_Riccardo._ Un cavallo! un cavallo! il regno mio
Cedo per un cavallo.
_Catesby._ Ecco un cavallo
_Riccardo III._
I nostri viaggiatori passavano vicino ad una macchia posta sul confin
della strada, allorchè si offerse ai loro occhi la prima creatura
vivente che avessero incontrato dopo la loro partenza da Cumnor, ed era
un picciolo rustico stupido di fisonomia, e che parea il famiglio d’un
qualche podere. Col capo scoperto, vestito d’abito grigio, colle calze
che gli cadeano sulle calcagna, e tenendo i piedi in un paio di grosse
scarpe, stava alla custodia di quella cosa che i nostri venturieri
potessero maggiormente desiderare, intendo dire di un cavallo, fornito
inoltre di una sella da donna, e di tutte l’altre cose necessarie ad
una viaggiatrice. E per migliore combinazione il contadino, accostatosi
a Wayland, gli disse in sua maniera queste poche parole: «_Signore,
siete voi quella certa coppia?_»
«Certamente che lo siamo, mio garbato giovane,» gli rispose senza
esitare Wayland. E sia giustizia alla verità, anche qualche coscienza
educata ad una scuola di morale più severa che non forse quella cui
studiò il maniscalco, avrebbe ceduto ad un’occasione tanto seducente.
Il darsi tal risposta da Wayland, prender la briglia dalle mani del
contadino, far discendere la Contessa dal suo cavallo, e metterla su
quello che il caso aveva fornito, furono l’opera di pochi istanti. E
la cosa andò con tanta naturalezza, che la Contessa, come si è saputo
dappoi, credè fermamente che quel cavallo fosse stato ivi apparecchiato
per cura del suo condottiero o di qualche amico del medesimo.
Ciò nondimeno il giovine merlotto, che si vide con tanta sollecitudine
liberato dal suo deposito, cominciò a girar gli occhi e a grattarsi
in capo, come covando qualche rimorso di avere abbandonato il cavallo
contentandosi d’una spiegazione così succinta.
«Non v’ha dubbio, borbottava fra i denti, che questa non sia la
_coppia_, ma tu al vedermi avresti dovuto dir _fava_. Lo sai bene!»
«Sì, sì, è vero, rispose a caso Wayland, e tu _presciutto_.»
«No, no; aspettate; io doveva dire _cece_.»
«Bene, sia _cece_ se vuoi così; ma _presciutto_ era una _parola di
passo_ migliore.»
In questo, trovandosi già sul suo cavallo, tolse dalle mani dello
stupido villano quel resto di briglia che l’altro esitava ad
abbandonare, e gettandogli una moneta d’argento, senza altre cerimonie
cercò di riguadagnare a gran galoppo il tempo perduto. Il baggeo rimase
a’ piedi della collina, mentre la salivano i nostri viaggiatori,
e Wayland volgendosi, lo vide colle dita nei capelli, immobile
come un palo, e col capo sempre volto alla dirittura da essi presa
nell’abbandonarlo. Finalmente essi avevano di già raggiunto la sommità
della collina, allorchè lo videro abbassarsi per raccogliere la moneta
d’argento.
«In fede mia! disse Wayland, questo può dirsi vero dono della
Provvidenza. Una buona bestia che cammina bene, e che vi porterà fino
al luogo ove se ne possa trovare un’altra d’egual gagliardia! Allora
potremo rimandar questa per far tacere qualsisia rimostranza.»
Ma non erano tanto lisci questi suoi calcoli, e il destino, che sulle
prime parve sì propizio ai due viaggiatori lor diede a temere bentosto,
che l’incidente per cui menava tanto vanto Wayland, non divenisse
cagione della compiuta loro rovina.
Non avevano essi per anche fatto un miglio dopo lasciato il villanello,
allorchè intesero una voce d’uomo che gridava a tutta possa alle loro
spalle: _Al ladro, al ladro, ferma mariuolo_ ed altre espressioni di
simil natura. La coscienza di Wayland lo trasse naturalmente a credere
essere ciò una legittima conseguenza dell’avventura che poc’anzi aveva
mandato a termine.
«In verità, sarebbe stato meglio per me andare a piedi per tutta la
mia vita. Siamo spietatamente inseguiti, ed eccomi uomo perduto.
Ah Wayland, Wayland! tuo padre te lo predisse più d’una volta che
i cavalli t’avrebbero condotto alla forca! Se un qualche giorno mi
trovo mai sano e salvo fra i sensali da cavalli di Smithfield o di
Sumball-Street, darò loro licenza di appiccarmi all’altezza del
campanile di San Paolo se mi trovano mai più a frammettermi negli
affari o de’ gran signori, o de’ cavalieri e delle loro donne.»
In mezzo a queste malinconiche considerazioni, volse la testa per
sapere chi lo inseguiva, ed ebbe qualche conforto in accorgersi di non
aver dietro a sè che un uomo solo a cavallo, ben montato per vero dire,
e che si avvicinava ad essi con una rapidità da non permettere idea di
fuga, quand’anche la Contessa fosse stata abbastanza forte per poter
galoppare a pari della gagliardia del suo cavallo.
«In fine poi, pensava Wayland, il cimento è eguale fra noi; non siamo
che un uomo per banda; e a quanto parmi il mio futuro competitore
nello stare a cavallo ha più garbo di simia che di cavaliere. Se mai
si venisse agli espedienti estremi, non dovrebbe essermi difficile il
gettarlo di sella. Ma zitto! Il suo cavallo medesimo, per quanto spero,
mi risparmierà questo incomodo: esso ha il morso ai denti. Diavolo!
Qual uopo ho io d’inquietarmi (gli sembrò di ravvisare sull’istante il
cavaliere), non è che quella caricatura del merciaio d’Abingdon.»
L’occhio avvezzo di Wayland avea scorto giusto a malgrado della
lontananza. Il cavallo del valente merciaio, pieno d’ardore, ed inoltre
eccitato dal vedere due cavalli, che alla distanza di alcune centinaia
di tese pareva corressero colla massima velocità, si diede a tanto
furiosa scappata, che ruppe affatto l’equilibrio del cavaliere. Costui,
a grado del cavallo, non solamente raggiunse, ma oltrepassò di gran
galoppo le persone inseguite, comunque non cessasse dal tirarlo per
la briglia e dal gridar a tutta possa: _Ferma, ferma_, esclamazione
allor indiritta, come ognun vede, al cavallo, anzichè alle persone
lasciatesi addietro. Di questo passo ei fece più di mezzo miglio
senza potere arrestare il corridore: riuscitovi finalmente, tornò
all’incontro de’ nostri viaggiatori, riparando alla meglio il disordine
de’ suoi vestiti, e cercando coprire con un’apparenza di audacia e di
collera la confusione e il dispetto, dipintisi sul suo volto durante
l’involontaria sua corsa.
Intanto Wayland ebbe tempo di avvertire la Contessa sulle prerogative
del personaggio, ond’ella cessasse dallo spaventarsi: «Credetemi, non è
che uno sciocco, e m’accingo a trattarlo siccome tale.»
Allorchè il merciaio ebbe riacquistato quanto fiato e coraggio
bastavangli a ricomparire dinanzi alla Contessa, ordinò in aria
minaccevole a Wayland di restituirgli il suo cavallo.
«Che ascolto? (disse Wayland con enfasi ed in tragico tuono) ne si
comanda arrestarci, e consegnare le cose nostre sulla regale strada
maestra! A te, mia Escalibar, esci del fodero e fa sentire a questo
prode cavaliere, che la forza dell’armi dee sola decidere la tenzone.»
E l’altro: «Correte, correte quante siete, oneste persone. Si pretende
involarmi ciò che mi appartiene legittimamente.»
«Indarno tu invochi i tuoi Numi, o scellerato pagano! M’è d’uopo
compiere il mio divisamento, vi dovessi anche perire. Sappi, intanto,
infedel trafficante, esser io il merciaiuolo che ti vantasti volere
spogliare della sua mercanzia sullo spianato di Maiden Castle. Onde
preparati a sostener la disfida.»
«Ma io dissi questo per modo di scherzo, soggiunse fattosi tutto mite
Goldthred; sono un onesto cittadino, un merciaio, e arrossirei di
assalire chicchessia.»
«Quand’è così, formidabilissimo merciaio, mi duole in fede mia del voto
che feci, e fu questo, di portarti via il cavallo la prima volta che
t’incontrassi, e farne dono a questa mia sovrana se tu non ti sentivi
di difenderlo coll’armi. Ma ora che il giuramento è pronunziato, la
sola cosa che io possa fare in tuo favore, si è lasciare il cavallo a
Donnington nella prima osteria.»
«Ma v’assicuro, disse il merciaio, che su questo cavallo medesimo
io doveva condurre oggi alla chiesa parrocchiale, poco distante di
qui, Giovanna Hackam di Shottesbroock per cambiare ivi il suo nome di
famiglia in quello di signora Goldthred. Per venire a raggiugnermi,
ella si è fatta strada saltando giù da un finestrino del granaio
del vecchio Gaffer Hackam, ed eccola già colla sua mantellina di
ciambellotto, e la sua frusta fornita di manico d’avorio, al luogo,
ove credea trovare il cavallo, soprappresa sì che sembra la moglie di
Loth. Io ve ne prego colla maggior possibile civiltà: rendetemi il mio
cavallo.»
«Ne sono afflitto così per l’avvenente donzella, come per te,
merciaio mio nobilissimo, soggiunse Wayland, ma fa d’uopo che si
compiano i voti. Tu troverai il tuo cavallo a Donnington, all’osteria
dell’_Angelo_: gli è tutto ciò che posso fare in buona coscienza.»
«Al diavolo tu e la tua coscienza! disse dando nelle disperazioni
il merciaio. Pretenderesti forse che una giovane promessa sposa si
conducesse a piedi alla chiesa?»
«Mettila in groppa dietro a te, sir Goldthred, rispose Wayland. È tal
cosa che gioverà parimente a calmare l’impeto del tuo corridore.»
«Sì, e se poi vi dimenticate di lasciare all’_Angelo_, come lo
promettete ora, il mio cavallo?» chiese titubando il Goldthred, in cui
era venuto meno ogni coraggio.
«Il mio fardello resterà in pegno pel tuo cavallo. Esso è presentemente
in casa di Giles Gosling, nella stanza parata di cuoio damaschinato,
ed è pieno, stivato di velluti a uno, a due, a tre peli, di felpe, di
zendadi, damaschi, rasi, e di ogn’altra sorte di tessuto di seta.»
«Aspetta, aspetta, gridò il merciaio, io veramente sto a patto d’essere
appiccato, se nel tuo fardello si trova la metà di quanto tu dici. Ma
se il mio povero Baiardo cade nelle mani di qualche mascalzone...»
«Può anche darsi, mio buon Goldthred, ma intanto io vi auguro il buon
giorno. Felice viaggio!» soggiunse indi continuando il cammino colla
Contessa; intantochè il merciaio scompigliato se ne tornava assai più
lentamente che non fosse venuto, meditando quali scuse avrebbe addotte
alla sua diletta donna, che stava mestamente aspettando il novello
sposo in mezzo alla strada.
«Mi sembrò, disse la Signora, che la caricatura da cui siamo disgiunti
mi desse occhiate come di chi si ricordasse avermi veduta; io però le
nascosi quanto mi fu possibile il volto.»
«Se potessi creder questo, soggiunse Wayland, tornerei addietro per
fracassare il cranio a costui, nè avrei paura di danneggiargli il
cervello, perchè tutto quello che ha non basterebbe, cred’io, a darne
una boccata ad un papero nato di fresco. Nondimeno è miglior consiglio
proseguire il nostro viaggio. Lasceremo a Donnington il cavallo di
questo sciocco, anche per togliergli ogni talento di tenerci dietro,
poi cambieremo i nostri abiti, onde ingannare le sue indagini se
volesse pur continuarle.»
I viaggiatori giunsero senza altri spiacevoli incontri a Donnington,
ove fu necessario che la Contessa si procacciasse il ristoro d’alcune
ore di riposo. In questo intervallo Wayland prese, con prontezza e
sollecitudine eguali, tutte le cautele necessarie ad assicurare il buon
successo del rimanente del viaggio.
Dopo avere cambiato il suo mantello di merciaiuolo in una zimarra,
condusse il cavallo di Goldthred all’osteria dell’_Angelo_, situata ad
una estremità del villaggio opposta a quella ove i nostri viaggiatori
avevano preso stanza. Nella mattina, Wayland mentre attendeva ad
altre cose sue vide il cavallo ricondotto dallo stesso merciaio, il
quale avendo raccolta una numerosa banda d’uomini per gir contro chi
gli aveva involata la sua cavalcatura veniva a riconquistarla colla
forza dell’armi. Gli fu questa rimessa senza dover pagare altro
riscatto, fuorchè il prezzo dell’_ala_ bevuta in copia dalle sue truppe
ausiliari, che il cammino aveva assetate, e intorno al cui prezzo
maestro Goldthred sostenne una disputa veementissima col commissario
del quartiere, chiamato in soccorso dallo stesso Goldthred per far
marciare la gente della Contea.
Dopo eseguita una tale restituzione, che la giustizia e la prudenza
egualmente volevano, Wayland procurò per sè e per la Contessa due
vestiti compiuti, che li faceano sembrare agiati campagnuoli. In oltre
fu deciso per togliere alla curiosità tutti i pretesti, che la donna,
durante il cammino, si spaccierebbe per sorella del suo condottiero.
Un buon cavallo, non brioso, e fatto per andar di pari passo con
quello di Wayland, compiè i preparativi del viaggio, cose tutte
che il maniscalco pagò col denaro somministratogli a tal fine da
Tressiliano. Era quindi vicino il mezzogiorno, allorchè la Contessa
trovò riparate assai le sue forze da un profondo riposo di alcune ore;
onde continuarono il loro cammino, deliberati di condursi il più presto
possibile e tenendo la strada di Coventry e di Warwick, al castello di
Kenilworth; ma il loro destino non volea che procedessero molto innanzi
senza scontrarsi in nuovi avvenimenti che li tribolassero.
Fa qui di mestieri avvertire il leggitore, che l’ostiere di Donnington
avea fatto noto ai nostri pellegrini, come una lieta brigata si era
un’ora o due prima d’essi, partita da Donnington per trasferirsi a
Kenilworth; e che questa, a quanto sembrava, accigneasi a rappresentare
una di quelle mascherate o commedie solite ad entrare fra i
divertimenti offerti alla Regina allorchè portavasi in viaggio; dal
quale avviso nacque in Wayland il consiglio di unirsi, se il potea, a
questa banda, tosto che l’avesse raggiunta in cammino, sembrandogli
che per tal modo diverrebbe più difficile il riconoscimento così della
Contessa come di lui che non se avessero camminato soli.
Comunicò pertanto sì fatta idea alla compagna, la quale in sostanza,
non desiosa che di giugnere senza interrompimenti a Kenilworth, lasciò
al giudizio di Wayland la scelta d’ogni espediente più adatto all’uopo
medesimo. Quindi fecero trottare i lor cavalli, sinchè videro la
picciola carovana con parte di gente a piedi e a cavallo, che saliva un
monticello da essi distante non più d’un mezzo miglio. In quel medesimo
tempo Wayland che non guardava solamente dinanzi a sè, si vide dietro
alle spalle un personaggio a cavallo, che correa con istraordinaria
velocità. Seguialo un servo galoppando, perchè gli sforzi del galoppare
bastavano appena a pareggiare in celerità il cavallo del suo padrone,
comunque unicamente trottasse. Wayland osservò con inquietezza d’animo
queste due persone, mostrò turbarsi, osservò di bel nuovo, indi fattosi
pallido, disse alla Contessa.
«Quello è il famoso corridore di Riccardo Varney. Saprei riconoscerlo
in mezzo a mille cavalli. Questo è ben un incontro più serio, che non
lo fu quello del mercante merciaiuolo.»
«Sguainate la vostra spada, gli disse Amy, e trafiggetemi il cuore,
anzichè lasciarmi cadere nelle mani di costui.»
«Preferirei mille volte passargliela a traverso del corpo, o ferirmene
io stesso. Ma per vero dire, l’arte dello schermitore non è fra quelle
ch’io conosca meglio, benchè ad un estremo evento io abbia il coraggio
di valermi del ferro freddo al pari d’un altro. E accade in oltre
che la mia spada (trottate, ve ne prego!) è una trista draghinassa,
mentre son certo che egli è armato d’una delle migliori sciabole di
Toledo. Aggiugnete esser con lui un servo, ch’io giurerei quell’infame
del Lambourne, perchè sta sopra il medesimo cavallo, di cui si valse,
dicono (vi prego, correte!) quando svaligiò un ricco mercante di
bestiami verso la parte occidentale della Contea. Non è già ch’io tema
nè Varney, nè Lambourne, tanto più ch’io difendo una buona causa (il
vostro cavallo, se lo spronate, può trottare di più!) ma nondimeno
(vi supplico! non gli lasciate poi prendere il galoppo; potrebbero
accorgersi che li temiamo e inseguirci; basta che lo manteniate nel
gran trotto) benchè, dico, io non tema costoro, avrei molto caro di
spacciarmene piuttosto per le vie dell’accorgimento che per quelle
della violenza. Sol che potessimo raggiugnere i commedianti ed unirci,
passeremmo con essi senza essere osservati, purchè per altro Varney non
sia venuto a posta per inseguirci.»
Dicendo tai cose, ora stimolava, ora frenava il cavallo, agitato ad un
tempo e dalla tema di far sospettar che fuggiva, e dalla cura di non
essere giunto dal Varney.
Salirono finalmente la collina dianzi accennata, ed arrivatine alla
vetta, si confortarono in veggendo la picciola carovana fermatasi in
fondo alla valle in vicinanza di tenue ruscello, a’ cui margini erano
due o tre capanne; onde allora Wayland non dubitò più di non essere in
tempo a raggiugnerla. Cresceva inquietezza a Wayland l’osservare la sua
compagna che senza profferire accenti di timore o querelarsi, andava
vie più impallidendo, onde aspettavasi ad ogn’istante vederla cader da
cavallo. Pure a malgrado di tai sintomi di debolezza, spinse ella tanto
vigorosamente il destriero, che si trovarono presso i commedianti in
fondo della valle prima che Varney fosse arrivato alla sommità della
collina d’ond’erano scesi.
Videro essi nel massimo disordinamento la compagnia colla quale
divisavano di collegarsi. Le donne, tutte scapigliate e come
affaccendate in cosa d’alta importanza, entravano continuamente nelle
capanne e ne uscivano. Gli uomini stavano qua e là tenendo per le
briglie i loro cavalli, e mostrando quella sbadata fisonomia che è
solita in essi nel durar d’affari pe’ quali non si ha bisogno di loro.
I due viaggiatori s’intertennero, come mossi da curiosità; poi a grado
a grado, senza interrogare nè essere interrogati, si frammisero alla
carovana, come se ne avessero fatto parte da lungo tempo.
Non erano scorsi più di cinque minuti dopo il fermarsi lor nella valle,
ov’ebbero grande cura di tenersi quanto poteano sui labbri della
strada, onde mettere gl’individui della carovana fra sè, e fra Varney e
Lambourne, i quali discesero rapidamente dalla collina. I fianchi dei
costoro cavalli, e le spronette, col molto sangue di cui erano lorde,
contrassegnavano assai con quanta velocità il padrone ed il servo
fossero corsi. L’esterno de’ commedianti, che sotto sopravveste di
traliccio nascondevano i lor vestiti da maschera, la picciola carretta
per trasportarvi le loro decorazioni, e i diversi arnesi bizzarri e
fantastici ch’essi aveano fra le mani, bastarono onde i due cavalieri
scorgessero lo scopo cui quella brigata intendea.
«Voi siete commedianti, disse il Varney, e vi trasferite senza dubbio a
Kenilworth?»
«Sì, o nobil signore,» rispose un attore.
«Ma come diavolo indugiate qui, soggiunse allora il Varney, se non
avete un istante da perdere sol per giugnere a tempo al castello di
Kenilworth? La Regina desina domani a Warwick, e voi canaglia, state
qui a darvi bel tempo?»
Si fece allora a rispondere un ragazzo nano in zimarra che aveva una
maschera al volto, e un paio di corna d’un bel rosso di fuoco, e sotto
la zimarra un abito di rascia nero stretto con cordicelle alla persona,
calze rosse, e scarpe fatte all’uopo d’imitare i forcuti piedi del
diavolo. «In verità, o signore, la indovinaste. Ma sappiate che mio
padre, il diavolo, sorpreso dai dolori del parto, ci ha ritardati nel
cammino per accrescere la nostra brigata d’un diavolino di più.»
«Come! il diavolo!» disse Varney, la gaiezza del quale non avea indizi
più forti d’un caustico sorriso.
«Il ragazzo ha detto la verità, soggiunse la persona in maschera che
avea parlato da prima; il nostro diavolo in capo, poichè questi non è
che diavolo secondario, sta ora entro di quel _tugurium_ ad invocare
Lucina.»
«Per san Giorgio! o piuttosto per il drago che è forse il compare del
futuro diavolo infante! questo è un caso comico; se ve ne furono, disse
Varney. Che ne pensi, Lambourne? Vuoi tu essere per questa volta il
patrino? Certamente, se il diavolo dovesse sceglierne uno, non vedo
persona che ti pareggi nel meritar tanto onore.»
«Eccetto che alla presenza de’ miei superiori,» disse il Lambourne con
quella impudenza per metà rispettosa di un servo, che nel giudicare
indispensabile la propria opera fonda la sicurezza di avanzar qualche
scherzo.
«Qual è il nome di questo diavolo, o per meglio dire di questa
diavolessa che colse sì male il suo tempo? disse Varney. A Kenilworth
noi non possiamo far senza d’alcuno dei nostri attori.»
«_Gaudet nomine Sibyllae_, disse il primo interlocutore, e si chiama
Sibilla Laneham, moglie di maestro Riccardo Laneham.»
«Il donzello della camera del consiglio! disse Varney. Che mi dite?
Ella non merita scusa; doveva avere bastante esperienza per ordinare
meglio le cose sue. E chi erano quell’uomo e quella donna, che un
momento fa ascesero la collina con tanta fretta?»
Wayland stava per avventurare qualche risposta, allorchè il piccolo
diavoletto si fece avanti di bel nuovo.
«Con vostra buona licenza, (diss’egli accostandosi a Varney, e parlando
in modo che gli altri compagni non lo intendessero) l’uomo sarà il
nostro primo diavolo, perito quanto basta nelle astuzie per far le veci
ai cento diavoli della natura di Sibilla Laneham. E la donna, sempre
con vostra buona licenza, è quella savia persona, i cui soccorsi in
tale momento sono della massima necessità alla nostra parturiente.»
«E che? Voi avete la commare in questi dintorni? disse Varney. Di fatto
la fretta del suo correre dava a divedere come si portasse in tal
luogo, ove era grandemente desiderata. Voi avete dunque in riserbo un
altro suddito di Belzebù da sostituire a Mistress Laneham.»
«Senza dubbio, Signore, disse il picciol mariuolo, i sudditi di Belzebù
non sono tanto rari in questo mondo, come vostra Eminenza potrebbe
supporli. Questo maestro demonio che voi vedete, saprà, se vi è in
grado, lanciare alcune migliaia di scintille, e vomitare nubi di fumo
dinanzi a voi, sì che crediate aver egli nell’addomine tutto l’Etna.»
«Non ho il tempo di fermarmi a contemplare tal maraviglia, o
chiarissimo figlio dell’inferno, ma ecco di che farvi bere per una
buon’ora, e come dice il proverbio, Dio prosperi le vostre fatiche.»
Così licenziandosi diede due botte di sprone al cavallo, e continuò la
sua strada.
Il Lambourne rimase un istante addietro del padrone per cercar nella
borsa, d’onde tratta una moneta d’argento ne presentò il compagnevole
diavoletto «a fine, disse costui, d’incoraggiar la tua carriera verso
il fuoco delle regioni infernali. Già si discerne qualche scintilla di
questo fuoco, che ti scappa fuori dagli occhi». Dopo avere ricevuti
i ringraziamenti del fanciullo, spronò egli pure il cavallo, e colla
rapidità del vento raggiunse il padrone.
«Ora (disse l’astuto diavoletto, accostandosi al cavallo di Wayland,
e facendo uno scambietto per aria, che legittimava le sue pretensioni
al parentado col principe di questo elemento), io raccontai loro chi
siete. Ditemi a vostra volta chi mi son io?»
«Flibbertigibbet, ovvero sicuramente un figliuolo del demonio,» rispose
Wayland.
«Tu lo dicesti, replicò Dick Sludge. Vedi qui il tuo Flibbertigibbet.
Mi sono sciolto dai legami, in cui mi teneva il dotto mio precettore,
come ti diedi parola di farlo, volesse egli o non lo volesse. Or
narrami chi è la donna che conduci teco. Io ti vidi nell’imbarazzo sin
dal momento della prima interrogazione, e venni in tuo soccorso. Ma mi
fa di mestieri sapere tutto quello ch’ell’è, caro Wayland.»
«Tu saprai cinquanta altre cose ancora più belle, o mio diletto
compagno, disse Wayland, ma per un momento metti da una parte le
tue interrogazioni; e poichè andate tutti a Kenilworth, io vi ci
accompagnerò, e ciò per amore, vedi! della tua amabile figura e della
spiritosa tua compagnia.»
«Tu avresti dovuto dire, _spiritosa figura,_ ed _amabile compagnia_,
rispose Dick. Ma come viaggerai tu con noi? Intendo che parte
sosterrai?»
«Certamente quella che mi scegliesti tu stesso: la parte di
giocolatore. Tu sai che questo mestiere, lo conosco,» disse Wayland.
«Va benissimo: ma e quella milady! soggiunse Flibbertigibbet, perchè
debbo dirti aver io già indovinato che ella è una milady, e comprendere
pure dalla impazienza che mostri l’imbarazzo in cui ti ritrovi per lei.»
«Ella... (rispose Wayland) ella... sì, ella è una povera mia sorella.
Canta e sona il liuto con tanta dolcezza che farebbe uscire i pesci
fuori dell’acqua.»
«Procurami tosto un saggio di tale sua abilità. Amo assai il liuto.
Nulla avvi che mi dia maggior diletto, benchè non abbia mai udito suono
di liuto.»
«Oh bella! come puoi dunque amarlo?»
«Ti dirò, come negli antichi romanzi i cavalieri amano le loro donne,
per fama.»
«Quand’è così amala _per fama_ qualche tempo di più, finchè mia sorella
siasi riavuta dalle fatiche del viaggio (disse Wayland, che poi
soggiunse fra i denti:) Maledetta la curiosità di questo nano! Ma non
mi torna disgustarmelo. Troppo mal partito ne avremmo.»
Dopo tale intertenimento, Wayland corse al maestro Holyday per fargli
offerta de’ suoi talenti personali, e di quelli della sorella, qual
donna perita di musica. Furono prima chieste alcune prove dell’abilità
di lui, e senza farsi pregare, ne diede di sì convincenti, che gli
attori giubilanti di acquistare un uomo fornito di tanta capacità,
ebbero per buone le scuse da lui fatte per sua sorella, che dianzi
voleano parimente sperimentare.
I nuovi compagni vennero invitati a partecipare de’ reficiamenti di
cui ben provvista andava quella banda, e nel tempo di tal colezione,
non però senza difficoltà, Wayland trovò un momento per parlare
segretamente alla supposta sorella e per pregarla a dimenticar qualche
istante così le proprie sventure come il proprio grado acconsentendo a
starsi in brigata con coloro, che dovevano esserle compagni di viaggio,
espediente il più sicuro onde non venire scoperti.
Tutto questo impero di circostanze fu sentito dalla Contessa; laonde
quando si rimisero in cammino, cercò ella di porre in opera i
suggerimenti datile dal suo condottiero, e volgendosi ad un’attrice che
le era vicina, introdusse il discorso esternando compassione per quella
povera donna che era stato forza l’abbandonare.
«Oh! ella ha buona assistenza, mia cara! rispose l’attrice, che pel suo
allegro umore avrebbe potuto dirsi il perfetto emblema della moglie di
Bath[8]. La mia commare Laneham non si prende fastidio di ciò, come di
nessun’altra cosa; di qui a nove giorni, se tanto duran le feste, sarà
con noi a Kenilworth, fosse anche costretta a portarsi il suo bamboccio
sugli omeri.»
In questo modo di discorso regnava un non so che di _libero_[9],
che tolse alla Contessa di Leicester ogni voglia di continuare la
conversazione; ma ella avea rotto il diaccio parlando per la prima
alla compagna, onde questa che negl’intermezzi dovea far la parte di
Gillian di Croydon, si diede tutta la cura che il troppo silenzio non
rendesse malinconica quella peregrinazione. Narrò dunque alla Contessa,
fattasi muta, un migliaio d’aneddoti di feste reali, cui s’era trovata
incominciando dai tempi del re Enrico fino a quei dì, e le accoglienze
che avea ricevute dai gran signori, e i nomi degli attori più cospicui;
e faceasi ritornello d’ogni racconto il soggiugnere: «Tutto ciò sarà
nulla in confronto delle feste che avremo a Kenilworth».
«E quand’è che vi giugneremo?» disse la Contessa con tale agitazione
che invano studiavasi di palliare.
«Noi che siamo a cavallo, noi possiamo trovarci questa sera a Warwick,
d’onde Kenilworth non arriva forse ad essere distante cinque miglia.
Ma ivi ne converrà aspettare i nostri compagni pedoni, se però il mio
buon signore di Leicester, come è probabile, non manderà incontro ad
essi cavalli o calessi, a fine di liberarli dalla molestia di andare
a piedi, che è un assai tristo apparecchio per danzare innanzi a
personaggi di corte. Nondimeno ho veduto un tempo, in cui, coll’aiuto
di Dio, avrei fatto cinque leghe colle mie gambe il mattino, e ballato
sulla punta de’ piedi tutta la sera, siccome un piattello di peltro,
che un giocolatore fa girare attorno sulla punta d’un ago. Il crescer
degli anni ha raffreddato un poco questo mio ardore; ma quando mi si
affanno la musica e il mio danzatore, posso ballare una giga così bene
e così lungo tempo, come qualunque altra donna di Warwick, obbligata,
quando vuole scrivere i suoi anni, a valersi dell’ingrata cifra
_quattro_, posta innanzi ad un _zero_.»
Se la Contessa per parte sua si trovava incomodata dalla loquacità di
tal donna, non era minore la pena che sofferiva Wayland per ispacciarsi
dai frequenti assalti dell’insaziabile curiosità del suo conoscente
antico Riccardo Sludge. Il malizioso nano aveva un’indole naturalmente
proclive ad osservare e voler conoscere a fondo tutte le cose; il che
collegavasi maravigliosamente col genere suo di spirito malignoso anzi
che no. Avido di spiar tutto, non v’era forza che lo avesse impedito
d’intromettersi negli affari, gli fossero pur estranei quanto si volea,
bastava che ne avesse sorpreso il segreto. Egli passò tutto quel giorno
a guatare per di sotto alla propria maschera la Contessa, e le poche
cose che potè scorgere non contribuirono poco a crescergli curiosità.
«Questa tua sorella, o Wayland, ei diceva, ha un collo ben bianco per
essere nata in una fucina, e le mani ben liscie e delicate per donna
avvezza a maneggiare il fuso. In fede mia! crederò che siate fratello e
sorella, quando vedrò dalle uova di corvo nascere i cigni.»
«_In fede mia_, disse Wayland, tu sei un piccolo ciarliero, che
meriteresti un cavallo in pena di tua sfrontatezza.»
«Ottimamente, disse allontanandosi quel furfantello; quanto posso dirvi
è che voi mi nascondete un segreto, e che se non vi rendo fava per
piselli, non sono più Dick Sludge.»
Sì fatta minaccia, e la distanza in cui gli si tenne nel resto di
quella giornata il diavoletto Hobgoblin, mise in molta agitazione
Wayland. D’onde fu ch’ei persuase alla finta sorella il fermarsi,
prendendone pretesto dalla stanchezza, tre o quattro miglia al di qua
della buona città di Warwick, e promise agli altri di quella banda, che
gli avrebbero raggiunti sul mattino della domane. Un picciolo albergo
di villaggio loro offerse asilo per riposare, e s’allegrò entro il suo
cuore Wayland in veggendo allontanarsi e Dick Sludge, e il resto della
brigata, da cui con affettuosi congedi si separò.
«Domani, o Signora, diss’egli alla compagna di viaggio, se così
vi piace, di buon’ora ci rimetteremo in cammino, onde giugnere a
Kenilworth prima che si faccia folla alle porte del castello.»
La Contessa approvò le idee del suo fedel condottiero, ma fu per questo
una grande sorpresa ch’ella non gli soggiugnesse altra cosa a tale
proposito. Questo silenzio lasciava ignorare a Wayland se Amy avesse
immaginato qualche divisamento intorno al modo di condursi in appresso.
Comunque gli fossero note solo imperfettamente le particolarità che
la risguardavano, pur vedea la necessità di continuare a movere con
circospezione ogni passo. Dal tacersi della Contessa egli indusse, che
forse ella avea nel castello alcun amico alla cui protezione poter
fidarsi, e che l’incarico di lui sarebbe finito non appena l’avesse
guidata colà, come ripetutamente ne mostrava quella il desio.