D'allora, anche modellando figure come _Amore e Psiche_, _Ganimede_,

_Adone_, _Ebe_, seppe evitare l'effeminatezza e la mollezza, e dare

alla gioventù una più vigorosa e valida espressione. Col _Giasone_ e

col grande bassorilievo del _Trionfo d'Alessandro_ potè ottenere una

maggiore larghezza, come potè evitare ogni oscurità e ogni esagerazione

simbolica ed allegorica nella _Notte che porta sulle braccia la Morte

e il Sonno_ in sembianza di due bambini. Un eminente francese scrisse

di lui: «Egli ha subìto nella concezione della bellezza l'influenza

del Winckelmann, al pari del Canova che rivestì pure d'una grazia

tutta moderna la forma antica che effeminò.... Thorwaldsen ha studiato

profondamente l'antico, se n'è imbevuto, ha veduto la natura con

gli occhi d'uno scolaro di Fidia: semplificandola, spogliandola dei

particolari inutili, conducendola verso un bello ideale. Come un greco

del buon tempo antico, egli evita i gesti violenti, le espressioni

sforzate, tutto ciò che può danneggiare l'armoniosa severità della

linea. Il suo _Mercurio_ che si prepara ad uccidere Argo è un

capolavoro che può sopportare il confronto delle più belle statue

greche. Nella sua _Venere_ c'è in qualche modo presentita la nobile e

vittoriosa bellezza della _Venere_ di Milo. Thorwaldsen era un classico

puro, e non si potrà mai trovare in lui il romantico. Eccelleva nel

bassorilievo, che richiedeva tanto equilibrio di ponderazione e di

sapienti sacrifici. Il suo fregio trionfale d'Alessandro è una delle

più belle cose che la scultura abbia prodotto dai secoli di Pericle,

e potrebbe incastrarsi nel frontone d'un tempio greco. La _Notte che

regge la Morte e il Sonno_ è una composizione che non si cessa mai

d'ammirare. Le tre _Grazie_ hanno un'ingenuità pudica, cui gli antichi

avrebbero applaudito.» Così Teofilo Gauthier, il quale, senza dubbio,

oggi di fronte ai nuovi e più gravi problemi imposti all'arte, sarebbe

più temperato nella lode. Questo è certo però che il Thorwaldsen è il

solo artista del periodo neo-classico che possa competere col Canova,

col Canova, bene inteso, ligio alla tradizione antica, poichè nei

pochi momenti in ch'egli ardì di chiedere ispirazione e forma al vero,

assurse ad un'altezza difficilmente raggiungibile, come nella statua di

papa Rezzonico.

Il Gauthier si limita con ragione a ricordare le opere del Thorwaldsen

ancora giovine. I successi e le ordinazioni gli fecero perdere più

tardi la prima serenità. Non scegliendo più spontaneamente i temi, ma

eseguendo quelli che gli erano commessi, cessò dal trattare quanto

conveniva meglio al suo sentimento, al suo genio. Inoltre, operando

in fretta, abbandonò lavori d'un'esecuzione molto superficiale pur di

riempire di statue, di busti, di rilievi, mezza Europa.

Molti giovani, specialmente in quel periodo in cui, per corrispondere

a tutte le ricerche, aveva bisogno di aiuto, appresero sotto di lui;

ma non emerse veramente che Pietro Tenerani, al quale, il Thorwaldsen,

partendo da Roma, lasciò un indiscutibile primato sugli altri scultori.

Il Tenerani ingegnoso, accurato nelle forme, e devoto pur sempre

agl'insegnamenti de' suoi grandi maestri (aveva studiato un poco anche

sotto il Canova) ebbe una certa versatilità, rispetto agli argomenti,

che gli valse di poter mantenersi in un posto considerevole anche

quando l'arte accennò a prendere un'altra strada. Dalle _Psichi_,

dalle _Veneri_, dai _Cupidi_ seppe alzarsi a un certo sentimento col

suo _Crocifisso_ e con la _Deposizione_ e ad una certa solennità nei

monumenti del Conte Orloff e di Ferdinando II in Napoli e di Ferdinando

III in Pisa.

Dirò infine che si fermarono in Roma Giuseppe Fabris, che acquistò

rinomanza col _Milone da Crotone assalito dal leone_, e Camillo

Pacetti, che, per consiglio del Canova, fu poi chiamato a dirigere la

scuola di scultura a Milano.

*

* *

Nella scuola pittorica fiorentina, allora in fama d'una grande

correzione di disegno, primeggiavano (sopra una notevole schiera di

minori) Pietro Benvenuti e Luigi Sabatelli; il primo nato ad Arezzo nel

1769 e il secondo, tre anni dopo, a Firenze.

Il Benvenuti abile, coscienzioso, corretto disegnatore e talvolta

efficace coloritore, fu, fino da' suoi tempi, giudicato un artista

freddo, ossia di poco sentimento. Certo anche agl'intendenti d'allora

l'individualità sua, si palesava più pel metodo e per la tecnica, che

per l'anima. I suoi nudi hanno forme distinte, ma sistematicamente

tracciate e squadrate. Le sue composizioni sono abbondanti e chiare

ad un tempo, ma poco originali. Lavorò moltissimo, dipinse ritratti,

grandi quadri d'altare e vasti affreschi, questi ultimi con una

speciale compiacenza, come ne fanno fede quelli della _Sala d'Ercole_

nel Palazzo Pitti e la cupola della Cappella Medicea in San Lorenzo,

dove, operando per sette anni continui, espresse otto soggetti dei due

Testamenti.

Molti perciò lo dissero il maggiore fra i pittori toscani del suo

tempo, ma molti ancora gli tolsero tale vanto per darlo al Sabatelli.

«Abbiamo la ferma convinzione — scriveva il Rovani — avvalorata dal

giudizio de' più esperti e dei più appassionati, ch'egli più di tutti

i nominati abbia sortito originale e potente l'ingegno dell'arte.»

Era infatti, il Sabatelli, una natura focosa, rivelatasi con un

entusiasmo non comune a Roma, dove, giovanissimo ancora, sbalordiva

per la rapidità onde produceva popolosi disegni. Di là passò a Venezia

spintovi dal suo benefattore Pier Roberto Capponi, intimorito che

l'influenza della plastica di Roma spegnesse in lui l'ardimento del

colore. Tornato in Toscana, fu tosto sopraccaricato di lavoro e, com'è

naturale, messo a confronto del Benvenuti. Nel Duomo d'Arezzo, alla

grande _Giuditta_ di quest'ultimo s'oppose la sua _Abigaille che cerca

di stornare l'ira di Davide dall'improvvido Naballo_, e parve ad alcuni

che «risultasse quanto fosse più spontanea la facoltà inventiva del

Sabatelli e più energico il disegno e più vera l'espressione e meno

convenzionale la composizione geniale del quadro; laddove il quadro

del Benvenuti, di gran lunga meno fecondo, riuscisse, più che una

composizione di getto, una combinazione compassata ed artificiale

di figure prese da ogni dove e costrette poi dall'artista a rendere

un'espressione diversa da quella a cui erano state atteggiate dagli

artefici che le avevano primamente trovate.» Forse in queste parole

del critico lombardo è l'esagerazione che inevitabilmente accompagna

la polemica. Per quanto il Sabatelli s'avvantaggiasse per ispontaneità

sul Benvenuti, non riuscì nullameno a svincolarsi dal convenzionale, e

n'è testimonio il grande affresco dell'_Olimpo_ che orna una vòlta del

Palazzo Pitti, in cui il manierismo si palesa, su per giù, come negli

altri lavori dei contemporanei. Questo è sicuro però, che la ricca

fantasia e la perizia di disegnatore, gli valsero d'essere ammirato e

lodato anche quando l'arte, indirizzata diversamente, rese malvisi i

pittori pseudo-classici.

Il Sabatelli visse pure a lungo in Milano e v'insegnò nell'Accademia di

Brera. Ma là, col Rossi, con lo Zanoia, col Palagi, col Pacetti l'arte

pittorica non batteva diversa strada, come non la batteva a Venezia

col Matteini, col Fabris, col Lipparini; a Torino col vecchio Biscarra;

con Gaspare Landi a Piacenza; col Martini e col Borghesi a Parma; con

lo Zatti a Modena; col Calvi e coi Basoli in Bologna, una delle città

allora più decadute di tutta Italia: nè (è ovvio dire) procedevano

diversamente gli scultori, tenaci a ripetere senz'altro e a indebolire

e a rendere sempre più glaciali le formule del Canova.

Migliore indirizzo tenevano soltanto le scuole d'incisione con Giuseppe

Longhi a Milano, con Paolo Toschi a Parma, col Rosaspina a Bologna,

col Morghen a Firenze; ma per essere costrette a riprodurre, oltre

che opere del periodo neo-classico, anche i capolavori delle nostre

Gallerie, si trattenevano spesso nella contemplazione di pitture e

sculture del Rinascimento, dalle quali potevano attingere ad ora ad

ora energia e vitalità, virtù in genere mancanti all'architettura,

che da parte sua si svolse parimenti nell'imitazione delle forme

e delle proporzioni greche e romane. Ad ogni modo, seppero pure da

quell'imitazione trarre lavori corretti ed eleganti il Vanvitelli, il

Carasale, il Paternò-Castello, l'Antolini, il Calderari, il Visentini,

il Temanza e diversi altri. Ma, perchè il lungo tema mi spinge,

Io non posso ritrar di tutti appieno.

*

* *

La buona tranquillità di tanti artisti, sostenuti da un pubblico che

nulla di nuovo pareva più esigere, e delle accademie, intese a dar

forma allo spirito dei giovani, dentro lo stampo di idee fissate e

pietrificate, non tardò ad esser turbata. Qua e là s'intravvedevano e

spuntavano i germi di nuove vegetazioni, non tutte egualmente belle, ma

che non avrebbero tardato a togliere alimento alle vecchie piante.

Il primo grido di guerra, riguardo alla scultura, che turbò le anime

timorate, in Firenze, fu lanciato da Lorenzo Bartolini.

A lui nato in un piccolo paese, figlio d'un fabbro-ferraio, cresciuto

in conflitto col padre brutale, consacratosi all'arte per indomabile

passione, nullostante le più feroci ostilità de' suoi e del caso,

spintosi arditamente fino a Parigi, quando v'imperava il David, a lui

che presto sapeva affrancarsi dallo stile del maestro, a lui tenace

per temperamento ed afforzato dalle avversità, spettava d'ingaggiar

battaglia.

Tornato in Italia dopo il rovescio della fortuna di Napoleone, e

stabilitosi a Carrara, vi sollevò tali ire con la sua rude fermezza,

e si mise in così aperto conflitto con gli altri artisti, i quali per

lui si vedevano abbandonati dai giovani discepoli, che non s'attese

più che un pretesto d'indole politica, perchè gli s'insorgesse e gli

si eccitasse contro la plebaglia. Scampato per miracolo, riparò e si

stabilì a Firenze. Altre umiliazioni inevitabilmente l'attendevano

ivi, prima fra le quali, per un carattere come il suo, l'indifferenza,

spinta a tanto che per vivere dovette rimettersi a lavorare in

alabastro, egli che a Parigi aveva fatto per la colonna Vendôme il

bassorilievo della battaglia di Austerlitz!

Non era il Bartolini l'uomo, nè l'arte sua tale da perire nell'oblìo.

Ben presto, infatti, al silenzio geloso degli scultori che lo temevano,

si oppose la palese ammirazione degli spregiudicati, dei liberi, e la

numerosa fede dei giovani. Le commissioni s'accrebbero, e s'accrebbe

quindi il numero e l'importanza delle opere, cui, per lo spazio, non

posso nemmeno accennare.

Questo basti dire: ch'egli dal culto delle formule classiche passò

a quella della realtà e, coi lavori, e anche, e più forse, con

l'ardore polemico insegnò una nuova strada agli artisti italiani.

Morto Stefano Ricci, altro freddo canoviano, il Bartolini gli

successe nell'insegnamento all'Accademia di Belle Arti. Fu allora

che, sovreccitato dalle critiche degli avversari, diede per tema agli

scolari _Esopo meditante le favole_ ed introdusse nella scuola, per

modello, un gobbo. L'insulto parve soverchio, e gli accademici, più

legati al convenzionalismo e alla tradizione, levarono il campo a

rumore. Forse egli eccedette «per impeto di reazione»; ma per rizzare

una pianta curva da una parte conviene torcerla dall'opposta, e si

difese rispondendo per le stampe e lanciando l'ardito assioma: «In

natura ogni cosa ha le sue bellezze, relativamente al soggetto che

devesi trattare; chiunque è capace d'imitare completamente la natura,

sa tutto quello che un artista deve sapere.»

Ribelle al titolo di _professore_ e soddisfatto a quello di _maestro_,

insegnante nell'Accademia allo scopo di abbattere gli accademici,

non ebbe rispetto nè pei colleghi nè per gli amici. Un altro insigne

artista, Giovanni Duprè, ne lasciò questo ritratto: «Era uomo sdegnoso

e spregiudicato, chiamava le cose col suo vero nome e dava dell'asino

a chi gli pareva tale, fosse anche stato un senatore o un ministro.

Sapeva di essere un grande scultore, e amava che si credesse da tutti;

motteggiava sovente, e al frizzo sacrificava non rare volte fin la

decenza; liberale e caritatevole, geloso del decoro e dell'educazione

della sua famiglia.... Come scultore fu grandissimo; più del precetto

giovò il suo esempio; ristorò la scuola ritornandola ai suoi principii

del vero; ebbe nemici molti e assiduamente molesti, che non si curava

di placare; stuzzicato volgeasi a dritta e a sinistra, sferzando

spietatamente e ridendo.»

Mentre poi il rumore delle discussioni, sollevate dal Bartolini

intorno alla scultura, si diffondeva per tutta Italia; contro la

pittura classica che a sua volta, cominciava a stancare, sorgeva il

romanticismo. Dapprima si manifestò modestamente alterando qualche

profilo o infrangendo qualche regola secondaria. Poi s'estese al tipo

fisionomico, poi alla composizione e quindi agli argomenti, al costume,

al colorito, al sentimento. Quegli però che in Italia sembrò segnare la

divisione fu l'Hayez. Poco avanti il Cornelius e l'Overbeck, in Roma,

avevano cominciato ad eccitare i giovani all'ammirazione dei pittori

preraffaelleschi, il primo consigliando l'arte tedesca e specialmente

quella del Dürer; l'altro la pittura italiana. Ambedue si accordavano

però a lottare contro la pittura pseudo-classica delle _Accademie_. Ma

perchè il moto iniziato dai due illustri pittori tedeschi e dall'Hayez

ha il suo vero sviluppo dopo il 1825, così diventa argomento di studio

per chi tratti la storia dell'arte nel secondo trentennio di questo

secolo.

Certo è questo: che quando il '31 apparve, anche la pittura accennava

già a trasformarsi completamente.

*

* *

Ma se nessun reciso limite di forma s'ebbe tra l'aprirsi e il chiudersi

del periodo, un fatto nullameno grande nella storia dell'arte nostra,

un avvenimento dei più ridenti, dei più felici dobbiamo registrare al

1815, la restituzione, in seguito al trattato di quell'anno, di quasi

tutti i capolavori che i Francesi in due riprese, nel 1796 e nel 1803,

avevano trasferito a Parigi per arricchirne i loro grandi musei. Quanto

il patto nel suo complesso è noto, altrettanto è sconosciuto ne' suoi

curiosi particolari: perchè nessuno ancora ne raccolse la singolare

cronaca.

Non si sa l'avvilimento delle città, che si vedevano spogliate dei loro

tesori, del loro orgoglio, della loro gloria; ma si conoscono le voci

d'angoscia degli artisti, le adunanze, le proteste dei magistrati; lo

sdegno onde si guardarono persone italiane aiutare, come traditori, gli

stranieri nella scelta e nel trasporto delle infinite casse. Abbiamo

trovate lettere di artisti, così piene di dolore, da commovere ancora.

Il povero Rosaspina scriveva all'abate Mazza: «Pur troppo m'ero sentito

minacciare la fatalissima perdita. Io mi trovo a tal segno smarrito,

che non trovo nè il sonno, nè la volontà di mangiare.... Che rovina per

me, che rovescia il corso preparato alla mia vita.»

Ma se l'angoscia e il rimpianto esteriori, sembrano poco più tardi

assopirsi nella vicenda dei grandi avvenimenti europei, nulla dalle

anime si tolse, come ricordo, come speranza. E, caduto Napoleone,

chi primo pensò a rivendicare all'Italia la restituzione di tanti

capolavori, fu Antonio Canova, compiendo un'opera patriottica, non

inferiore alla grande sua opera artistica.

Il ritorno dei dipinti è d'una poetica giocondità. Temendosi che altre

vicende potessero inframettersi, furono ridati verso la fine stessa

del 1815, al declinare dell'autunno. Le città dell'Emilia non si

rassegnarono ad attendere la primavera, e mandarono artisti ed operai

a riscattare il proprio, alcune fino a Parigi, altre fino a Milano. I

fatti incalzavano e si temevano sempre nuove sorprese.

Nè s'indugiò là. Sui primi di gennaio una lunga fila di carri, tirati

da buoi, partiva da Milano verso Bologna, sollecitando quant'era

possibile il cammino. Solo quando raggiunsero la larga via romana di

Marco Emilio Lepido, si credettero sicuri. Le campane di Piacenza

salutarono il ritorno, e i sacerdoti trassero a benedire, non

preoccupati se insieme alle Madonne, alle Maddalene, ai Santi tornavano

anche le superbe nudità delle Veneri e degli Adoni. L'arrivo era troppo

felice, perchè si potesse lesinar negli osanna! Ma una nube sembrò a un

tratto velare la lietezza del popolo piacentino.

Come le madri, che veggono tornare dalla guerra i figli d'altre donne,

ma non più i loro propri, si rattristano colpite da nuova ambascia,

così i Piacentini sospirarono pensando alla Madonna di San Sisto, la

più bella di Raffaello, la più soave del mondo, venduta dai monaci

all'Elettore di Sassonia. Essa non tornava più!

I carri intanto procedono. Lungo la strada, i contadini escono dai

casolari. Le donne, come sanno che il carico è di imagini sacre,

s'inginocchiano lungo la via.

Presso Borgo San Donnino comincia a nevicare. Gli operai, i facchini,

i contadini stendono sui carri i loro mantelli, perchè l'umidità e il

freddo non scendano a irrigidire le belle membra delle divine creature.

Anche a Parma tutte le campane suonano a distesa e salutano i

capolavori del Correggio, reduci dal lungo esilio. L'emozione, allo

scoprimento delle casse, stringe l'anima; ma ad un tratto scoppiano

voci di meraviglia. A Pietro de Lama sembra che gli angeli ridano più

lietamente, e che la divina Maddalena, nella gioia del ritorno, splenda

di maggiore bellezza.

Ma il viaggio non è compiuto per tutti i quadri. Uguali successi,

uguale tripudio si hanno a Reggio, a Modena, dove punge il ricordo dei

cento dipinti ceduti per danaro da Francesco III Estense ad Augusto di

Sassonia.

Giunsero infine a Bologna, dove i cultori d'arte e i letterati

s'affaccendano nervosi nell'attesa. Molte opere si aspettano, ma il

cuore di tutti palpita per la Santa Cecilia di Raffaello. All'arrivo

il giubilo suggerisce le arguzie. La Santa si scopre: alcuni,

commossi, mostrano gli occhi ridenti nelle lagrime: altri motteggiano

compiacendosi che non abbia perduto nella lunga via le canne

dell'organo che le pende di mano.

Così anche altrove. Solo la Romagna, nella torbida politica dei Legati

e dei cospiratori, non s'occupa dei lavori perduti e li abbandona

a Milano, dove anc'oggi si trovano. Non è nelle anime agitate

dall'intrigo che germoglia il fiore dell'arte!

*

* *

Ed ora un cenno fugace intorno alla musica e al fortunato e brillante

melodramma italiano, sórto proprio allora.

Nella seconda metà del secolo XVIII, mentre gl'Italiani procedevano

adagio adagio, se pure procedevano, con mille musicisti, la Germania

con soli due uomini, il Gluck e il Mozart, ci fu innanzi. Un passo

ancora, e il Beethoven, movendo appunto dal Mozart, raggiungerà la cima

dell'Olimpo musicale.

Dapprima però anche il Mozart seguì la scuola napoletana, ma con

la scorta del Bach, dell'Händel, del Gluck e dell'Haydn s'avanzò

rapidamente per correre il proprio cammino col _Matrimonio di Figaro_,

col _Don Giovanni_ e col _Flauto Magico_. Egli quindi modificò

sostanzialmente il melodramma italiano e contribuì col Gluck a

ristorare il tedesco.

Il Weber pure muove dal Mozart, la musica del quale induce

all'imitazione anche il Paër, che ne dà segni indubbi nei lavori che

compie per Praga e per Dresda.

Il Paër resta però ultimo della vecchia scuola a spadroneggiare nel

campo presso che deserto, essendo il Cimarosa già morto e il Paisiello

già vecchio.

Fu allora che apparve sulla scena italiana un'opera intitolata

_Tancredi_, d'un giovine di ventun anni che si chiamava Gioacchino

Rossini, rinfrancatosi a sua volta nella musica del Mozart, del Mayer,

poi in quella del Beethoven.

Con lui s'inizia e si fonda la grande scuola melodrammatica italiana,

che sollevò Vincenzo Bellini e il Donizetti sopra la falange dei minori

come Mercadante, Pacini, Lauro Rossi, Luigi Ricci, Pietro Raimondi, ec.

A molto di ciò che il Mayer aveva accennato riguardo alla decadenza

della musica a' suoi tempi, ossia alla trivialità o monotonia delle

cantilene, alla seccaggine delle cadenze, alle _sonate di gola_, alla

profusione inconcludente dei gorgheggi che distruggono ogni nobiltà

melodica, ogni idea di ritmo, allo strazio della prosodia, il Rossini

non riuscì certo a porre totalmente argine, ma col _Guglielmo Tell_

affermò e fermò un glorioso risveglio, che ingenuamente si vorrebbe da

taluni attribuire al mediocre Zingarelli.

Il _Guglielmo Tell_ è stato chiamato benissimo un capolavoro di pace

e di serenità, come _Il Barbier di Siviglia_ lo è di arguzia e di

vita. Nel _Guglielmo Tell_ sono solenni gli uomini e le cose. «Per

l'elevatezza e la grandiosità — così il Bellaigue — questa musica è ben

quella delle montagne; quella dei laghi per la freschezza e la purezza.

I misteri delle foreste sono in essa, splendente come il giorno, dolce

come la notte. Gli eroi che ha cantato sono morti, l'erba del Ruth non

ha conservate le tracce dei loro passi, nè le acque il solco dei loro

remi; ma la natura che ha cantato e che rimane, non cesserà mai d'unire

alla sua eterna bellezza, la bellezza del capolavoro dove si specchia

e si riconosce.»

Nel Rossini trionfò ciò che appunto mancava agli scultori e ai

pittori del tempo: la spontaneità, il genio. «Per divenire immortale

egli non fece che nascere.» Non è un eroe poderoso e conquistatore

nell'indomabile volontà come il Bach, come il Beethoven, come il

Wagner; ma una schietta natura, che cantando risponde ad un bisogno

innato.

Egli passa, scrivendo musica, da città in città; quando gli mancano tre

o quattro mesi alla consegna di un'opera, trascorre in ozio i primi e

si riduce all'ultimo, e la compie senza stento. Lavora negli alberghi

rumorosi, nelle vetture, durante i lunghi viaggi; di primavera al

sole, d'inverno a letto, e se una pagina gli cade a terra, preferisce

ricominciarla, che discendere per raccoglierla. Egli non si preoccupa

d'evitare l'arte vecchia, come di tentarne una nuova. Canta perchè lo

spirito gli canta nel cuore e nella mente.

Vincenzo Bellini, _anima melodica_ per eccellenza, fu spesso assorto

nella musa beethoveniana e ne lasciò tracce evidenti nelle sue opere.

Egli ebbe più senso di modernità, che non abbiano oggi tanti maestri,

nonostante la riforma gloriosa di Riccardo Wagner. Con l'arte sua,

parallela quasi allo scoppiettío e allo scintillío rossiniano, si fa

strada il romanticismo malinconico e dolente, che aveva già trovata

qualche nota nel Paisiello e che nel gentilissimo Bellini doveva

pienamente emergere.

Però l'opera del Bellini non è riformatrice come quella del Rossini.

Il Meyerbeer, altro poderoso ingegno teatrale, risentì poi l'influenza

del Pesarese. Presso il dispotico Metternich era in favore il

melodramma italiano, cosicchè l'opera del maestro di Berlino fu accolta

con freddezza. Si dice che il Salieri, pur valutando a dovere i meriti

del futuro autore degli _Ugonotti_, notasse che gli mancava una vera

conoscenza della voce umana, e lo consigliasse a venire in Italia. Il

Meyerbeer era contrario al melodramma italiano, quale si presentava

in Vienna con le opere del Pavesi, del Niccolini e del Broschi.

Nullameno decise di visitare la nostra Penisola. A Venezia sentì prima

il _Tancredi_ e ne restò ammirato tanto, che sotto la sua influenza

scrisse _Romilda e Costanza_ per la Tivaroni. Rimase in seguito molto

in Italia e tenne dietro con attenzione ai prodotti rossiniani. Il

Weber non gradì molto questo apparente traviamento del Meyerbeer, cui

invece provenne l'utile di fondere buone qualità italiane e germaniche.

Ai trionfi teatrali di questi tre grandi, s'unirono presto quelli del

Donizetti, il quale, a sua volta, ebbe due maniere: la prima basata sul

tipo rossiniano, la seconda dominata dalla stessa sua indole sommamente

melodica. La parte istrumentale delle sue opere non fu però originale;

non riuscì quasi mai a levarsi dalla fisonomia peculiare alle orchestre

del Rossini e del Bellini.

La vita Italiana nel Risorgimento (1815-1831), parte 3 Conferenze fiorentine - Lettere, scienze e arti · 第 7 / 8 段