Secondo l'ordine naturale delle cose nessuno muore ad un tratto, ma la
natura (ove non le sia fatta violenza) ci distacca essa medesima dalla
vita come un frutto maturo; ed è sì valente in questa bisogna che spesso
ce ne infastidisce per modo da farci anelare alla morte come ad una
dolcezza o ad una grazia. In ciò ella raggiunge due scopi: apparecchia
noi a morire, e colle noie e colla pietà che inspiriamo altrui in quello
stato, dispone gli altri a sopravviverci senza dolore.
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Quella misteriosa espiazione che tutti sentono di subire nella vita,
diventa sempre più attiva e più travagliosa, quanto più la vita stessa
si avvicina al suo termine--o sia che l'espiazione affretti e addolori
di più il termine della vita, o che il volgersi più rapido della vita al
suo fine rincrudisca esso stesso la espiazione.
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Se ciascuno guardasse con imparzialità agli avvenimenti della propria
vita, e ne indagasse e ne ricordasse le cause, e a quelle sapesse poi
riferire con giustizia le conseguenze che ne derivarono o presto o tardi
nel tempo, vedrebbe che tutto era successo pel suo meglio, e che ogni
cosa era ordinata ad un fine da una volontà altamente provveditrice e
benefica. Ogni uomo osservatore ha potuto riconoscere da sè questa
verità nel corso della sua esistenza.--È cosa assurda il supporre che
mentre tutto succede per leggi fisse e immutabili, la sola vita
dell'uomo proceda a caso, quasi non avesse di sè e delle sue opere un
fine. Bensì il caso non sussiste in natura; e per quelle opere che
dipendono dalla sua volontà, e per la applicazione di quelle che non ne
dipendono, ogni uomo è mastro della propria fortuna.
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Le rivoluzioni più notevoli della vita avvengono verso la sua metà, come
in quell'epoca in cui ella cessa di posarsi in un presente durevole, e
distaccandosi dal passato, si libra un istante sulla sommità della sua
curva, e si precipita verso l'avvenire. Allora l'ordine dell'esistenza è
invertito; tutto ciò che era salito discende, tutto ciò che soleva
imporsi subisce, tutto ciò che soleva subire s'impone; l'azione e la
passività si scambiano; vi è un mondo che si distacca da noi e un mondo
che ci si avvicina, e se fino allora si era stati amati e protetti,
d'allora innanzi bisogna amare e proteggere. Quale di queste due metà
della vita sia più dolce e serena, o meno faticosa non so: in una le
dolcezze del piacere e quella vaghezza di spensierirsi che è propria
della giovinezza, nell'altra le gioie più nobili del sacrificio e
dell'abnegazione--l'una e l'altra accettabili forse, e forse meglio
quest'ultima. Ma sciagurati coloro che, avanti che la natura lo
esigesse, giovani ancora o fanciulli, sono stati gettati dall'isolamento
o dall'abbandono nella seconda metà della vita, senza aver gustato
dell'altra quelle dolcezze che sole possono confortarci di questa.
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Tutto il meraviglioso dei sogni consiste in quell'ignoranza della
verità, e in quell'impotenza di criterio che ha luogo per ciascuno in
quello stato. Lo stesso può dirsi di quel dolce sognare dei fanciulli ad
occhi aperti, e di quell'eterno vaneggiare e fantasticare che molti
uomini semplici e immaginosi fanno anche in età più avanzata. Da ciò
parmi poter dedurre che se la verità ed il senso pratico della vita
rendono più leciti e più nobili i nostri piaceri, ne rendono però il
numero più ristretto, e le varietà e le circostanze più castigate; e
talora li inaridiscono per modo che non possiamo trarne altro conforto
che quello di poter dire: sono veri!