CAPITOLO PRIMO.

S’avvicina il momento: è giunto: or tocchi

Di tua carriera la gran meta. Gli astri,

Che parteggiar per te, vinsero: amico

D’ogni Pianeta t’è l’influsso: ognuno

Co’ segni suoi giunto il gran dì t’addita.

_Schiller._

Pervenuta era al suo termine una sì rilevante ad un tempo e penosa

giornata. Il navilio del Leicester, dopo avere sofferto più d’una

burrasca, e urtato in più d’uno scoglio, entrò nondimeno in porto a

bandiera spiegata, allor quando quest’uomo straordinario, raggiunte le

soglie della propria abitazione, si trovò estenuato, siccome appunto un

nocchiero al cessare della tempesta. Non profferì egli una parola in

tutto il tempo speso dal Ciamberlano nel cambiare il ricco mantello da

Corte in una veste da camera foderata di pelliccia; ed allorchè questo

uficiale gli annunziò, che Varney desiderava parlare a sua Signoria,

rispose solamente collo scuotere il capo, come uomo dominato da mal

umore. Varney entrò ciò nonostante, interpretando un tal segno come una

tacita permissione; onde il Ciamberlano si ritirò.

Il Conte, che teneva appoggiata sulla propria mano la testa, ed il

gomito sul tavolino che gli stava a fianco, rimase silenzioso ed

immobile in quella positura, come quasi non s’accorgesse dell’arrivo

o della presenza del suo confidente. Il Varney studioso d’indagare in

quale stato d’animo si trovasse un uomo che in quel giorno medesimo

avea ricevute sì moltiplicate e variate impressioni, e tutte violente,

aspettava che il Conte aprisse egli stesso il discorso. Ma questo

aspettare fu indarno, e fermo l’altro nel tacersi, con tai detti il

confidente ruppe il silenzio scambievole.

«Poss’io congratularmi colla Signoria vostra della ben meritata

prevalenza che ella ottenne in tal giorno sul più terribile de’ suoi

rivali?»

Sollevò il capo Leicester, e mestamente, ma senza sdegno, rispose: «Tu,

Varney, che colla tua mente, vaga soltanto di correre le vie tortuose,

mi traesti in tale labirinto di bassi artifizi, puoi giudicare s’io

abbia, e quai motivi io m’abbia, per congratularmi con me medesimo.»

«E che? mi biasimereste forse, o signore, perchè al primo scoglio

che ci si presentò, non fui primo a tradire un segreto, da cui

dipende la vostra sorte, e che tante fiate e con sì premurose istanze

raccomandaste alla mia prudenza? La Signoria vostra era presente.

Quando che vi fosse piaciuto, non era forse in arbitrio vostro il

contraddirmi, e perder voi stesso, confessando la verità? Ma non

certamente si apparteneva ad un vostro fedel servo lo svelarla senza

che gliene deste un comando.»

«Non posso negarlo, o Varney (disse il Conte che indi si levò, fattosi

a traversare con lunghi passi la stanza). La mia ambizione fu quella

che tradì il mio amore.»

«Dite piuttosto, o signore, che l’amore tradì sul più bello i disegni

del vostro innalzamento, chiudendovi il cammino ad un avvenire colmo

di possanza e di onori, a quella sorte brillante, che l’Universo non

può offerire fuorchè a voi solo. Premuroso di assicurare alla mia

rispettabile padrona il titolo di Contessa, perdeste l’occasione di

divenir voi medesimo...»

Qui troncò a se stesso il proprio dire Varney, come se un concentrato

rammarico gli avesse impedito il continuare.

«Di divenir io medesimo?.... qual cosa? (gli chiese finalmente il

Leicester). Parla chiaro, o Varney.»

«Di divenire voi medesimo re, e quel che più monta, re d’Inghilterra.

Nè col parlare in tal guisa offendo io del certo la Regina. Poteva

egli accadere altrimenti, tostochè cedendo al voto generale dei suoi

sudditi, fosse venuta all’istante, non forse lontano, di scegliersi uno

sposo in cui si unissero nobiltà, avvenenza e valore?»

«Tu sei pazzo, o Varney, rispose il Leicester. Per altra parte, a’

dì nostri non abbiam forse veduto bastanti cose per far abborrire a

qualunque uomo una corona nuziale tolta dal grembo della sua donna? Hai

forse dimenticato quello che accadde in Iscozia a Darnley?»

«Darnley! disse il confidente. Signore, e che mi parlate voi di quello

sciocco, di quell’imbecille, di quel giumento sellato a tre basti, che

si lasciò lanciare in aria come un razzo tratto in giorno di festa? Se

la Stuarda avesse avuta la sorte di sposarsi a quel nobile Conte, che

parve un dì chiamato dal destino a dividere il soglio con lei, le cose

avrebbero preso assai diverso andamento. Ella non sarebbesi in allora

dimenticati i riguardi dovuti ad un tale sposo, e voi avreste trovato

in essa una moglie docile ed affezionata, quanto possa vantarla un

gentiluomo di villaggio, avvezzo a vedere la propria compagna, che ne

segue cavalcando i cani da caccia, o gli tiene la briglia del cavallo,

mentre egli sta per salirvi.»

«Poteva forse accader quanto dici, o Varney (replicò il Leicester,

e tosto un lieve sorriso d’amor proprio soddisfatto ne schiarì la

fronte in pria nuvolosa). Enrico Darnley conosceva poco le donne.

Tutto altr’uomo più pratico di questo sesso, avrebbe facilmente

mantenuta la dignità virile al cospetto della Scozzese. Ma non può

dirsi altrettanto per chi avesse che fare con Elisabetta. Credo

che Dio nel darle un cuore di femmina, le compartì ad un tempo un

cervello maschile per frenare questo cuore. Oh! la conosco troppo.

Ella accetta bensì pegni d’amore, e contraccambia di egual prezzo i

propri adoratori; ben collocherà nel proprio seno le amorose poesie che

le si offrono, ed altre ne saprà pur anche rispondere, e condurre le

galanti corrispondenze fino al termine che divengano un mutuo cambio

di affetti, ma _nil ultra_ ove trattisi di tutto quanto può lusingare

un uomo ambizioso. Costei non abbandonerebbe un _iota_ del suo potere

supremo per l’intero alfabeto dell’amore e dell’imeneo.»

«Tanto meglio per voi, o signore, disse il Varney, tanto meglio per

voi, intendo, se tale, come supponete, fosse la mente della Regina

da non poter voi aspirare al titolo di suo sposo. Ne siete però il

favorito, e vi conserverete tale sintantochè la signora del castello di

Cumnor rimarrà nel buio che la nasconde a tutti gli sguardi.»

«Povera Amy! (disse il Leicester mandando un profondo sospiro). Ella

che brama sì ardentemente, di essere riconosciuta alla presenza di Dio

e degli uomini!»

«So bene che ella lo brama, rispose Varney, ma è egli ragionevole un

tal desiderio, o Signore? I suoi scrupoli religiosi non sono al fine

soddisfatti? Essa è già sposa legittima, onorata ed amata siccome tale;

gode della società del marito ogni qualvolta egli può esimersi da

indispensabili doveri. Che può ella dunque bramare di più? A me sembra

che una persona affettuosa e d’indole tanto soave, com’ella si mostra,

piuttostochè menomare in alcun modo gli onori e la futura grandezza del

suo sposo col volere immaturamente dividerne le prerogative, dovrebbe

acconsentire a condurre anche tutta la vita nella oscurità in cui

trovasi presentemente; oscurità, che ben calcolando tutte le cose, non

è da posporsi all’ingrata vita cui si vedea costretta nel miserabile

castello di Lidcote.»

«Avvi, nol nego, qualche cosa di vero in quanto dici, o Varney, e

vedrei tutto perduto se Amy comparisse alla Corte. Però, come impedire

ch’ella si presenti a Kenilworth? Elisabetta non dimenticherà gli

ordini dati a tale proposito.»

«Lasciatemi dormir sopra a questa difficoltà, disse Varney. Non posso

così su due piedi aver formata tutta la pianta di un disegno che mi sta

or nella mente, e che concilierebbe i vantaggi di soddisfar la Regina,

di non offendere la mia padrona, e di lasciare questo fatale segreto

sepolto nel buio in che ora trovasi avvolto. Vostra Signoria ha altri

ordini da darmi per questa sera?»

«Bramo essere solo, rispose Leicester; lasciatemi; mettete su quel

tavolino la mia cassetta d’acciaio, e state pronto a ricevere gli

ordini che dovessi darvi.»

Non appena si fu ritirato Varney, il Conte aperse la finestra del

proprio appartamento, e dopo avere trascorso lungo tempo a contemplare

le stelle che in brillantissimi gruppi ornavano una delle più belle fra

le notti ancor vedutesi in quella state, lasciò sfuggirsi tai detti

senza avvedersene.

«No: mai non ebbi tanto d’uopo delle costellazioni del Cielo: troppo

oscuro e intralciato è il mio cammino su questa terra.»

È noto che in tal secolo si avea grande fiducia nelle vane predizioni

dell’astrologia giudiciaria; ed il Leicester, benchè generalmente

immune da tutte l’altre superstizioni, non era superiore sotto questo

aspetto al secolo in cui vivea. Che anzi niuno potè starsi dal por

mente all’incoraggiamento da lui dato ai professori di tale pretesa

scienza. Nè per vero dire è cosa maravigliosa, che il desiderio di

conoscere l’avvenire, sì comune agli uomini d’ogni paese, domini con

assai più grande forza sopra coloro, la cui vita si passa fra gli

avvolgimenti e le cabale della Corte.

Dopo avere il Leicester adoperata tutta l’attenzione per iscoprire se

mai la sua cassetta d’acciaio fosse stata aperta, e se la serratura

trovavasi tuttavia nello stato in cui egli l’aveva lasciata,

v’introdusse la chiave. Indi ne trasse una certa quantità di monete

d’oro contenute entro una borsa di seta, poi una pergamena, sulla quale

erano dipinti i segni planetarii, e le linee e le cifre numeriche,

di cui si valgono i facitori d’oroscopi. Dopo avere contemplati

minutamente questi mistici indizi, levò dalla cassetta medesima una

larga chiave, poi sollevando la tappezzeria, l’adattò alla serratura di

una piccola porta nascosta in un angolo della stanza, e che metteva ad

una scalinata fatta entro la grossezza del muro.

«Alasco, (disse il Conte alzando la voce, ma in tal guisa che lo udisse

soltanto l’abitante della torricella cui conducea quella scala).

Alasco! ripetè egli, discendi.»

«Vengo, signore,» rispose una voce dall’alto della torre, e il camminar

lento d’un vecchio faceasi udire lungo quella scaletta a lumaca;

finalmente Alasco comparve nell’appartamento del Conte. L’astrologo,

uomo di bassa statura, pareva assai attempato: la bianca barba gli

scendea lungo il suo nero mantello fino alla cintura di seta: bianchi

ne erano parimente i capelli; ma le sopracciglia apparivano nere,

siccome gli occhi vivaci e scaltriti ch’esse adombravano; singolarità,

che dava un’apparenza affatto straordinaria alla fisonomia del

vegliardo. Fresca però ne era tuttavia la carnagione, colorate le

guance, e gli occhi che già descrivemmo rassembravano quelli d’un

sorcio; tanto maligno e malauguroso ne era lo sguardo. D’una specie di

dignità non andavano privi i costui modi, e l’interprete delle stelle,

comunque rispettoso, sembrava uomo assai agiato, e che assumeva persino

il tuono dell’autorità conversando col primo favorito d’Elisabetta.

«Voi vi eravate ingannato ne’ vostri pronostici, o Alasco (disse il

Conte dopo avergli restituito il saluto). Egli è convalescente.»

«Figlio mio, replicò l’astrologo, permettetemi ricordarvi ch’io non

mi feci mallevadore della sua morte. Tutti i pronostici che noi

possiamo ottenere dai corpi celesti, dalla loro forma, e dalle loro

congiunzioni, sono sempre soggetti alla influenza superiore della

Divina possanza.

«Astra regunt homines, sed regit astra Deus».

«E a che giovano dunque tutti questi vostri misteri?» domandò il Conte.

«Giovano assai, figlio mio, rispose il vecchio, perchè dimostrano

il corso naturale e probabile degli eventi, benchè questo corso sia

subordinato ad un più alto potere. Così, se la Signoria vostra tornerà

ad esaminare l’oroscopo ch’ella assoggettò all’arte mia, potrà vedere

che Saturno è nella sesta casa opposta a Marte, che questo Pianeta

dà addietro nella _casa della vita_; nè si potea far di meno di non

leggere in tutto ciò una malattia lunga e pericolosa, di cui l’esito

sta nelle mani della Provvidenza, benchè quest’esito per solito sia la

morte. Nondimeno, s’io sapessi il nome della persona di cui si tratta,

potrei tirare un altro oroscopo.»

«Il suo nome è un segreto, disse il Conte. Pure sono costretto a

confessare, che la predizione non si appose in tutto al falso. Ei fu

infermo, pericolosamente infermo, ma non al punto di morire. Hai tu

novellamente tirato il mio oroscopo, siccome te ne diede il comando

Varney? Sei tu presto a scoprirmi qual cosa predicono gli astri sulla

mia fortuna avvenire?»

«La mia arte è tutta per voi, disse il vecchio, ed eccovi, figlio mio,

la carta della vostra fortuna, brillante al pari dei fuochi medesimi

di que’ sacri segni ai quali il nostro destino è soggetto. Questa

fortuna che vi predico però non andrà affatto esente da difficoltà, e

da pericoli.»

«Se fosse altrimenti, ripigliò a dire il Conte, io sarei al di sopra

d’un mortale. Proseguite pure a chiarirmi le cose, e persuadetevi di

parlare ad uomo pronto a tutto quanto i destini gli serbano, e risoluto

ad operare o a sofferire qual si conviene ad un nobile Inglese.»

«Quel coraggio che ti fa pronto all’una o all’altra delle due prove,

dee sublimarsi ancor maggiormente, rispose il vecchio; le stelle

sembrano annunziarti un titolo più superbo, un grado più fastoso.

Tocca a te l’indovinare il senso di una tal predizione, e non a me lo

scoprirlo.»

«Deh! mel dite, ve ne prego, ve lo comando,» dicea il Leicester, e in

ciò dire si faceano ardenti al par di brage i suoi occhi.

«Nè posso, nè voglio dirlo, replicò il vecchio. Lo sdegno de’ principi

è eguale alla collera del leone. Ma poni mente, e giudica di per te

stesso. Qui Venere, ascendendo nella _casa di vita_, e congiunta col

sole, sparge ondate di luce, ove lo splendore dell’oro si mescola con

quel dell’argento, certo presagio di potere, di ricchezza, di dignità,

di tutto quanto alletta l’umana ambizione. Quel Cesare sì rinomato

ne’ fasti dell’antica e potente Roma, non intese mai dalla bocca de’

suoi Aruspici un avvenire di gloria da paragonarsi con quello che,

invigorita dalla fecondità di un tal testo, potrebbe sfoggiare al

figlio mio favorito la mia sapienza.»

«Tu ti prendi giuoco di me, o vecchio,» disse il Conte, maravigliato

del fervore che l’astrologo poneva in quella sua predizione.

«Forse che questo è momento di scherzi per tale che, siccom’io, ha gli

occhi fisi verso il Cielo, e i piedi sull’orlo della tomba?» replicò

con solenne tuono il vegliardo.

Il Conte fece due o tre passi nel suo appartamento, tenendo le braccia

distese, e qual uomo che ubbidisse ai cenni di un fantasma, che lo

eccitasse ad alte imprese. Pure nel volgersi addietro sorprese l’occhio

dell’astrologo immobile sopra di lui, ed una maliziosa furberia

dipingevasi negli sguardi indagatori che costui lanciava per traverso a

quelle nerissime sopracciglia. L’anima altera e sospettosa di Leicester

prese fuoco tutto ad un tratto; si lanciò sopra il vecchio partendosi

dall’estremità di quel vasto appartamento, nè si fermò, che allorquando

la sua mano distesa fu quasi addosso al corpo dell’astrologo.

«Sciagurato! diss’egli, se per tua disgrazia ti fossi avvisato di

darmi ad intendere chimere, son tale da farti scorticar vivo. Confessa

che t’hanno pagato per ingannarmi, per tradirmi. Confessa che sei un

impostore, e ch’io sono la tua vittima, il tuo zimbello.»

Il vecchio diede alcuni indizi di sbigottimento; ma non però maggiore

di quello, che avrebbero potuto destare perfino in chi fosse stato

innocente le furie subitanee impadronitesi in allora del Conte.

«E che vuol dire una tal violenza, o signore?» tosto si fece a dire.

«Come posso io essermi meritato la vostra collera?»

«Provami, rispose, tuttavia fuor di se medesimo il Conte, provami che

non ti sei concertato co’ miei nemici.»

«Signore, rispose il Vecchio con ben mentita dignità, voi non potete

avere su di ciò prova migliore, siccome quella che vi sceglieste da

voi medesimo. Ho trascorse le ultime ventiquattr’ore rinchiuso in una

torricella, di cui voi solo vi riteneste in poter vostro la chiave.

Ho speso il tempo della notte in contemplando con questi miei occhi,

pressochè spenti, tutti i corpi celesti, e ho travagliato nel durare di

tutta la giornata il mio ingegno a compiere i calcoli che nascono dalle

combinazioni di tali pianeti. Non gustai cibo terrestre. Non udii una

voce d’uomo soltanto, e ben vi è noto che l’udirla m’era impossibile.

Pur v’accerto io, che ho passate, vi dissi, queste ventiquattr’ore

nella solitudine e nella meditazione, vi accerto, che la vostra stella

ha dominato sull’orizzonte; onde o il luminoso libro de’ cieli ha

mentito, o un felice mutamento debb’essere oggi accaduto nella vostra

sorte. Se in tale intervallo, nulla occorse per cui la vostra possanza

abbia acquistato maggiore fermezza, o siasi aumentato il favore di cui

godete, allora del certo non sarò io che un impostore; e la divina arte

che nacque nella pianura della Caldea, non sarà null’altro che una

bassa furfanteria.»

«Egli è vero, disse il Leicester, fattosi più tranquillo, che tu eri

strettamente rinchiuso, ed è parimente vero quel cambiamento delle cose

mie, che tu racconti avere letto negli astri.»

«E perchè dunque, o figlio, mi aggravi con tai sospetti? (disse

l’astrologo prendendo un tuono esortatorio). Le intelligenze celestiali

mal soffrono una tale incredulità, se anche alligna negli uomini ad

esse i più favoriti.»

«Chetati, o vecchio, rispose il Leicester, io m’ingannai; e sii pago

d’aver udito da me tal confessione, cui nè per bassa condiscendenza, nè

per iscusarsi, le labbra di Leicester discenderanno più mai, se non è

appunto innanzi al potere supremo, al quale tutto dee prostendersi su

questa terra. Ma passiamo ora a ciò che mi tiene sollecito l’animo in

mezzo a queste tue visioni d’un avvenire brillante. Tu dicesti esservi

ancora una parte di prospettiva men lieta. La tua scienza può essa

istruirmi d’onde il pericolo è da temersi, e qual sarà lo strumento che

lo condurrà sopra di me.»

«Le sole cose che la mia arte mi permette soggiugnere in risposta alla

vostra interrogazione son queste, disse allora l’astrologo. Il lato

sinistro degli astri vi annunzia qualche spiacevole vicissitudine,

siccome cagionata da un giovine.... forse un rivale. Ma non iscopersi

se un tal rivale debba esserlo in amore, o nella grazia della Regina.

Sola particolarità ch’io possa dirvi di più, è la seguente: il rivale

viene dalla piaggia d’occidente.»

«Dalla piaggia d’occidente! Basta così, sclamò tosto il Leicester,

perchè da tal piaggia appunto vien la tempesta. Le contee di

Cornovaglia, e di Devon! Raleigh, o Tressiliano! È chiaro che gl’indizi

portano sovr’un di questi. Io debbo dunque liberarmi d’entrambi. Saggio

vecchio, s’io ti feci ingiuria, ne avrai almeno una generosa ricompensa

da quel medesimo che t’ingiuriò.»

Detta la qual cosa trasse dal suo scrigno che gli stava innanzi una

borsa piena d’oro. «Eccoti il doppio di quanto ti promise Varney.

Sii fedele nel custodire i miei segreti, ubbidisci alle istruzioni

che ti verranno date dal mio grande scudiere, nè ti dolga di alcuni

istanti molesti che tu debba per ben servirmi trascorrere nel ritiro.

Te ne sarà tenuto largo conto, non ne temere. Olà! Varney, conduci

questo rispettabile vecchio nel suo appartamento; non lo lasciar

mancare di nulla; ma soprattutto prenditi gran cura ch’ei non abbia

corrispondenza con chicchessia.»

Varney, già comparso al primo cenno, chinò il capo dopo d’avere uditi

questi ordini; l’astrologo non si congedò altrimenti dal Conte che

col baciargli la mano; indi seguì il grande scudiere in un altro

appartamento ove stavano per l’indovino preparati vino e reficiamenti.

Sedutosi costui all’apprestatagli mensa, il Varney chiuse colla massima

cautela due porte, ed esaminò la tappezzeria per accertarsi che nessuno

fosse ivi a spiare; indi sedutosi rimpetto al suo personaggio, cominciò

in sì fatta guisa ad interrogarlo.

«Intendeste voi i segni che vi feci mentre tanta altezza ci disgiugneva

l’uno dall’altro?»

«Sì, disse Alasco (tale era il nome che in questo luogo si dava il

mariuolo) ed agli stessi segni mi conformai nel tirare il mio oroscopo.»

«E lo spacciaste senza incontrare difficoltà?»

«Non vi dirò senza difficoltà, ma lo spacciai; nè ho dimenticato di

accennare, come fu nostra intelligenza, un pericolo che potea scaturire

dalla rivelazione di un segreto, e da un giovine venuto dall’Occidente.»

«I timori in cui si sta il mio padrone, e la sua coscienza, ne

guarentiscono ch’ei crederà vere così l’una come l’altra delle

predizioni, risoggiunse il Varney. Non vidi mai uomo lanciatosi nella

carriera ch’ei corre, conservare con tanta forza i ridicoli suoi

pregiudizi. Ma non ho già scrupolo nell’ingannarlo, poichè si tratta

de’ suoi vantaggi medesimi. Parliamo ora de’ vostri altari, saggio

interprete delle stelle, perchè io posso dirvi la vostra sorte meglio

che tutti i pronostici possibili. Sappiate dunque che vi è d’uopo il

partire di qui sull’istante.»

«Non voglio saperne altro, disse impazientendosi Alasco. Troppe

agitazioni d’ogni genere ho provate da poco in qua. Dopo essere stato

per giorni e notti chiuso entro il breve ricinto di una torricella,

voglio godere finalmente della mia libertà, e proseguire ne’ miei

studii, ben più importanti, che nol sono i destini di cinquanta uomini

di Stato, o di cinquanta cortigiani, ch’io paragono volentieri a bolle

d’aria, le quali si sollevano, e scoppiano tosto nell’atmosfera di una

Corte.»

«Voi farete come crederete meglio (rispose il Varney, con quel

riso sardonico che una lunga consuetudine avea fatto famigliare ai

lineamenti del costui volto, e che è preso per distintivo dai pittori

allorchè vogliono dipingere il Diavolo). Godete pure della vostra

libertà, e continuate ne’ vostri studii fintantochè i pugnali degli

uomini stipendiati dal Sussex attraversando il vostro mantello, non vi

vengano a salutare le coste.»

Impallidì il vecchio a tai detti, ne’ quali così il Varney continuò.

«Credete voi ch’egli non abbia offerto una ricompensa a chi arresterà

il malvagio ciarlatano e venditor di veleni Demetrio, che fornì certe

preziose droghe alla cucina di sua Signoria? E che? Impallidite,

vecchio amico? Sarebbe forse perchè il vostro Alì vede qualche

disgrazia nella _casa di vita_? Ascoltami: noi ti manderemo in

un’antica abitazione di campagna che m’appartiene; tu menerai ivi la

tua vita in compagnia d’un buon rusticano, e gli trarrai ducati col

soccorso della tua alchimia, ch’è quanto di buono, cred’io, ella sappia

fare.»

«Tu te ne menti, derisore temerario quanto scortese (disse Alasco che

un impotente sdegno fece tutto fremente). Non v’è nel mondo chi ignori

essermi avvicinato alla perfezione più di quanti chimici sono sopra la

terra; nè fra questi se ne trovano sei che mi pareggino nel possedere

un’approssimazione esatta al _Grande Arcano_.»

«Via, via, disse interrompendolo Varney, a che, in nome del Cielo! far

meco queste commedie? Forse che non ci conosciamo l’un l’altro? Io ti

credo sì ben innoltrato, sì perfetto ne’ misteri della furfanteria,

che dopo avere ingannato tutto il genere umano, sei giunto persino ad

ingannar te medesimo; tal che senza cessare dal far tuo zimbello i tuoi

simili, sei divenuto in tal qual modo il tuo proprio zimbello. Non fare

il vergognoso, che non ne hai il motivo. Tu sei erudito. Ecco ch’io ti

presento un conforto classico:

«Ne quisquam Aiacem possit superare nisi Aiax.»

Tu solo potevi ingannar te medesimo dopo che riuscisti ad ingannare

tutta la confraternita dei _Rosa-Croce_. Niuno giunse più di te ad

alta meta nel _Gran Mistero_; ma fa che questi miei detti entrino bene

nel tuo orecchio: Se il veleno posto per opera tua nel brodo di Sussex

avesse avuto effetto più sicuro, stimerei un po’ più questa tua chimica

che tanto porti alle stelle.»

«Tu sei uno scellerato indurito nella colpa, o Varney, rispose Alasco;

molte persone ardiscono commettere azioni di tal natura, ma non hanno

poi l’impudenza di parlarne.»

«E molte ne parlano, che non ardirebbero di commetterle. Ma non andar

in collera. Io non voglio attaccar briga con te. Povero me se il

facessi! Mi crederei costretto a vivere per un mese di sole uova, onde

cavarmi con sicurezza la fame. Dimmi dunque tostamente, come ti sia

fallita la tua arte in un’occasione di tanta importanza.»

«L’oroscopo del conte di Sussex, rispose l’Astrologo, annunzia _che il

segno dell’ascendente essendo in combustione_...»

«Finiscila una volta con queste tue scipitezze. Credi forse aver che

fare con un compare?»

«Perdonatemi, disse il vecchio, vi giuro non conoscere io fuorchè un

solo rimedio che fosse stato capace di salvare la vita al Conte; ma non

v’è uomo in Inghilterra, che sappia tale antidoto eccetto me, e per

altra parte gl’ingredienti necessari a comporlo, e principalmente un

d’essi, sono sì rari, che è quasi impossibile il procurarseli. Laonde

mi è forza credere, ch’ei debba solamente la propria salvezza ad una

costruzione di polmoni e di parti vitali più robusta che in uom vivente

siasi trovata giammai.»

«Ho inteso parlare di un ciarlatano che lo ha curato (disse il Varney

dopo avere pensato un istante); siete voi ben sicuro, che nessun altro

possegga nell’Inghilterra questo prezioso segreto?»

«Eravi un uomo, disse il dottore, una volta mio servo, e che avrebbe

potuto rubarmi tale tesoro della mia arte, siccome me ne rubò due o

tre altri; ma la mia politica, come v’immaginerete bene, non comporta

che alcuna persona intrusa si frammetta nelle cose del mio mestiere.

L’uomo di cui vi parlo, non ha più voglia credetelo, di correr dietro

ai segreti; e tengo per fermo, che fu sollevato al Cielo sulle ali di

un dragone di fuoco.... lasciamolo in pace nel luogo che è. Ma passando

al ritiro ove vorreste confinarmi, avrò io un’officina ai miei comandi?»

«Un intero laboratorio, rispose Varney; perchè un reverendo padre

abate, obbligato a dar luogo al re Enrico ed ai suoi partigiani,

saranno vent’anni, aveva un compiuto apparecchio di cose chimiche, che

fu costretto lasciare ai suoi successori. Là tu potrai sciogliere,

soffiare, accendere, e moltiplicare, sintantochè _il dragone verde

divenga un’oca d’oro_ o come meglio piacerà esprimersi alla spettabile

confraternita.»

«Avete ben ragione signor Varney, disse l’alchimista digrignando i

denti, avete ragione anche quando vi fate beffe delle cose le più

giuste e le più ragionevoli; perchè di fatto quanto or dite per solo

dileggio potrebbe accadere innanzichè c’incontrassimo di bel nuovo. Se

i dotti i più venerabili degli antichi tempi hanno detta la verità;

se i più saggi de’ nostri giorni l’hanno ricevuta qual si dovea; se

venni accolto per ogni ove, e nella Polonia, e nell’Olanda, e sin negli

estremi confini della Tartaria siccome un uomo, cui la natura fe’

parte de’ più impenetrabili fra suoi misteri; se ho acquistati i più

segreti segni della cabala Giudaica a tal grado di perfezione, che le

barbe più venerabili della sinagoga si terrebbero onorate scopando i

gradini del tempio per farli degni di essere calcati da’ miei piedi;

se omai non v’è più d’un passo che disgiunga i miei lunghi e profondi

studii da quella immensa massa di luce, per cui giugnerò a scoprire

la natura che veglia sulla cuna di quante ricchissime e gloriosissime

produzioni vengono dalla sua mano; se brevissimo intervallo soltanto

separa lo stato mio di subordinazione, ed il potere supremo, la mia

povertà, ed un tesoro cotanto immenso, che senza questo nobil segreto,

non basterebbero a pareggiarlo le miniere dell’antico e del nuovo

Mondo... ditemi, ve ne prego, non ho io ragione di consacrare la mia

vita futura a questa ricerca, convinto, che dopo un breve tempo, dato

pazientemente allo studio, m’innalzerò al di sopra d’ogni soggezione

verso i favoriti, e le loro creature che oggidì mi tengono schiavo?»

«Bravo, bravo, mio buon padre (disse il Varney coll’espressione a

lui ordinaria di causticità e di riso sardonico); ma tutta questa

approssimazione alla pietra filosofale non trae un solo scudo dalla

borsa di milord Leicester, e molto meno da quella di Riccardo Varney.

Ci abbisognano servigi terrestri e visibili; e poco a noi rileva il

sapere chi sieno quelli che tu inganni altrove colle tue filosofiche

ciarlatanerie.»

«Figlio mio, Varney, disse l’alchimista, l’incredulità che ti sta

intorno, simile a folta nebbia, oscurò l’acuta tua vista, e ti fece

incapace di conoscere quelle cose che sono una pietra di paragone

per l’uomo dotto, e che nondimeno agli occhi di chi cerca umilmente

la verità presentano una dottrina sì chiara, che si può leggerla

speditamente. Credete voi che l’arte non possegga gl’ingegni, onde

compiere quelle concozioni, che la natura lasciò imperfette nel

formare i metalli preziosi? Nel modo medesimo, col soccorso dell’arte

noi terminiamo gli altri lavori d’incubazione, di cristallizzazione,

di fermentazione, e tutti quelli, onde vediamo da un uovo inanimato

sorgere di per se stessa la vita, da una lega fangosa scaturire una

bevanda pura e salutare, e ricevere moto la sostanza inerte d’un

liquido stagnante.»

«Ho già inteso parlare di tutto ciò, disse Varney, e mi son fatto

franco contro la tentazione di questi vostri bei discorsi fin quando

pagai (sia maledetto, allorchè vi penso, io era ben novizio in quei

giorni) sin quando pagai venti buone monete d’oro per impratichirmi nel

grande _magisterium_, che la dio mercè andò in fumo col mio denaro.

D’allora in poi che ho pagato sì bene il diritto d’essere libero

nella mia opinione, sfido la chimica, l’astrologia, e tutte quante le

scienze recondite, lo fossero pur anche al par dell’inferno, a slegare

i cordoni della mia borsa. Non dico perciò di sfidare la manna di san

Nicolò, il cui ministerio mi è necessario. Ti sia adunque prima cura il

prepararmene una certa quantità, appena giunto al mio piccolo eremo,

ove è d’uopo tu vada a confinarti. Dopo di che ti do licenza di far

quant’oro vorrai.»

»Non voglio più comporre nè poco nè molto di una tale pozione,» disse

in tuono risoluto l’alchimista.

«Allora, rispose il grande Scudiere, ti farò impiccare per quella che

già ne hai fatto; e tu vedi che ciò accadendo, il tuo segreto è perduto

per l’Universo. Non cagionare tal danno irreparabile all’umanità, mio

buon padre; credimi, fa di mestieri che tu soggiaccia al tuo destino,

componendo un’oncia o due di questa droga. Essa in fine non può portar

pregiudizio che ad un individuo o due tutto al più, e così prolunghi

la tua vita quanto basta per discoprire il rimedio universale, che

ne dee poi liberare da ogni genere di malattia. Ma non isgomentire,

o tu il più grave, il più dotto, il più irrequieto di tutti i matti

di questa terra. Non mi dicesti tu, che la tua droga somministrata in

picciola dose non può produrre se non se miti effetti, e in nessun modo

pregiudizievoli al corpo umano? Che ne derivano soltanto una stanchezza

per tutte le membra, nausee, avversione fortissima a cambiar luogo,

finalmente un tale stato dell’animo, simile a quello che impedirebbe ad

un augelletto di volar via, quando anche ne fosse aperta la gabbia?»

«L’ho detto, e nulla avvi di più vero, rispose l’alchimista, tale è

l’effetto ch’essa produce; laonde un uccello che ne prendesse nella

indicata proporzione resterebbe una intera state appollaiato nel suo

tronco d’albero senza pensare nè al cielo azzurro, nè alla verdura

della foresta per lui sì gradevole, nè lo distorrebbero da questa

languida immobilità o i raggi del sol nascente che colorano la volta

del firmamento, o il concerto mattutino onde fanno risonar le selve i

suoi pennuti compagni.»

«E tutto ciò senza pericolo di vita?» soggiunse allora ansiosamente il

Varney.

«Sì, purchè non si oltrepassi la voluta dose, e semprechè qualcuno

istrutto della natura di una tal manna sia presto a scandagliare i

sintomi ch’essa produce, ed a somministrare, quando faccia d’uopo,

l’antidoto.»

«Tu stesso regolerai ogni cosa, disse il Varney, e te ne verrà

splendida ricompensa, se adoprerai tali cautele, ond’_ella_ non corra

pericolo di vita. Altrimenti aspettati severissimo castigo.»

«Ch’_ella_ non corra pericolo di vita! ripetè Alasco. Gli è dunque

sopra una donna che si vuol far prova della mia abilità.»

«No, pazzo che tu sei! rispose lo Scudiere, non ti dissi già che si

trattava di un augelletto, d’una tortorella domestica, i cui gemiti

potrebbero impietosire il falco presto a piombare sovr’essa? Vedo

già agli occhi il tuo ingalluzzarti, e so bene che non hai la barba

tanto bianca quanto la fanno apparire gli artifizi che adoperasti.

Ecco almeno una cosa che tu giugnesti a mutare in argento. Ma bada

bene: questo augelletto non è pane per li tuoi denti. La tortorella

in gabbia appartiene a tal personaggio, che non soffrirebbe rivali, e

molto meno rivali della tua specie; tu devi sopr’ogni altra cosa aver

cura della sua vita. Ella può da un dì all’altro ricevere il comando

di recarsi alle feste di Kenilworth; pure egli è convenientissimo,

importantissimo, anzi d’ultima necessità ch’ella non vi comparisca.

Bisogna ch’ella ignori tutti questi ordini, e contr’ordini, e le

cagioni che li muovono; egli è quindi opportuno si creda che il proprio

desiderio di lei risparmia l’uopo di spiegarle que’ buoni motivi che si

hanno onde ritenerla in Cumnor.»

«Tutto ciò è assai naturale,» disse l’alchimista, componendo il

volto ad un sorriso non ordinario in lui, e più fatto a svelare la

vera indole della persona, anzichè conforme a quella indifferente

distrazione, che avrebbe dovuto scorgersi nella fisonomia di un uomo,

il quale veracemente fosse stato più inteso alle idee d’un mondo

astratto e lontano, che alle cose presenti attorno di lui.

«Gli è vero, rispose Varney; tu conosci assai bene le donne, comunque

sia possibile che da lungo tempo non conversi con esse. Di fatto

non è cosa espediente il contraddirle: nondimeno non torna sempre

il permetter loro tutto quello che vorrebbero fare. Intendimi bene;

un lieve incomodo, bastante a toglierle ogni desiderio di cambiar

luogo, e ad autorizzare i membri della tua dotta confraternita (i

quali potrebbero essere chiamati in suo soccorso) a prescriverle di

non uscire per qualche giorno di casa; ecco tutto il servigio che si

domanda da te, servigio, che sarà altamente valutato, e ricompensato

del pari.»

«Non si vuol dunque ch’io intacchi la _casa di vita_?» disse

l’alchimista.

«Guardati bene dal farlo; saresti impiccato per ogni menomo danno che

tu le cagionassi,» replicò il Varney.

«E avrò io tutto l’agio per preparare i miei lavori, ed inoltre venendo

scoperto, tutto il destro per fuggire o nascondermi?»

«Tutto quanto vorrai, uomo sempre incredulo, fuorchè per le

impossibilità della tua alchimia. E che? vecchio stregone! per chi

m’hai tu preso?»

Si alzò il vecchio ed afferrando un candeliere s’avviò a quella

estremità dell’appartamento, ov’era una porta, che guidava alla

cameretta assegnatagli per quella notte. Giunto vicino alla porta

medesima si volse, e prima di rispondere all’ultima interrogazione

fattagli da Varney, la replicò in questa guisa: «Per chi ti prendo, o

Riccardo Varney! Per Dio! ti riguardo siccome un malvagio, maggiore

ch’io stesso non lo sia stato giammai. Però adesso mi trovo fra le tue

reti, e buon grado o malgrado mi è forza servirti finchè sia spirato il

mio tempo.»

«Va bene così, disse impazientito il Varney; trovati in piedi allo

spuntare del giorno. Chi sa se nemmeno ci farà d’uopo della tua

medicina? In somma non far nulla prima che io arrivi. Michele Lambourne

ti condurrà al tuo destino.»

Allorchè il Varney si fu accorto che l’alchimista, dopo avere tirata a

sè la porta, l’avea prudentemente chiusa di dentro con due catenacci,

si avvicinò, usando le eguali cautele dalla parte esterna; poi tolse

la chiave della serratura articolando fra i suoi denti tali parole:

«Io più briccone di te, maladetto ciarlatano, stregone, avvelenatore!

Di te, che avresti volentieri sottoscritto un contratto col diavolo,

s’egli si degnasse di servitori della tua sfera! Io sono un mortale, e

cerco per tutte le vie umane di soddisfare le mie passioni, e innalzare

la mia fortuna. Ma tu! tu sei a dirittura un suddito dell’Inferno. —

Presto Lambourne,» andò a gridare da un’altra porta.

Comparve Michele col volto infiammato e barcollando nell’andatura.

«Tu sei ubbriaco, o birbante,» gli disse il Varney.

«Certamente, nobil signore, rispose senza intimidire Michele: noi

abbiamo bevuto tutta la sera alla gioia di questo bel giorno, ed

in onore del nobile lord Leicester, e del suo grande Scudiere. Io

imbriaco! che caschi morto se non dico il vero! Chi potesse rifiutare

in tal occasione di bere per fare almeno una dozzina di brindisi, non

sarebbe che un miscredente ed un vile, e gli farei inghiottire sei

pollici del mio pugnale.»

«Ascoltami, furfante, disse Varney. Ripiglia la tua ragione

immediatamente; te lo comando. So che puoi a tuo talento spogliarti del

delirio dell’ubbriachezza, com’altri cambiano di vestito. Se ciò non

fosse, ti capiterebbe male.»

Il Lambourne chinò la testa e lasciò la stanza, ove ricomparve nel

termine di due o tre minuti, colla fisonomia in istato naturale,

aggiustato ne’ capelli e nel vestimento, diverso in somma da quel

che mostrossi istanti prima, come se fosse accaduta in esso una

trasformazione.

«Sei padrone della tua mente ora, e puoi intendermi?» con severità gli

disse il Varney.

Michele chinò il capo in atto di affermare.

«Tu devi partir sull’istante alla volta dell’abbazia di Cumnor in

compagnia del rispettabile Dottore che dorme nella camera contigua.

Eccoti la chiave, onde entrare e svegliarlo quando ne sarà il tempo.

Conduci teco uno de’ tuoi compagni, di cui tu possa fidarti. Usate

ogni spezie di riguardo al Dottore; ma però tenetegli addosso gli

occhi; se volesse battere la ritirata, bruciategli le cervella, e

starò mallevadore per voi. Ti darò lettere da portare al Foster. Il

Dottore verrà alloggiato al pian terreno dell’ala posta a levante;

gli sarà libero il valersi del vecchio laboratorio, e di quanto si

contiene in esso. Non gli si permetteranno colla signora del castello

altre comunicazioni, se non se quelle che approverò e indicherò io

medesimo, a meno che ella stessa non trovasse qualche diletto a vedere

le ciarlatanerie filosofiche di costui. Tu aspetterai ulteriori miei

ordini a Cumnor, il che ti raccomando sotto pena di vita. Guardati

dalle osterie, e dai fiaschi d’acquavite. Nulla di quanto accade nel

castello dee trapelare al di fuori, nemmeno l’aria stessa che vi si

respira.»

«Basta così, nobil Signore, volli dire mio onorevol padrone, e ben

tosto dirò, come spero, mio onorevol cavaliere e padrone; voi mi

forniste d’istruzioni e di libertà; compirò puntualmente le une, e non

abuserò dell’altra. Il sole quando nasce mi troverà a cavallo.»

«Fa il tuo dovere, e sappi meritarti la mia protezione. Aspetta. Prima

d’andartene, vôtami una tazza di vino.»

Il Lambourne si apparecchiava a versarne dal fiasco che l’alchimista

aveva lasciato pieno a metà: «No, viva Dio, sclamò Varney, vammene a

cercare un altro.»

Il Lambourne ubbidì, e il Varney, dopo essersi risciacquata la bocca

col vino, ne bevve una tazza colma, indi nel prendere una lucerna per

recarsi al suo appartamento pronunziò tai detti: «È cosa straordinaria!

niuno meno di me si lascia aggirare dalla propria immaginazione;

pure non posso parlare un istante con questo Alasco che la mia bocca

e i miei polmoni non sembrino assaliti dai vapori dell’arsenico

calcinato... Eh! a parte queste malinconie;» dette le quali cose si

ritirò. Il Lambourne, com’è da credersi, rimase per assaggiare il vino

che aveva portato. «È vino di St. Johnsberg (diss’egli contemplando il

liquore che facea cader nella tazza, e già odorandone la fragranza):

ha il vero odore della violetta: ma conviene per ora fare un poco

d’astinenza, per poterne un dì assaporare a tutta mia volontà.» Dopo

averne per allora bevuto con discretezza, trangugiò un bicchiere colmo

d’acqua per mitigare il calore solito ad eccitarsi da questo vino del

Reno, poi ritrattosi lentamente verso la porta, fece una pausa, nè

sentendosi capace di vincere la tentazione, tornò addietro con vivacità

ed appressatosi il fiasco alle labbra, si soddisfece finchè fosse vôto,

dispensandosi allora dal ceremoniale del bicchiere. «Se non fosse

questo maledetto vizio, dicea egli intanto, potrei salire alto quanto

lo stesso Varney. Ma chi è che sia capace di salire, quando la stanza

vi gira attorno come una trottola? Bisognerebbe che la mia mano e la

mia bocca fossero più distanti l’una dall’altra, che per arrivare alla

bocca si stentasse un po’ più. Ma domani non voglio bere che acqua. Oh

sì, acqua pura!»

Kenilworth, vol. 3/4 · 第 5 / 19 题