Hertz ha provato che le oscillazioni elettromagnetiche si propagano

nell'aria e nel vuoto come la luce, con velocità eguale a quella

della luce, e come la luce si riflettono e si rifrangono; dunque onde

elettriche e onde luminose sono probabilmente movimenti dello stesso

_medium_, di quell'etere cosmico, cui domandiamo la spiegazione dei

fenomeni che andiamo osservando, che, circondando le molecole di tutti

i corpi, trasmetterebbe loro il moto ricevuto da altri corpi anche a

distanze incommensurabili. Si ha anzi ragione di credere che le stesse

vibrazioni luminose non sieno altro che oscillazioni elettro-magnetiche

di un'enorme rapidità di alternazioni: e in questa supposizione

concordano la teoria di Maxwell e gli esperimenti di Hertz e di Tesla.

Forze a distanza, come si supponevano una volta, non ce ne sono.

Tutto il gran movimento della natura è l'effetto di una comunicazione

di energia fra atomi contigui. E quando vediamo i fili telegrafici e

telefonici trasmettere il pensiero e la parola, e altri fili portare

a enormi distanze la luce, il calore e la forza, non è una volgare

corrente quella che, come noi ci immaginiamo, percorre i fili: è

una trasmissione di movimento da atomo ad atomo. E i fili stessi non

conducono nulla dentro di sè, ma non fanno che offrire una più facile

direzione a quella propagazione di moto. Tanto che si concepisce già

la speranza di far senza dei fili per trasmettere l'energia elettrica

sotto qualunque forma. Non avete udito parlare di quell'italiano

Marconi che a Londra avrebbe trovato il modo di telegrafare senza fili?

Già il dalmata Nicola Tesla, studiando in America le correnti alternate

ad altissima tensione e a enorme rapidità di oscillazioni, è venuto a

risultati che hanno destato un profondo stupore. Correnti di tensione

10 o 20 volte maggiore di quelle capaci di ammazzare un uomo, diventano

innocue, quando le alternazioni della corrente diventano centinaia di

migliaia e anche di milioni, al minuto secondo. E con queste correnti

Tesla è riuscito a creare dei veri ambienti elettrici, nei quali si

può non solo accendere una lampada, ma produrre delle zone e dei fasci

luminosi senza un vero circuito di fili.

Le vibrazioni luminose così prodotte non sono dunque che il risultato

diretto di quelle rapidissime oscillazioni elettriche delle quali fu

riempito l'ambiente.

Ma allora, se le analogie fra elettricità e luce sono così vere

come quelle scoperte da Melloni fra calore e luce, e se vibrazioni

luminose e oscillazioni elettriche sono la stessa cosa, perchè non

si trasmetterebbe l'elettricità come il calore e la luce? Archimede

ha potuto incendiare i vascelli nemici convergendovi il calore con

uno specchio; anche la luce si trasmette a distanza con specchi e con

lenti, come si fa nella telegrafia ottica e nei fari; perchè dunque non

si porterebbe pure a distanza l'elettricità con specchi e con lenti?

Questo sarebbe forse, se così è lecito interpretare certi indizi, il

segreto di Marconi.

Questi problemi entrano ora in un nuovo campo che prima era affatto

inesplorato. Come arriviamo noi a produrre la luce? Noi portiamo

un corpo all'incandescenza, sia facendolo combinare coll'ossigeno

dell'aria, ossia bruciandolo, come facciamo colla cera, coll'olio

o col gas, sia arroventandolo nell'aria o nel vuoto come si fa coi

carboni delle lampade ad arco, e coi filamenti di carbone delle lampade

elettriche a incandescenza. Il corpo, così, emette contemporaneamente

radiazioni calorifiche e radiazioni luminose; ma per ciò la parte di

energia che si manifesta come luce è la sola che si utilizza, e l'altra

è perduta; e questa parte utilizzata è ben piccola, qualche volta

neppure un cinque per cento dell'energia totale consumata.

Ben più economica è la natura: le lucciole sono piccoli fari,

abbastanza potenti se si considerano in relazione alle loro

proporzioni: or bene, la luce di questi fari è assolutamente fredda;

qui non v'è nulla di sprecato.

L'ideale sarebbe dunque di produrre la luce senza essere

contemporaneamente obbligati a produrre calore; cioè di produrre la

luce a freddo, come quella delle lucciole.

Ora è appunto questo che si spera di ottenere coll'impiego delle

correnti di alta tensione e di grande frequenza di alternazioni.

In un ambiente percorso da queste correnti vi ho già detto come si

sia riuscito a produrre la luce negli esperimenti di Tesla. È ancora

una luce pallida e debole come quella dei tubi di Geissler o delle

lontane aurore boreali colle quali il fenomeno ha forse una stretta

analogia; ma non c'è ragione di credere che non si possa ottenere una

luce più viva con correnti più potenti e più rapide. E nessuno nemmeno

può dire che attuando in altra forma una delle bizzarre previsioni del

noto romanzo di Bellamy sulla società del secolo prossimo, l'audace

schiatta umana non riesca un giorno a coprire intere regioni con strati

d'aria elettrizzata nelle zone superiori dell'atmosfera, donde piova di

notte una luce diffusa come la luce di un'aurora boreale o come quella

che il sole ci manda in una giornata nebbiosa. E allora, colle notti

illuminate a giorno, riscaldandoci col calore terrestre attinto nei più

profondi strati del suolo, secondo la fantasia di Berthelot, nutrendoci

di cibi chimici, composti con sostanze minerali, che sostituirebbero i

cereali e gli altri alimenti e permetterebbero di coltivare a fiori e

convertire in giardini i campi già destinati alla nostra nutrizione,

cos'altro potrebbe desiderare la razza umana? Nulla; fuorchè la

felicità che ci sfuggirà sempre, allora come adesso.

Quest'energia calorifera che complica e assorbe una così gran parte

dell'energia che noi consumiamo per produrre la luce, complica e

dà pure una gran perdita quando si tratta di produrre dell'energia

elettrica in genere. Quando noi bruciamo del carbone per animare una

macchina a vapore, e colla macchina a vapore mettiamo in moto una

macchina dinamo-elettrica, e con questa produciamo una corrente che

mandiamo nei fili, sia per illuminare le case e le vie, sia per muovere

le carrozze di una tramvia, noi facciamo una serie di trasformazioni

inutili, anzi dannose; prima di calore in forza, poi di forza in

energia elettrica. Perchè non si salterebbero via caldaia, macchina

a vapore e dinamo, e non si produrrebbe direttamente l'energia

elettrica, o la corrente, col carbone, bruciandolo, per così dire,

senza calore? Anche questo si sta tentando, e gli ultimi risultati,

ottenuti soprattutto dall'americano Case con pile a carbone, sembrano

legittimare le speranze concepite all'annuncio dei primi tentativi.

Così, dopo un secolo si tornerebbe puramente e semplicemente alla

pila di Volta, scartando tutte le macchine intermedie, convertendo

direttamente in energia elettrica l'energia ritraibile dalla

combinazione del carbone della pila coll'ossigeno, per mezzo di una

vera combustione senza calore. E l'apparecchio di Volta, il quale, dopo

aver creato l'elettrotecnica moderna, aveva dovuto cedere il campo alla

dinamo, riprenderebbe, in altra forma, l'antico dominio, diventando la

migliore e più economica sorgente dell'energia elettrica.

Ma il carbone stesso, sarà esso sempre a disposizione dell'uomo come

è ora? Non si esauriranno un giorno gli immensi tesori di combustibile

che i cataclismi terrestri hanno nascosto sotto terra, seppellendo le

antiche foreste e quelle

. . . . . . . . superbe

Tribù di felci che coprian le fredde

Pomici colle foglie arabescate

E d'altezza vincean le nasciture

Quercie . . . . . .

cantate dall'Aleardi?

Noi distruggiamo spensieratamente le foreste, e altrettanto

spensieratamente sfruttiamo le miniere di carbon fossile. Ormai se ne

estrae per quasi mezzo miliardo di tonnellate all'anno. Forster-Brown

osservava nel 1891 che fra 50 anni i migliori giacimenti conosciuti

saranno sfruttati, e il carbone comincerà a scarseggiare e a rincarire.

Rimangono, è vero, i giacimenti della China e di altri paesi ancora

sconosciuti; ma un giorno anche queste risorse cominceranno a mancare.

Quando ho cominciato questa conferenza, che temo troverete ormai

eccezionalmente lunga e noiosa, non a caso ho citato insieme i nomi di

Volta e di Watt e lo sconosciuto inventore della prima ruota idraulica.

Esaurito il carbone, la macchina a vapore di Watt avrà compiuto il suo

ciclo e sarà diventata un arnese inutile. Quale sarà dunque la sorgente

di energia dell'avvenire?

Può darsi che l'avvenire ci riservi delle sorprese che ora non potremmo

neppur concepire; ma oggigiorno l'unica sorgente di energia sulla quale

possiamo contare è la forza dell'acqua; e lo potremo sempre, perchè

quando il sole cesserà di mandare sulla terra energia sufficiente

a sollevar l'acqua del mare in vapore, immagazzinarla nelle nubi, e

precipitarla in pioggia e neve per farla tornare al mare, anche la

vita, o almeno la vita come la vediamo e la comprendiamo noi ora,

sarà cessata. E l'unico modo che ora conosciamo, di raccogliere e

distribuire a distanza questa forza dell'acqua e di servirsene per

tutti gli usi della vita moderna è la trasformazione sua in quella

forma d'energia la cui esistenza Volta ha svelato pel primo 97 anni

sono.

Dappertutto, fuorchè nelle steppe e nei deserti, la natura ci offre

gratuitamente questa forza, e non è più un sogno la possibilità di

portarla a distanza, trasformandola in energia elettrica. Il Niagara

travolge, al posto della celebre cascata, una forza di sei milioni di

cavalli, e già ora se ne sta utilizzando una piccola parte, che sarà,

a progetto compiuto, di 150 mila cavalli, cioè da una metà a un terzo

di tutta la forza idraulica utilizzata presentemente in Italia; e

mentre vi parlo, una parte di questa forza è mandata a Buffalo, a 45

chilometri di distanza.

Dappertutto, in America come in Europa e nell'Africa stessa, si vanno

progettando e compiendo opere colossali per raccogliere la forza delle

cadute, trasformarla in energia elettrica e portarla sui luoghi di

consumo, ove si riconverte in luce, calore e forza, secondo il bisogno.

In questa gara l'Italia si è affrettata a prender posto; l'impianto

fatto a Tivoli presso Roma e quello che si sta facendo a Paderno presso

Milano, sono fra i più grandi che si sieno concepiti finora.

Circondata in gran parte dal mare che contiene la materia prima della

forza, cioè l'acqua, con quei grandi condensatori per precipitarne

i vapori, che sono le Alpi e l'Appennino, l'Italia è uno dei paesi

del mondo più ricchi di questa energia fornita dalla natura. I nostri

fiumi travolgono una forza di circa 45 milioni di cavalli fra i monti

e i mari Adriatico e Tirreno; e, se anche se ne utilizzasse soltanto

la decima parte, si avrà sempre una forza rappresentante un valore,

al prezzo odierno del carbone, di 600 a 800 milioni, e più che doppia

di quella che presentemente si impiega in Italia per le industrie

tutte, per le ferrovie e per la marina. Il giorno in cui l'avessimo

utilizzata, si inaugurerebbe in Italia un'èra di prosperità e di

primato industriale e politico del quale non potremmo neppure farci

un'idea.

Vedete dunque, o Signori, quale avvenire ha preparato al nostro paese

quel semplice apparecchio che Volta congegnava nell'anno 1800 nel

tranquillo asilo del suo laboratorio di Como. E a questo avvenire

avranno contribuito più che tutti, dopo di lui, due altri italiani,

il cui nome è scritto a caratteri d'oro nella storia delle scienze

fisiche: Pacinotti, il quale costrusse a Pisa nel 1860 la prima

macchina dinamo-elettrica, e non presago della straordinaria importanza

della sua invenzione, si limitò a pubblicarne una descrizione nel 1867,

tre anni prima che Gramme lanciasse nell'industria la macchina stessa

che ora porta il suo nome; e Galileo Ferraris, che nel 1885 scopre il

principio del campo magnetico rotante e ne pubblica la descrizione

nel 1888, mentre Tesla, pochi mesi dopo, costruisce il primo motore

elettrico fondato sullo stesso principio. Pacinotti è scomparso dal

campo della scienza militante e Ferraris è scomparso immaturamente

dalla scena del mondo, e sulla sua tomba, schiusa da meno di due mesi,

l'Italia e la scienza piangono ancora; ma permettete, o Signori, che in

questo giorno in cui ho avuto l'onore di parlarvi di Volta, chiuda la

mia disadorna conferenza, rendendo omaggio a questi sommi che si sono

dimostrati non indegni successori dell'inventore della pila.

MUSICA E BELLE ARTI

CONFERENZA DI CORRADO RICCI.

Gli anni 1815 e 1831 (il primo con la caduta dell'impero napoleonico

e l'ordinamento degli Stati italiani, e il secondo con la rivoluzione

che, dalle Romagne, si estese per le Marche e per l'Umbria sino alle

mura di Roma) possono in Italia considerarsi come limiti di un periodo

politico, ma non di un periodo artistico. Certamente verso la fine

di esso cominciano l'innovazione romantica e il preraffaellismo, e si

svolge la prima grande fase del melodramma italiano; ma nè il '15 nè

il '31 segnano certo l'esordio o la decadenza di nessun tipo speciale.

Mentre infatti la ribellione contro il barocco e lo sviluppo del

cosiddetto classicismo risalgono allo scorcio del secolo precedente, il

romanticismo si produce per assai tempo ancora, sino, cioè, ad oltre la

metà di questo secolo.

Quando dunque giunse il '15, l'arte si plasmava sulle formule

classiche, calma, sicura, padrona del campo. Il periodo eroico della

lotta era finito, può dirsi, dal giorno della morte di Gian Battista

Tiepolo, l'ultimo dei grandi barocchi. Finch'ei visse, la vittoria agli

apostoli del «ritorno all'antico» fu contesa. È noto che Raffaello

Mengs, il primo forse e più animoso incitatore all'ammirazione

dell'arte greca, nella Corte di Madrid, datosi a lavorare in

concorrenza del celebre decoratore veneziano, n'ebbe la peggio e se

ne sdegnò così, che i suoi sdegni furono creduti effetto di gelosia.

Ma è chiaro che, convinto delle sue rigorose e corrette affermazioni

estetiche, non poteva se non ribellarsi alle splendide _bizzarrie_ e

alle _sfrenatezze_ del rivale, e legittimamente seccarsi di vederle

ancora preferite alle serie e gravi sue prove, per riattaccarsi alle

grandi tradizioni dell'arte antica.

Finito il Tiepolo, e slombate e decomposte nei deboli imitatori le

strane ma luminose e popolose sue visioni, la falange dei classicisti,

con la critica del Winckelmann, con l'arte del Batoni, del David,

dell'Appiani e d'Antonio Canova, divenne esercito poderoso, dinanzi

al quale i vecchi artisti fuggirono come sgominati, gettando le armi.

Pochi anni dopo, i dipinti dello stesso Tiepolo erano trascurati come

quelli di un pazzo, tantochè, mentre si levavano dalle chiese infiniti

quadri d'ogni tempo e d'ogni scuola, per trasportarli in Francia, i

suoi erano scartati senza misericordia, con palese dileggio.

*

* *

Dunque alla caduta dell'impero di Napoleone le arti procedevano sulle

formule del Canova, del David e dell'Appiani; ma questi tre campioni

dello stile neo-classico non lavoravano oramai più. L'Appiani anzi

moriva nel 1817, e il Canova appena cinque anni dopo. Il David, è

vero, sopravvisse loro, sino alla fine del 1825, ma dagli avvenimenti

politici sbalestrato lungi dal suo studio e dalla Francia, e già presso

ai settant'anni, non ebbe più l'animo di darsi a nuove grandi opere, nè

potè compierne alcune delle cominciate.

Parecchi degli artisti, che succedono immediatamente, non mancano di

pregi e di fama; ma nessuno più presenta tali tratti e tali novità da

costituire bell'argomento di uno studio sintetico, nel quale si possa,

all'esame del genio innovatore, unir quello dei capolavori e di tutta

la scuola e dello speciale tipo artistico, così come si può facilmente

e brillantemente fare per Giotto, per Masaccio, per Leonardo, per

Raffaello, per Michelangelo e per tanti altri.

Il fuoco vivo dell'arte si era ovunque oramai tramutato nella

tiepida cenere dell'accademia. Non v'erano più giovani entusiasti

che corressero a scaldarsi ed aprire la mente al calore d'un

qualche artista potente, come già nel Rinascimento; ma folle, che

dovevano seguire una massima, un corso, un insegnamento rigidamente

prestabilito, perocchè le stesse accademie dei Caracci e le altre,

sorte e fiorite fino ad oltre la metà del secolo XVIII, furono ben

diverse da quelle fondate poi, come ogni altra scuola o seminario,

sotto la tutela degli Stati, con norme burocratiche rigorose e con

sistemi estetici definiti. I Caracci, ad esempio, allontanavano dalla

loro accademia, come già i vecchi maestri dalle loro botteghe, quelli

che non mostrassero una promettente tendenza artistica. I buoni, poi,

divenuti esperti nel disegno, si spargevano nelle botteghe di quei

maestri che loro maggiormente garbavano. Chi seguiva perciò la cupa ed

energica arte del Guercino, chi la luminosa e delicata di Guido, chi la

sobria e corretta del Domenichino.

Nelle accademie del periodo pseudo-classico, come purtroppo ancora

nelle odierne, la scelta, da parte degli artisti e degli scolari,

fu senz'altro esclusa. I maestri dovevano iniziare all'arte quei

giovani, buoni o cattivi, che lo Stato ammetteva alla scuola, mentre

gli scolari, per ottenere i diplomi, dovevano seguire inevitabilmente

l'insegnamento di quei maestri, buoni o cattivi, che lo Stato dava

loro.

Io non dirò quale e quanto numerosa schiera di mediocrità e di anime

fredde pullulasse allora nel campo della pittura e della scultura.

Fatti i primi studi nelle piccole accademie patrie, su modelli di

teste o piedi o mani convenzionali punteggiate a matita con noiosa

pazienza sino a che la sfumatura paresse dileguare con la gradazione

dell'alito; copiate tondeggianti e levigate composizioni classiche

da esemplari all'acquerello, dove ogni traccia del pennello doveva

esser dissimulata, concorrevano con qualche mediocre lavoro ad una

pensione, ed ottenutala si recavano dove fiorivano scuole migliori,

come a Firenze e a Roma. V'erano, là, discreti artisti, e soprattutto

v'erano le maraviglie dell'arte passata, lo splendore della natura e

il fàscino di leggende e di storie immortali. Ebbene, che mandavano per

saggio i pensionati? Forse qualche dipinto, in cui, dietro a una figura

umanamente sentita, si vedesse un lembo delle colline o dei monumenti

fiorentini, o la grandiosa solitudine della campagna romana o qualche

lacero avanzo d'un tempio o d'un acquedotto? Nemmeno per sogno!

I magazzini di molte gallerie e di molti istituti di Belle Arti

rigurgitano di quei saggi. Sono tutte composizioni senza spirito

e senza colore, di figure solennemente atteggiate come i tragici

di _scuola vecchia_, con fondi di monumenti disegnati o dipinti di

_maniera_, e non variano mai dai soliti temi della _Morte di Virginia_

o _di Socrate_, di _Edipo cieco_, del _sacrificio di Polissena_, di

_Filottete nell'isola di Nasso_, di _Lucio Albino che raccoglie le

fuggenti vestali_ e simili. Per la figura, si direbbe che non un'anima

di quei giovani ha letto nel pensiero di Giotto, nella gentilezza

di Sandro Botticelli o del Perugino, nella forza di Luca da Cortona

o di Michelangelo; pel paesaggio, si direbbe che non un occhio ha

contemplato il Tevere e l'Arno, tra il declivio dei colli, e le rovine

di Roma e le torri gloriose e le chiese e i palazzi.

Begl'ingegni allora non difettarono, nè difettò loro l'occasione di

manifestarsi in grandi lavori, ma lo stile in voga e i preconcetti,

che il bello emanasse più che dal vero, dai modelli classici, li

incepparono. Riattaccatisi senz'altro a forme antiche, già concrete,

già sfruttate, furono vecchi senz'essere stati giovani; cosicchè

mancando dinanzi a loro uno di quei lunghi e nobili periodi di ricerca,

di sforzi, di preparazione, mancò inevitabilmente tra di essi uno

di quegli artisti che sembrano radunare tutti gli elementi concordi

sviluppatisi pel corso di talora più secoli e pel lavorìo di molte

anime e di fonderli insieme come fecero Raffaello e Leonardo rispetto

all'arte umbra e toscana; Tiziano e il Correggio rispetto all'arte

veneziana ed emiliana.

*

* *

A Roma, dove per lo studio delle statue antiche e per la fama della

scuola, ma anche, e più forse, per abitudine, traevano molti, fiorivano

allora Luigi Agricola, Gioacchino Serrangeli, Giovanni Silvagni,

Luigi Rubbio e molti altri. Portava però il vanto su tutti Vincenzo

Camuccini, natovi nel 1775. Egli come concetto non si distaccò dal

David: ma curò anche lo studio dei maestri italiani del cinquecento

e specialmente di Raffaello, con poco vantaggio del suo colorito. La

fama straordinaria ch'ebbe a' suoi tempi è quasi del tutto dileguata:

la facilità grande del disegno e dell'esecuzione non valse a mascherare

la povertà dell'ispirazione e la poca originalità dei pensieri. Per

questo, forse, i ritratti di lui sono da taluno apprezzati più delle

grandi composizioni esprimenti episodi della storia romana (_Orazio

Coclite_, _Romolo e Remo_, _Partenza di Regolo per Cartagine_, _Morte

di Virginia_ ec.) o del periodo eroico del cristianesimo. In queste

si servì d'infinite reminiscenze, tolte a marmi classici ed a pittori

della Rinascenza, male assimilate, e perciò anche male dissimulate,

tanto che Pierre Guérin diceva di lui: «S'è nutrito di Raffaello e

degli antichi, ma non li ha digeriti.»

Questi teneva lo scettro della pittura là dove concorrevano quasi tutti

i giovani d'Italia e molti dall'estero! La scultura aveva però migliori

rappresentanti, che se anche si ripeteva freddamente elegante, tornita

e levigata con Carlo Finelli, che poi passò a Firenze, con Cincinnato

Baruzzi, che presto se ne andò a Bologna, con Pompeo Marchesi e con

Gaetano Monti, che poi si trasferirono a Milano, e con altri scolari

del Canova, si sollevava però dall'ordinario per opera di Alberto

Thorwaldsen e di Pietro Tenerani suo scolaro.

È però inutile ch'io dica che in tutti perdurava il concetto della

bellezza antica, perchè se anche si ponevano talora dinanzi al vero,

essi o lo correggevano o lo vedevano e trasformavano sotto l'influenza

della scultura classica e quasi con un sistema geometrico. Questo

fenomeno che può sulle prime sembrare assai strano, appare invece

naturalissimo, quando si consideri che in tutti i secoli lo stesso vero

tradotto in arte si è sempre diversamente atteggiato a seconda, dirò

così, dei temperamenti o dei sentimenti del tempo. Le cifre singolari

dei trecentisti non si trasformavano di fronte a un ritratto, come

non si trasformavano quelle dei barocchi, i quali, anche quando erano

costretti a copiare monumenti bizantini od ogivali, incurvando un po'

una linea, ingrossando lievemente una modanatura, movendo con maggiore

larghezza le foglie d'un capitello, finivano per fare una specie di

parafrasi barocca.

I temi d'altra parte cambiavano di poco. Il Finelli si compiaceva di

scolpire un _Discobolo_, una _Venere_, le _Grazie_, e se il Marchesi

talora lasciava interrotta un'_Urania_, una _Tersicore_, per lavorare

di scalpello intorno alle statue di Carlo Emanuele, del Beccaria, del

Bellini, guardava come meglio si potesse ingentilire il vero e talora

non resisteva a cingere d'un classico paludamento uomini moderni, come

fece appunto ritraendo Wolfango Goethe.

Alberto Thorwaldsen danese venuto a Roma, di ventisei anni nel 1796,

finì per rimanervi più di quarant'anni. Nessuno era allora più di

lui fanatico sostenitore delle teorie del Mengs, del Winckelmann

e del David. Gli pareva anzi che fosse perfettamente inutile e ad

un tempo pericoloso cercare nella realtà le leggi e i principii

dell'arte, quando già si erano concretati nella statuaria greca

dalla quale conveniva derivarli. — Come mai con tali idee gli riuscì

d'avvantaggiarsi sui contemporanei?

Procedendo nella riflessione e nello studio s'accorse che le forme

classiche passate per lo spirito dei canoviani erano divenute fiacche,

meschine, si erano immiserite nella pretesa di una leggiadria ottenuta

a tutto scapito della gravità. Questa sola giusta preoccupazione

valse a migliorare la sua scultura. In conclusione, avendo fatta bene

la diagnosi, gli fu abbastanza agevole di procedere alla cura e di

restituire all'ammalata una certa salute.

La vita Italiana nel Risorgimento (1815-1831), parte 3 Conferenze fiorentine - Lettere, scienze e arti · 第 6 / 8 段