettili indispensabili; cosa per altro cui
non pos’ella grande attenzione, chè gli sguardi suoi unicamente si
volsero a fin di vedere se vi fosse il bisognevole per iscrivere, e
scorse di fatto quanto bramava su di un tavolino; nè fu poco a que’
giorni, in cui ben di rado tali attrezzi si collocavano in una stanza
da letto. Le venne tosto nell’animo di scrivere al conte di Leicester e
di starsene ivi rinchiusa sintantochè ne avesse ricevuto risposta.
L’ufiziale che lor fu di guida domandò cortesemente a Wayland, la cui
generosità aveva già esperimentata, se di null’altro abbisognassero;
e poichè Wayland ebbe fatto comprendere, che qualche reficiamento
non gli sarebbe stato discaro, l’altro il condusse alla credenza,
ove lautamente si dispensavano commestibili di ogni specie a
chiunque ne richiedea. Scelse Wayland que’ più leggieri alimenti
che credè confacevoli al gusto delicato della Contessa, ma quanto
a sè non trascurò sì fatta occasione onde procacciarsi una mensa
più sostanziosa; e così se ne tornò alla stanza della Contessa, che
terminata appunto avea la sua lettera; nè tenendo ivi suggello o filo
di seta, la chiuse con un riccio de’ propri capelli.
«Fedele amico, diss’ella a Wayland, tu che il Cielo inviommi
soccorritore nei più incalzanti infortuni della mia vita, ti prego
anche di tal favore, e sarà l’ultima molestia che ti assumerai per una
sventurata. Piacciati arrecare la lettera che vedi al nobile conte di
Leicester. Ogni modo è opportuno purchè gli pervenga. (Pronunciò ella
tai detti dimostrando una agitazione mescolata di speranza e di tema).
Vanne, fedele amico, omai non ti sarà d’uopo l’angustiarti per mia
cagione. Ora concepisco più dolci speranze. Oh! tornino i giorni del
mio antico splendore; nè verun servigio prestato avrà avuto miglior
guiderdone quanto quelli che mi rendesti! Consegna, ti dico, questa
lettera a Leicester, ma in proprie sue mani, ed osserva soprattutto
qual ne diverrà il contegno nel leggerla.»
Wayland non esitò nell’accettare tal commissione, e solamente mise
molto calore nel pregar la Contessa a prendere qualche cibo; al che
ella consentì per mostrarsi compiacente a sì buon compagno, ed affinchè
egli si trasferisse con più sollecitudine presso il Conte. Wayland
partissi, raccomandandole di chiudere per di dentro la stanza, e di non
uscirne. Indi andò a cercare un’occasione di adempiere il messaggio
fidatogli, e ad un tempo di mettere in opera un disegno, che le
circostanze gli aveano suggerito; perchè la condotta serbata da Amy nel
durare del viaggio, un silenzio mantenuto sì a lungo, la titubazione
e l’incertezza che scorgevasi in tutte le risoluzioni di essa,
l’assoluta impotenza sua di pensare e d’operar da se stessa, tutte le
ridette cose aveano fatte conchiudere a Wayland, nè al certo senza
molta verisimiglianza, che gli scogli dello stato cui era pervenuta le
avessero fino ad un certo segno alterata la mente.
All’atto della sua fuga da Cumnor, il partito più ragionevole per lei,
non v’ha dubbio, sarebbe stato di ripararsi fra le mura paterne, o
in tutt’altro luogo lontano dalla prevalenza di coloro che l’aveano
perseguitata. Allorchè in vece ella mostrò desio di recarsi a
Kenilworth, Wayland non potè spiegare a se medesimo lo scopo di una
tale risoluzione, che supponendo Amy deliberata o di mettersi sotto
la custodia di Tressiliano, o d’implorare la protezione della Regina.
Ma ora, anzichè attenersi ad un partito sì naturale, consegnava ella
alla sua guida una lettera pel conte di Leicester, pel protettore del
Varney, di quel Varney che avea giurisdizione sopra i luoghi ove le si
fecero sofferire tutti i mali, ai quali fin allora soggiacque, salvo
sempre il dubbio se da immediato ordine del Varney le fossero derivati.
Tal condotta parve a Wayland imprudente e suggerita soltanto dal
delirio e dalla disperazione. Laonde temendo questi di compromettere
la sicurezza propria non men che quella di Amy, coll’eseguirne troppo
tosto la commissione, risolvè non movere alcun passo sino a che non
si fosse accertato all’uopo d’un sostenitore; al qual fine divisò di
cercar Tressiliano prima di consegnare la lettera, e partecipandogli
l’arrivo della figlia di sir Robsart a Kenilworth, addossare al suo
committente e padrone tutte le conseguenze degli atti avvenire.
«Egli comprenderà meglio di me, diceva a se stesso Wayland, se ben
torni il soddisfare la brama nata in lei di portare appellazione a
milord di Leicester. Per me lo credo un atto di demenza. Ma sia che
vuolsi! Quando avrò rimesse le cose nelle mani del sig. Tressiliano,
quando avrò confidata a lui questa lettera, quando avrò ricevuto
quel compenso che vorrà darmisi, volgo, che non mi parrà vero, le
calcagna a Kenilworth. Dopo tutto quanto mi è accaduto, prevedo che
sarebbe un soggiorno poco delizioso per me. Partiamo, partiamo. Vorrei
piuttosto ferrare per tutta la vita le rozze del più tristo villaggio
dell’Inghilterra, che partecipare alle feste e ai banchetti cogli
abitanti di questo castello, comunque bellissimo.»