»Ambizion se frettolosa troppo
»La vetta aggiunga, dall’opposta banda
»Del pendio discosceso alfin dirupa.
_Shakespeare._
Le splendide feste che stavano per celebrarsi a Kenilworth erano
già divenute l’argomento de’ discorsi che faceansi da ognuno
nell’Inghilterra. Tutta dovizia di cose atte a render più deliziosi
alla regina Elisabetta que’ giorni che le sarebbe piaciuto dimorare nel
castello del suo favorito, venne adunata, e d’ogn’intorno dell’isola,
e dal Continente. Intanto il Leicester progrediva ogni dì maggiormente
nelle buone grazie della Regina. Sempre a fianco di lei ne’ consigli,
ben ascoltato nell’ore consacrate ai passatempi della Corte, accolto
in qualsivoglia istante coi contrassegni della massima intrinsichezza,
era il Leicester la speranza di tutti coloro, che avevano grazie da
chiedere alla Sovrana: ricercato da tutti i ministri delle corti
straniere, che in nome de’ loro monarchi gli largheggiavano delle
più lusinghiere dimostrazioni d’affetto, egli era, giusta il dire
cortigianesco l’_alter ego_ dell’orgogliosa Elisabetta, impaziente a
quanto credevasi dell’istante favorevole per collegarselo al poter
supremo con fargli dono della sua mano.
Nel mezzo di tante prosperità, questo favorito della Regina e della
fortuna era forse l’uomo il più infelice che si vivesse in quel regno
di cui sembrava l’arbitro ed il dominatore. Egli aveva certamente al
di sopra delle sue creature la sovranità data da ingegno, e vedea
cose, che ad esse fuggivano. Niuno al pari di lui conoscea l’indole
della Sovrana; siccome quegli che aveva fatto un unico studio di
indagarne ad un tempo le singolarità e le virtù, studio che unito ai
poderosi espedienti di quella sua mente abilissima, e al lustro che
gli crescevano le esterne sue prerogative, valse a sollevarlo in tanto
favore. Ma questo medesimo conoscimento ch’egli aveva dell’indole di
Elisabetta gli facea temere, ad ogni piè sospinto, qualche disgrazia
rovinosa e non aspettata. Il Leicester somigliava a nocchiere, che
avendo innanzi agli occhi la carta su di cui stanno delineati tutti i
punti della via da trascorrersi, scorge nel medesimo tempo gran numero
di secche, di scogli coperti, e di scogli a fior d’acqua; onde tutto il
vantaggio ritratto da sì inquietante schiarimento è la certezza, che in
un prodigio soltanto sta la speranza di uno scampo.
Di fatto, la regina Elisabetta aveva un’indole stranamente impastata
di maschia fortezza d’animo, e di tutte quelle debolezze, che sono di
consueto il retaggio del sesso, cui perteneva. Gran profitto traevano
i sudditi dalle virtù che in questa Regina superavano di gran lunga
i difetti; ma quanto ai cortigiani, ed alle persone che le stavano
intorno, trovavansi di sovente esposte ai capricci e alle violenze
d’uno spirito per sua natura geloso e dispotico.
Tenera madre verso i suoi popoli, ella era ad un tempo verace figlia di
Enrico VIII; e benchè i patimenti da lei sofferti in giovinezza, e le
cure di un’ottima educazione avessero compresse e modificate in essa
le inclinazioni che si portava seco col sangue, queste non si potevano
dire sradicate.
«Lo spirito di una tal donna (così esprimevasi sir John Harrington,
che l’aveva avuta in matrina al fonte battesimale, e ch’ebbe a vicenda
occasioni di provarne l’affabilità e i mali umori), lo spirito di una
tal donna era il più delle volte siccome un vento leggiero, che in una
mattina estiva sen venga dall’occidente; dolce e soave a tutti quelli
che la circondavano; i discorsi di lei guadagnavano ogni cuore; ma
giugnevano istanti, in cui credendo ella scorgere qualche disobbedienza
o mancanza di rispetto, prendea quel tuono che palesava compiutamente
di chi fosse figlia. Il sorriso di lei era come dolce calor di sole, di
cui ciascuno si contende l’influenza gradevole; ma tantosto sorgeva la
burrasca preceduta da oscure nubi, e il fulmine cadeva indistintamente
sopra d’ognuno[3].»
Tale mobilità di carattere, nè lo ignorava il Leicester, era sopra
tutto formidabile per coloro che le avevano inspirato qualche
sentimento di affetto; perchè il credito, frutto di tal sentimento
medesimo, non lo era così di servigi indispensabili, che que’ favoriti
prestar potessero alla corona. Perciò la grazia conceduta al Burleigh,
o al Walsingham, benchè al di sotto, quanto allo sfarzo, di quella onde
godeva il Leicester, era fondata manifestamente sul senno e non sul
capriccio di Elisabetta: laonde questi cortigiani non temevano le fasi
dell’incostanza da cui erano ad ogni istante minacciati coloro, pei
quali i primi meriti ai favori della Regina si stavano in prerogative
esterne, e nelle inclinazioni d’un cuore femminile.
Que’ grandi e saggi ministri non venivano giudicati se non se in
proporzione degli espedienti di stato che suggerivano, e delle massime
onde affortificavano i partiti per essi posti nelle adunanze del
consiglio. Al contrario il buon successo dei disegni formati dal
Leicester dipendeva da tutti que’ venti leggieri ed incostanti di
capriccio o di umore, che contrariano o favoriscono i progressi di un
amante nel cuore della sua donna; ed era Elisabetta tal donna, che
offeriva ai propri adoratori altro scoglio, cioè il timore continuo che
era in lei di dimenticare la propria dignità, e di compromettere il
poter di Regina coll’ascoltare di troppo le inclinazioni connaturali al
suo sesso.
Le spine che circondavano il possedimento del favore d’una tale amante
ben comprese erano dal Leicester; ed allorchè spiava egli intorno di sè
quai modi avesse per conservarsi in uno stato sì precario, ovvero, (che
a ciò pur meditava) di scenderne senza pericolo, poca speranza egli
vedea di buon esito, così ad un partito come all’altro appigliandosi.
Ora gli erano altissimo argomento di considerazione il segreto suo
maritaggio e le conseguenze che ne sarebbero derivate. E preso da
amarezza contro di se medesimo (ch’ei certamente non potea concepirne
contro la sfortunata Contessa), si rampognava d’essersi gettato
nell’impossibilità di fondare sopra salde basi il proprio potere collo
stringere un nodo inconsiderato, ed attribuiva a questa, così chiamata
da lui, sconsigliata passione il pericolo di una vicina caduta.
«Ognuno dice, così ragionava egli in questi momenti di perplessità
e di pentimento, ch’io potrei sposare Elisabetta, e divenire re
d’Inghilterra. Ogni contrassegno sembra annunziarlo. Non si fa menzione
nelle ballate fuorchè di queste nozze desiderate ansiosamente dal
Pubblico. Se ne favella ne’ ginnasi; i predicatori le raccomandano
dai pulpiti; esse son quanto l’un dice all’orecchio dell’altro fin
nelle stanze d’udienza della Regina. Si prega che tal maritaggio si
verifichi nelle chiese dei calvinisti del Continente; fino i nostri
uomini di Stato ne han fatto parola nel Consiglio. Niuna ammonizione
è venuta a frenare sì arditi propositi, intorno ai quali la regina
Elisabetta ha dismessa la consueta sua protesta di voler morir vergine.
Ella conosce l’esistenza di tali romori, nè mai si mostrarono ver
me più affabili i suoi detti, più graziosi gli atti, più soavi gli
sguardi. Niuna cosa sembra mancare a che io divenga re d’Inghilterra,
ed a che trattomi finalmente al sicuro dall’incostanza delle corti, io
m’impadronisca di questa corona regale, gloria dell’universo. E sarà
dunque, allor quando io potrei stendere più ardimentosa la mano per
impadronirmene che questa mano medesima si vedrà incatenata da un nodo
segreto ed indissolubile. Ecco, diceva egli impazientemente, ecco le
lettere di Amy che mi persegue colle sue incessanti inchieste, ond’io
pubblicamente la riconosca, e renda giustizia a lei, a me, e non so a
chi! Quanto a me ho ben fatto finora tutt’altro che rendermi giustizia.
Ed Amy mi parla come se Elisabetta fosse presta ad ascoltare la notizia
di tal mio maritaggio colla contentezza di una madre alle nozze d’un
figlio prediletto! Elisabetta quella figlia di Enrico VIII, la cui
collera non risparmiò giammai uomini o donne che la contrariassero ne’
suoi disegni! Che direbbe ella all’atto di scorgere maritato quell’uomo
che con una simulata passione la trasse in tanto inganno da confessare
ella stessa il proprio amore verso di un suddito? Quell’uomo che si
fosse fatto giuoco di lei, come potrebbe un cortigiano prendersi
trastullo d’una povera contadina! Oh! ben vedremmo allora quanto una
femmina furibonda sappia operare!»
Fermandosi in sì fatte meditazioni chiamava Varney, e lo chiedeva di
consigli, assai più di quanto il facesse in addietro, poichè spesse
volte da tal consigliere lo aveva allontanato il ricordarsi gli avvisi
che contro tal segreto nodo avea posti in campo. La conclusione
di questi intertenimenti era sempre il deliberare sul modo di far
comparire a Kenilworth la Contessa. Risolvettero, finchè poterono, far
ritardare la partenza della Regina, ma alla perfine una conclusione
divenne necessaria.
«Elisabetta non sarà certamente paga a men di vederla. Non so
s’ell’abbia concepiti alcuni sospetti, come mel fanno presagire i miei
timori, o se il Sussex o alcun altro de’ miei segreti nemici s’adoprino
a ricordarle sovente la supplica di Tressiliano; ma certamente in mezzo
alle espressioni di bontà con cui ella è solita ad onorarmi, la storia
di Amy Robsart si frammette frequentemente. Io credo che Amy sia la
schiava postami dalla cattiva sorte dietro il mio carro per umiliare i
miei trionfi nel momento il più glorioso per me. Suggeriscimi qualche
espediente, o Varney, per sottrarmi da passo cotanto arduo. Ho fatto
per differire queste maledette feste tutte le obbiezioni, che con
qualche apparenza di convenevolezza, potevano essere messe innanzi;
ma l’abboccamento ch’ebbi oggi colla Sovrana non mi permette omai di
commettermi fuorchè alla sorte. Ella mi ha detto con tuono di dolcezza
sì, ma ad un tempo risoluto. — Noi non vogliamo più, sig. Conte,
lasciarvi tempo a fare apparecchi per timore che andiate del tutto in
rovina. Sabbato, giorno nove del mese di luglio, saremo in casa vostra
a Kenilworth. Vi preghiamo non dimenticare alcuno degli ospiti, pei
quali mostrammo desiderio: ci sta a cuore soprattutto conoscere la
donna, che ha potuto preferire al poeta Tressiliano il vostro servo
Riccardo Varney. — Dunque, Varney abbi ricorso alla tua fantasia che
mi è stata utile le tante volte; perchè come è vero ch’io mi chiamo
Dudley, le disgrazie predette nel mio oroscopo incominciano finalmente
a minacciarmi.»
«Nè vi sarebbe qualche modo di persuadere a Milady l’esser contenta
di sostenere per alcuni istanti la parte oscura cui circostanze del
momento l’astringono?» disse il Varney dopo aver esitato per qualche
tempo.
«Che osi dire, o scellerato? La mia Contessa passar per tua moglie! Ciò
non può accordarsi nè col mio, nè col suo onore.»
«Oimè! Milord, rispose il Varney, pur non è conosciuta sott’altro nome
dalla Regina. Col toglier questa d’errore si andrebbe a rischio di
scoprir tutto.»
«Pensa qualch’altro espediente, disse agitato oltre ogni credere
il Conte; cotesto che tu proponi non può giammai essere all’uopo.
Ammetti ancora ch’io condiscendessi, non vi sarebbe mai l’assenso
della Contessa; perchè debbo farti sapere, o Varney, che Elisabetta
sul proprio trono non ha tanto orgoglio quanto ne ha questa figlia
d’un gentiluomo oscuro della contea di Devon. Dolce, pieghevole nelle
circostanze ordinarie, in tutte quelle, ov’ella creda scorgere il suo
onore compromesso, l’indole ne è accensibile e violenta al par della
folgore.»
«Ne abbiam fatto prova, o signore, e se tale non fosse la sua indole,
non ci troveremmo ora in questo impiccio. Non so ora a qual altro
stratagemma ci resti ricorrere. Mi sembra poi che la persona dalla
quale scaturisce il pericolo, dovesse mostrarsi, quand’è in suo potere,
sollecita di allontanarlo.»
«Ti ripeto che è impossibile (risoggiunse il Conte facendo tal gesto,
che proibiva al Varney fino il pensare a tale divisamento). Non conosco
forza, d’autorità o di lusinghe, che inducesse mia moglie a portare il
tuo nome nemmeno un istante.»
«La cosa per altro è alquanto scabrosa,» disse il Varney con tuono
tronco, e senza fermarsi su di tale argomento. Poi soggiunse: «Se si
trovasse qualch’altra persona da sostituirle! Tai giuochi di mano sono
andati a buon termine sotto gli occhi d’altri monarchi antiveggenti
quanto lo è la Regina Elisabetta.»
«Tu perdi il cervello, o Varney, rispose il Conte: la falsa Amy
dovrebbe sostenere il confronto di Tressiliano, e ne diverrebbe
inevitabile lo scoprimento.»
«Si potrebbe allontanare Tressiliano dalla Corte,» disse allora senza
esitare il Varney.
«E con quai modi?».
«Con quai modi? Un personaggio posto nella vostra condizione ne ha
infiniti per allontanare dalla scena un uomo, che incessante nello
spiare i vostri segreti, vi è divenuto un pericolosissimo oppositore.»
«Non voglio udirmi parlare di tal genere di espedienti politici, o
Varney, disse il Conte. Poi nel caso in cui siamo non gioverebbero
a nulla. Possono esservi alla Corte molte altre persone che abbiano
veduta Amy, e mancando Tressiliano, non si starebbero dal far venire
il padre di lei o alcuni de’ suoi amici. Cerca ancora qualch’altro
stratagemma nella tua immaginazione.»
«Signore, io non so più qual cosa proporre, ma so bene che se mi
trovassi in una perplessità qual si è quella dell’animo vostro,
correrei volando a Cumnor, e costringerei mia moglie ad acconsentire a
quegli espedienti, che la sua e la mia sicurezza chiedessero.»
«Non posso, allora soggiunse il Conte, costringerla a cosa, che
ripugnerebbe alla nobiltà della sua indole. Troppo, così operando, mi
mostrerei ingrato all’amore ch’ella ha per me!»
«Ebbene, o signore, rispose Varney, voi siete un uomo nel quale onore
e saggezza vanno del pari. Non vi dirò dunque che questi scrupoli
delicati son da romanzo, e non possono aver corso fuorchè in Arcadia,
come lo ha scritto il nipote vostro Sydney. Ma permettete un’altra
osservazione ad un vostro umilissimo servo, il quale ebbe finor la
fortuna di vedere non disdegnata nemmeno dalla Signoria vostra la poca
cognizione ch’egli si acquistò vivendo nel mondo. Vorrei sapere se
in questo felice nodo che unisce a voi la figliuola di sir Robsart,
l’obbligazione maggiore sia dal canto vostro, o da quello della
Signora, e qual dei due abbia maggiori motivi di usar compiacenza, e
prendere in esame i desiderii, la convenienza, la sicurezza dell’altro.»
«Ti ripeto, Varney, disse il Conte, che quanto fu in mio poter di
concederle, non fu merito mio, ma pagato al di là dalla sua virtù non
minore in lei della bellezza. Ah! no: fra le persone pervenute ad alto
stato, non fuvvi giammai altra creatura più capace di ornarlo e di
abbellirlo.»
«È una gran fortuna, o signore (riprese a dire Varney con quel suo
sorriso sardonico, che ad onta de’ riguardi di rispetto non era sempre
in suo potere il frenare), è una gran fortuna che ciò tanto vi appaghi!
Voi avrete tutto il tempo di bearvi con sì deliziosa compagna, però
spirato il termine di una prigionia, forse proporzionata al delitto di
aver delusi gli affetti di Elisabetta Tudor. Voi non isperate, cred’io,
di scontarlo a più lieve costo!»
«Spirito infernale! Osi tu schernirmi sulla sventura in cui m’avvolgo?
rispose il Leicester. Aggiusta le cose, come ti parrà meglio.»
«Se dite davvero, o signore, convien sull’istante portarsi a briglia
sciolta a Cumnor,» replicò il Varney.
«Vacci tu stesso, o Varney. Il demonio ti ha compartito quel genere
d’eloquenza, che fa più impressione allorchè si tratta una cattiva
causa. La mia fronte tradirebbe la bassezza della mia anima se ardissi
proporre sì fatta frode. Vattene, dico, hai d’uopo ancora ch’io
t’aggiunga sproni per compiere il mio disonore?»
«Per servirvi non ho d’uopo di sprone, o Milord. Ma se volete
seriamente affidarmi l’incarico di far gradire a Milady un espediente
divenuto unico ed indispensabile, fa di mestieri mi diate uno scritto,
che presso la nobile mia padrona mi faccia vece di credenziale.
Assicuratevi poi, che io sosterrò questo partito con quanto è in me
d’eloquenza. Porto sì ferma opinione dell’amore che la Contessa nudre
per la Signoria vostra, e della inclinazione ch’è in essa a far tutto
quanto possa tornare a vantaggio del suo sposo, per non dubitar punto
ch’ella non acconsenta a portare per alcuni giorni un nome umile come
il mio, tanto più che per antichità non cede in nessuna parte a quello
della famiglia Robsart.»
Il Leicester prese tutto quanto occorrevagli per iscrivere, ed
incominciò per la Contessa due o tre lettere, che stracciò senza
terminarle. Finalmente scrisse alcune righe slegate e disordinate,
colle quali supplicava, per cagioni che riguardavano il proprio onore
e la propria vita, la sua Amy a voler portare il nome di Varney per
quel solo tempo che duravano le feste di Kenilworth. Aggiugnea che lo
stesso Varney le avrebbe comunicati questi motivi onde si rendea tanto
necessario sì fatto inganno. Dopo avere sottoscritta e suggellata la
lettera, la gettò sopra la tavola, facendo tal gesto che intimava al
Varney di partir sull’istante, e che questo consigliere intese a prima
vista.
Leicester rimase siccome uomo impietrito fintantochè udì lo scalpitar
de’ cavalli; perchè il Varney senza nemmeno indugiare quant’era
d’uopo per cambiar di vestito, salì in sella, e seguito da un solo
servo s’avviò a tutta briglia verso la contea di Berk. Udito questo
rumore, il Conte si alzò precipitosamente, e s’affacciò alla finestra,
venuto sull’istante in idea di rivocare l’indegno messaggio di cui
aveva incaricato l’uomo, che a confessione stessa del Leicester,
non possedeva alcuna sorte di virtù, eccetto l’affezione per chi lo
proteggea. Ma il Varney era già lontano tanto da non poter neanco
udirne la voce, e l’aspetto del firmamento seminato di stelle,
riguardato in quel secolo siccome il libro del destino, stolse il Conte
da una risoluzione che sarebbe stata più degna di lui.
«Eccoli che seguono il taciturno lor corso (dicea il Conte trattosi
alla contemplazione del Cielo), eccoli questi astri, il cui possente
influsso è sentito da tutti gli abitatori del nostro Pianeta. Se gli
astrologi non mentiscono, ecco la crisi de’ miei destini! S’avvicina
l’ora, l’ora per me di sperare e di temere ad un tempo, come mi fu
predetto. Re si fu la parola. — Ma in qual modo? — La corona di
Elisabetta! Da questo lato ogni mia speranza si dileguò. — Ebbene! io
la rinunzio. Le ricche province dei Paesi Bassi mi domandano per loro
capo, e se Elisabetta non si opponesse mi offrirebbero la corona di
que’ Paesi. — E non ho io forse diritti al diadema?... anche entro il
regno? Se Elisabetta venisse a morire, non appartengo io alla famiglia
degli Huntingdon?... Ma asteniamoci dall’addentrarci maggiormente in sì
rilevanti misteri. È d’uopo che per qualche tempo ancora, io continui a
guisa di fiume sotterraneo il mio corso nell’oscurità e nel silenzio.
Verrà giorno che mi mostrerò con tutto l’apparato della mia forza, e
trascinerò meco tutto quanto si opporrà al mio passaggio.»
Intantochè il Leicester cercava ingannare la sua coscienza medesima col
presentare a se stesso l’aspetto di una pretesa politica necessità,
e s’avvolgea per tal modo fra i lusinghevoli sogni dell’ambizione,
il perfido suo ministro aveva abbandonato la Corte e la città per
trasferirsi in tutta fretta al suo destino. Nè meno del Conte il
Varney si era sollevato ad altissime speranze. Costui di fatto avea
condotto al punto cui voleva il padrone, che discoprivagli, come
ben vedesi, i lati più reconditi del proprio cuore, e si prevalea
dell’opera di quest’uom detestabile, persino nel mantenere le più
intrinseche corrispondenze colla sposa. Divisò dunque il Varney,
che per l’avvenire il suo protettore non potesse più, nè far senza
di lui, nè ricusar di secondarne le inchieste, comunque si fossero
sragionevoli; onde se la _disdegnosa signora_, tal era il predicato con
cui solea, fra se stesso e con Foster, qualificar la Contessa, se la
_disdegnosa signora_ condiscendea finalmente alla domanda dello sposo,
egli, Varney divenutone il marito supposto, divorava colla mente la
futura condizione a se favorevole in modo cotanto straordinario, da
non vedere omai limite alcuno alla propria autorità.... nè ravvisava
perfin difficile l’ottenere un trionfo, cui agognava, primeggiando fra’
sentimenti infernali che lo stimolavano quello di vendicare i sofferti
disprezzi. Ma in mezzo a tali speranze non trascurava il ribaldo di
meditare all’altra possibilità di trovare Amy affatto renitente ad
accettar la parte che le si voleva assegnare nel dramma di Kenilworth.
«Alasco, diceva egli, farà se ciò accade il suo ufizio; ed una
infermità sarà il colore onde scusare presso Elisabetta la negligenza
posta dalla signora Varney nel venire a tributarle omaggio in persona.
Oh sì! e sarà, cred’io, una lunga e pericolosa malattia, se la Regina
continua a riguardare milord Leicester con occhio sì favorevole. Non
rinunzierò già di leggieri a divenire il favorito di un Monarca.
Trotta, mio buon palafreno. L’ambizione, la sete di piacere e di
vendetta conficcano i loro stimoli nel mio cuore, come io nel polveroso
tuo fianco gli sproni. Trotta, trotta, mio buon palafreno, e il diavolo
raddoppi la nostra velocità.»