V’ha di tai merciaiuoli che valgono
meglio di quanto v’immaginate, sorella
mia.
_Novella del verno. Atto IV._
Nel tempo che Tony Foster pensava ad eseguire appuntino le
raccomandazioni per più riprese fattegli dal Conte, era parimente
sollecito di conciliarle colle proprie massime insociabili, e colla
propria avarizia. Onde nell’assestare all’uopo che richiedevasi
la sua casa, pose maggior arte ad evitare di farsi scorgere, che
ad assicurarsi da una molesta altrui curiosità. Perciò in vece di
procacciarsi molti servi che vegghiassero alla sicurezza del deposito
affidatogli, e alla difesa dell’abitazione, aveva cercato anzi col
tener poca gente al suo servigio di sconcertare i calcoli dei curiosi.
Quindi, eccetto il caso che si trovasse a Cumnor qualcuno del seguito
di Varney o del Conte, un vecchio servo, e due altre vecchie fantesche,
le quali si prestavano agli ufizi più abbietti degli appartamenti della
Contessa, erano le sole persone impiegate nella famiglia. Fu una di
queste due vecchie, che aperse la porta, allorchè Wayland picchiò;
ed essa corrispose con sole ingiurie alla domanda fattale dall’altro
di potere in persona offerire le sue mercanzie alle signore che ivi
abitavano. Ma il merciaiuolo trovò un espediente onde pacificarla col
lasciarle scorrere fra le mani una moneta d’argento, e col prometterle
in dono un pezzo di drappo da farsi un vestito, semprechè la padrona di
casa comperasse da lui qualche cosa.
«Dio ti benedica, perchè la vesta che ho è tutta in minuzzoli. Fa
d’introdurti disinvoltamente col tuo fardello dentro al giardino,
poichè la signora vi sta ora a diporto.» Lo guidò ella stessa, ed
additandogli una vecchia conserva da piante esotiche abbandonata:
«Vedila là, figlio mio. Ella farà buone compere quandochè le convengano
le tue mercanzie.»
«Ella mi lascia solo (cominciò a far queste meditazioni Wayland,
allorchè udì che la vecchia partitasi da lui chiudeva la porta del
giardino). Mi toccherà uscirne alla meglio che potrò. — Vado io a
procacciarmi un presente di bastonate? — Uccidermi! non oseranno
uccidermi per sì poco ed in una sera tanto chiara. — In somma non è più
tempo di tornare addietro. Andiamo. Un buon generale non dee pensare
alla ritirata, che quando si vede vinto. — Scorgo due donne dalla parte
di quel vecchio edifizio. In qual modo mi farò a parlar loro? Proviamo.
William Shakespeare, sii tu il mio soccorritore in tal congiuntura.
Canterò un pezzo dell’_Autolico_.» Allora con voce forte e sicura
intuonò questa cotanto nota strofetta.
»Bella, bella mussolina,
»Bianca al par di neve alpina!
»Veli neri come l’ali
»D’uccellacci sepolcrali!
»Guanti degni della mano
»Delle spose del Sultano!
»Mascherine mezze, e intere,
»Buone ai furti del piacere!
«Che cosa è questa novità? Il caso ne manda cose straordinarie, o
Giannina. Comprendi tu nulla?» disse la Contessa.
«Signora, rispose Giannina, egli è uno di quei mercanti di vanità
mondane, detti merciaiuoli, che spacciano le loro inutilità con canzoni
ancora più inutili. Ben mi maraviglio, che la vecchia Dorca l’abbia
lasciato passare.»
«Anzi è una fortuna, ragazza mia, disse la Contessa; noi meniamo qui
una vita tanto noiosa, avremo forse di che distrarci per qualche
momento.»
«Dite bene, mia graziosa signora; mio padre però!...»
«Ma non è padre di me, o Giannina, e non è neanco mio padrone. Dunque
fa avanzare quest’uomo. Mi abbisognano appunto molte bagattelle.»
«Se è per questo bisogno, riprese a dire Giannina, basta lo facciate
sapere, colla prima lettera che gli scrivete, al vostro sposo, e purchè
le cose di cui mancate si possano trovare in Inghilterra, non tarderete
certamente ad averle. Diversamente, ci accadrà qualche disastro. Ve ne
supplico ancora, mia buona padrona, permettete che ordini a quest’uomo
d’andarsene.»
«E voglio anzi che tu gli dica di presentarsi a me. — Ma no: fermati,
mia buona fanciulla; andrò verso lui io medesima per evitarti
rimproveri.»
«O mia cara signora, piacesse a Dio che non vi fosse da temere
null’altro!» disse mestamente Giannina, intantochè la Contessa dicea ad
alta voce a Wayland:
«Accostati buon uomo, e disfà il tuo fardello. Se ne porti mercanzie di
buona qualità, benediremo entrambe la fortuna che qui ti condusse.»
«Di qual cosa abbisogna la Signoria vostra?» disse Wayland intanto che
apriva la sua bottega portatile, e faceva la dimostrazione delle cose
contenutevi, con tanta maestria che l’avresti detto merciaiuolo di
condizione fin dalla prima sua giovinezza; benchè per vero dire nelle
diverse trasformazioni della vagabonda sua vita avesse professato anche
questo mestiere. Nè si stette dal far l’encomio delle proprie merci
colla scioltezza ordinaria alla gente di tal condizione, nè si mostrò
ignaro della grand’arte di assegnarne il prezzo. Tornò in ultimo a
ripetere: «Di che abbisogna la Signoria vostra?»
«Di che abbisogno? disse la Contessa. In verità, considerando che
da sei lunghi mesi in qua, non ho comprato per mio uso un’_auna_ di
tela rensa o batista, nè la menoma bagattella, credo stare meglio a
me l’interrogarti: _che cosa hai da vendere?_ Metti da parte questo
collare e queste maniche di tela batista, queste frange d’oro a doppio
giro guernite di tocca... e questa mantellina di colore scarlatto non
ti piace, Giannina?»
«Se mi permettete dirvi il mio parere, rispose Giannina, direi che la
ricchezza pregiudica alla grazia del lavoro.»
«Non te ne intendi, figlia mia, disse la Contessa. Per tua penitenza,
porterai tu stessa questa mantellina, e i bottoni d’oro massiccio
consoleranno tuo padre, e lo faranno più indulgente sul colore
scarlatto del drappo. Osserva però ch’egli non li levi per mandarli a
far compagnia agli _angeli_ d’oro che tien prigionieri entro il suo
scrigno.»
«Ardirei io pregare la Signoria vostra a far risparmio del mio povero
padre?»
«Oh pei risparmi, lasciamoli fare a lui, che è tenerissimo de’
risparmi,[2] replicò la Contessa. Ma torniamo alle nostre spese; io
prendo questa guarnizione da testa, e questo spillone d’argento fornito
di perle. Giannina, metti a parte quanto basta del drappo men fino che
vedi lì, onde Dorca e la sua compagna Alison si facciano due vesti.
Povere vecchie! nel venturo verno si ripareranno meglio dal freddo.
Or dimmi un poco (voltasi di nuovo al merciaiuolo) non hai essenze, o
sacchetti profumati, o boccettine da odore di nuova foggia?»
«Se fossi un vero merciaiuolo, avrei trovato la mia fortuna,» pensò
Wayland fra se stesso mentre rispondeva alle inchieste che la Contessa
volgevagli con vivacità, una addosso all’altra, coll’ardore di giovane
persona priva da lungo tempo d’intertenimento cotanto gradevole. Egli
avrebbe voluto condurre i discorsi a più importanti considerazioni. Ma
come farlo? Mostrandole allora tutto il fornimento che avea d’essenze e
profumi, per conciliarsi maggior attenzione da lei, trasse il proprio
dire alla seguente osservazione: che tali merci aveano pressochè
raddoppiato di prezzo dopo i magnifici apparecchi, cui stavasi intento
il conte di Leicester per ricevere nel maestoso suo palagio di
Kenilworth la Regina e la Corte.
«Ah! disse con forza la Contessa, questa voce è dunque fondata, o
Giannina?»
«Certamente, o signora, rispose Wayland; e mi fa maraviglia che ciò non
sia giunto alle orecchie di vostra Signoria. La Regina d’Inghilterra
passerà una settimana di questa estiva stagione fra le feste e i
piaceri che sta allestendole il Conte. Quanti dicono che sono vicini,
il nostro paese ad avere un Re, ed Elisabetta d’Inghilterra, Dio la
benedica sempre! uno sposo prima che finisca la state.»
«Chi parla così mente con impudenza,» sclamò la Contessa,
impazientitasi oltre ogni dire.
«Per amor del Cielo, mia Signora, acchetatevi, soggiunse Giannina,
fattasi tutta tremante. E chi fa attenzione alle notizie date da un
merciaiuolo?»
«Sì, Giannina, sclamò la Contessa, tu hai ragione di rimproverarmi.
Tali ciance, intese ad oscurare la fama del più chiaro, del più nobile
fra i Pari dell’Inghilterra non possono trovare credito e spaccio che
presso persone abbiette ed infami.»
«Voglio morire, o Signora (disse Wayland che vedea la collera della
Contessa tutta scaricarsi sopra di lui), voglio morire se ho fatto
nulla che possa meritarmi questi rimproveri. Ho detto solamente ciò che
pensano alcune persone.»
In questo mezzo, la Contessa erasi composta a tranquillità, e fatta
cauta dai suggerimenti di Giannina, cercava sbandire da sè ogni
apparenza di mal umore. Onde voltasi a Wayland, sì gli disse: «Mi
spiacerebbe, buon uomo, se la nostra Regina abbiurasse il titolo di
vergine sì caro a tutti i suoi sudditi: accertati che non accadrà nulla
di quanto ti fecero credere». Poi studiosa di cambiare discorso: «Che
cosa è la mistura ch’io vedo custodita con tanto riguardo nel fondo di
questa scatoletta di argento?» soggiunse ella esaminando l’interno d’un
cofanetto, entro cui si trovavano, ordinati in cassettini disgiunti,
vari profumi e droghe.
«È un rimedio, o signora, contro un’infermità, di cui come spero non
avrete mai a lagnarvi. Una dose di questa pomata, non più grossa d’un
pisello, inghiottita nel durare d’una settimana, fortifica il cuore
contro i vapori neri prodotti dalla solitudine, contro la tristezza,
contro una passione infelice, o una speranza delusa....»
«Impazzite ora? si fece a dire vivacemente la Contessa; ovvero credete
che per aver io avuto la bontà di comperare a prezzo esorbitante le
vostre cattive mercanzie, potrete d’ora in avanti farmi credere quanto
vi verrà nella mente? Ove si è mai detto che le affezioni del cuore
potessero essere vinte da rimedi amministrati alla parte fisica del
nostro corpo?»
»Salvo l’onorevole vostro beneplacito, vi dirò, nobile Signora, ch’io
sono un galantuomo, e che vi ho venduto a moderato prezzo le mie
mercanzie. In quanto spetta a questo prezioso rimedio, nel vantarvene
la virtù, non vi ho già consigliato a comperarlo. Nè tampoco vi
guarentisco che valga a risanare da una malattia di spirito fortemente
radicata; cosa che possono operare Dio solamente ed il tempo. Pure
vi sostengo, che il mio balsamo dilegua i vapori neri che nascono
nel corpo, come parimente la tristezza che opprime l’animo. Con
questo rimedio guarii diversi, e cittadini e cortigiani, e fra gli
altri ultimamente il nobile sig. Edmondo Tressiliano, gentiluomo di
Cornovaglia, che i cattivi trattamenti, mi fu detto, di una giovane da
lui teneramente amata, aveano ridotto a tale estremo di tristezza, onde
si temesse per la sua vita.»
Qui si fermò; e la Contessa si tenne per qualche tempo in silenzio, poi
con tuono di voce, che invano ella tentava di rendere intrepido e qual
di persona indifferente, gli chiese:
«E questo infermo da voi curato, presentemente ha riacquistata la
salute del tutto?»
«Sta assai meglio, rispose Wayland; almeno non soffre più mali fisici.»
«Voglio provare questo rimedio, o Giannina, disse la Contessa; anch’io
soggiaccio ad assalti di questa nera malinconia che offusca la mente.»
«No del certo, fu presta a dire Giannina; qual certezza avete voi che
le droghe di questo mercante non sieno pericolose?»
«Sarò io medesimo mallevadore della mia buona fede,» disse Wayland, ed
inghiottì alla loro presenza una parte di quel rimedio. La contessa
ne comperò il rimanente; poichè le osservazioni fatte da Giannina per
dissuaderla da ciò, non valsero che a confermarla nel suo disegno.
Anzi in quell’istante medesimo ne assaggiò la prima dose, assicurando
sentirsi già il cuor sollevato, e risorta in sè la naturale gaiezza,
effetti che giusta ogni apparenza non erano che nell’accesa sua
immaginazione. Raccolte allora tutte le cose acquistate, consegnò la
sua borsa a Giannina, raccomandandole di pagare il merciaiuolo, intanto
ch’ella, quasi parendole d’essersi anche di soverchio allettata in
quell’intertenimento, augurò la buona sera al venditore, e ritornò con
aria indifferente al castello, sicchè non rimase speranza a Wayland di
parlarle oltre in privato. Ei tentò nondimeno di procurarsi qualche
schiarimento maggiore da Giannina.
«Mia giovinetta, diss’egli, la tua fisonomia indica, che tu debba amar
molto la tua padrona. Ella di fatto ha grande bisogno del tuo fedele
servigio!»
«E ben ella lo merita. Ma a qual proposito dici questo?»
«Figlia mia, io non sono propriamente quel tale che comparisco essere,»
disse, abbassando la voce, Wayland.
«Doppia ragione per non crederti un onest’uomo!» rispose Giannina.
«Anzi doppia ragione, soggiunse Wayland, per credermi tale, giacchè non
son io un merciaiuolo!»
«Vattene tosto di qua, disse Giannina, o corro a chiamar gente in
soccorso. Mio padre dovrebb’essere già di ritorno.»
«Non fare questa pazzia, rispose Wayland, perchè te ne pentiresti. Io
sono fra gli amici della tua padrona. Ella ha bisogno di acquistarne
altri ancora, e non di perdere per tua colpa quelli, su i quali già può
far conto.»
«Qual prova vorresti darmi di ciò?» fu pronta a chieder Giannina.
«Guardami in volto, e dimmi se non leggi in questi lineamenti l’aspetto
d’un onest’uomo.»
Di fatto, benchè il nostro artefice fosse lontano dall’esser bello,
pure scorgeasi nella sua fisonomia l’acutezza d’un ingegno inventivo,
che unita ad occhi vivaci e pieni di brio, ad una bocca ben fatta, ad
un modo gentil di sorridere, dava sovente grazia e vezzo a lineamenti
irregolari di lor natura.
Giannina lo contemplò qualche tempo con quello sguardo scaltrito,
che è proprio del suo sesso, poi gli rispose: «O amico mio, ad onta
della buona fede di cui ti vanti, e benchè io non abbia la sapienza di
leggere libri della natura di quelli che ora mi vorresti presentare,
credo vedere in te qualche cosa, che sta fra il merciaiuolo, ed il
vagabondo.»
«Eh! un pochettino forse anche di questo! disse Wayland sorridendo; ma
ascoltami; questa sera o domani mattina arriverà qui un vecchio, in
compagnia di tuo padre. Egli ha il passo leggiero del gatto, l’occhio
fino e maligno del sorcio, i modi carezzevoli del can di Spagna, e la
ferocia del mastino. Guardati da lui, e per il tuo bene, e per quello
della tua padrona. Guardati da lui, bella Giannina; egli nasconde il
veleno dell’aspide sotto la pretesa innocenza della colomba. Non saprei
dirti al giusto qual delitto egli mediti, ma la malattia e la morte gli
tengono dietro. Non dir nulla di tutto ciò alla tua padrona. La mia
esperienza m’insegna che nel suo stato il timore di un male può esserle
dannoso quanto il male medesimo. Abbi cura ch’ella faccia uso del mio
specifico. Sappi (continuò egli abbassando la voce e con tuono solenne)
che è un antidoto contro il veleno. Stiamo ad ascoltare; Essi entrano
nel giardino.»
Di fatto si udiva un bisbiglio, in mezzo a cui distinguevansi voci di
smodata allegria ed altre più serie e robuste. Wayland, a questo primo
sentore s’appiattò in fondo d’una folta macchia, e Giannina si nascose
nel vecchio edifizio delle piante esotiche per non esser veduta, e
affine di nascondere per allora le compere che avea fatte dal preteso
merciaiuolo; del rimanente ella non aveva alcun motivo d’inquietarsi
per se medesima.
Il padre di lei, il vecchio servo del lord Leicester, entrarono
nel giardino tumultuando, e posti nel più grande imbarazzo dal
Lambourne, al quale il vino aveva affatto volta la testa. Cercavano
di acchetarlo, ma invano; perchè costui aveva inoltre la bella sorte,
che quando il vino lo prendeva, non si lasciava infine vincere dal
sonno, come è solito degli altri imbriachi. Ma egli era uno di quelli
che si reggevano lungo tempo sotto l’influenza del liquore di Bacco,
sintantochè a furia di libagioni cadono in una indomabile frenesia.
Diverso inoltre il Lambourne dalla maggior parte degl’imbriachi, che
perdono la libertà de’ moti e delle parole, egli al contrario nello
stato d’ebbrezza parlava con più enfasi e più scioltamente che mai
nol facesse, oltrechè raccontava tutte quelle cose, che a mente sana
avrebbe voluto non lasciar traspirare all’aria medesima.
«E che? gridava Michele con tutta la forza de’ suoi polmoni, non farete
voi altri una festa al mio arrivo, non farete gozzoviglie in onore di
me che conduco nel vostro canile la fortuna in sembianza d’un cugino
del diavolo? d’un cugino del diavolo, che ha virtù di cambiare i pezzi
d’ardesia in buone piastre di Spagna? Accostati, Tony _Brucia-Cataste_,
papista, puritano, ipocrita, avaro, libertino, demonio impastato
di tutti i peccati mortali, accostati e prostrati dinanzi a chi ti
condusse il _Mammone_ che adori.»
«In nome di Dio! parla sommesso, disse il Foster; entra in casa, avrai
vino, avrai quello che saprai domandare.»
«No, vecchio tanghero; voglio averlo qui, gridava a tutta voce lo
spadaccino, qui _al fresco_, come dicono gl’Italiani. Se sarò matto a
bere fra due muraglie, avendomi vicino questo diavolo d’avvelenatore,
che mi farebbe soffocare fra i vapori dell’arsenico o dell’argento
vivo! Varney m’ha insegnato a non fidarmene.»
«In nome di tutti i diavoli! dategli vino,» disse l’alchimista.
«Ah! ah! che tu ci metteresti poi il condimento! non è vero, vecchio
ghermitore? Sicuramente! ci troverei il verde rame, l’elleboro, il
vitriolo, l’acqua forte, e vent’altri ingredienti diabolici, che
fermenterebbero nella mia povera testa, come il filtro che le vecchie
streghe fanno bollire nelle loro caldaie per chiamare a sè il diavolo.
Dammi il fiasco tu stesso, vecchio Tony _Brucia-Cataste_, e guarda
che sia vino fresco, e che non fosse mai riscaldato a quel focolare,
dove furono arrostiti i vescovi in questo paese. Ovvero aspetta che
Leicester sia Re se vuol esserlo! Bene! e Varney, lo scellerato
Varney! gran Visir. Ottimamente per mia fede! E che cosa poi sarò io?
Imperatore. Sì signori, l’imperatore Lambourne. Vedrò questa divinità
che costoro hanno imprigionata qui pei loro segreti piaceri. Voglio
che ella venga questa sera a vôtarmi da bere, e a mettermi la mia
berretta da notte. Che cosa può farsi un uomo di due mogli, fosse egli
venti volte Conte? Rispondi a questo, Tony, figlio mio, vecchio cane,
ipocrita, reprobo, che Dio cancellò dal libro della sua grazia, vecchio
fanatico, bestemmiatore, intenditore di vescovi, rispondi a tutto
questo.»
«Or ora gl’immergo fino al manico il mio coltello nel ventre,» disse
Foster a voce bassa e fremendo di collera.
«Per l’amor di Dio! non commettiamo violenze, disse l’Astrologo, ce
le farebbero pagar care. Su via, Lambourne, mio buon amico, vuoi tu
trincare con me alla salute del nobile conte di Leicester e di Riccardo
Varney?»
«Certo! mio vecchio Albumazar, certo! mio bravo venditor di veleni. Io
ti abbraccerei, onestissimo violatore della legge Giulia (come dicono a
Leida) se tu non avessi addosso un esecrabile odore di solfo e d’altre
infernali droghe di tal natura. Andiamo dunque, son pronto. Alla salute
di Varney e di Leicester, delle due menti più nobilmente ambiziose di
tutta l’Inghilterra, dei due increduli più profondi e più simulatori,
più sublimi e più maligni, più... basta. Non dirò altro; ma chiunque
ricuserà darmi ragione!... Giur’al Cielo gli pianto il mio stilo nel
cuore. Andiamo, miei buoni amici.»
Così parlando il Lambourne terminò di trangugiar la bevanda versatagli
dall’Astrologo, la quale non era già vino, ma liquor distillato
che costui ebbe in pronto da sostituire. Onde il nostro Michele
incominciava un giuramento, allorchè gli cadde di mano la tazza vôta.
Mise la mano all’impugnatura della sciabola, ma non ebbe forza per
tirarla fuori; barcollò e cadde privo di moto e di sensi fra le braccia
dei famigli, che portatolo nella sua stanza, lo adagiarono sul letto.
In quel generale bisbiglio, Giannina, senza che alcuno la vedesse,
raggiunse la camera della padrona. Tremava ella siccome foglia,
risoluta nullameno nel suo animo di celare alla Contessa i terribili
sospetti che le parole del Lambourne le avevano inspirato: tanto più
che tali timori, comunque non le apparissero ancora perfettamente
schiariti, troppo s’accordavano coi suggerimenti del merciaiuolo. Onde
confermò la Contessa nel disegno di prevalersi dello specifico datole
dal medesimo; consiglio, che ella forse non avrebbe mai insinuato senza
gli avvenimenti di recente accaduti!
Nè i propositi del Lambourne sfuggirono certamente a Wayland,
appiattato, come dicemmo, dietro la macchia, ed il quale era in istato,
meglio assai che Giannina, di assegnar loro il giusto valore. Si sentì
commosso da forte compassione in osservando che una donna vezzosa
quanto lo era la giovane Contessa, e già da lui conosciuta in seno
alla domestica felicità, fosse così abbandonata alle trame di una
banda di scellerati. Aggiugnevasi che l’abborrita voce di quell’antico
padrone, da lui temuto ed odiato del pari, gli risvegliava nell’animo
commozioni conformi a questi due sentimenti. Fidato grandemente nella
propria destrezza, e nei modi ancora che possedea per adoperarla,
concepì adunque il disegno di scoprire in quella sera medesima tutte
le fila dell’orrendo arcano, e di salvare l’infelice prigioniera, se
ne era anche in tempo, fattosi pronto ad affrontare qualunque rischio
che andava unito al compimento d’un’idea sì generosa. Alcune fra le
parole fuggite al Lambourne nel forte del costui delirio, lo trassero
la prima volta a mettere in dubbio, se il Varney operasse unicamente
per proprio conto nel corteggiare la giovine bellezza, e nel cercare di
cattivarsene l’affezione. Diversi romori intendevano a far credere, che
questo zelante servo fosse stato soccorrevole in altre amorose tresche
al padrone; per lo che venne il pensiero a Wayland, che il medesimo
conte di Leicester potesse anche essere il protagonista dell’orrido
dramma. Comunque non avesse alcun motivo di supporre che la figlia del
cavaliere Robsart fosse già maritata col Conte, ben vedea come una
tresca ancorchè passaggiera con una donzella posta nel grado di Amy,
diveniva un segreto d’altissima importanza, la cui rivelazione avrebbe
portato fatali conseguenze a questo favorito di Elisabetta.
«Quand’anche il Leicester, dicea Wayland fra se stesso, titubasse a
valersi di modi violenti per estinguere sì fatte voci, ha al fianco
tai malandrini, che gli presterebbero il reo servigio senza aspettarne
l’assenso. S’io voglio adunque frammettermi in questa bisogna, mi è
d’uopo prender l’esempio del mio antico maestro, allorchè componeva
la sua diabolica manna, cioè mettermi una maschera al volto. Domani
adunque abbandonerò Giles Gosling, e cambierò dimora così spesso come
una volpe inseguita. Vorrei ben rivedere ancora questa giovinetta
puritana: ella è sì avvenente, e se non m’inganno sì fornita d’ingegno,
che non direbbesi mai primogenitura di quello schifoso, scellerato uomo
di Tony _Brucia-Cataste_.»
Si recò pertanto a prender congedo da Giles Gosling, che non fu per
vero dire scontento di vederlo partire. L’onesto pubblicano scorgeva
cosa sì pericolosa il contrariare i voleri d’un favorito del Conte di
Leicester, che bastava appena la sua virtù per sostenerlo in sì fatta
prova. Non risparmiò ciò nonostante proteste di buona volontà, e della
sua premura di prestare, occorrendone il bisogno, a Tressiliano o al
di lui messo que’ soccorsi tutti, che fossero stati compatibili collo
stato suo di pubblicano.