«Perchè colei, che un giorno
»Fu vita tua, disdegni?
»Del padre mio al soggiorno
»Chè non lasciarmi allor?
»Ah! invano, invan di lagrime
»Quest’occhi miei van pregni;
»Nè mai tanto durevole
»Tua lontananza amara,
»Ch’io più non son, rischiara,
»Barbaro, nel tuo cor!
(_Il castello di Cumnor_
di W. Giulio Mickle).
Le più leggiadre signore de’ nostri giorni avrebbero certamente trovato
nella contessa di Leicester, oltre all’avvenenza ed alla giovinezza,
due qualità che a buon diritto le meritavano un grado fra le persone
distinte. Noi la vedemmo nel suo intertenimento col merciaiuolo
manifestare una grande propensione alla compera di cose inutili, ed
avidità verso tutte quelle graziose inezie, che appena possedute
perdono tutto il vezzo. In oltre le piaceva assai lo spendere molto
tempo nell’adornarsi, comunque la ricca varietà del suo aggiustamento,
nel luogo ov’era, non le giovasse che a procacciarsi o lodi per metà
satiriche dalla scrupolosa Giannina, ovvero solamente l’approvazione
di que’ due occhi brillanti, che vedeano riflettuto dallo specchio il
proprio splendore. La contessa Amy per vero dire potea sulla leggerezza
de’ propri gusti allegare in iscusa l’educazione solita in que’ giorni
a darsi alle fanciulle, la quale non era fatta per inspirare la volontà
dell’applicazione a giovani menti per natura leggiere e nemiche dello
studio. Se questo eccessivo diletto per l’adornarsi non fosse stato in
Amy, avrebbe potuto anche nella casa paterna fare tappezzerie o ricami,
e decorare de’ lavori delle proprie mani le pareti e le suppellettili
del castello di Lidcote, ovvero distrarsi da tai cure col preparare
un grosso podingo a sir Ugo quando tornava da caccia. Ma Amy non avea
preso genio di sorte alcuna nè al telaio, nè all’ago, nè alla lettura.
Ella avea perduta in sua fanciullezza la madre: il padre non osava
contraddirle cosa veruna; Tressiliano, unico che sarebbe stato capace
di coltivarne lo spirito, molto si danneggiò appunto nell’animo di lei
accettando con troppa sollecitudine il ministerio d’esserle precettore.
Perchè accadde che questa giovinetta, la cui vivacità e la cui
indolenza non trovavano mai opposizione, si avvezzò a riguardarlo con
una specie di timore, e con un rispetto, mal concorde con que’ soavi
sentimenti, che Tressiliano avrebbe voluto inspirarle. Così preparato
il cuore d’Amy, ognun vede quanto fosse esposto a cedere al primo
assalto, e quanto dovesse cattivarsi l’immaginazione della fanciulla il
Leicester e per nobiltà di esterno portamento, e per grazia di modi, e
per accorte lusinghe, prima ancora ch’ella avesse in lui conosciuto il
favorito della ricchezza e del potere.
Le frequenti visite che il Conte fece a Cumnor ne’ primi momenti delle
nozze contratte con Amy, le rendeano sopportabili la solitudine ed il
ritiro, cui si vedea condannata. Ma dacchè queste visite si diradarono,
e fecero luogo a lettere di scusa, le quali, oltre al non contener
sempre espressioni di tenero affetto, erano generalmente laconiche, il
mal umore e i sospetti cominciarono ad introdursi in questi splendidi
appartamenti, che l’amore aveva preparati alla bellezza: ed ella il
dava troppo a divedere nelle risposte che faceva al Leicester, colle
quali, adoperando più di franchezza che d’accorgimento, lo pregava
finalmente a liberarla da quell’oscura prigionia col pubblicarne
solennemente il maritaggio; ed ordinando i suoi argomenti con quella
sola destrezza che in lei trovavasi, credeva renderli più efficaci col
calor delle suppliche. Talvolta pure li mescolava di rimproveri, di cui
il Leicester pensava aver qualche motivo di lamentarsi.
«Non l’ho io fatta Contessa? diceva questi a Varney: ben mi sembra
ch’ella potrebbe aspettare per prenderne il titolo e lo stemma
quell’istante, in cui ciò mi fosse gradevole.»
Ma la contessa Amy contemplava sotto tutt’altro aspetto le cose.
«Che mi giova, ella dicea, d’avere di fatto il grado e gli onori di
Contessa, se nessuno lo sa, se mi vedo costretta a vivere oscura,
prigioniera, lontana da ogni consorzio, ed esposta a vedere ogni
giorno ingiuriata la mia fama? Poco mi cale di queste perle, che tu,
o Giannina, frapponi ogni dì alle mie trecce. Ti dico bene, che nel
castello di Lidcote io non avea che a mettere una rosa novella ne’
capelli, ed il padre mio mi chiamava presso di lui per contemplarla più
da vicino, il vecchio curato sorridea, il buon Mumblazen vi trovava
qualche allusione _blasonica_. Ora eccomi ornata d’oro e di pietre
preziose, che sembro un reliquiario, nè vi sei che tu, o Giannina, per
ammirare tutto questo mio aggiustamento. A Lidcote vi si trovava anche
il povero Tressiliano... ma gli è inutile oggi il parlarne.»
«Di fatto, mia signora, tutto ciò è inutile in giornata, rispose
la grave Giannina, e per vero dire mi fate talvolta desiderare di
non ve ne udire parlar sì sovente, e, perdonatemi, con qualche
inconsideratezza.»
«Le tue rimostranze mi sembrano fuor di stagione, o Giannina; io sono
libera, benchè in questo momento si voglia tenermi incatenata, sicchè
mi si direbbe piuttosto una schiava straniera che la sposa d’un Pari
dell’Inghilterra. Te lo ripeto, Giannina: amo il mio sposo; l’amerò
fino all’ultima mia ora, nè potrei cessar dall’amarlo, quand’anche il
volessi, e perfino s’egli giugnesse a dimenticarmi... Dio solo vede
s’io sia pur serbata a quest’ultima disavventura. Ma ciò nonostante,
lo dico con franchezza, sarei stata più felice col rimanermi a
Lidcote; avessi anche dovuto divenire la sposa del povero Tressiliano,
e sostenere lo sguardo malinconico, e la farragine delle dottrine
di cui egli avea piena la testa, e delle quali m’importava sì poco.
Egli soleva però dirmi, che se mi fossi data a leggere i libri suoi
prediletti, siccom’egli me lo consigliava, sarebbe venuto tempo, in cui
trovarmi molto contenta di avere abbracciati i suoi suggerimenti....
Oh! credo, Giannina, che questo tempo sia giunto.»
«Mia signora, soggiunse allora l’ancella, ho comperato per voi alcuni
libri da uno zoppo, che li vendeva sulla piazza del mercato, e che mi
guardò in un modo bene ardimentoso, ve ne assicuro.»
«Vediamoli, Giannina, disse la Contessa, ma soprattutto ch’essi non
siano di que’ tuoi libri puritani!... E di che trattano questi qui,
mia devota compagna? _Smoccolatoio per un candeliere d’oro! Fascetto
di mirra e d’isopo per purgare un’anima inferma! Tazza d’acqua della
valle di Bacca! Le volpi e le fiaccole!_ Che nome dai tu a questo
guazzabuglio, o mia cara?»
«Oh Dio! signora, era mio debito prima di tutto il mettervi innanzi
agli occhi la _Grazia_, ma se poi la rifiutate, non so che dirvi:
eccovi componimenti teatrali, e poesie, a quanto penso.»
La Contessa cominciò con aria di trascuratezza il suo esame aprendo
parecchi volumi, divenuti omai sì rari, che uniti insieme, sarebbero
oggidì un tesoro per qualche dilettante d’ogni antichità bibliografica.
Eranvi il _libro di cucina stampato da Riccardo Lant, i passatempi
del popolo, il castello della Scienza_ ec.... ma tal genere di
letteratura, non maggiormente che il primo si confaceva al gusto di
Amy. D’improvviso un calpestio di cavalli si fece udir nella Corte. La
Contessa, levatasi con gioia, abbandonò il noioso intertenimento di
scartabellare in questa preziosa raccolta, e lasciando cadere molti
libri sul pavimento corse alla finestra, sclamando: «Egli è Leicester!
il mio nobile Conte, il mio Dudley! Ogni calpestio del suo cavallo
rimbomba a guisa di suono armonioso.»
Videsi qualche bisbiglio nella casa, e il Foster, con
quell’accigliamento ch’eragli solito, entrò nella stanza della Contessa
per dirle, che Riccardo Varney dopo aver corso tutta la notte giugneva
portando ordini del suo signore, e chiedendo di essere sull’istante
presentato a Milady.
«Varney vuol parlar meco! Ebbene! avrà da arrecarmi notizie del Conte.
Introducetelo tosto.»
Varney entrò nell’appartamento, ove stavasi seduta Amy, adorna di tutta
la sua naturale avvenenza, e di tutti i novelli fregi aggiunti dalla
ricchezza, dalla eleganza del semplice suo abito, e dalle cure datesi
da Giannina nel farli meglio spiccare. Ma il migliore adornamento di
Amy era la bella capigliatura, che ondeggiava in leggiadrissime anella
attorno ad un collo bianco siccome quello di un cigno, e sopra un seno
che la concetta speranza di rivedere lo sposo aveva agitato, colorando
di un animato vermiglio tutti que’ vezzosi lineamenti.
Il Varney se le presentò in quell’abbigliamento medesimo con cui aveva
in tal giorno accompagnato il suo padrone alla Corte, sicchè lo spicco
dell’abito facea strano chiaroscuro col disordine d’aggiustamento
prodotto da un viaggio sì precipitoso, intrapreso di notte e per
cattivi sentieri. Leggeansi sulla costui fronte l’inquietezza
dell’animo e l’imbarazzo proprio di chi debbe annunziar cose che
non crede dover essere ben accolte, ed è nondimeno costretto dalla
necessità ad eseguire con tutta sollecitudine l’assuntosi ministerio.
A tale aspetto spaventata subito la Contessa, sclamò: «Voi mi arrecate
notizie di Milord, o Varney! Gran Dio! Sarebb’egli infermo?»
«No, Milady, per grazia del Cielo, soggiunse il Varney. Calmatevi
adunque, e permettetemi di riprender fiato prima ch’io adempia il mio
messaggio.»
«Non voglio indugi, o signore, rispose la Contessa. Conosco i vostri
artifizi; e poichè il fiato vi ha sostenuto a condurvi fin qui, vi
potrà sostenere ancora nel raccontarmi quello che avete da dirmi, o
almeno per darmene succintamente una idea.»
«Signora, rispose il Varney, non siamo qui soli, ed il messaggio di
Milord non riguarda che voi.»
«Lasciatene, Giannina, e voi pure signor Foster, diss’ella, ma rimanete
nella stanza contigua in modo di udir la mia voce.»
Il Foster pertanto e Giannina obbedirono agli ordini di milady
Leicester, ritirandosi nel prossimo vestibolo. Allora la porta della
stanza fu chiusa accuratamente a chiave ed a catenaccio. Il padre
e la figlia rimasero al di fuori, il primo con feroce e sospettosa
attenzione, l’altra coll’animo diviso fra il desiderio di conoscere
la sorte della sua padrona, e la cura di pregare il Cielo per la
salvezza della medesima. Si sarebbe detto che lo stesso Tony Foster
avesse qualche sentore delle idee in cui stavasi immersa la mente di
sua figlia, perchè attraversò l’appartamento, e prendendone la mano le
disse: «Tu hai ragione, prega, Giannina, prega il Cielo: tutti abbiamo
gran bisogno di pregarlo, e qualcuno di noi più degli altri. Orerei io
medesimo, se non volessi porgere orecchio a quanto succede là entro:
qualche disastro si prepara, o mia cara figlia. Sì veramente: qualche
disastro è vicino. Dio ci perdoni i nostri peccati, ma questo arrivo
subitaneo del Varney non mi presagisce nulla di favorevole.»
Era questa la prima volta, in cui Giannina intendesse dal padre
simili detti, che doveano in vero renderla diffidente, e sollecitarne
l’attenzione a tutto quanto avveniva in quel soggiorno del mistero.
La paterna voce sonava all’orecchio di lei siccome quella funesta di
un gufo, che pronostica lutto e sventure. Fisò ella gli occhi alla
porta con tale ansietà d’animo, come se da un istante all’altro avesse
aspettati accenti d’orrore, o spettacoli di spavento.
Nondimeno le cose erano tuttavia affatto tranquille, e le persone che
parlavano nella contigua stanza il faceano con voce tanto sommessa,
che non se ne poteano distinguere le parole. Se non che, tutto
all’improvviso, si udirono alcuni detti pronunziati affrettatamente,
indi la voce della Contessa, che col tuono della più veemente
indignazione esclamò: «Apritemi la porta, o signore, ve lo comando:
apritemi la porta. Non è tempo di repliche, (continuò ella coprendo
colle sue grida la voce soffocata di Varney, che però per più riprese
si fece ascoltare). Temerario! Uscite, vi dico. Giannina, chiamate
gente in soccorso. Foster, atterrate la porta. Uno scellerato mi
trattiene a forza. Adoperate leve ed accette, sig. Foster: vi starò per
mallevadore io medesima.»
«Non farà mestieri di ciò, o signora, (disse finalmente Varney
in modo da essere inteso); e quando vogliate palesi a tutto il
mondo gl’importanti segreti di Milord ed i vostri, io non pretendo
impedirvelo.»
Vennero tolti i catenacci e aperta la porta; onde Giannina ed il padre
di essa si lanciarono nella stanza ansiosi di sapere i motivi che
produssero queste reiterate esclamazioni.
Entrati appena, trovarono il Varney in piedi innanzi alla porta, che
digrignava e presentava nella fisonomia i sentimenti, fra loro opposti,
della rabbia, della vergogna e del timore ad un tempo. La Contessa
stavasi nel mezzo dell’appartamento, siccome giovane pitonessa invasata
da fuoco profetico.
Le vene turchine della sua bella fronte si erano enfiate per la
violenza che fatto avea nel gridare. Rossi al par di scarlatto il
collo e le guance, gli occhi sfavillanti d’ira, lanciavano sguardi
simili a quelli che un’aquila prigioniera manda sopra coloro cui non
può avventarsi dalla sua gabbia. Se fosse ragionevole l’immaginare
una delle tre Grazie agitata dalle Furie, nulla esprimeva meglio
tal fantasia siccome il volto d’Amy, in cui si univano nel medesimo
punto e quanti vezzi, e quanti sentimenti di sdegno, di disprezzo, di
alterezza, di rabbia sia possibile l’ideare. I gesti e l’atteggiamento
d’Amy corrispondevano alla sua voce, al suo sguardo, e mostravano un
aspetto maestoso e seducente ad un tempo; tanto la forza della passione
aveva accoppiato naturale avvenenza a sublimità. All’atto istesso dello
schiudersi la porta, Giannina era corsa inver la padrona, e Foster,
benchè a passi più lenti che non la figlia, pur sollecitandosi più che
d’ordinario, si avvicinò a Varney.
«In nome della verità! che accadde alla Signoria vostra?» chiese
Giannina alla Contessa.
«In nome di Satanasso, che le avete voi fatto?» disse Foster al suo
amico.
«Chi? io? (rispose Varney colla testa bassa e di mal umore). Ho dovuto
comunicarle gli ordini del suo sposo, e se a questi non si vuole
uniformare Milady, sa meglio di me che le convenga rispondere.»
«Giannina, ne chiamo in testimonio il Cielo! disse la Contessa, il
traditore ha orrendamente mentito; egli non può che mentire, poichè
dice cose che oltraggiano l’onore del mio nobile sposo; mentisce
doppiamente, perchè le parole di costui non sono intese che a favorire
un disegno esecrabile quanto impossibile ad effettuarsi.»
«Voi mi avete inteso male, o signora (disse il Varney ricorrendo ad una
specie di sommessione). Ma lasciamo tale argomento, finchè sia calmata
la vostra collera. Allora vi soddisferò su tutti i punti.»
«Non te ne verrà mai l’uopo, disse ella a Varney. Mira quest’uomo, o
Giannina. Egli è ben abbigliato, l’esterno suo è d’un gentiluomo; ed è
venuto qui per farmi credere essere intenzione, anzi comando assoluto
del mio legittimo sposo, ch’io parta seco lui per Kenilworth, e che là
alla presenza della Regina, de’ nobili della Corte, del mio consorte
medesimo io riconosca lui, lui che spazzola i vestiti, che pulisce
gli stivali, lui dico, lo staffiere di Milord, ch’io lo riconosca per
mio signore, per mio marito! Gran Dio! Dovrei io stessa fornire armi
contro di me, quando vado ad implorare i miei diritti, il mio grado?
rinunziare alla fama di onesta persona, rinunziare a prendere la mia
sede fra le rispettabili matrone della nobiltà Inglese?»
«Voi la udite, Foster! e voi Giannina la udite! (disse Varney
profittando di quell’istante di silenzio); voi la udite nel momento
medesimo della sua collera. Non mi rimprovera ella fuorchè un
divisamento suggerito dal nostro buon padrone nella lettera che sta ora
fra le sue mani, un divisamento comandato dalla necessità di custodire
un certo segreto.» Allora il Foster tentò di porsi in mezzo con
quell’aria autorevole ch’ei giudicava conforme al grado affidatogli in
quella casa.
«Sì, o signora, debbo confessare che vi lasciaste condurre da
troppo impeto in tal circostanza. Simile frode non è tutte le volte
riprovevole, e semprechè venga adoperata a buon fine. Non altrimenti il
patriarca Abramo finse che Sara gli fosse sorella, allorchè andarono
insieme in Egitto.»
«Non vi nego questo, disse la Contessa, ma Dio per riprovare sì fatta
impostura commessa dal padre del suo popolo, si valse fin della voce
del pagano Faraone. Vergognatevi di non leggere la Scrittura se non
se per citare, a guisa d’esempi, quelle cose che vi sono proposte, in
vece, siccome avvertimenti.»
«Ma con vostra buona licenza, risoggiunse il Foster, Sara non si oppose
alla volontà del suo sposo; e fece anzi quanto le venne ingiunto da
Abramo col nominarsene la sorella, così per l’interesse del marito come
per quello della propria anima, che la troppa avvenenza delle forme
poneva in pericolo.»
«Oh! il Cielo mi perdoni ora un inutile sdegno! replicò la Contessa, ma
tu sei un ipocrita ardimentoso quanto colui è un mentitore impudente.
Potrò io creder giammai che il nobile Dudley abbia approvato il disegno
di disonorarmi! Egli è in cotal modo che calpesto co’ piedi questa
lettera infame... S’egli ne è veramente l’autore, io ne cancello per
sempre la rimembranza.»
E in ciò dire lacerò di fatto la lettera di Leicester, calpestandola
co’ piedi nell’eccesso del suo disdegno, quasi volesse annichilarne
fino i più piccioli rimasugli.
«Siatemi testimoni, disse il Varney, ripigliando il suo tuono di
sicurezza, siatemi testimoni, ch’ella ha lacerata la lettera di Milord,
immaginandosi di far ricadere sopra di me un disegno che partì dal
volere del suo medesimo sposo. Ella vorrebbe che fossi io solo il
colpevole, quando in tutto questo non ho verun personale interesse.»
«Tu menti ognor più, o abbominevole ribaldo (disse la Contessa ad
onta degli sforzi, che per costringerla al silenzio facea Giannina,
sfortunatamente presaga che tanto impeto non le gioverebbe se non se
a fornir armi contro di se medesima). Tu menti. Non m’impedir ch’io
parli, o Giannina. Dovesse questo essere l’ultimo mio detto, egli
mente! Egli si prefiggea, sappiatelo, uno scopo infame, e vi sarebbe
corso più apertamente, se il mio sdegno mi permettea di conservare più
a lungo il silenzio che lo aveva incoraggiato da prima a discoprire le
scellerate sue mire.»
«Signora, disse il Varney (preso da grave confusione, che la sua
medesima sfrontatezza non gli valse a nascondere) vi prego a credere
che prendeste abbaglio.»
«Crederò piuttosto che sia notte in pieno meriggio. Ho io forse
dimenticato ogni cosa? Non rammento io certi tuoi artifizi, che, se
Milord gli avesse saputi, ti avrebbero meritato una morte degna di chi
ti somiglia anzichè la sua intrinsichezza? O perchè non sono io un uomo
per soli cinque minuti? Questo tempo mi basterebbe per costrignere un
vile tuo pari alla confessione della propria scelleratezza. Ma vattene.
Esci di qui. E dì al tuo padrone, che quand’anche mi sentissi capace
di tenermi all’obbrobriosa via, in cui mi porrebbe necessariamente
l’impostura, che osi dire da lui suggerita, cercherei dargli un rivale
meno immeritevole di questo titolo. Oh! puoi accertarlo che nol
soppianterebbe almeno un vil salariato, le cui glorie si stanno nel
far la caccia agli abiti di Milord prima che sieno del tutto usati, nè
atto a sedurre che una qualche giovane di contado coll’eleganza di un
nastro nuovo, aggiunto opportunamente ad un paio di scarpe vecchie del
suo padrone. Vattene, dissi, esci di qui. Io ti disprezzo, quanto mi
vergogno di sdegnarmi contro un ente obbrobrioso quale ti sei.»
Varney abbandonò quella stanza dando a divedere ne’ moti della
fisonomia la cupa rabbia che gli premea l’animo. Lo seguì il Foster,
che comunque non avesse una coscienza facile ad atterrire, si trovò
soprappreso da questo torrente d’indignazione impetuosa, uscito dalle
labbra d’una giovane, che si era mostrata insino allora di tempra
dolcissima, e assai indolente per altra parte onde si potesse crederla
capace di nudrire un pensiero di sdegno, o di pronunziarne un accento.
Il Foster si fece come ad inseguire di appartamento in appartamento il
Varney, addossando interrogazioni ad interrogazioni, alle quali non
rispose l’altro sintantochè non furono alla vecchia biblioteca, di cui
già il lettore ha fatto pratica. Colà giunto il favorito di Leicester,
si volse al vecchio Puritano, e gli parlò con una certa sicurezza,
perchè pochi istanti bastavano a costui, avvezzo a comandare ai
movimenti del proprio animo, per ricuperarne la fermezza e ricomporsi.
«Tony, diss’egli, usando dell’ironia a costui famigliare, non vo’
negartelo, la donna e il diavolo, i quali, come te lo potrà confermare
il tuo oracolo, Holdforth, ingannarono l’uomo sin dalla creazione del
mondo, hanno quest’oggi trionfato della mia saggezza. Questa piccola
Furia aveva modi cotanto seducenti, ebbe l’arte di contenersi con tanta
naturalezza tutto il tempo da me impiegato a comunicarle il messaggio
di Milord, che finalmente (odilo in pace), ho creduto potere lasciare
andar qualche parola anche per me. Costei crede ora aver la mia testa
sotto la sua cintura, ma l’ha sbagliata d’assai. Dov’è il dottore
Alasco?»
«Nel suo laboratorio, disse il Foster: è questa l’ora in cui non se
gli può parlare. È d’uopo lasciar trascorrere il mezzogiorno, se non
vogliamo distruggere l’effetto de’ rilevanti suoi studii, o a meglio
dire, divini.»
«Sì, egli studia la divinità del diavolo, disse Varney, ma semprechè io
voglia vederlo, tutte le ore sono a proposito. Conducimi dunque al suo
_Pandemonio_.»
«Sì,» disse il Varney, e con quel passo trepidante di chi sta per
precipitare l’esecuzione d’orribil disegno, seguì Foster, che lo guidò
per traverso a corritoi, dei quali la maggior parte stava per cadere
in rovina, sino all’appartamento sotterraneo occupato in allora dal
chimico Alasco. Fu in questo luogo medesimo, che qualche tempo prima
un abate di Abingdon delirante per le scienze occulte, avea con grande
scandalo del suo convento messo un laboratorio, ove pari ad altri
insensati di questo secolo perdè e gli anni e molte somme di denaro
nella ricerca di un grande segreto.
Tony Foster fermatosi dinanzi alla porta, che era con diligenza chiusa
al di dentro, mostrò di nuovo grande titubazione. Ma Varney che non
dividea coll’altro gli scrupoli, a furia di grida e di ripetuti colpi
all’uscio, trasse il saggio da’ suoi lavori. Alasco aperse dunque
lentamente, e a ritroso. Gli occhi di costui si vedeano accesi, ed
offuscati soltanto dal calore e dai vapori usciti del lambicco, su
di cui prima stavasi meditando. L’interno di quella cella offeriva
alla vista di chi vi entrava un confuso miscuglio di sostanze fra
loro eterogenee, e di arnesi misteriosi. Il vecchio allora borbottò
impazientemente tai detti:
«È dunque deciso, che ad ogni momento io debba essere distolto dagli
affari del Cielo per que’ della Terra?»
«Per que’ dell’Inferno, soggiunse il Varney, perchè quello è l’elemento
che ti si conviene. Foster, abbiamo d’uopo che tu assista alla nostra
confabulazione.»
Il Foster entrò a passi lenti in quell’antro seguito dal Varney, che
chiuse la porta dietro di sè. Ma lasciamo questi tre scellerati che
stanno deliberando, per venire alla contessa Amy, che col disdegno e
il timore dipinti su quel bel viso andava innanzi e indietro pel suo
appartamento.
«Scellerato, traditore, vile artefice d’iniquità! Ma io l’ho
smascherato, Giannina! Aspettai che il serpente svolgesse dinanzi a me
tutte le spire entro cui raggruppavasi, e mi comparve strisciando in
tutta la sua laidezza. Ho repressi i moti della mia collera in modo,
che mi sentiva scoppiarne io medesima per lo sforzo, ma gli ho repressi
fintantochè m’abbia egli scoperto il fondo del suo cuore più nero
degli abissi. E tu, o Leicester, avresti potuto per un solo istante
rinnegare i diritti legittimi che ho sopra di te, o cederli tu stesso
ad un altro? Ma egli è impossibile. Tutto fu menzogna quanto venne da
quell’uomo infame. Giannina, io non voglio rimanermi più lungo tempo in
questo luogo. Temo Varney, temo tuo padre. Sì, Giannina, lo dico con
ispavento, temo tuo padre, ma soprattutto questo abominevol Varney.
Voglio fuggire da Cumnor.»
«Oh Dio! Signora, e dove vorreste voi fuggire? Quai modi sono in voi
per sottrarvi da queste mura?»
«Nol so nemmen io, Giannina (disse la sventurata Amy, sollevando gli
occhi al cielo e giugnendo le mani) nol so nemmen io ove mi fuggirò,
nè quai modi mi avrò per fuggire. Ma sono ben certa, che quel Dio, al
quale prestai sempre omaggio, non mi abbandonerà in una crisi cotanto
tremenda, poichè al presente mi trovo fra le mani degli empi.»
«Non pensate questo così in generale, mia cara Signora, disse Giannina.
Mio padre è bensì di un’indole severa, compie scrupolosamente i comandi
che gli vengono trasmessi, però....»
Nell’istante medesimo Tony Foster entrò nell’appartamento tenendo
fra le mani una tazza di vetro, ed un’ampollina. I costui modi
aveano questa fiata qualche cosa di straordinario, perchè comunque
nell’avvicinarsi altre volte alla Contessa non si fosse mai comportato
se non se col rispetto dovuto al grado della medesima, pure lasciava
sempre scorgere quella salvatichezza naturale che parea non si potesse
scompagnare da lui.
In tal circostanza soltanto, nè dalla sua fisonomia, nè da’ suoi detti
traspirò quel tuono d’autorità, che costui d’ordinario occultava sotto
una maschera grossolana d’urbanità e cortesia, come i malandrini
nascondono le pistole o il bastone sotto un ferraiuolo mal messo. Ciò
nondimeno il sorriso di questo ipocrita parea mosso da tema anzichè da
benevolenza. Quella sua venuta era intesa ad offerire alla Contessa un
cordiale, prezioso al dir del malvagio, e tale che avrebbe ridonata
la calma allo spirito di essa, agitato tuttavia dallo spavento dianzi
sofferto. Pur quel suo sguardo e la mano e la voce tremebonda, e
tutto il suo portamento lo dinunziavano complice di qualche sinistro
disegno, e posero in sospetto fino Giannina, la quale dopo essersi
fermata qualche minuto secondo a contemplarlo con maraviglia, parve
si preparasse d’improvviso ad un atto ardito: onde alzato il capo,
prese aria ed andamento, risoluti ed autorevoli, e lenta frapponendosi
alla padrona ed al padre, volle togliere di mano a questo la tazza,
aggiugnendo con voce sommessa ma ferma queste parole: «Padre mio,
verserò il cordiale alla mia nobil Signora quando a lei sarà in grado.»
«No, cara figlia (disse il Foster con tuono vivace ed inquieto ad un
tempo) no: non s’appartiene a te il renderle tale servigio.»
«E perchè, disse Giannina, perchè non a me, se trattasi di cosa che dee
ristorarla?»
«Perchè, perchè! (disse il ribaldo, alle prime esitante, poi mettendosi
in collera, il che gli era ottimo espediente per sottrarsi alla
necessità di dar ragioni migliori) Perchè voglio così, figlia mia.
Andate all’ufizio della sera.»
«Altre volte potrò assistere all’ufizio, rispose Giannina, ma per
questa, ve lo protesto, non uscirò di qui sin ch’io non mi veda meglio
rassicurata sulla sorte della mia signora. Datemi, o padre mio,
quest’ampolla,» e a malgrado di lui la tolse dalle sue mani, che pareva
avesse aperte il rimorso. «Quanto può giovare alla mia signora non può
essere a me nocevole. Padre mio, alla vostra salute.»
Il Foster senza rispondere parola, si lanciò sulla figlia e le
strappò di mano l’ampolla. Indi confuso di quanto avea fatto,
irresoluto su quello che dovea operare in allora, rimase immobile in
quell’atteggiamento, com’uom fatto di pietra, coll’ampolla in mano,
colle gambe allontanate l’una dall’altra, e tramandando dagli occhi,
che fermi avea sulla figlia, tutta quella schifosa orridezza che nasce
dal collegamento della rabbia, del timore e della perfidia.
«La cosa è stravagante, o padre mio (disse Giannina, e nel tempo stesso
lanciò sul padre una di quelle occhiate, onde, a quanto dicesi, i
custodi delle persone prese da nero delirio le fan soggette al proprio
volere). Voi non vorrete adunque nè ch’io serva alla mia padrona, nè
ch’io beva alla sua salute?»
Il coraggio della Contessa si resse nel durare di sì terribile scena,
e conservò quella rassegnazione che le era connaturale; e benchè
impallidita fin dal primo istante dell’apparsole tradimento, l’occhio
di lei appalesava tranquillità, e quasi disprezzo verso i suoi
assassini.
«Questo prezioso cordiale, volete assaggiarlo voi, signor Foster?
Poichè non permettete che Giannina ne gusti, non mi negherete almeno
di soddisfarmi nel secondo modo che vi propongo. Bevete adunque, ve ne
prego.»
«Non voglio,» disse il Foster.
«E a chi era dunque serbata questa peregrina bevanda?» disse allor la
Contessa.
«Al diavolo che l’ha composta,» sclamò il Foster, e detto ciò
affrettatamente partissi.
Giannina mirava la Contessa con occhio, in cui esprimevansi la
vergogna, la compassione, il cordoglio.
«Non piangete per me, o Giannina,» disse dolcemente a questa giovane la
Contessa.
«No, mia Signora (rispose l’altra con voce che interrompeano i
singulti). Non è già per voi ch’io pianga, ma per me medesima, per
quello sciagurato, che oso appena... Coloro che si disonorarono innanzi
agli uomini, e che Dio condannò, coloro debbono piangere, e non già
chi si conosce innocente. Vi lascio, o mia buona padrona,» diss’ella,
prendendo in tutta fretta la mantellina ch’era solita usare, allorchè
usciva di casa.
«Mi abbandonate forse, o Giannina, mi abbandonate voi, mentre mi trovo
in una condizione tanto crudele?»
«Abbandonarvi, o signora, (sclamò questa buona compagna correndo
tosto verso di lei, e coprendole di baci le mani). Abbandonarvi!
Possa abbandonarmi, se di ciò fossi capace, fin la speranza della mia
eterna salute. No, signora: voi ben diceste che il Dio, cui prestate
omaggio, vi aprirebbe una strada di scampo: io l’ho pregato notte
e giorno perchè m’illuminasse; io mi stava irresoluta fra i doveri
dell’obbedienza verso quel miserabile, che or volse di qui i suoi
passi, e di quella obbedienza cui avete diritto. Non debbo chiudere
quella porta di salvezza che Dio stessa vi apre. Non mi domandate altro
intorno a ciò. Fra poco mi rivedrete.»
Così parlando si avvolse nella sua mantellina, e passò nell’altro
appartamento, ove scontrandosi nella vecchia fantesca, le diede a
credere di trasferirsi, come di solito, all’uficio della sera, indi
uscì fuor di casa.
Intanto il padre di Giannina era tornato nel laboratorio, ove trovò i
complici del delitto ch’egli non aveva ardito mandar a fine.
«L’uccelletto ha bevuto?[4]» disse il Varney con un dimezzato sorriso;
ed eguale interrogazione faceano gli occhi dell’Astrologo che non parlò.
«No, disse il Foster, nè sarò io quel tale che le presenti il veleno.
Vorreste adunque ch’io commettessi un assassinio alla presenza di mia
figlia?»
«Oh uomo vile senza essere perciò migliore! E non ti fu detto, rispose
con rabbia il Varney, che qui non trattavasi di assassinio, come piace
a te, o stolido, il chiamarlo con quella tua voce tremante, e con quel
tuo sguardo smarrito? Non ti venne assicurato che si volea soltanto
procurarle una infermità leggiera e di niuna conseguenza, della natura
di quelle che le donne fingono continuamente, onde potersi a lor agio
sdraiare sopra un canapè anzichè curare i loro affari domestici? Ecco
un uom ragguardevole che giurerà per la _chiave del castello della
Saggezza_.»
«Lo giuro, disse Alasco, l’elissire contenuto nell’ampolla che tieni
ancor fra le mani, non è mortale. Lo giuro per l’eterna invariabile
quintessenza d’oro racchiusa in tutte le sostanze della natura, e la
cui segreta esistenza non può essere scoperta se non se da colui, al
quale Trimegisto cederà la chiave della scienza cabalistica.»
«Ecco un giuramento d’alto peso, disse il Varney: Foster, tu saresti
peggio assai che un pagano, se ti rimanessi nella tua incredulità.
Per altra parte, puoi prestar fede a me, che giuro unicamente sulla
mia parola: se tu continui a ricalcitrare, rinunzia alla speranza di
convertire in atto di proprietà il tuo contratto enfiteutico. Nè Alasco
cambierà in oro il tuo stagno, e per quanto spetta a me, virtuoso Tony,
tu non sarai in eterno altra cosa che il mio fittaiuolo.»
«Io non comprendo, signori miei, disse il Foster, qual sia l’ultimo
fine di tutti questi vostri divisamenti: ma ben avvi una cosa, a cui mi
son risoluto; ed è che qualunque incidente stia per accadere, voglio
siavi alcuno che preghi il Cielo per me, e questo alcuno, sarà mia
figlia. La mia vita fin qui non è stata buona, ed ho pensato troppo
agli affari mondani; ma Giannina è innocente siccome allor quando
scherzava in grembo a sua madre. Mia figlia almeno non andrà priva
della sua sede in quella beata città, che ha muraglie di oro puro, e le
fondamenta di pietre preziose.»
«Che sarebbe veramente un paradiso conforme al tuo cuore, disse Varney.
Discutete con lui su quest’argomento, dottore Alasco; io tornerò fra
brev’ora.» Nel dire tali cose, il Varney si alzò da sedere, e presa
l’ampolla che stava sopra la tavola si partì da quel luogo.
«Figlio mio, (disse Alasco al Foster, appena uscito il Varney) io ti
protesto che qualunque cosa ardisca dire questo impudente e profano
schernitore della scienza sovrana, in cui per la grazia del Cielo ho
fatti tanti progressi, non v’è alcuno fra gli artefici viventi ch’io
volessi riconoscere per mio maestro. Lascio pure che questo riprovato
inveisca in bestemmie contro cose troppo sante per essere comprese da
uomini incapaci di concepir pensamenti, fuorchè carnali e colpevoli; ma
te lo giuro io, la città veduta da san Giovanni nella luminosa visione
dell’Apocalisse, questa nuova Gerusalemme, a cui sperano giugnere tutti
i credenti, annunzia in figura la scoperta del gran segreto[5]; di
questo gran segreto, per cui le cose le più preziose e perfette che la
natura abbia create, si ricaveranno da produzioni abbiette e vilissime
della medesima, siccome la farfalla dall’ali leggiere e dorate,
vezzosissimo tra i figli del venticel della state, sfugge dal carcere
d’informe crisalide.»
«Il maestro Holdforth non ha parlato di questa versione, disse il
Foster con aria di perplessità; per altra parte, dottore Alasco, la
santa scrittura ne insegna, che l’oro e le pietre preziose della città
santa non sono fatte in verun modo per chi fabbrica menzogne, o si
lorda d’abbominazioni.»
«Ebbene, disse il Dottore, che concludete voi da tutto ciò, figlio mio?»
«Concludo che chi distilla veleni, o chi li somministra segretamente,
non può aver parte a queste ricchezze ineffabili.»
«Conviene distinguere, figlio mio, riprese a dire l’alchimista, fra
le cose necessariamente cattive e nei modi e nei fini, e fra quelle
che comunque ingiuste possono produrre un bene. Se la morte di un
individuo può avvicinare a noi quel tempo, in cui basterà il desiderio
per vedere compiuto quanto è di bene, per vedere tolto dalla superficie
della terra ogni male; per arrivare a quel tempo in cui le infermità,
i patimenti, gli affanni, ubbidiranno alla scienza umana siccome
schiavi; a quel tempo che il menomo cenno del sapiente sarà assai per
farli fuggire; a quel tempo in cui quanto avvi oggidì di più prezioso
e di più raro sarà posto all’arbitrio di chiunque ascolterà le voci
della saggezza; a quel tempo in cui l’arte medica cederà affatto luogo
al rimedio universale; e i saggi divenendo i monarchi della terra,
la stessa morte rifuggirà alla lor voce; se vi ripeto questo felice
avvenire può essere affrettato da un accidente di sì lieve conto,
qual è la perdita d’un fragile corpo fatto di polve, e che soggetto
necessariamente alla comun legge, vada a finir nel sepolcro qualche
istante prima dell’ora assegnatagli dalle leggi della natura; che è
egli mai un tal sagrifizio per accelerare il Santo _Millenio_?[6]»
«Se non m’inganno, _Millenio_ vuol dire il regno de’ Santi,» disse
crescendo sempre nelle sue dubbiezze il Foster.
«Dì, ch’è il regno de’ saggi, o mio figlio, o piuttosto il regno della
stessa Saggezza,» rispose Alasco.
«Si è toccato questo articolo col maestro Holdforth nell’ultima
congregazione; ed egli sostiene che una dottrina simile alla vostra è
eterodossa, e la spiegazione che voi date, falsa e diabolica.»
«Egli è avvinto fra i ceppi dell’ignoranza, o mio figlio, rispose
Alasco: il suo grado non si estende oltre al _cuocer mattoni in
Egitto_, o al più ad _errare nell’arido deserto del Sinai_. Facesti
male in parlando di sì fatte cose ad un simile uomo: nondimeno ti
darò ben tosto tal prova, che sfiderò questo teologo di mal umore a
confutare, quand’anche volesse lottar meco, come i Magi lottarono
contro Mosè alla presenza del re Faraone. Assisterai tu medesimo,
figlio mio, quando _getterò la mia polvere di proiezione_, e ti
convincerò co’ tuoi stessi occhi della verità.»
«Prosegui, prosegui, dotto filosofo (disse il Varney che entrava in
quel medesimo istante), egli può bene ricusare le testimonianze che
vengono dal tuo labbro; ma come negherà quelle che i suoi occhi stessi
gli procacceranno?»
«Varney, disse l’alchimista, Varney di ritorno? Hai già?...» nè
proseguì oltre.
«Hai già eseguita la tua impresa? tu volevi dire, rispose il Varney.
Sì; e tu (soggiunse, mostrandosi più che d’ordinario irrequieto) sei
ben sicuro di non aver versato più o meno della misura esatta?»
«Lo sono, rispose Alasco; sicuro almeno quanto si può esserlo nel
far proporzioni tanto delicate, e che dipendono anche molto dalla
differenza delle costituzioni.»
«Se ciò è, disse il Varney, mi converrà starmi tranquillo. E sono poi
anche certo che tu non vorresti fare verso l’inferno un passo al di là
di quanto ti obbliga il tuo salario. Fosti pagato per procurare una
malattia, e del certo avresti per insensata prodigalità il commettere
un assassinio allo stesso prezzo. Andiamo; ciascuno si ritiri ne’ suoi
appartamenti e domani vedremo l’esito.»
«Qual modo adoprasti tu per costrignerla ad ubbidirti?» disse il Foster
fremendo.
«Nulla, rispose il Varney. La fisai soltanto con una di quelle
occhiate che mettono a dovere i pazzi, le donne e i fanciulli. Mi fu
detto nell’ospital di S. Luca[7] aver io uno sguardo quale appunto
fa di mestieri per sottomettere un infermo ricalcitrante. Tale fu il
complimento che ricevei dal custode de’ matti; onde vedi che non mi
manca una via di guadagnar pane quando cadrò di favore alla Corte.»
«Nè temi, soggiunse il Foster, di qualche sproporzione nella dose?»
«Se ciò fosse, disse il Varney, dormirebbe un sonno più profondo; nè
questo timore è tale da intorbidare il mio. Addio amici.»
Tony Foster mandò un profondo sospiro alzando gli occhi e le mani al
Cielo. L’alchimista annunziò la risoluzione in cui era di continuare
in quella notte un’esperienza di grande importanza, e il Foster e il
Varney si separarono per andare al riposo.