CAPITOLO II.

_Pistol._ Porto messaggi di gioia e di

felicità, notizie d’alto valore.

_Falstaff_. Va bene. Ma ti prego

raccontarle, come si dee a persone di

questo mondo.

_Pistol._ Al diavolo il vostro mondo, e

gl’imbecilli che ne fanno parte! Io

parlo dell’Affrica e de’ suoi tesori.

_Enrico IV. Parte II._

La sala pubblica della famosa osteria dell’_Orso nero_ posta in

Cumnor, ove ora ci riconduce la nostra storia, potea vantarsi nella

sera di cui parliamo, di accogliere una brigata più che per solito

meritevole di riguardo. Eravi stata una fiera nelle vicinanze: il

merciaio, che vedemmo essere lo zerbino d’Abingdon, e molti altri di

que’ ragguardevoli personaggi che già presentammo ai nostri leggitori

siccome amici ed avventori dell’osteria di Giles Gosling, aveano

formato attorno al fuoco l’usato lor crocchio, e stavano parlando delle

notizie del giorno.

Un uomo vivace e lepido assai, che il suo fardello e il bastone di

quercia guernito di punte d’ottone additavano per un di coloro, i quali

professavano il mestiere d’Autolico[1], si conciliò assai l’attenzione

degli uditori, nè contribuì per poco all’intertenimento di quella

serata. Giova qui il rammentare che i merciaiuoli di que’ tempi erano

tutt’altra cosa de’ merciaiuoli degenerati de’ nostri giorni. Da questi

trafficanti peripatetici il commercio delle campagne si provvedea

pressochè interamente dei tessuti fini che servivano all’uso delle

donne. Chè se un mercante di tal natura fosse stato abbastanza ricco

per viaggiare a cavallo, diveniva uom d’alto affare, e potea starsi

in brigata coi più agiati fittaiuoli in cui scontravasi nelle sue

peregrinazioni.

Il mercante foraneo adunque, di cui parliamo, prendea liberamente

parte siccome attore ne’ passatempi che faceano eccheggiare le

soffitte dell’_Orso nero_ di Cumnor. Or trovava motivi di sorridere

coll’avvenente Cecily, or di sghignazzare senza ritegno col nostro

ostiere, e spesso di prendersi giuoco del leggiadro sig. Goldthred,

che senza averne l’intenzione era lo scopo generale dei motteggi di

quell’assemblea. Questi e il merciaiuolo si trovavano già innoltrati in

una discussione intorno la preferenza da darsi alle maglie di Spagna

sopra quelle di Guascogna; e il nostro Gosling facea un cenno d’occhio

agli ospiti, quasi volesse dir loro: amici, fra poco avrem di che

ridere; ma allora appunto si fece udir nella corte grande strepito di

cavalli misto a quello di varie bestemmie delle più usitate in quei

tempi, e profferite dalla persona che chiamava lo stalliere con sì bel

garbo.

Tostamente uscirono, gettandosi gli uni addosso degli altri, Will

palafreniere, Giovanni garzone, e tutta la milizia dell’_Orso nero_,

che prima avea disertato dai suoi posti per ascoltare le facezie

di questo e di quello. Anche il nostro ostiere scese nella corte,

sollecito di rendere agli ospiti nuovamente giunti l’accoglienza che

avrebbero meritato; ma ritornò quasi subitamente, introducendo il

suo degnissimo nipote, Michele Lambourne, a sufficienza ubbriaco, il

quale scortava l’astrologo. Alasco, comunque serbasse le forme d’un

vecchio, coll’aver cambiato la sua posata veste in abito da cavaliere

ed essendosi rasa la barba e le sopracciglia, mostrava men di vent’anni

al disotto della età che in lui compariva; lo avresti preso per uno

di quegli uomini tuttavia robusti che s’avvicinano ai sessant’anni.

Egli sembrava grandemente inquieto, e molte istanze aveva fatto al

Lambourne, onde non fermarsi nell’osteria, e trasportarsi in dirittura

al luogo ov’era inviato. Ma col Lambourne non si poteva toccar questo

cantino. «Per il Cancro e per il Capricorno, sclamò egli, e per tutte

le celestiali milizie, senza calcolare le stelle che ho vedute nel

cielo del Mezzogiorno, rimpetto alle quali i vostri pallidi astri

del Settentrione appariscono altrettante candele, il capriccio di

chicchesia non mi farà mai essere cattivo parente. Voglio fermarmi per

abbracciare il mio degno zio, l’ostiere dell’_Orso nero_. Buon Gesù!

sarà egli possibile che gli amici si scordino delle lor buone massime?

Un _gallone_ del miglior vostro vino, carissimo zio, e noi lo berremo

alla salute del nobile conte di Leicester. E che? Non trincheremo noi

insieme per riscaldare la nostra vecchia amicizia? Non trincheremo noi

insieme, io domando?»

«Con tutto il cuore, parente mio (disse il nostro ostiere che cercava

alla presta sbarazzarsi di cotal ospite). Ma ti prendi tu l’assunto di

pagare tutto il vino che si beverà?»

Una tale quistione trasse a sgomentire più d’uno di que’ compagni, ma

non cambiò punto le deliberazioni del Lambourne.

«Dubitate forse de’ modi ch’io ho di pagare, mio caro zio? (diss’egli

mostrando una mano piena di monete d’oro e d’argento). Siete voi

incredulo alle ricchezze del Messico e del Perù? Non sapete quanto

valga lo scacchiere della Regina? Dio protegga sua Maestà, che è la

buona padrona del signore che mi stipendia!»

«Ebbene, caro parente, disse l’albergatore, il mio mestiere è vender

vino a coloro che lo possono pagare. Dunque _Giovanni, fa l’ufizio

tuo_, questo è il proverbio. Ma io vorrei bene, o Michele, guadagnar

denaro con tanta facilità, come vedo che lo fai tu.»

«Mio zio, te ne insegno tosto il segreto. Vedi tu questo vecchiarello,

secco e aggrinzato più che le toppe di cui si serve il diavolo per fare

scaldar la sua pentola? Costui, caro zio, sia detto fra voi e me, ha il

Potosì nella testa. Corpo del demonio! Fa ducati con più prestezza che

io giuramenti.»

«Io non voglio monete sue nella mia borsa, o Michele, disse l’ostiere;

so qual fine si possono aspettare quelli che contraffanno la moneta

della Regina.»

«Tu sei un asino, carissimo zio, a dispetto degli anni che porti sulle

spalle. Non tirarmi per le vesti, o dottore, perchè sei un asino anche

tu. Per conseguenza asini tutti due.... Parlo così in via di metafora.»

«Siete pazzo, disse il vecchio sotto voce al Lambourne, ovvero avete il

diavolo in corpo? Non volete dunque che andiamo via di qui prima d’aver

concitati su di noi gli occhi di tutto il mondo?»

«Tu t’inganni, rispose senza curarsi di parlar sommesso il Lambourne,

nessuno ti vedrà se io non gliene do la licenza. Giuro per tutte le

potenze del Cielo, o signori, che se qualcuno di voi ha la temerità di

volger gli occhi addosso a questo vecchio galantuomo, glieli strappo

fuor della testa col mio pugnale. Dunque, vecchio compagno mio, sediti

e non pensare a malinconie. Tutte quelle persone là, sono di mia antica

conoscenza, ed incapaci di tradir nessuno.»

«Ditemi: non fareste meglio, o Michele, a ritirarvi in uno stanzino

a parte? soggiunse Giles Gosling. Voi parlate di cose alquanto

stravaganti, e vi sono per ogni dove orecchie che ascoltano.»

«Non me ne importa niente affatto, disse magnanimamente il Lambourne.

Io servo il nobile conte di Leicester. Ecco il vino, vôtate in giro,

maestro cantiniere; una tazza alla salute del fiore dell’Inghilterra,

del nobile conte di Leicester. Sì, del nobile conte di Leicester!

Chi ricusa di farmi ragione è un porco di Sussex, e lo sforzerò ad

inginocchiarsi mentre faremo il brindisi, dovessi tagliargli le cosce,

e farne altrettanti presciutti affumicati.»

Nessuno ricusò di prestarsi ad un brindisi proposto di sì buona

grazia, e Michele Lambourne, cui questa nuova libagione non diminuì

ubbriachezza, continuò nelle stesse stravaganze, rinnovando lega con

quelli della brigata ch’ei conosceva, e ricevendo da tutti accoglienze

mosse da buona volontà unita a timore; perchè l’ultimo servo del conte

di Leicester, e soprattutto un uomo tal quale il Lambourne, era fatto

per eccitare così l’uno come l’altro di tai sentimenti.

In questo mezzo, Alasco, che vedeva in tale stato di mente il suo

condottiero, pensò bene non fargli più rimostranze, e sedutosi nel

più recondito angolo di quella sala domandò una piccola misura di

vino delle Canarie, sopra di cui parve s’addormentasse, sollecito di

commettersi il men che poteva agli sguardi dell’assemblea, e di non

fare nessuna cosa, che potesse rammentare nè meno la sua esistenza al

Lambourne, il quale si pose in conversazione, a quanto sembrò, la più

animata col suo collega antico Goldthred di Abingdon.

«Non mi credere più mai nessuna cosa, o mio caro Michele, disse il

merciaio, se non mi dà gusto il vederti quanto me ne darebbe il denaro

d’un mio avventore. So che tu puoi procurare ad un amico buon posto per

godere di una festa, o di una mascherata; inoltre tu puoi mettere una

buona parola presso il tuo nobile padrone, quando _sua Grazia_ verrà

a visitare questi paesi, ed avrà, per esempio, bisogno d’un collare

spagnuolo, o di qualche altra bagattella di tal natura. Gli dirai

allora: tien qui bottega uno de’ miei antichi amici, Lorenzo Goldthred,

che ha un bellissimo fondaco di tele rense finissime, di veli, di tele

batiste, e che soprappiù è onestissimo giovane fra quanti vivono nella

contea di Berk. Egli è tanto affezionato a vostra Signoria che si

batterebbe per lei con qualunque altro uomo della propria classe. Puoi

aggiugnere ancora....»

«Posso aggiugnere ancora mille altre bugie; non è vero, merciaio?

rispose il Lambourne. Ebbene! non si dee stare per tema di dire una

parola di più dal far servigio ad un amico.»

«Alla tua salute, Michele, che ti fo questo augurio di tutto cuore,

risoggiunse il merciaio. Tu puoi ancora istruirlo delle cose che sono

oggidì più alla moda. Era qui poco fa una bestia di merciaiuolo, il

quale voleva dar preferenza alla maglia di Spagna, andata or giù

d’usanza, sopra la maglia di Guascogna. E tu vedi bene quanto una calza

francese faccia spiccar meglio la gamba e il ginocchio, principalmente

se i legacci sono di bella fettuccia, screziati e ben guerniti.»

«Ottimamente, rispose il Lambourne. Di fatto le magre polpe delle tue

gambe, con tutti quegli apparati di frange e di nastri impiastrati con

gomma, hanno la vaghezza di un fuso villereccio, cui manchi la metà

della sua lana.»

«Ma dove è andato questo maledetto merciaiuolo? (prese a dire ad alta

voce il nostro mercante di maggiore considerazione, al quale i fumi del

vino montavano al cervello) dov’è andato? Non era qui un momento fa un

merciaiuolo? ostiere, dove diavolo si è rintanato costui?»

«Egli si trova dove dee trovarsi un uomo di giudizio, maestro

Goldthred, rispose Giles Gosling. Rintanato, come dite voi, nella sua

stanza, fa il conto delle cose vendute oggi, e si prepara alle vendite

di domani.»

«Venga il malanno a questo tanghero! disse il merciaio; sarebbe,

cred’io, opera buona l’alleggerirlo delle sue mercanzie. Questi malvagi

vagabondi girano i paesi con grave danno dei mercanti patentati. Anche

nella contea di Berk si trovano uomini allegri. Il vostro merciaiuolo,

ostiere mio, lungo il cammino potrebbe scontrarsi in alcuno di

questi...»

«Oh! sì, rispose ridendo Gosling, e se una di queste persone allegre

s’abbatterà in lui, troverà con chi barattare facezie; perchè il nostro

merciaiuolo è uomo di buona complessione.»

«Veramente?» disse il Goldthred.

«Veramente, soggiunse l’ostiere, e posso giurarlo. Egli può dirsi in

persona il medesimo merciaiuolo, che diede a Robin-Hood quella buona

lezione, onde fu fatta la canzonetta

«Baldo, dalla guaina

»Trasse Robin l’acciaro.

»Ma il merciaiuol del paro

»Snudò la sua squarcina,

»E botte sì autorevoli

»Al misero applicò,

»Che dal trovar suo spasso

»Nel farla da Gradasso

»Tosto Robin cessò.»

«Ebbene dunque! ch’egli se ne vada, disse il Goldthred, non v’è nulla

da guadagnare con un uomo di questa tempera. Or dimmi, Michele, mio

caro Michele, la tela d’Olanda che mi guadagnasti ti ha profittato

bene?»

«Ottimamente, come puoi accorgertene, rispose Michele. Ti voglio far

dare una tazza di vino per provarti la mia gratitudine. Empi il fiasco,

maestro cantiniere.»

«Ti do avviso, Michele carissimo, che sopra simili scommesse non mi

guadagni più tela d’Olanda, disse il merciaio. Il brutale guardiano

Tony Foster si sfoga contro di te in invettive, e giura che non

metterai più il piede nella sua abitazione, perchè le sole tue

bestemmie bastano a far saltare in aria la casa d’un cristiano.»

«Parla in sì fatta maniera di me questo ipocrita vigliacco, questo

miserabile avaro? sclamò il Lambourne. Or bene! Io voglio che in questa

sera medesima si trasferisca qui, in casa di mio zio, a ricevere i

miei ordini, e gli farò tale ammonizione che continuerà per un mese a

credersi tirato per le vesti dal diavolo, tutte le volte che udirà la

mia voce.»

«Si vede bene adesso che il vino ha fatto il suo effetto, disse

Goldthred. Tony Foster ubbidire ad una tua chiamata! povero Michele! va

a metterti a letto. Fa a modo mio, va a dormire.»

«Ascoltami, imbecille, disse con forza il Lambourne. Scommetto

cinquanta scudi contro i cinque primi scaffali della tua bottega, e

contro tutto quello che vi sta sopra, ch’io obbligo Tony Foster a

venire in questa osteria prima che ne abbiamo fatto tre volte il giro.»

«Io non voglio poi fare scommesse di tale importanza (disse il

merciaio, alquanto sgomentito da una proposta che annunziava una

cognizione un po’ troppo esatta di tutti i cantoni del suo fondaco

per parte di chi la facea). Ma se ti piace, scommetterò teco cinque

scudi, che Tony Foster non lascia la sua casa per venire dopo l’ora

della preghiera a far conversazione in un’osteria, nè con te, nè con

qualsivoglia altra persona.»

«T’ho preso in parola, disse il Lambourne; venite qui, caro zio,

tenete le poste, e ordinate subito a qualcuno dei vostri ragazzi, dei

vostri novizii d’osteria, che si trasporti sull’istante a Cumnor,

che dia questa lettera a maestro Foster, e gli dica che il suo

collega Michele Lambourne l’aspetta nel castello del proprio zio, qui

presente, per parlare seco lui d’affari di altissima importanza. Corri

presto, ragazzo, è omai notte, il tanghero va a dormire col sole per

risparmiare la candela.»

Il breve intervallo trascorso fra l’andata e il ritorno del messaggero

fu speso tra ridere e sbevazzare. Il famiglio adunque portò per

risposta che il Foster veniva subitamente.

«Ho vinto, ho vinto,» gridò il Lambourne, mettendo la mano sopra i

denari.

«Non ancora, disse il merciaio impedendolo, fa di bisogno aspettare che

sia arrivato.»

«Che diavolo! egli è già sulla soglia, soggiunse Michele. Che ti ha

egli commesso rispondermi, o giovinetto?»

«Con buona licenza di _vostro Onore_, soggiunse quel messo, egli ha

posto la testa fuori della finestra, tenendo un moschettone fra le

mani, e dopo avergli io partecipato il vostro messaggio, cosa che ho

fatto tremando, mi ha risposto, piuttosto bruscamente che la Signoria

vostra poteva andarsene alle regioni infernali.»

«Avrà anzi detto senza complimenti all’inferno, soggiunse il

Lambourne, perchè egli manda colà tutti quelli che non sono della sua

congregazione.»

«Sì, signore: ha propriamente usato di queste parole, riprese a dire il

messo; ma mi è sembrata più poetica l’altra frase.»

«Vedete un garzone di spirito! disse Michele. Tu beverai una tazza di

vino per rinfrancare la tua piva poetica. E che altro soggiunse il

Foster?»

«Mi ha richiamato, incaricandomi dirvi, che essendo voi il quale

avevate bisogno di parlargli, potevate bene andare a casa sua.»

«E poi?»

«E poi ha letta la lettera, che parve lo mettesse in grande imbarazzo;

indi mi ha domandato se _vostro Onore_ era... così... allegro. Gli

ho risposto che parlavate a metà spagnuolo, come quelli che hanno

viaggiato alle Canarie.»

«Che dici mariuolo? tu non vali una tazza a metà piena; ma tiriamo

innanzi.»

«In ultimo ha borbottato fra i denti, che _vostro Onore_ col non andare

da lui avrebbe fatto fuggire quanto era d’uopo tenere racchiuso. Così

dicendo ha preso il suo vecchio berrettone, e si è messo addosso il

suo giustacuore turchino tutto spelato, e come vi dissi lo vedrete fra

poco.»

«Ed è che costui dice vero, replicò il Lambourne parlando con se

medesimo; il mio sciocco cervello mi ha fatto uno dei suoi soliti

giuochi. Ma coraggio! ch’egli venga. Non ho corso sì lungo tempo il

mondo per non mi sapere liberare dagl’imbarazzi in qualunque stato

io mi trovi, o imbriaco o digiuno. Portami un fiasco d’acqua fresca,

ond’io possa battezzare il mio vino.»

Tantochè il Lambourne, tratto, a quanto parve, dal vicino arrivo del

Foster in più mature considerazioni sul proprio stato presente, si

accigneva a riceverlo, Giles Gosling, cheto cheto, si trasferì nella

stanza del merciaiuolo. E lo trovò fortemente esagitato, e che facea

grandi passi innanzi e indietro per la camera.

«Voi vi siete ritirato assai presto,» disse l’ostiere all’ospite.

«E n’era ben tempo, rispose il merciaiuolo, poichè il diavolo è venuto

a stare in mezzo a voi altri.»

«Non trovo cosa molto urbana per parte vostra, che qualifichiate di

tal titolo un mio nipote; anzi come buon parente, non dovrei nemmeno

rispondervi, benchè pur troppo sia vero che Michele possa in qualche

modo riguardarsi come un confratello di Satanasso.»

«Ah! non parlo dell’imbriaco, replicò il merciaiuolo, ma dell’altro,

perchè posso parlarne... in somma, quand’è che partono? Qual è il fine

di questo lor viaggio?»

«Veramente, disse l’ostiere, son tali interrogazioni, a cui non saprei

che rispondere. Ma ascoltatemi, signore. Voi mi portate un contrassegno

della memoria che il degnissimo sig. Tressiliano conserva di me. È un

bel diamante.» Prese l’anello; tornò a contemplarlo con aggradimento;

poi aggiunse, rimettendolo nella sua borsa, essere tal ricompensa al di

sopra di quanto mai potea fare per mostrarsi grato a sì rispettabile

donatore. Egli, Gosling, facea il mestiere d’albergatore, e meno che a

chiunque gli conveniva frammettersi negli affari altrui. Quel poco che

aveva potuto sapere intorno alla signora di Cumnor, lo aveva già detto;

ella continuava sempre a dimorarvi nella più compiuta solitudine; que’

pochissimi che per caso ben raro l’avevano veduta, si accordavano

nel dipingere l’aria sua di tristezza, e il contraggenio che ella

mostrava a rimanersi così confinata. «Ma, continuò a dire l’ostiere,

se voi voleste far cosa gratissima al vostro padrone, ne avete cred’io

il più bel destro di quanti mai se ne sieno a voi presentati. Tony

Foster sta per venire in questo luogo. Noi non abbiamo bisogno che di

fare annasare al Lambourne un altro fiasco di vino, per essere sicuri

che gli ordini stessi della Regina non basterebbero a smoverlo dal

banco ov’è seduto. Voi avete adunque un’ora o due per poter fare con

sicurezza le cose. Se volete prendere con voi il vostro fardello, il

miglior fra i pretesti a mio avviso che possiate trovare è trasferirvi

alla casa del Foster; non vi sarà forse difficile l’indurre la vecchia

fantesca, sicura che il suo padrone è lontano, ad introdurvi dinanzi

alla Signora per venderle alcune delle vostre galanterie. Con questo

espediente voi potete conoscere il suo stato, meglio che non ve lo

potessimo spiegare io o qual si voglia altra persona.»

«Ottimo, eccellente stratagemma! (sclamò Wayland, il quale, come ognun

facilmente immagina, era il merciaiuolo). Stratagemma però non immune

da pericoli; perchè... supponete un poco che tornasse a casa il Foster!»

«Supposizione facilissima a verificarsi!» aggiunse l’ostiere.

«Ovvero, continuò Wayland, che la signora non mi fosse molto obbligata

delle mie premure.»

«Il che parimente è fra le cose possibili, riprese a dire Giles

Gosling. Io mi maraviglio come il sig. Tressiliano si affaccendi tanto

per una persona che lo cura sì poco.»

«Sia in un modo o nell’altro, ho ricevuto una trista commissione, disse

Wayland, e considerando bene tutte le cose, tale disegno non mi quadra

gran fatto.»

«In verità, sig. servitore, disse il nostro ostiere, questo è affare

del vostro padrone e non mio. Voi dunque dovete sapere meglio di

me quali sono i rischi da temersi, o fin dove siate risoluto di

cimentarli. Ma non potete sperar certamente che nessun altro si esponga

per voi, là donde vi tirate addietro voi stesso.»

«Aspettate, soggiunse allora Wayland, ditemi solamente una cosa; il

vecchio, giunto questa sera, va egli pure a pernottare al castello di

Cumnor?»

«Sicuramente, rispose l’oste. Il servo, che condussero seco, ha detto

aver ordine di trasportar colà il loro fardello; ma la birra ha tanto

potere sopra costui, quanto ne ha il vino delle Isole sopra Michele.»

«Basta così (disse Wayland, prendendo un’aria risoluta), io confonderò

i divisamenti di questo vecchio scellerato. Il ribrezzo inspiratomi

dalla sua orrenda presenza comincia a far luogo all’odio che sento

contro di lui. Aiutatemi a caricarmi del mio fardello, o buon ostiere:

e tu, vecchio Albumazar, trema; vi è nel tuo oroscopo un’influenza

maligna, e viene questa dalla costellazione della grand’Orsa.»

Nel dir ciò Wayland si pose sulle spalle la sua bottega portatile, e

guidato dall’albergatore, uscì per una porta di dietro, prendendo il

cammino men frequentato che conduceva a Cumnor.

Kenilworth, vol. 3/4 · 第 6 / 19 题