Per questo ci voleva un motore universale che potesse funzionare

dovunque, in un opificio, o in mezzo ai campi, a bordo di una nave, o

in testa a un convoglio, come la macchina a vapore; oppure una nuova

forma di energia, che fosse capace di essere trasportata a grandi

distanze, come l'energia elettrica. Or bene: e l'una e l'altra si

annunciano precisamente al principio del secolo.

Veramente i primi studi di Watt sulla macchina a vapore datano dal

1765; ma ci vollero quasi 35 anni di tempo e dodici processi prima

che i suoi brevetti fossero riconosciuti; si vede che la burocrazia

d'allora non aveva nulla da invidiare a quella d'oggi. Fu dunque

solo nel 1799 che egli e il suo socio Foulton furono messi nel legale

possesso dell'invenzione, e fu nel 1800 che essi consegnarono ai loro

figli la prima fabbrica di macchine a vapore. Ed è nel 20 marzo dello

stesso anno che Volta scriveva da Como la sua celebre lettera a sir

Joseph Banks, presidente della Royal Society di Londra, nella quale

per la prima volta è descritta la pila; e il 6 novembre egli stesso

presenta la sua pila a Parigi all'Istituto nazionale di Francia e la fa

funzionare sotto gli occhi del primo Console.

La macchina a vapore era preconizzata da un secolo; ma l'invenzione

della pila fu un avvenimento inatteso, che scompigliò tutte le idee

accettate sino a quell'epoca nel mondo scientifico. E se la macchina a

vapore può darsi il vanto di aver creato l'industria del secolo XIX, la

pila di Volta rimarrà pur sempre, fra tutte le invenzioni di quel tempo

e anche fra quelle che vennero poi, le più feconda e la più universale

per la sfera quasi illimitata delle sue applicazioni.

Nessuno studio anteriore, neppur le celebri esperienze di Galvani,

potevano far presagire la pila: ma l'ambiente scientifico era

preparato, gli spiriti erano eccitati e quasi in attesa di una grande

scoperta. Giammai, forse, la storia della scienza ha offerto un periodo

così ricco di studii, di esperimenti e di scoperte, in cui fosse così

ardente la ricerca del vero, come quello col quale si chiude il secolo

XVIII.

In quel periodo nasce la chimica moderna con Priestley, che scopre

l'ossigeno, e con Lavoisier, che spiega il fenomeno della combinazione

dell'ossigeno cogli altri corpi della natura. Mongolfier tenta il

dominio dell'aria e Tiberio Cavallo, proponendo l'idrogeno invece

dell'aria scaldata delle mongolfiere, preconizza l'aeronautica moderna;

il cavaliere Andreani a Milano fa il primo viaggio aereo in Italia,

e l'italiano Lunardi fa a Londra la prima ascensione in Inghilterra.

Volta col suo elettroforo desta la meraviglia ovunque lo porta, a

Losanna, a Magonza, a Berlino, a Parigi; i dotti ne sono entusiasti,

i principi lo applaudono. Franklin, mentre validamente coopera

all'indipendenza dei nuovi Stati Uniti e corre da Filadelfia a Parigi,

studia l'elettricità atmosferica e inventa il parafulmine, ispirando a

Turgot il famoso verso:

_Eripuit cœlo fulmen, sceptrumque tyrannis._

Il padre Beccaria di Torino corrisponde con lui e dà coi suoi

esperimenti una base solida alla teoria dell'elettricità atmosferica,

mentre Volta ne rintraccia la causa nell'evaporazione dell'acqua

con esperienze fatte da lui a Parigi coi suoi apparecchi, presenti

Lavoisier e Laplace.

Agli studi di Priestley sull'ossigeno seguono quelli di Volta sul

gas delle paludi e sull'idrogeno, o come allora dicevasi, l'aria

infiammabile. Il padre Campi lo aveva invitato a esaminare le fontane

ardenti a Velleia e in altri posti dell'Appennino. Volta percorre i

luoghi e sui risultati delle sue ricerche scrive al padre Campi sette

lettere interessantissime nelle quali agli astrusi concetti della

scienza alterna citazioni di Plinio, di Virgilio e di Lucrezio, e

parlando del colle di San Colombano non sa trattenersi dal citare il

Redi che lo vanta come un luogo famoso pei suoi vini:

Ove le viti in lascivetti intrichi

Sposate sono invece d'olmi ai fichi.

Eran tempi felici, nei quali gli spiriti più elevati si compiacevano

di temperare la scienza colla letteratura: ma allora non si spegneva

l'immaginazione nei giovinetti con studi scientifici prematuri. Si

insegnavano i classici, e questi non impedivano a Volta di scoprire la

pila; come l'aver scritto in gioventù un carme in onore della prima

ascensione di Saussure al Monte Bianco non gli impediva d'inventare

l'eudiometro, proclamato da Humboldt e da Gay-Lussac il migliore

apparecchio d'analisi dell'aria, nè di precorrere di nove anni Dalton e

Gay-Lussac scoprendo, con un apparecchio che tuttora si può vedere fra

i suoi cimelii a Milano, la legge di dilatazione dell'aria pel calore,

che ingiustamente porta il loro nome.

Nei cervelli degli scienziati di quella fine di secolo si elaboravano

già, quasi inconsci presagi, le vaste sintesi e le grandi scoperte

che dovevano illustrare il secolo attuale. Udite come Volta presenta

l'invenzione della telegrafia elettrica, sessant'anni prima che Morse

ne facesse il primo esperimento a Filadelfia: «Quante belle idee,

scrive egli al prof. Barletti nel 1777, mi van ribollendo in testa,

eseguibili con questo strattagemma di mandar la scintilla elettrica a

far lo sparo della mia pistola a qualunque distanza. Sentite. Io non

so a quante miglia un fil di ferro tirato sul suolo, che si ripiegasse

indietro, o incontrasse un canale d'acqua di ritorno, condurrebbe la

scintilla commovente. Preveggo che la terra bagnata devierebbe il corso

del fuoco elettrico; ma se il filo fosse sostenuto da pali, per es. da

Como a Milano, e venisse indietro al mio lago di Como pel naviglio, non

credo impossibile di far lo sparo della pistola a Milano con una boccia

di Leida scaricata a Como.»

Sostituite un tasto alla bottiglia di Leida e avrete il telegrafo

di Morse. Se a quell'epoca non si fosse coltivata la scienza per

la scienza senza preoccupazioni di interessi materiali, se allora

avesse dominato l'utilitarismo moderno, credete voi che l'idea non

avrebbe fatto strada, e non si sarebbe creata una specie di telegrafia

sessant'anni prima?

Mentre studia il gas infiammabile, Volta presagisce pure il processo

dell'illuminazione a gas: «Ho talvolta pensato, scrive al padre Campi,

se vi fossero mezzi di fare un uso economico dell'aria infiammabile

(l'idrogeno) sostituendolo all'olio. Basterebbe distillare o abbruciare

in vasi chiusi i corpi che, venendo bruciati all'aperto, possono ardere

con fiamma; e raccogliere in boccie piene d'acqua le emanazioni che se

ne sprigionano.»

Si potrebbe descrivere più chiaramente il processo della fabbricazione

del gas illuminante?

Nel campo delle astrazioni, egli accenna un istante ad uscire dalla

teoria degli imponderabili e della emissione allora dominante.

Udite, infatti, come nella sua seconda memoria sul galvanismo, nel

1792, egli spiega l'azione dell'elettricità sui nervi della rana di

Galvani: «Un fenomeno simile, che può servire d'esempio, lo abbiamo

nella luce, la quale, benchè non abbia un momento meccanico bastevole a

produrre la minima impulsione e muovere per es. una piuma, pure eccita

vivamente il nervo ottico.... Or dunque non fia meraviglia che una

piccola e debole corrente di quest'altro fluido etereo sottilissimo,

analogo si può dire, alla luce, qual è il fluido elettrico, investendo

altri nervi forse del pari sensibili relativamente a lui, li stimoli

ed ecciti, e che da questo eccitamento dei nervi ne provengano le

contrazioni dei muscoli da quelli dipendenti.»

Non si potevano divinare più chiaramente le teorie moderne e quelle

affinità fra elettricità e luce che avrò l'onore d'indicarvi più

tardi. Anzi, elevandosi con un'audacia straordinaria per l'epoca sua,

al grande concetto dell'identità delle forze fisiche, egli esprime

già, sin dal 1769, l'idea che tutte le energie della natura derivino

dallo stesso principio e non possano altrimenti consistere che in un

incessante lavoro molecolare.

Ma veniamo alla pila.

Alla fine del secolo XVIII tutte le cognizioni sull'elettricità erano

confinate nel ristretto campo dell'elettrostatica, d'onde non sarebbero

mai più uscite senza l'invenzione della pila.

Dall'epoca in cui Talete, 600 anni prima di Cristo, segnalò il fenomeno

dell'attrazione esercitata sui corpi leggeri dall'ambra, che i greci

chiamavano _electron_ e che diede così il nome alla scienza nuova, sino

ai tempi di Volta, la scienza elettrica non era riuscita ad andare

più in là della macchina elettrica e della bottiglia di Leida. Volta

stesso non vi aveva contribuito, nei primi anni, che coll'elettroforo

e col condensatore, apparecchi importanti senza dubbio, ma sempre

nel dominio dell'elettrostatica. Nessuna applicazione seria era stata

fatta, fuorchè nel campo dell'elettricità atmosferica coll'invenzione

del parafulmine.

L'elettricità non era più che il tema di studi amabili, sempre in

cerca di esperienze curiose. L'abate Nollet, che pure ne era un forte

cultore, non trovava nulla di meglio che di servirsene per offrire

a Luigi XV e alle dame della Corte di Francia lo spettacolo di 240

guardie francesi messe in fila nel cortile del palazzo di Versailles e

fatte saltare tutte insieme colla scossa elettrica. Qualche giorno dopo

erano i certosini di un convento che si prestavano alla loro volta a

dare lo stesso spettacolo. Per Mesmer e Cagliostro l'elettricità era un

aiuto prezioso per ciurmare il pubblico. Gli stessi fisici più illustri

erano persuasi dell'inutilità delle loro ricerche: «Si l'on me demande,

diceva Watson, quelle peut être l'utilité des effets électriques, je ne

puis repondre autre chose sinon que nous ne sommes pas encore avancés

au point de les rendre utiles au genre humain.» E lo stesso Franklin,

prima di inventare il parafulmine, mortificato, come egli dice, di non

aver potuto produr nulla in vantaggio della umanità, propone ai suoi

amici una partita di piacere scientifica nella quale egli dice: «on

tuera un dindon pour notre dîner par le choc électrique, et on le fera

rôtir à la broche électrique, devant un feu allumé par une bouteille

électrisée.»

Ma tutto cambia coll'invenzione della pila. Alla elettricità statica

succede l'elettricità dinamica; una nuova sorgente di energia viene

creata ad un tratto, stupisce il mondo coi suoi effetti, e schiude alla

scienza orizzonti imprevisti e alla pratica un campo di applicazioni

indefinito. La telegrafia e la telefonia, la galvanoplastica,

l'illuminazione elettrica, la trasmissione della forza a distanza non

si sarebbero neppur potute concepire senza la pila. E, cosa rara nella

storia delle invenzioni, quella di Volta non è dovuta al caso, ma è la

logica conseguenza d'una discussione scientifica, durata dieci anni,

suscitata dalle esperienze di Galvani sulle rane.

Voi conoscete, o Signori, l'esperienza di Galvani. Fu un caso che

condusse il celebre medico di Bologna alla sua altrettanto celebre

esperienza. Nel 1780 Galvani stava occupandosi nel suo laboratorio di

esperimenti sull'irritabilità nervosa delle rane e ne teneva preparata

una sul tavolino di una macchina elettrica. Al contatto accidentale

d'un bisturi, le coscie della rana si contrassero vivamente; ma la

moglie di Galvani osservò che la contrazione non aveva luogo se non

nell'istante in cui si cavava una scintilla dalla macchina elettrica.

Le esperienze furono ripetute e variate e non fu che sei anni più tardi

che un nuovo caso mostrò che le contrazioni si manifestavano anche

senza la macchina elettrica e col solo contatto di un arco metallico.

Di là Galvani dedusse l'esistenza di uno spirito vitale, di un fluido

elettrico proprio degli animali.

Cominciò allora la storica controversia fra Galvani e Volta, alla quale

presero parte, in Italia e all'estero, numerosi e illustri scienziati,

alla cui testa si trovavano i due fratelli Aldini, nipoti di Galvani.

Volta non ammetteva il fluido animale, nè un'elettricità animale

diversa dall'ordinaria. Le sue ragioni sono raccolte in una serie di

lettere che vanno dal 1792 al 1800, dirette al Baronio, al Vassalli, al

Giovanni Aldini, a Tiberio Cavallo a Londra e al prof. Gren di Halle,

che sono un modello di logica e di metodo sperimentale.

Volta aveva preso le mosse dal fatto che due metalli diversi a

contatto, per esempio stagno e argento, messi contemporaneamente sulla

lingua, danno l'impressione di un sapore speciale che separatamente

non danno. Egli stava ripetendo gli esperimenti di Galvani, quando

gli venne in mente di tentare questa esperienza: «Heureusement, egli

scriveva a Tiberio Cavallo a Londra, il me vînt dans le tête que

nous avons dans la langue un muscle nu assez humide et très-mobile.

Voilà donc, me disais-je, toutes les conditions requises pour pouvoir

y exciter des mouvements.» Invece dei movimenti, egli trovò, colla

stagnuola e un cucchiaio d'argento, un sapore acido inatteso; ma sulle

lingue, tagliate di fresco, di diversi animali, egli osservò anche le

contrazioni.

Queste esperienze, variate da lui in mille modi, anche con metalli

eguali, purchè in condizioni diverse per struttura o per altre qualità,

e ripetute pure con carbone e con altri conduttori, e lo stesso studio

dell'elettricità delle torpedini, gli sembravano dare la più evidente

spiegazione dei fenomeni osservati da Galvani, senza la necessità di

ricorrere all'ipotesi degli spiriti animali. E da tutta la massa di

fatti che andò raccogliendo con incessanti esperienze per tutto quel

periodo d'anni, ne induceva che il combaciamento di corpi conduttori

comunque dissimili, fra loro e con altri conduttori umidi, eccitano

e mettono in moto il fluido elettrico. «Non mi domandate, scriveva al

prof. Gren, come ciò segua: basti al presente che sia un fatto, e un

fatto generale. Ed ecco, concludeva, in che consiste tutto il segreto,

tutta la magia del galvanismo: è un'elettricità mossa dal contatto di

conduttori diversi.»

Fu quella la teoria del contatto che Volta sostenne per anni con

una vivacità singolare, ribattendo uno a uno gli argomenti che gli

avversarii andavano opponendogli ad ogni sua nuova lettera: teoria che

il celebre Mascheroni, matematico valente e ad un tempo gentile poeta,

il cui nome fu reso popolare dalla _Mascheroniana_ del Monti, illustrò

nel poemetto l'_Invito a Lesbia_ con questi versi:

. . . . In preda allo stupor ti parve

Chiaro veder quella virtù che cieca

Passa per interposti umidi tratti

Dal vile stagno al ricco argento, e torna

Da questo a quello con perenne giro.

La lotta con Galvani e colla sua scuola durava ancora accanita, quando

venne, come un colpo di folgore, la scoperta della pila che mise

fine a un tratto alla discussione. Fu uno dei trionfi scientifici più

clamorosi di cui gli annali della scienza conservino la memoria.

Così i fatti veduti da Galvani, benchè assai significanti per sè

stessi dal punto di vista della fisiologia, hanno giovato alla scienza

elettrica se non in quanto Volta prese da loro il punto di partenza

per arrivare alla pila; cosicchè di Galvani si potè dire, non del tutto

giustamente per altro, ch'ei fece

come quei che va di notte,

Che porta il lume dietro e a sè non giova,

Ma dopo sè fa le persone dotte.

Dal fatto della produzione di elettricità per effetto del contatto fra

due dischetti di metalli diversi con un conduttore umido intermedio,

alla scoperta della pila, non correva più che un breve passo. E il

passo fu compiuto da Volta nel 1799, non per caso, ma col proposito ben

determinato di moltiplicare, sovrapponendo parecchie coppie di dischi

di metalli diversi, separati da un cartone umido, gli effetti ottenuti

con una coppia sola. Fu nel tranquillo asilo del suo laboratorio

di Como che egli compose la pila; e non appena l'ebbe composta,

straordinariamente colpito egli stesso dall'intensità dei fenomeni

elettrici ottenuti con essa, comprese l'immensa importanza della

sua scoperta. «È come una batteria elettrica che agisca e si rinnovi

continuamente da sè, senza bisogno di caricarla,» così egli si esprime

nella sua lettera a Sir Joseph Banks del 20 marzo 1800.

La lettera non era ancora letta ufficialmente in seno alla Società

reale, che già Carlisle e Nicholson, ai quali era stata comunicata

col vincolo del segreto, riuscirono a decomporre l'acqua con una pila

formata con monete d'argento da mezza corona alternate con dischi

di zinco; qualche mese dopo Cruishank scopre colla pila il principio

della galvanoplastica; contemporaneamente Vassalli-Eandi a Torino, e i

fratelli Aldini a Bologna e a Londra esperimentano l'azione della pila

sui cadaveri freschi dei giustiziati nella speranza di tornarli alla

vita. Furono esperienze spaventevoli. Le contrazioni provocate dalla

corrente, riproducendo i movimenti della vita, incutevano raccapriccio

e terrore. Si chiamavano per nome le teste dei ghigliottinati, sotto

l'azione della corrente, nell'attesa che rispondessero.

Volta presenta la sua pila, quella stessa che ancora oggi si conserva

a Milano presso l'Istituto lombardo di scienze e lettere, insieme ad

altri cimelii, all'Istituto di Francia che gli decreta una medaglia.

Napoleone lo crea conte e senatore, ravvisa in lui solo il tipo

del genio, non ha occhi che per lui quando interviene alle sedute

dell'Istituto, non vuole che si ritiri dall'insegnamento: «Faccia,

dice, anche una sola lezione all'anno; ma l'Università di Pavia sarebbe

colpita al cuore se permettessi che si ritirasse; del resto, soggiunge,

_un bon général doit mourir au champ d'honneur_.»

L'ammirazione per questa scoperta di Volta fu immediata, senza

contestazioni. «Vous avez étonné le monde» gli scrisse Humboldt.

Galvani era già morto da due anni quando fu conosciuta la pila; ma la

controversia durò ancora qualche tempo, specialmente per opera dei

fratelli Aldini, finchè la spiegazione chimica degli effetti della

pila, intravvista pel primo dal fiorentino Fabroni, spense l'ultima eco

del dibattito, abbattendo pel momento le due teorie del fluido animale

e del contatto. Ma il Matteucci da una parte ridonava più tardi nuova

vita al galvanismo, mettendo in rilievo lo stato elettrico dei nervi

e dei muscoli: dall'altra Peltier dapprima, poi Thompson e Helmholtz

rimettono in onore la teoria del contatto, confermando i principii

affermati da Volta.

Così la teoria voltiana dell'elettromozione, dopo una serie di vicende,

ora trionfante, ora soccombente, eccita ed ispira gli studi dei più

grandi elettricisti, ed esercita un'influenza decisiva sullo sviluppo

e il progresso scientifico di tutto il secolo.

Mai il genio italiano rifulse nelle scienze fisiche come in quel

principio di secolo che la scoperta della pila aveva inaugurato.

Sventuratamente il movimento scientifico era tale in tutta

Europa, che riesce difficile di attribuire ai loro veri autori

le scoperte che continuamente si succedevano. Così il principio

dell'elettro-magnetismo, per cui andarono celebri nel 1820 Oersted,

Ampère e Arago, era già stato avvertito nel 1805 dal conte Morozzo,

brigadiere dell'armata d'Italia e presidente dell'Accademia di Torino,

quando notò che degli spilli d'acciaio, messi a galleggiare sull'acqua,

prendevano, sotto l'azione della pila, la direzione del meridiano

magnetico. Fu un nipote di Volta, il professore Alessandro Volta

juniore, che rilevò pel primo questo fatto.

Zamboni di Verona inventa nel 1810, contemporaneamente al francese

De-Luc, la pila a secco che diede per un istante l'illusione di aver

trovato il moto perpetuo. Marianini di Venezia enuncia pel primo nel

1823 la legge fondamentale delle correnti elettriche che passa sotto

il nome di Ohm. La stessa esperienza dell'arco voltaico che sorprese il

mondo quando Davy riuscì ad eseguirla nel 1813 colla colossale pila di

2000 coppie regalatagli per sottoscrizione nazionale, era stata fatta

già da Volta, insieme a Paradisi e Breislak, cogli scarsi mezzi dei

quali poteva disporre.

Ma nulla avrebbe potuto più degnamente coronare quel glorioso periodo

scientifico, quanto le splendide scoperte di Melloni sull'identità del

calore e della luce.

Il grande principio dell'unità delle forze fisiche che ha preoccupato

anche i fisici italiani da Nobili al Padre Secchi, è un faro verso

cui la scienza tiene continuamente fissi gli occhi. Dapprima appariva

a così remota distanza che pochi eletti appena lo discernevano, pur

non disperando di raggiungerlo; ma a poco a poco quel faro divenne

più luminoso e più vicino, sicchè oggi esso diffonde la sua luce su

tutte le scienze fisiche, e non basterebbe neppure esser cieco per non

esserne abbagliati. L'antica teoria degli imponderabili, sulla quale si

imperniava la scienza del secolo passato, era un ostacolo che la teoria

moderna delle ondulazioni ha rimosso; alle analogie di Melloni fra luce

e calore sono succedute quelle di Hertz fra elettricità e luce; così

ormai nessuno più dubita della completa dimostrazione d'un principio,

il quale, insieme a quello della conservazione dell'energia, proclama

l'unità e l'indistruttibilità dell'universo, o almeno di quell'universo

che noi, abitanti impercettibili della terra, che è un atomo del mondo

visibile, vediamo e crediamo di conoscere.

Voi sapete che Macedonio Melloni, valendosi di quello squisito

rivelatore del calore che è la pila termo-elettrica, della quale

Nobili aveva moltiplicato gli effetti, dimostrò che il calore oscuro

si comporta esattamente come la luce. Quando noi scaldiamo un corpo,

per esempio, un pezzo di ferro, le sue particelle, già in moto, vibrano

più intensamente, tanto più quanto più è caldo: anzi l'azione stessa

dello scaldare altro non vorrebbe dire che comunicare alle particelle

un moto sempre più intenso. Quelle vibrazioni, trasmesse ad altri

corpi, li scaldano pure; trasmesse al nostro senso del tatto, ci danno

l'impressione del calore; e l'intermediario per trasmetterle si suppone

che sia un fluido sottile chiamato etere, del quale si immaginano

riempiti gli spazi intermolecolari e tutto l'universo.

Finchè il riscaldamento non è accompagnato da fenomeni luminosi, si

tratta soltanto di quel calore che si chiama oscuro; ma se il corpo

è suscettibile di arroventarsi, come, per esempio, il pezzo di ferro

da me supposto, allora, continuando a scaldarlo, cioè continuando a

eccitare un movimento sempre più vivo delle sue molecole, esso comincia

a diventar rovente, emettendo una luce, prima rossa, poi aranciata,

poi bianca abbagliante. Allora non è più il solo senso del tatto che

percepisce le vibrazioni irradiate dal corpo, ma anche il senso della

vista; e le percepisce, perchè quelle lente vibrazioni del calore

oscuro hanno eccitato altre vibrazioni più rapide, cui l'occhio solo è

sensibile. E colla luce altre vibrazioni ancora si irradiano dal corpo,

che neppure l'occhio può percepire, ma a cui sono sensibili certe

sostanze, come i preparati fotografici e le materie fluorescenti.

Ora tutte queste diverse radiazioni si propagano, si riflettono

sulle superfici polite e si rifrangono attraverso certi corpi,

opachi per talune radiazioni e trasparenti per altre, esattamente

nello stesso modo, come Melloni dimostrò pel primo, dimostrando così

nello stesso tempo l'identità loro. E siccome scaldare un oggetto

col calore radiante, eccitare i nervi dell'occhio che percepiscono

la luce, modificare lo stato della pellicola sensibile di una lastra

fotografica in guisa da lasciarvi un'immagine, non sarebbero altro che

comunicazioni di un moto dell'originario pezzo di ferro irradiante,

così tutti questi fenomeni calorifici, luminosi e chimici non sarebbero

che forme diverse di movimento. L'energia dei movimenti originarii si

sarebbe trasformata, ma non diminuita, nè estinta: che è il principio

della conservazione dell'energia.

Or bene: quel primo passo verso la dimostrazione dell'unità delle forze

fisiche che faceva verso il primo terzo del secolo il fisico italiano,

è stato seguìto da un altro quasi sessant'anni dopo, con esperienze che

rimarranno celebri come quelle di Melloni.

La vita Italiana nel Risorgimento (1815-1831), parte 3 Conferenze fiorentine - Lettere, scienze e arti · 第 5 / 8 段