Ebbene, come non doveva quest'anima così singolare di uomo e di

scrittore, non delirare di gioia, toccando il sacro suolo dell'Italia e

come non doveva egli, per sempre, adorare questo paese, coi termini di

dilezione più amorosi che sgorgarono mai dalla bocca di un innamorato?

Che trovò egli, in Italia, Enrico Beyle, nelle tre volte che vi

si recò e vi rimase per anni e anni, dal 1800 al 1835? Anzitutto,

egli vi ritrovò quella immutabile e indicibile beltà delle cose che

incanta e trasporta tutte le immaginazioni esuberanti come quella

di Enrico Beyle, giacchè nella sua apparente durezza scientifica,

nella sua freddezza di stile, egli nasconde e male nasconde una

ricchezza di fantasia sempre vibrante: egli ritrovò quella Terra

della Beltà, che a traverso tutti i secoli, a traverso tutti i fatti

umani, prenderà e non lascierà più i suoi sorpresi visitatori: e il

povero giovanotto che aveva passato l'infanzia in uno dei più brutti

paesi di Francia, come Grenoble, che aveva trascorso l'adolescenza

e la prima giovinezza tra il fango di Parigi dove trascinava le sue

scarpe rotte, sotto la pioggia, al freddo, in una soffitta gelida,

in vista dei centomila fumaiuoli neri parigini, sentì, per la prima

volta e indimenticabilmente, la dolcezza di un paese pieno di azzurro

e pieno di sole. Egli trovò, ancora, un paese dove nessun uomo,

nessun caso, nessuna rivoluzione e nessuna tirannia, eran giunte a

vincere il trasporto della folla per l'arte, tanto che lo straniero

il quale era andato, nella mattinata, ad ammirare le nobili divine

figure di Raffaello, potea, la sera, fremere di dolcezza e di gioia

per la musica, in un bel teatro, dove si cantava con magistero e con

sentimento. In fondo, nei primi trent'anni del secolo nostro, molti

e tumultuosi avvenimenti aveano sconquassati gli stati italiani: e

rivoluzioni, e repubbliche, e carceri, e tiranni, e vittime, si erano

alternate o moltiplicate, dappertutto, in lunghe convulsioni, spesso

tragicamente risolute, nella oscurità di una fortezza, sul palco del

patibolo. Ma, in mezzo a questo, resisteva il gusto indomabile degli

italiani per i ritrovi di arte, per i teatri, per gli spettacoli, per i

giuochi: ma le signore milanesi, fra Napoleone e l'Austria, fra i fatti

del principe Eugenio e il _carcere duro_ di Josephstadt, non mancavano

mai di andare alla Scala, di applaudire Paër e Rossini, di sorbire

un gelato, chiacchierando vivacemente e amoreggiando; ma a Napoli e

a Firenze, a Roma e a Bologna, nelle più irose vicende e nelle più

placide, fra i complotti e le restaurazioni, una nuova statua, un nuovo

quadro, una nuova musica, un nuovo artista, rappresentavano sempre un

avvenimento eccezionale, a cui si appassionavano anche i più accaniti

congiurati o i più freddi tiranni. L'anima di Enrico Beyle, in un paese

così bello, dove un semplice piacere estetico degli occhi o dell'udito

valea una vincita alla borsa e, magari, la vincita di una battaglia,

in questo paese, quell'anima calda di poeta e di artista, dovette

provare una dilatazione così felice, dovette godere così profondamente,

da non potere più concepire di esser felice, altrove. Un duetto

di Cimarosa o una preghiera di Rossini, una statua di Canova o una

espressione di Giuditta Pasta imprimevano tale esultazione gioconda al

suo spirito che egli giunge, nelle sue pagine, pur così serrate, così

concise, così marmoree di stile, a versare fiumi di tenera eloquenza.

I quattro volumi, _Histoire de la peinture en Italie_; _Rome, Naples

et Florence_; _Promenades dans Rome_ e la _Vie de Rossini_ contengono

tutta la spiegazione della magia ineluttabile che l'arte italiana,

quella degli antichi e quella dei contemporanei di Stendhal, esercitò

sovra una mente così aperta a tutte le nobili forme del Bello. Chi

legge quelle pagine può riscontrarvi, forse, qualche errore in fatto

di storia d'arte, ma egli non era, Dio mercè, un arido ricercatore di

antichità: può ritrovarvi, è vero, qualche errore di gusto, ma dovuto

alla sua eccessiva ammirazione: può trovarvi qualche giudizio bislacco,

ma vi troverà sempre il più costante entusiasmo!

E, in ultimo, quella che legò a sè, con tutti i vincoli dell'affetto,

il cuore di de Stendhal, fu la vita italiana, fu l'insieme dei suoi

costumi e delle sue consuetudini, in quel tempo. Che importava,

infine, a un uomo che detestava la politica e che, nella sua vita,

avea ammirato solo Napoleone primo, che potea importare quella faccia

penosa e triste della medaglia, che era la vita politica d'Italia,

allora? Egli ne vedeva e ne godeva solo la faccia migliore: cioè la

facilità dell'esistenza, cioè la bonomia cordiale degli uomini e la

grazia languida delle donne, cioè il modo di viver bene, con pochi

denari, con qualche relazione, con qualche amicizia, con un'innamorata

italiana, che italianamente amasse. Questo fu l'ultimo tratto che

sedusse il cuore di uomo di Enrico Beyle, questo affare dell'amore

italiano, che era proprio la grande occupazione, il grande affare,

_la grande affaire_ degli uomini e delle donne, allora! Ciò che egli

avea sempre pensato e sentito, dell'amore, che giammai avrebbe osato

di dire in Francia, questa ricerca di un amore-passione che occupasse

i sensi e lo spirito, che trasformasse i caratteri e facesse trionfare

il temperamento amoroso, che dominasse non solo gli uomini e le donne,

ma il loro destino, questa passione che gli scettici francesi e le

beffarde francesi avrebbero chiamato pazzia, deridendola, gli parve,

come era, il sostrato delle relazioni sociali in Italia. Le curiosità

gentili dei primi incontri, le ansie delle prime speranze, le emozioni

dei primi favori; le lacrime e i furori della gelosia, i trasporti

profondi delle anime che già si erano intese, i contrasti che frappone

la società, tutti i grandi abbandoni e insieme tutti i grandi errori,

tutti i peccati e, persino tutti i delitti e tutte le espiazioni,

de Stendhal li ritrovò nell'anima amorosa italiana, dovunque lo

portasse il suo pellegrinaggio. Questa passione che, partendo talvolta

dal capriccio sale sino alla tragedia, egli la lesse negli occhi delle

donne italiane e la sentì tremare di commozione, nella voce degli

uomini italiani: questa passione che colora di vivo le esistenze più

scialbe, che dà forza e ardore anche ai non più giovani, che ridà

il senso della vita persino al prigioniero sepolto in fondo a una

cittadella, che passa dal bacio al pugnale, che ispira divinamente la

più ignorante creta femminile e che redime la più nera anima maschile,

questa passione che fa dimenticare tutto, anche la oppressione di

un principe tiranno, anche l'esilio in un castello deserto, anche la

miseria in un borgo selvaggio, anche la perdita degli onori e degli

averi, questa passione egli la scoverse nel cuore italiano, più vivida,

più tenace, tanto più ostinata, quanto più i fati della politica

erano avversi! Il passionale uomo che non aveva mai versato una

lacrima innanzi a una donna francese, senza vederla ridere, ha potuto

amare tre anni Matilde, a Milano e a Firenze, essendone amato, e non

possedendola mai, e perdonandole il suo diniego, poichè ella gli aveva

dato tutta la sua anima, e avea sofferto con lui, e aveva saputo amare,

soffrire, morire di ciò, così, come una creatura di passione muore!

Questo tenerissimo uomo, abituato a celare accuratamente tutte le sue

tenerezze, nel suo paese, ha potuto trovare in Italia delle amiche

tenere e compassionevoli, delle protettrici amabili e affettuose, delle

donne, infine, non tutte belle, non tutte giovani, non tutte perfette

di carattere, ma tutte accessibili ai sentimenti più dolci che legano

i cuori, ma niuna dura e niuna crudele! Così, se il suo intelletto di

scrittore sentì il soffio del genio italiano nelle lettere, se la sua

fantasia potè appagarsi nelle lusinghe dell'arte antica e moderna, la

sua anima chiusa sotto i sette suggelli del mistero, potè fiorire,

liberamente, al calore dell'anima italiana; e dalla sua penna escì

quella _Chartreuse de Parme_ dove è scritta la storia mirabile di

queste due anime, quella di un genio e quella di un paese.

*

* *

Le pochissime persone che lessero, in quel tempo, quel magnifico

romanzo che è _La Chartreuse de Parme_, sostennero che le tre

figure principali di questo libro, il duca di Parma, la duchessa di

Sanseverino e il conte Mosca della Rovere, fossero tre ritratti.

Nella dolce e superba donna che è Gina Pietranera, nella nobiltà

intellettuale della sua natura e nella varietà delle sue avventure,

nei suoi successi amorosi e nelle sue sconfitte, fu indicato il

nome di quella principessa Cristina di Belgioioso che raccolse tanti

suffragi di ammirazione dai letterati francesi per la sua bellezza,

la sua grazia e il suo spirito. Nel duca di Parma parve adombrato il

duca di Modena, con le sue crudeltà e con le sue grandezze, con le

sue ambizioni di diventare il re dell'Italia settentrionale e la sua

paura dei liberali, col suo senso ereditario del regno assoluto e col

suo vago desiderio di più libere riforme politiche, con la sua smania

d'imitare Luigi XIV e le grettezze di uno spirito chiuso nella sua

capitaletta di provincia. Nel fine e focoso conte Mosca della Rovere,

si disse, allora, che fosse data la fisonomia morale del principe di

Metternich, di quel diplomatico che resse la politica europea con

una forza e una ostinazione fredda velante un temperamento caldo e

impetuoso.

Chi lo sa, se Enrico Beyle ha avuto questa intenzione, scrivendo il

suo libro! Chi lo sa! Spesso, bene spesso, un romanziere di grido,

in un romanzo che solleva la curiosità, è accusato di aver copiato

perfettamente dal vero un uomo, un caso, un ambiente: e il romanziere

si difende sì e no, da quest'accusa che, talvolta lo sorprende,

talvolta lo lusinga. Il romanziere si meraviglia, perchè, spesso, egli

fu incosciente in questa rassomiglianza, e il pubblico che gliel'addita

gli rivela qualche cosa che egli non sa, della sua opera: se ne

lusinga, poichè l'accostarsi al vero, è un grande elogio per tutti gli

adoratori della verità. Ma egli stesso, diciamolo, non è mai certo di

quel che ha fatto; egli stesso si rammenta, di esser partito, forse, da

un personaggio noto, da un fatto avvenuto, ma sa di aver quasi sempre

deviato, nel suo lavoro, ma riconosce di essere giunto a un fine ben

lontano dal principio. Il romanziere ha potuto vedere un'anima e un

volto, nel mondo, da cui la sua arte ha potuto trarre espressione e

senso: ma dopo il primo accenno di realtà, il fantasma si fa artistico,

il fantasma vive, ama, soffre, muore, in una esistenza tutta sua, tutta

personale, il fantasma è già _un'altra persona_ e _un'altra cosa_.

Ah diciamolo con cuore umile e contrito, tutti coloro che narrano le

storie umane, non possono che narrarne quanto maggiormente si può, di

verità, ma _tutta la verità, mai!_ Tutti coloro che dipingono il cuore

di un uomo, l'anima di una donna, fosse quella della persona con cui

più vissero e che più fu loro nota, fosse la loro anima e fosse il loro

cuore medesimo, potranno dire la verità sino ad un certo punto; più in

là, no, mai. Ogni individuo, il più semplice, porta in sè un segreto,

un segreto qualunque, che niuno conoscerà, giammai: ognuno di noi

nasconde a sè stesso, nelle latebre dello spirito, un segreto latente,

un segreto di cui sente il peso, ma di cui non afferrerà giammai la

fisonomia e l'entità. Che pensiamo noi, dunque, di verità assoluta,

nell'arte e nella vita? Perchè ne abbiamo parlato, orgogliosamente?

Perchè abbiamo insultato i fantastici, i sognatori, gl'irreali? In

che differiamo noi da loro, se non per una linea? Il patrimonio della

verità, in fatto di anima umana, di quanto, mai, si è aumentato, per

noi? Di poco: e anche di poco, nel tempo, più tardi, esso si verrà

aumentando, per altri sacerdoti, come noi coscienziosi, ma come noi

impotenti innanzi al mistero dello spirito, sterili nello sforzo:

e quando ogni memoria più lontana di noi e de' nostri nepoti sarà

scomparsa, quando milioni di giri, ancora, avrà fatto la Terra intorno

al Sole, il segreto dell'anima umana sarà ancora vivo e oscuro, forte

e inviolabile!

Al protagonista giovane della _Chartreuse de Parme_, a quel simpatico e

bizzarro Fabrizio del Dongo, è stato attribuito di essere il ritratto

di Enrico Beyle: difatti, qua e là, i casi di quel patrizio lombardo,

che assiste così ingenuamente alla battaglia di Waterloo, che ha per

maestro un canonico astrologo, che ama chi non lo corrisponde e non

corrisponde a chi l'ama, rassomigliano vagamente all'avventurata vita

di de Stendhal, ma poco! Niente più di un poco: anche sotto la penna di

uno degli scrittori più sinceri e più leali, più estremi ed eccessivi,

nella sincerità e nella lealtà! Ma sia come si voglia! Abbia voluto il

Beyle, in parte, dipingere Cristina di Belgioioso, il duca di Modena,

il principe di Metternich e sè stesso nella _Chartreuse de Parme_, o

non vi abbia neppur pensato, ciò poco importa. Il protagonista vero

di questo romanzo è la _vita italiana_, non solo quella privata, ma la

vita pubblica mescolata con quella privata, non solo la istoria degli

amori di Gina Pietranera, contessa di Sanseverino col conte Mosca, non

solo la istoria degli amori di Fabrizio del Drago con Clelia Conti,

ma, in questi amori, tutta la esistenza di una corte italiana di quel

tempo, tutti i costumi della nobiltà e del popolo, tutte le idee e

tutti i sentimenti che agitavano i cervelli e i cuori in quel tempo.

Volle Enrico Beyle narrare una storia di passione, solamente, forse,

ma nella potenza geniale della sua mente il quadro si allargò, prese le

proporzioni di un grande affresco, pieno di figure, pieno di movimento,

pieno di significazione. Tutto ciò che è sparso, per altri libri suoi

e non suoi, tutto ciò che egli aveva già detto, altrove, in volumi

di arte e di critica, d'impressioni e di ricordi, tutto ciò che altri

autori diffusero con la loro opera, e che il lettore dovrebbe ricercare

in cento libri diversi, si è raccolto e chiuso nella _Chartreuse de

Parme_. Il genio di Stendhal ha riassunto, nelle quattrocento pagine

di questo romanzo, tutta l'Italia dal 1815 al 1830, in una narrazione

così evidente, così efficace, così colorita e salda che il titolo di

romanzo è troppo modesto, per tale sintesi profonda e sagace, per tale

potenzialità di espressione. Onorato de Balzac dice che, nel duca di

Parma, gli è sembrato di vedere riapparire _Il Principe_ di Niccolò

Machiavelli: ma se tale giudizio può parere troppo esagerato, certo è

che Ranuccio Ernesto quarto, è il simbolo di quel che furono i signori

degli Stati Italiani di allora, un simbolo senza velo, tanto la virtù

e i vizii di quei padroni del nostro paese, vi sono chiari e palesi.

Basterebbe questo personaggio, solamente, per dire a noi che fosse

la politica di quello strano periodo, dove già fremevano sordamente

le rivolte degli spiriti innamorati della libertà, dove i principi

impiccavano, ogni tanto, qualche liberale, ma lo ammiravano, in segreto

e in segreto, forse, lo invidiavano, dove Palla Ferrante, l'apostolo

della democrazia nella _Chartreuse de Parme_, espone la sua vita per

una donna e per un'idea, ma dove la storia ci narra che persino un

principe volle essere un _carbonaro_, un cospiratore. Basterebbero le

relazioni bizzarre di Ranuccio, duca di Parma, col suo primo ministro

Mosca della Rovere, per dirci tutto il potere che esercitavano e non

solo nel settentrione d'Italia, questi ministri, questi diplomatici

sui loro sovrani: e i capolavori di talento, di finezza, di furberia

che essi mettevano al servizio della loro fortuna e di quella del loro

piccolo Stato. Ora, la diplomazia è diventata un vano nome, in questo

mediocre tempo moderno: ma la diplomazia italiana della prima metà del

secolo, che annoverò i più illustri uomini del nostro paese, che fu

una lotta perpetua dell'ingegno e della genialità politica, a Napoli,

a Torino, a Modena, a Firenze, questa diplomazia che, celebrò nella

realtà il genio di Machiavelli, ha trovato il suo pittore in Enrico

Beyle e la sua maggior figura in Mosca della Rovere. Basterebbero le

figure della principessa di Parma e del principe ereditario, della

favorita del principe e della marchesa Roversi, capo del partito

di opposizione, basterebbero quelle subitanee disposizioni e quegli

improvvisi favori, basterebbero quegli intrighi, quei raggiri, quelle

vendette oscure, quelle mène, quei lavori sotterranei dell'ambizione,

della vanità, della cupidigia, che balzano, vive, dalle pagine del

romanzo di Stendhal per dirci quello che in ogni corte italiana

formasse il sostrato umano della politica.

Basta, certo, basta, il carattere di Fabrizio del Dongo per dirci

lo stato miserrimo della gioventù italiana, in quel tempo, in cui

tramontato il grande sogno di eroismo, con Napoleone, non restava

nulla da fare ai pigri e ai deboli, salvo che essere un bellimbusto

nei caffè e nei saloni, avere un cavallo inglese e un'amante con un bel

titolo: anche ai forti e ai volenterosi, tutto era chiuso, ogni via di

celebrità e di grandezza era tolta; salvo, che nel clero. Ai giovani

italiani, ai giovani nobili restava scegliere fra il servire dei

governi che aveano ucciso Napoleone Bonaparte, o esiliarsi in America,

dove non vi erano nè arte, nè beltà, nè amore per essi, dove avrebbero

dovuto servire la democrazia invece che la tirannia; e solo la Chiesa

in Italia, per iscampo, apriva loro le braccia, solo la potenza

ecclesiastica li poteva trarre da queste abbiezioni. È un cattivo

prete, monsignor Fabrizio del Dongo, innamorato di Clelia Conti, ma

meglio questo che rovinarsi al giuoco, che far la spia all'Austria o

riverire il dio Dollaro americano. In Francia, Alfredo de Musset, dirà

tutto il dolore della gioventù francese, ridotta a darsi al vizio,

dopo Napoleone, per la morte di tutti i più alti ideali, nella sua

_Confession d'un enfant du siècle_: la miseria morale, la tristezza

sentimentale della gioventù italiana la dirà, con de Stendhal, Fabrizio

del Dongo, costretto a entrare nella prelatura, per salvarsi dalla

corruzione e per non derogare dal suo grado.

E basterebbe, infine, per dire che fosse la donna italiana di quei

tempi, Gina Pietranera contessa di Sanseverino. Deliziosa creatura!

In lei tutto è impulso naturale, tutto è forza di intelligenza, di

spirito, di finezza che si manifestano in tutta la sua tumultuaria

esistenza: ella è la figliuola di sè stessa, cioè del suo temperamento

focoso e dolce, del suo carattere generoso e spontaneo, del suo

istinto, che l'allontana da quanto è volgare e da quanto è basso.

Ma non è un angelo, è una donna: talvolta ella va sino a essere un

demonio, ma rimane sempre così alta e così dignitosa, da stupire

persino i suoi accusatori. Ella è una feudataria nel suo castello, una

dama nel suo salone, una donna nella sua alcova, una femmina, giammai:

ella può abbandonarsi all'amore, alla gelosia, al dolore, al delitto,

ella è una signora, sempre, e vi è della grandezza, in lei, persino nei

suoi atti più civettuolamente muliebri. Ella è la trionfatrice alla

corte di Parma, poichè niuna donna vi è più di lei bella, graziosa,

spiritosa, fiera e indipendente: ella ha ai suoi piedi il principe e

il primo ministro, il governo e l'opposizione, le dame e il popolo,

nulla manca alla sua gloria. Ma.... ella è donna, ella ama suo nipote

Fabrizio del Dongo, di un affetto estremo che, forse, è amore: ma suo

nipote appare, suo nipote che è il suo debole, suo nipote che è il

difetto della sua corazza. È allora che le qualità morali di questa

splendida donna arrivano all'apogeo della loro forza: è allora che

tutto, in lei, serve a salvare suo nipote e a collocarlo nella braccia

misericordi della Chiesa: è allora che ella combatte le sue più grandi

battaglie, prima con sè stessa, poi col conte Mosca suo amante, poi

con tutto il Ducato di Parma, dal principe all'ultimo servo. Ella fa

della politica, ma perchè ama: ella fa della diplomazia, ma per amore:

ella giunge ad uccidere, ma per amore! Una divina ragione è nella

sua esistenza: per essa, ella sarà buona e cattiva, leale e falsa,

civettuola e altera, fredda e furibonda, giovane e vecchia, nobile e

plebea, coraggiosa come una leonessa e feroce come una pantèra, tutte

queste cose insieme, in un tumulto dei sensi e del cuore che solo la

sua volontà può dominare. Che le importano il nome, la fortuna, il

potere? Ella non è una donna vanitosa, ma una donna innamorata: ella

non cerca nulla per sè, anzi, tutto vuol dare, perchè ama. Giammai la

passione, non confessata neppure a sè stessa, non corrisposta mai, ebbe

simile potenza, e slanciò l'anima femminile ad altezze tanto inaccesse,

come in Gina Sanseverino: giammai la passione di amore, in un cuore

di donna trovò un artista che ne rendesse la fiamma divoratrice, così!

Badate, ella non è una pazza, non è una forsennata: nei maggiori impeti

ella conserva la sua lucidità di mente, la sua finezza, la sua energia.

Come tutte le donne di nobile temperamento, ella si fa più grande nel

pericolo: e più grande di sè, anche, e più grande del vero, anche,

ma non importa, poichè è un divino raggio di poesia quello che la

trasforma e la illumina, creatura dell'arte e dell'amore, fatta sublime

dalla mano innamorata di un artista passionale, di un poeta!

*

* *

Ed è, certo, in un'aureola di poesia che l'Italia ci appare nei libri

di Enrico Beyle, anche quelli che vogliono parere i più matematici,

i più assiomatici; è in un nimbo d'oro che il bel paese ci sorride,

da quei libri: come egli lo ha visto, come lo ha sentito, come lo ha

adorato, così esso vive e c'interessa e ci commuove, da quelle pagine.

Noi, forse, ce ne meravigliamo un poco: non vogliamo dirlo, ma egli ci

sembra eccessivo, nella sua adorazione. Ah come siamo stanchi, noi, di

avere intorno troppo belle cose, come ci hanno esausti, questi cieli

azzurri, come ci hanno sfinito e nauseato queste carezze dell'aria! Ah

noi non abbiamo più occhi per vedere le immortali linee e i colori che

ci lasciarono i nostri antichi e le nobilissime espressioni dei volti

umani e divini; noi non abbiamo più orecchie per deliziarci dei suoni

di una lingua soavissima, fatta per la poesia e per l'amore; noi siamo

ciechi e sordi e ottusi, e gli entusiasmi di Stendhal ci stupiscono

segretamente. Poveri, poveri noi, se non vediamo il paese nostro come

egli lo ha visto, in mezzo alle vicende amare del principio del secolo,

ma bello, ma giovane, ma lieto, ma amoroso, ma capace di vivere per

un puro sogno e di morire per un nobile sogno: poveri noi, se l'Italia

idolatrata da Stendhal, non è anche la nostra Italia! Vorrebbe dire che

ogni vivo zampillo di poesia è inaridito in noi, che ogni trasporto

del sentimento lascia inerte il nostro cuore, che ogni slancio della

nostra fantasia è spento, nel torpore ultimo: vorrebbe dire che non

meriteremmo più nè di vivere, nè di amare, nè di morire, qui: vorrebbe

dire, che la nostra patria dobbiamo lasciarla adorare agli stranieri.

L'Italia di Stendhal? Io ho detto male: dovevo dire l'Italia di tutti

gli uomini di genio, di tutti gli artisti, di tutti i poeti, di tutti

i sognatori, di tutti gli amanti! L'Italia di Stendhal? Doveva dire

quella di Wolfango Goethe che, perseguitato dal fantasma sanguinante

del giovane Werther, sotto l'incubo del suicidio, venne in Roma a

guarirsi di quell'atroce malattia che è l'amore della Morte e ritornò

più sereno, più forte, più olimpico al suo Weimar; dovrei dire quella

di Giorgio Byron che fuggì il pallido suo paese nordico e i gelidi

amori di Britannia, venendo in Italia a cercare fiamma al suo genio e

alla sua passione; dovrei dire l'Italia di Percy Shelley che qui volle

vivere, sulla spiaggia del Tirreno, sparendovi quale un antico Iddio,

perendo sul rogo come un antico eroe; dovrei dire l'Italia del povero

usignuolo ferito che fu Alfredo de Musset, che non potea sentir il nome

del nostro paese, non potea pronunziarlo, senza che sgorgasse come un

grido, la lirica dal suo cuore! Sempre, sempre, nel secolo scorso e in

questo secolo, in tempo di tirannide e in tempo di libertà, nelle ore

buie e nelle ore gioconde, questa Italia sarà amata così dagli uomini

che hanno qualche cosa dietro la fronte, qualche cosa nel cuore. Questi

pellegrini della tristezza o della felicità scenderanno sempre tra

noi, ora, più tardi, molto più tardi, a cercare sollievo, beatitudine,

estasi in questo paese nostro; e il loro pensiero si farà più alato

nei cieli spirituali, e la loro anima proverà le ebbrezze supreme.

Finchè vi sarà al mondo un poeta, egli verrà qui e i suoi occhi mortali

vedranno il mirabile spettacolo come de Stendhal lo vide; finchè vi

sarà al mondo un'anima innamorata, come la povera fanciulla di Wilhelm

Meister, per amare e per morire; finchè le squisite gioie dello spirito

e le alte vampe della passione alimenteranno e consumeranno l'anima

umana!

VOLTA E LE SCOPERTE SCIENTIFICHE

CONFERENZA DI GIUSEPPE COLOMBO.

L'alba del secolo XIX è stata segnalata da due avvenimenti che dovevano

produrre nelle condizioni economiche e sociali del mondo civile la

più grande rivoluzione che la storia abbia registrato finora: questi

avvenimenti furono l'invenzione della macchina a vapore e la scoperta

della pila.

Il giorno in cui un uomo di genio, rimasto sconosciuto, in un'età

remota, alla quale non si può assegnare una data precisa, pensò di

utilizzare la forza dell'acqua, e sostituendo per la prima volta una

forza naturale a quella dell'uomo, costruì la prima mola da molino,

nacque, si può dire, in germe l'industria moderna. Fu quindi con una

chiara divinazione dell'avvenire che il poeta Antiparo, con quella

geniale fantasia greca che popolava di divinità il cielo, le acque e

le foreste, si rallegrava che Cerere avesse incaricato le Najadi di

risparmiare il lavoro alle giovani schiave: «invano il gallo annuncierà

l'alba; voi, fanciulle, non interrompete i vostri sonni. Cerere ha

incaricato le Najadi di lavorare per voi. Vedete come folleggiano, come

danzano agili e brillanti sulla ruota che gira.»

Pure, l'invenzione cantata da Antiparo, non ha risparmiato a Plauto

il duro lavoro di girare la macina, per quanto fosse autore di

commedie celebrate; poichè l'industria antica poco o nulla si valse

di quell'invenzione e poco se ne valse anche quella dei secoli che

vennero dopo. La forza dell'acqua, infatti, non è disponibile che in

determinati luoghi, lungo le alte valli, spesso poco accessibili e

lontane dai centri abitati; e non è suscettibile di essere trasportata

a grande distanza per supplire alle necessità industriali delle grandi

agglomerazioni umane. Molto meno quindi essa avrebbe potuto bastare al

colossale organismo della manifattura moderna.

La vita Italiana nel Risorgimento (1815-1831), parte 3 Conferenze fiorentine - Lettere, scienze e arti · 第 4 / 8 段