CAPITOLO III.

V’ha di tai merciaiuoli che valgono

meglio di quanto v’immaginate, sorella

mia.

_Novella del verno. Atto IV._

Nel tempo che Tony Foster pensava ad eseguire appuntino le

raccomandazioni per più riprese fattegli dal Conte, era parimente

sollecito di conciliarle colle proprie massime insociabili, e colla

propria avarizia. Onde nell’assestare all’uopo che richiedevasi

la sua casa, pose maggior arte ad evitare di farsi scorgere, che

ad assicurarsi da una molesta altrui curiosità. Perciò in vece di

procacciarsi molti servi che vegghiassero alla sicurezza del deposito

affidatogli, e alla difesa dell’abitazione, aveva cercato anzi col

tener poca gente al suo servigio di sconcertare i calcoli dei curiosi.

Quindi, eccetto il caso che si trovasse a Cumnor qualcuno del seguito

di Varney o del Conte, un vecchio servo, e due altre vecchie fantesche,

le quali si prestavano agli ufizi più abbietti degli appartamenti della

Contessa, erano le sole persone impiegate nella famiglia. Fu una di

queste due vecchie, che aperse la porta, allorchè Wayland picchiò;

ed essa corrispose con sole ingiurie alla domanda fattale dall’altro

di potere in persona offerire le sue mercanzie alle signore che ivi

abitavano. Ma il merciaiuolo trovò un espediente onde pacificarla col

lasciarle scorrere fra le mani una moneta d’argento, e col prometterle

in dono un pezzo di drappo da farsi un vestito, semprechè la padrona di

casa comperasse da lui qualche cosa.

«Dio ti benedica, perchè la vesta che ho è tutta in minuzzoli. Fa

d’introdurti disinvoltamente col tuo fardello dentro al giardino,

poichè la signora vi sta ora a diporto.» Lo guidò ella stessa, ed

additandogli una vecchia conserva da piante esotiche abbandonata:

«Vedila là, figlio mio. Ella farà buone compere quandochè le convengano

le tue mercanzie.»

«Ella mi lascia solo (cominciò a far queste meditazioni Wayland,

allorchè udì che la vecchia partitasi da lui chiudeva la porta del

giardino). Mi toccherà uscirne alla meglio che potrò. — Vado io a

procacciarmi un presente di bastonate? — Uccidermi! non oseranno

uccidermi per sì poco ed in una sera tanto chiara. — In somma non è più

tempo di tornare addietro. Andiamo. Un buon generale non dee pensare

alla ritirata, che quando si vede vinto. — Scorgo due donne dalla parte

di quel vecchio edifizio. In qual modo mi farò a parlar loro? Proviamo.

William Shakespeare, sii tu il mio soccorritore in tal congiuntura.

Canterò un pezzo dell’_Autolico_.» Allora con voce forte e sicura

intuonò questa cotanto nota strofetta.

»Bella, bella mussolina,

»Bianca al par di neve alpina!

»Veli neri come l’ali

»D’uccellacci sepolcrali!

»Guanti degni della mano

»Delle spose del Sultano!

»Mascherine mezze, e intere,

»Buone ai furti del piacere!

«Che cosa è questa novità? Il caso ne manda cose straordinarie, o

Giannina. Comprendi tu nulla?» disse la Contessa.

«Signora, rispose Giannina, egli è uno di quei mercanti di vanità

mondane, detti merciaiuoli, che spacciano le loro inutilità con canzoni

ancora più inutili. Ben mi maraviglio, che la vecchia Dorca l’abbia

lasciato passare.»

«Anzi è una fortuna, ragazza mia, disse la Contessa; noi meniamo qui

una vita tanto noiosa, avremo forse di che distrarci per qualche

momento.»

«Dite bene, mia graziosa signora; mio padre però!...»

«Ma non è padre di me, o Giannina, e non è neanco mio padrone. Dunque

fa avanzare quest’uomo. Mi abbisognano appunto molte bagattelle.»

«Se è per questo bisogno, riprese a dire Giannina, basta lo facciate

sapere, colla prima lettera che gli scrivete, al vostro sposo, e purchè

le cose di cui mancate si possano trovare in Inghilterra, non tarderete

certamente ad averle. Diversamente, ci accadrà qualche disastro. Ve ne

supplico ancora, mia buona padrona, permettete che ordini a quest’uomo

d’andarsene.»

«E voglio anzi che tu gli dica di presentarsi a me. — Ma no: fermati,

mia buona fanciulla; andrò verso lui io medesima per evitarti

rimproveri.»

«O mia cara signora, piacesse a Dio che non vi fosse da temere

null’altro!» disse mestamente Giannina, intantochè la Contessa dicea ad

alta voce a Wayland:

«Accostati buon uomo, e disfà il tuo fardello. Se ne porti mercanzie di

buona qualità, benediremo entrambe la fortuna che qui ti condusse.»

«Di qual cosa abbisogna la Signoria vostra?» disse Wayland intanto che

apriva la sua bottega portatile, e faceva la dimostrazione delle cose

contenutevi, con tanta maestria che l’avresti detto merciaiuolo di

condizione fin dalla prima sua giovinezza; benchè per vero dire nelle

diverse trasformazioni della vagabonda sua vita avesse professato anche

questo mestiere. Nè si stette dal far l’encomio delle proprie merci

colla scioltezza ordinaria alla gente di tal condizione, nè si mostrò

ignaro della grand’arte di assegnarne il prezzo. Tornò in ultimo a

ripetere: «Di che abbisogna la Signoria vostra?»

«Di che abbisogno? disse la Contessa. In verità, considerando che

da sei lunghi mesi in qua, non ho comprato per mio uso un’_auna_ di

tela rensa o batista, nè la menoma bagattella, credo stare meglio a

me l’interrogarti: _che cosa hai da vendere?_ Metti da parte questo

collare e queste maniche di tela batista, queste frange d’oro a doppio

giro guernite di tocca... e questa mantellina di colore scarlatto non

ti piace, Giannina?»

«Se mi permettete dirvi il mio parere, rispose Giannina, direi che la

ricchezza pregiudica alla grazia del lavoro.»

«Non te ne intendi, figlia mia, disse la Contessa. Per tua penitenza,

porterai tu stessa questa mantellina, e i bottoni d’oro massiccio

consoleranno tuo padre, e lo faranno più indulgente sul colore

scarlatto del drappo. Osserva però ch’egli non li levi per mandarli a

far compagnia agli _angeli_ d’oro che tien prigionieri entro il suo

scrigno.»

«Ardirei io pregare la Signoria vostra a far risparmio del mio povero

padre?»

«Oh pei risparmi, lasciamoli fare a lui, che è tenerissimo de’

risparmi,[2] replicò la Contessa. Ma torniamo alle nostre spese; io

prendo questa guarnizione da testa, e questo spillone d’argento fornito

di perle. Giannina, metti a parte quanto basta del drappo men fino che

vedi lì, onde Dorca e la sua compagna Alison si facciano due vesti.

Povere vecchie! nel venturo verno si ripareranno meglio dal freddo.

Or dimmi un poco (voltasi di nuovo al merciaiuolo) non hai essenze, o

sacchetti profumati, o boccettine da odore di nuova foggia?»

«Se fossi un vero merciaiuolo, avrei trovato la mia fortuna,» pensò

Wayland fra se stesso mentre rispondeva alle inchieste che la Contessa

volgevagli con vivacità, una addosso all’altra, coll’ardore di giovane

persona priva da lungo tempo d’intertenimento cotanto gradevole. Egli

avrebbe voluto condurre i discorsi a più importanti considerazioni. Ma

come farlo? Mostrandole allora tutto il fornimento che avea d’essenze e

profumi, per conciliarsi maggior attenzione da lei, trasse il proprio

dire alla seguente osservazione: che tali merci aveano pressochè

raddoppiato di prezzo dopo i magnifici apparecchi, cui stavasi intento

il conte di Leicester per ricevere nel maestoso suo palagio di

Kenilworth la Regina e la Corte.

«Ah! disse con forza la Contessa, questa voce è dunque fondata, o

Giannina?»

«Certamente, o signora, rispose Wayland; e mi fa maraviglia che ciò non

sia giunto alle orecchie di vostra Signoria. La Regina d’Inghilterra

passerà una settimana di questa estiva stagione fra le feste e i

piaceri che sta allestendole il Conte. Quanti dicono che sono vicini,

il nostro paese ad avere un Re, ed Elisabetta d’Inghilterra, Dio la

benedica sempre! uno sposo prima che finisca la state.»

«Chi parla così mente con impudenza,» sclamò la Contessa,

impazientitasi oltre ogni dire.

«Per amor del Cielo, mia Signora, acchetatevi, soggiunse Giannina,

fattasi tutta tremante. E chi fa attenzione alle notizie date da un

merciaiuolo?»

«Sì, Giannina, sclamò la Contessa, tu hai ragione di rimproverarmi.

Tali ciance, intese ad oscurare la fama del più chiaro, del più nobile

fra i Pari dell’Inghilterra non possono trovare credito e spaccio che

presso persone abbiette ed infami.»

«Voglio morire, o Signora (disse Wayland che vedea la collera della

Contessa tutta scaricarsi sopra di lui), voglio morire se ho fatto

nulla che possa meritarmi questi rimproveri. Ho detto solamente ciò che

pensano alcune persone.»

In questo mezzo, la Contessa erasi composta a tranquillità, e fatta

cauta dai suggerimenti di Giannina, cercava sbandire da sè ogni

apparenza di mal umore. Onde voltasi a Wayland, sì gli disse: «Mi

spiacerebbe, buon uomo, se la nostra Regina abbiurasse il titolo di

vergine sì caro a tutti i suoi sudditi: accertati che non accadrà nulla

di quanto ti fecero credere». Poi studiosa di cambiare discorso: «Che

cosa è la mistura ch’io vedo custodita con tanto riguardo nel fondo di

questa scatoletta di argento?» soggiunse ella esaminando l’interno d’un

cofanetto, entro cui si trovavano, ordinati in cassettini disgiunti,

vari profumi e droghe.

«È un rimedio, o signora, contro un’infermità, di cui come spero non

avrete mai a lagnarvi. Una dose di questa pomata, non più grossa d’un

pisello, inghiottita nel durare d’una settimana, fortifica il cuore

contro i vapori neri prodotti dalla solitudine, contro la tristezza,

contro una passione infelice, o una speranza delusa....»

«Impazzite ora? si fece a dire vivacemente la Contessa; ovvero credete

che per aver io avuto la bontà di comperare a prezzo esorbitante le

vostre cattive mercanzie, potrete d’ora in avanti farmi credere quanto

vi verrà nella mente? Ove si è mai detto che le affezioni del cuore

potessero essere vinte da rimedi amministrati alla parte fisica del

nostro corpo?»

»Salvo l’onorevole vostro beneplacito, vi dirò, nobile Signora, ch’io

sono un galantuomo, e che vi ho venduto a moderato prezzo le mie

mercanzie. In quanto spetta a questo prezioso rimedio, nel vantarvene

la virtù, non vi ho già consigliato a comperarlo. Nè tampoco vi

guarentisco che valga a risanare da una malattia di spirito fortemente

radicata; cosa che possono operare Dio solamente ed il tempo. Pure

vi sostengo, che il mio balsamo dilegua i vapori neri che nascono

nel corpo, come parimente la tristezza che opprime l’animo. Con

questo rimedio guarii diversi, e cittadini e cortigiani, e fra gli

altri ultimamente il nobile sig. Edmondo Tressiliano, gentiluomo di

Cornovaglia, che i cattivi trattamenti, mi fu detto, di una giovane da

lui teneramente amata, aveano ridotto a tale estremo di tristezza, onde

si temesse per la sua vita.»

Qui si fermò; e la Contessa si tenne per qualche tempo in silenzio, poi

con tuono di voce, che invano ella tentava di rendere intrepido e qual

di persona indifferente, gli chiese:

«E questo infermo da voi curato, presentemente ha riacquistata la

salute del tutto?»

«Sta assai meglio, rispose Wayland; almeno non soffre più mali fisici.»

«Voglio provare questo rimedio, o Giannina, disse la Contessa; anch’io

soggiaccio ad assalti di questa nera malinconia che offusca la mente.»

«No del certo, fu presta a dire Giannina; qual certezza avete voi che

le droghe di questo mercante non sieno pericolose?»

«Sarò io medesimo mallevadore della mia buona fede,» disse Wayland, ed

inghiottì alla loro presenza una parte di quel rimedio. La contessa

ne comperò il rimanente; poichè le osservazioni fatte da Giannina per

dissuaderla da ciò, non valsero che a confermarla nel suo disegno.

Anzi in quell’istante medesimo ne assaggiò la prima dose, assicurando

sentirsi già il cuor sollevato, e risorta in sè la naturale gaiezza,

effetti che giusta ogni apparenza non erano che nell’accesa sua

immaginazione. Raccolte allora tutte le cose acquistate, consegnò la

sua borsa a Giannina, raccomandandole di pagare il merciaiuolo, intanto

ch’ella, quasi parendole d’essersi anche di soverchio allettata in

quell’intertenimento, augurò la buona sera al venditore, e ritornò con

aria indifferente al castello, sicchè non rimase speranza a Wayland di

parlarle oltre in privato. Ei tentò nondimeno di procurarsi qualche

schiarimento maggiore da Giannina.

«Mia giovinetta, diss’egli, la tua fisonomia indica, che tu debba amar

molto la tua padrona. Ella di fatto ha grande bisogno del tuo fedele

servigio!»

«E ben ella lo merita. Ma a qual proposito dici questo?»

«Figlia mia, io non sono propriamente quel tale che comparisco essere,»

disse, abbassando la voce, Wayland.

«Doppia ragione per non crederti un onest’uomo!» rispose Giannina.

«Anzi doppia ragione, soggiunse Wayland, per credermi tale, giacchè non

son io un merciaiuolo!»

«Vattene tosto di qua, disse Giannina, o corro a chiamar gente in

soccorso. Mio padre dovrebb’essere già di ritorno.»

«Non fare questa pazzia, rispose Wayland, perchè te ne pentiresti. Io

sono fra gli amici della tua padrona. Ella ha bisogno di acquistarne

altri ancora, e non di perdere per tua colpa quelli, su i quali già può

far conto.»

«Qual prova vorresti darmi di ciò?» fu pronta a chieder Giannina.

«Guardami in volto, e dimmi se non leggi in questi lineamenti l’aspetto

d’un onest’uomo.»

Di fatto, benchè il nostro artefice fosse lontano dall’esser bello,

pure scorgeasi nella sua fisonomia l’acutezza d’un ingegno inventivo,

che unita ad occhi vivaci e pieni di brio, ad una bocca ben fatta, ad

un modo gentil di sorridere, dava sovente grazia e vezzo a lineamenti

irregolari di lor natura.

Giannina lo contemplò qualche tempo con quello sguardo scaltrito,

che è proprio del suo sesso, poi gli rispose: «O amico mio, ad onta

della buona fede di cui ti vanti, e benchè io non abbia la sapienza di

leggere libri della natura di quelli che ora mi vorresti presentare,

credo vedere in te qualche cosa, che sta fra il merciaiuolo, ed il

vagabondo.»

«Eh! un pochettino forse anche di questo! disse Wayland sorridendo; ma

ascoltami; questa sera o domani mattina arriverà qui un vecchio, in

compagnia di tuo padre. Egli ha il passo leggiero del gatto, l’occhio

fino e maligno del sorcio, i modi carezzevoli del can di Spagna, e la

ferocia del mastino. Guardati da lui, e per il tuo bene, e per quello

della tua padrona. Guardati da lui, bella Giannina; egli nasconde il

veleno dell’aspide sotto la pretesa innocenza della colomba. Non saprei

dirti al giusto qual delitto egli mediti, ma la malattia e la morte gli

tengono dietro. Non dir nulla di tutto ciò alla tua padrona. La mia

esperienza m’insegna che nel suo stato il timore di un male può esserle

dannoso quanto il male medesimo. Abbi cura ch’ella faccia uso del mio

specifico. Sappi (continuò egli abbassando la voce e con tuono solenne)

che è un antidoto contro il veleno. Stiamo ad ascoltare; Essi entrano

nel giardino.»

Di fatto si udiva un bisbiglio, in mezzo a cui distinguevansi voci di

smodata allegria ed altre più serie e robuste. Wayland, a questo primo

sentore s’appiattò in fondo d’una folta macchia, e Giannina si nascose

nel vecchio edifizio delle piante esotiche per non esser veduta, e

affine di nascondere per allora le compere che avea fatte dal preteso

merciaiuolo; del rimanente ella non aveva alcun motivo d’inquietarsi

per se medesima.

Il padre di lei, il vecchio servo del lord Leicester, entrarono

nel giardino tumultuando, e posti nel più grande imbarazzo dal

Lambourne, al quale il vino aveva affatto volta la testa. Cercavano

di acchetarlo, ma invano; perchè costui aveva inoltre la bella sorte,

che quando il vino lo prendeva, non si lasciava infine vincere dal

sonno, come è solito degli altri imbriachi. Ma egli era uno di quelli

che si reggevano lungo tempo sotto l’influenza del liquore di Bacco,

sintantochè a furia di libagioni cadono in una indomabile frenesia.

Diverso inoltre il Lambourne dalla maggior parte degl’imbriachi, che

perdono la libertà de’ moti e delle parole, egli al contrario nello

stato d’ebbrezza parlava con più enfasi e più scioltamente che mai

nol facesse, oltrechè raccontava tutte quelle cose, che a mente sana

avrebbe voluto non lasciar traspirare all’aria medesima.

«E che? gridava Michele con tutta la forza de’ suoi polmoni, non farete

voi altri una festa al mio arrivo, non farete gozzoviglie in onore di

me che conduco nel vostro canile la fortuna in sembianza d’un cugino

del diavolo? d’un cugino del diavolo, che ha virtù di cambiare i pezzi

d’ardesia in buone piastre di Spagna? Accostati, Tony _Brucia-Cataste_,

papista, puritano, ipocrita, avaro, libertino, demonio impastato

di tutti i peccati mortali, accostati e prostrati dinanzi a chi ti

condusse il _Mammone_ che adori.»

«In nome di Dio! parla sommesso, disse il Foster; entra in casa, avrai

vino, avrai quello che saprai domandare.»

«No, vecchio tanghero; voglio averlo qui, gridava a tutta voce lo

spadaccino, qui _al fresco_, come dicono gl’Italiani. Se sarò matto a

bere fra due muraglie, avendomi vicino questo diavolo d’avvelenatore,

che mi farebbe soffocare fra i vapori dell’arsenico o dell’argento

vivo! Varney m’ha insegnato a non fidarmene.»

«In nome di tutti i diavoli! dategli vino,» disse l’alchimista.

«Ah! ah! che tu ci metteresti poi il condimento! non è vero, vecchio

ghermitore? Sicuramente! ci troverei il verde rame, l’elleboro, il

vitriolo, l’acqua forte, e vent’altri ingredienti diabolici, che

fermenterebbero nella mia povera testa, come il filtro che le vecchie

streghe fanno bollire nelle loro caldaie per chiamare a sè il diavolo.

Dammi il fiasco tu stesso, vecchio Tony _Brucia-Cataste_, e guarda

che sia vino fresco, e che non fosse mai riscaldato a quel focolare,

dove furono arrostiti i vescovi in questo paese. Ovvero aspetta che

Leicester sia Re se vuol esserlo! Bene! e Varney, lo scellerato

Varney! gran Visir. Ottimamente per mia fede! E che cosa poi sarò io?

Imperatore. Sì signori, l’imperatore Lambourne. Vedrò questa divinità

che costoro hanno imprigionata qui pei loro segreti piaceri. Voglio

che ella venga questa sera a vôtarmi da bere, e a mettermi la mia

berretta da notte. Che cosa può farsi un uomo di due mogli, fosse egli

venti volte Conte? Rispondi a questo, Tony, figlio mio, vecchio cane,

ipocrita, reprobo, che Dio cancellò dal libro della sua grazia, vecchio

fanatico, bestemmiatore, intenditore di vescovi, rispondi a tutto

questo.»

«Or ora gl’immergo fino al manico il mio coltello nel ventre,» disse

Foster a voce bassa e fremendo di collera.

«Per l’amor di Dio! non commettiamo violenze, disse l’Astrologo, ce

le farebbero pagar care. Su via, Lambourne, mio buon amico, vuoi tu

trincare con me alla salute del nobile conte di Leicester e di Riccardo

Varney?»

«Certo! mio vecchio Albumazar, certo! mio bravo venditor di veleni. Io

ti abbraccerei, onestissimo violatore della legge Giulia (come dicono a

Leida) se tu non avessi addosso un esecrabile odore di solfo e d’altre

infernali droghe di tal natura. Andiamo dunque, son pronto. Alla salute

di Varney e di Leicester, delle due menti più nobilmente ambiziose di

tutta l’Inghilterra, dei due increduli più profondi e più simulatori,

più sublimi e più maligni, più... basta. Non dirò altro; ma chiunque

ricuserà darmi ragione!... Giur’al Cielo gli pianto il mio stilo nel

cuore. Andiamo, miei buoni amici.»

Così parlando il Lambourne terminò di trangugiar la bevanda versatagli

dall’Astrologo, la quale non era già vino, ma liquor distillato

che costui ebbe in pronto da sostituire. Onde il nostro Michele

incominciava un giuramento, allorchè gli cadde di mano la tazza vôta.

Mise la mano all’impugnatura della sciabola, ma non ebbe forza per

tirarla fuori; barcollò e cadde privo di moto e di sensi fra le braccia

dei famigli, che portatolo nella sua stanza, lo adagiarono sul letto.

In quel generale bisbiglio, Giannina, senza che alcuno la vedesse,

raggiunse la camera della padrona. Tremava ella siccome foglia,

risoluta nullameno nel suo animo di celare alla Contessa i terribili

sospetti che le parole del Lambourne le avevano inspirato: tanto più

che tali timori, comunque non le apparissero ancora perfettamente

schiariti, troppo s’accordavano coi suggerimenti del merciaiuolo. Onde

confermò la Contessa nel disegno di prevalersi dello specifico datole

dal medesimo; consiglio, che ella forse non avrebbe mai insinuato senza

gli avvenimenti di recente accaduti!

Nè i propositi del Lambourne sfuggirono certamente a Wayland,

appiattato, come dicemmo, dietro la macchia, ed il quale era in istato,

meglio assai che Giannina, di assegnar loro il giusto valore. Si sentì

commosso da forte compassione in osservando che una donna vezzosa

quanto lo era la giovane Contessa, e già da lui conosciuta in seno

alla domestica felicità, fosse così abbandonata alle trame di una

banda di scellerati. Aggiugnevasi che l’abborrita voce di quell’antico

padrone, da lui temuto ed odiato del pari, gli risvegliava nell’animo

commozioni conformi a questi due sentimenti. Fidato grandemente nella

propria destrezza, e nei modi ancora che possedea per adoperarla,

concepì adunque il disegno di scoprire in quella sera medesima tutte

le fila dell’orrendo arcano, e di salvare l’infelice prigioniera, se

ne era anche in tempo, fattosi pronto ad affrontare qualunque rischio

che andava unito al compimento d’un’idea sì generosa. Alcune fra le

parole fuggite al Lambourne nel forte del costui delirio, lo trassero

la prima volta a mettere in dubbio, se il Varney operasse unicamente

per proprio conto nel corteggiare la giovine bellezza, e nel cercare di

cattivarsene l’affezione. Diversi romori intendevano a far credere, che

questo zelante servo fosse stato soccorrevole in altre amorose tresche

al padrone; per lo che venne il pensiero a Wayland, che il medesimo

conte di Leicester potesse anche essere il protagonista dell’orrido

dramma. Comunque non avesse alcun motivo di supporre che la figlia del

cavaliere Robsart fosse già maritata col Conte, ben vedea come una

tresca ancorchè passaggiera con una donzella posta nel grado di Amy,

diveniva un segreto d’altissima importanza, la cui rivelazione avrebbe

portato fatali conseguenze a questo favorito di Elisabetta.

«Quand’anche il Leicester, dicea Wayland fra se stesso, titubasse a

valersi di modi violenti per estinguere sì fatte voci, ha al fianco

tai malandrini, che gli presterebbero il reo servigio senza aspettarne

l’assenso. S’io voglio adunque frammettermi in questa bisogna, mi è

d’uopo prender l’esempio del mio antico maestro, allorchè componeva

la sua diabolica manna, cioè mettermi una maschera al volto. Domani

adunque abbandonerò Giles Gosling, e cambierò dimora così spesso come

una volpe inseguita. Vorrei ben rivedere ancora questa giovinetta

puritana: ella è sì avvenente, e se non m’inganno sì fornita d’ingegno,

che non direbbesi mai primogenitura di quello schifoso, scellerato uomo

di Tony _Brucia-Cataste_.»

Si recò pertanto a prender congedo da Giles Gosling, che non fu per

vero dire scontento di vederlo partire. L’onesto pubblicano scorgeva

cosa sì pericolosa il contrariare i voleri d’un favorito del Conte di

Leicester, che bastava appena la sua virtù per sostenerlo in sì fatta

prova. Non risparmiò ciò nonostante proteste di buona volontà, e della

sua premura di prestare, occorrendone il bisogno, a Tressiliano o al

di lui messo que’ soccorsi tutti, che fossero stati compatibili collo

stato suo di pubblicano.

Kenilworth, vol. 3/4 · 第 7 / 19 题