lui nella sicurezza della sua fede e della sua coscienza? Forse oggi
duole a qualcuno che un così grande cattolico sia stato anche un così
grande amico della libertà onesta e dell'indipendenza completa. Ma
l'alta religiosità del Manzoni è affidata a monumenti troppo durevoli,
perchè il fanatismo li rompa; e nel medesimo tempo gli Italiani si
ricorderanno sempre con gratitudine del giorno in cui, sereno e deciso,
il venerando vecchio andò a Torino per affermare il suo voto favorevole
alla proclamazione del Regno unitario d'Italia.
Fu anzi in quella occasione che si produsse il noto incidente,
memorabile nella sua semplicità, ma interamente caratteristico degli
uomini e dei tempi.
Il Manzoni usciva tranquillamente dal palazzo senatorio, appoggiato
al braccio del conte Camillo di Cavour. La folla si apriva riverente
dinanzi ai due grandi cittadini, e scoppiava in applausi forse quel
giorno più clamorosi e più ripetuti del solito. Il Cavour, che a quegli
applausi era avvezzo, disse cordialmente al Manzoni: «Questi sono per
lei, don Alessandro». — «Tutt'altro» rispose il Manzoni «veda che
sono per lei». E staccandosi dal braccio del Conte, gli si pose di
rimpetto, battendogli egli pure le mani e gridando: «viva Cavour»! Si
può immaginare l'urlo d'applausi che quell'atto sollevò tra la folla,
all'indirizzo d'entrambi.
*
* *
V'è finalmente una terza influenza, meno apparente, ma non meno
benefica, che noi dobbiamo tutti riconoscere, e di cui dobbiamo esser
tutti grati ad Alessandro Manzoni. È l'influenza che esce dall'austera
semplicità della vita, dal modesto riserbo, dalla dignità tranquilla
e costante dei pensieri e dei modi. Siffatte qualità, a cui non venne
meno il Manzoni in nessuna epoca della sua lunga carriera, hanno
rialzato in Italia la riputazione di un'intera classe d'uomini, sui
quali è ordinariamente più fiso lo sguardo dei nazionali e degli
esteri, la classe dei letterati.
Pur troppo in Italia questa riputazione aveva bisogno d'ajuti. Le
tradizioni dei secoli antecedenti pesavano dolorosamente sovr'essa. In
troppi casi il letterato italiano aveva accettato di essere, per amor
di gaudio e di lucro, lo stipendiato dei grandi, o aveva cercato, nello
sciupío della vita e nell'affettazione delle originalità romorose, un
po' di fama che le lettere sole non dessero.
Nel cinquecento e nel seicento, i letterati della prima maniera erano
i più. Uno scrittore che si rispettasse non poteva essere che un
commensale dei Medici o degli Estensi. E tra un giullare ed un poeta,
l'etichetta di quelle Corti non permetteva grandissima differenza.
Nel settecento, il letterato italiano s'emancipò alquanto dai
grandi.... forse perchè i grandi si occupavano piuttosto di eserciti
che di libri. Ma lo spirito torbido, la smania delle avventure
cominciarono ad essere un'altra caratteristica degli uomini di
lettere. Comparvero il Gorani, il Casanova, l'eccentrico ed irrequieto
Baretti. Vittorio Alfieri, austero nel patriottismo, fece assistere
l'Europa allo spettacolo delle sue bizzarre iracondie, de' suoi amori
principeschi, de' suoi cavalli inglesi. Ugo Foscolo balzò dalle armi
alla cattedra, dalla cattedra al giornalismo, insultando gli avversari,
bisticciandosi cogli amici, cospirando, emigrando, giuocando, pronto
sempre a pagare di persona, e meno di borsa. Pareva che il privilegio
dell'ingegno non potesse allearsi colla dignità della vita.
Il Manzoni ruppe in viso ad entrambe queste biasimevoli tradizioni. Dai
grandi non volle accettar nulla, pur riservandosi anche il diritto di
dirne bene; le eccentricità romorose schivò accuratamente, chiudendosi
nella famiglia o nella biblioteca. Parve quasi voler dimostrare che si
può essere un grand'uomo, coricandosi ogni sera nel proprio letto.
Certo, il Manzoni non ebbe questa condotta per un proposito spiccato di
pedagogia nazionale. L'ebbe perchè rispondeva all'indole sua; perchè
non avrebbe potuto, senza un grande sforzo, fare diversamente. Ma il
servigio che vi rende un uomo non è meno grande per ciò che l'uomo
ignora perfino di avervelo reso.
Noi italiani avevamo bisogno di questo tipo intellettualmente e
moralmente completo. Avevamo bisogno di un letterato che non fosse
nè un abate, nè un precettore, nè un accademico, nè un bibliotecario
di principi; di un letterato, che respingesse decorazioni, che non
facesse duelli, che pagasse i debiti, che non fuggisse colle ballerine,
che passeggiasse a piedi, non potendo mantenere carrozza. Irrequieti
necessariamente in politica, perchè da secoli ci era negata quella
giustizia organica onde gli altri popoli erano provveduti, avevamo
bisogno che gli stranieri vedessero in noi, al di fuori della politica,
l'attitudine a quella serietà di vita che è l'igiene dell'anima.
D'ingegno, tutto il mondo ne riconosceva dovizia all'organismo
italiano; era la virtù ed il carattere che ci venivano spesse volte
negati. Ora, l'efficacia di una letteratura è quasi sempre in ragione
della stima che si guadagnano i suoi sacerdoti; ed era veramente
necessario che al Metastasio cortigiano, all'Aretino corrotto e al
Tasso nevrotico l'Italia moderna contrapponesse un ingegno maggiore di
quelli, e nel tempo stesso educato al più alto equilibrio di tutte le
qualità rispettabili.
E non è a dirsi che quest'indole sobria e modesta uscisse nel Manzoni
da una mansuetudine disadatta a risoluzioni virili. Se l'opportunità
veniva a chiedergli il coraggio nel tranquillo asilo della sua
famiglia, ve lo trovava, semplice e vero, come tutte le altre virtù.
E quando, per esempio, l'arciduca Massimiliano, principe equo e
colto, condannato dalla sorte a missioni impossibili, fece esprimere
al Manzoni il desiderio di visitarlo, l'uomo venerando trovò nella
coscienza della propria situazione personale e della propria influenza
politica l'obbligo di declinare questo atto clamoroso di omaggio; che
accettò invece pochi anni dopo dal patriota illustre, tanto benemerito
del suo programma unitario, il generale Garibaldi.
Forse che il Manzoni osava poco, opponendo questo rifiuto? Nessuno
potrebbe dirlo. L'Austria d'allora era sempre l'Austria, cioè un
governo straniero fatalmente costretto a reprimere colla forza ogni
parvenza di ribellione politica. Per assai meno di così, Gian Domenico
Romagnosi era stato incarcerato; e la sorte di Silvio Pellico dimostra
che contro le ragioni di Stato neanche la sovranità dell'ingegno
diventava titolo di privilegio.
*
* *
Tale fu l'uomo; indagatore acuto dell'età che non vide, educatore
austero dell'età che fu sua. Letterariamente, deriva da quel nucleo
brillante del Rinascimento lombardo, che dai Verri, dal Beccaria,
dal Parini traeva il desiderio e il sentimento del nuovo. Ben presto
però si lasciò addietro la nobile schiera e si lanciò d'un balzo agli
estremi confini intellettuali del secolo successivo. Politicamente, è
un precursore, che nel più fitto dei pregiudizj religiosi e sociali, ha
fatto balenare il raggio di luce che doveva illuminare la patria mezzo
secolo dopo. Moralmente, è solo artefice di sè stesso, poichè non ha
tratto da nessuno dei predecessori suoi quegli elevati criterj della
vita, che poi ha diffuso largamente intorno a sè.
Nelle varie e importanti evoluzioni dello spirito suo, il Manzoni
non subì mai influenze di fatti o di uomini; le indovinò e le
precorse. Cresciuto nei primi anni in un ambiente pedagogico saturo
di incredulità religiosa, non tardò a rigettare le dottrine degli
enciclopedisti; e proprio a Parigi, dove tanti perdevano la fede, egli
la riacquistò. La riacquistò intera e fervente, senza cadere in quegli
eccessi di zelo che ai neofiti si sogliono rimproverare. Tracciò a se
stesso, e luminosamente, i confini dell'obbligo religioso. S'inchinava
al dogma nella _Morale Cattolica_ e ne rigettava le false applicazioni,
contrarie alla libertà civile e politica del suo paese.
Aveva cominciato, giovanissimo, a scrivere versi di sapore mitologico
e classico. Gli elogi del Foscolo e del Monti non ebbero però efficacia
a trattenerlo su quella via. A così grandi autorità poetiche oppose lo
schietto e vigoroso istinto che gli additava i progressi dell'arte e le
vie dell'avvenire. Si staccò dai maestri senza aver cercato discepoli,
e soltanto quando i discepoli gli si affollarono intorno, s'accorse
d'essere diventato un maestro.
La stessa indipendenza d'animo lo sorreggeva nelle questioni politiche.
Avverso, per dottrina e per esperienza, a dominazioni straniere, aveva
firmato nel 1814 la petizione contro il principe Eugenio e firmava nel
1848, durante la fiera mischia delle cinque giornate, la petizione a
Carlo Alberto. Ma tre mesi dopo ricusava di sottoscrivere la domanda di
fusione colla monarchia piemontese, perchè temeva di recar pregiudizio
con essa al suo programma unitario. Nè valsero a rimuoverlo dalla
negativa le istanze affettuose del conte Cesare Balbo.
Fu questo complesso di qualità, questo fulgore d'ingegno, questa
dignità di carattere che fecero del Manzoni, dopo il 1815, il
beniamino di due generazioni. La sua fama aveva presto passate
le Alpi. Gl'_Inni Sacri_ erano subito piaciuti al Goethe, che nel
1821 tradusse il _Cinque Maggio_ e ne mandò la versione all'autore.
Quando le indiscrezioni degli amici rivelarono che il Manzoni stava
occupandosi di un romanzo storico, Victor Cousin ne scrisse in Francia
e in Germania, destando intorno al lavoro grande aspettazione. La
quale poi fu superata dall'effetto della pubblicazione dei _Promessi
Sposi_ nel 1825. Il Giordani, il Leopardi, il Niccolini, il Giusti,
il Rosmini ne furono entusiasti. Il Goethe scriveva ad un suo amico:
«Manzoni non si mostrò tutto intero che nel romanzo; in esso vi si
leva tant'alto, che difficilmente si può trovare opera ed autore che
gli stia a pari». L'illustre autore dell'_Ivanhoe_ si recava a Milano
appositamente per conoscere l'autore dei _Promessi Sposi_. E «come il
Manzoni modestamente schermivasi dagli elogi, dichiarando non avere
fatto col suo romanzo che imitare i capolavori del romanziere inglese,
Walter Scott, gli rispose sorridendo: «Vuol dire che i _Promessi Sposi_
sono il mio più bel romanzo».
In mezzo a queste ammirazioni e all'affetto riverente della sua città,
passò il Manzoni gli ultimi anni della sua vita, studiando molto,
pubblicando poco, non uscendo quasi mai dalla sua villa di Brusuglio
o dal suo salotto di Milano. In questo salotto, a cui accorrevano
illustrazioni d'ogni maniera, pareva ch'egli solo non fosse un uomo
grande, tanta era la sua cordialità, la sua modestia, la timidezza,
quasi, colla quale, richiesto, esponeva opinioni sue. Si animava
più sovente, parlando dei Longobardi o della lingua italiana o della
Rivoluzione francese. Di questa conosceva le più riposte cagioni e
i fatti più intimi, rivelatigli dal Sergent, che dimorò lungamente a
Milano ed era stato segretario del Robespierre. Dei vantati corifei di
quel dramma sanguinoso aveva pochissima stima. Chiestogli un giorno,
forse troppo audacemente, quale fosse stato il sentimento più diffuso
in Francia durante la Rivoluzione, mi rispose senza esitare: «la
paura». Poche pagine di alto valore figurano, su questo argomento,
nei suoi scritti postumi. Se non gli fosse mancata, cogli anni, la
lena, probabilmente avrebbe dato in Italia agli studj critici su quel
movimento, la stessa intonazione che vi diede in Francia Ippolito
Taine.
Sventure famigliari funestarono la sua tarda vecchiezza, ma gli furono
risparmiate le amarezze dell'ingratitudine e dell'oblio. Pochi uomini
anzi scomparvero dalla vita, così largamente e lungamente compianti.
I suoi funebri furono solenni pel lutto vero e profondo, di cui volle
essere vessillifero un illustre Principe di Savoja. Parve che colla
morte di Alessandro Manzoni si lacerasse un titolo di nobiltà per
l'Italia. Egli però certamente avrebbe potuto dire di sè: «_non omnis
moriar_». Lasciava in retaggio al suo paese un patrimonio di virtù,
di carattere, d'ingegno, che si traduceva in un beneficio durevole
di fede nazionale. Poichè i popoli che, ad intervalli di secoli,
producono uomini come Dante, come Galileo, come Manzoni, possono essere
alteri della propria costituzione organica e lasciar passare, sicuri
dell'avvenire, anche periodi amareggiati dallo scetticismo e dalla
volgarità.
L'ITALIA DI STENDHAL
CONFERENZA DI MATILDE SERAO.
Enrico Beyle, detto de Stendhal, nelle sue tre o quattro autobiografie,
dice, varie volte, che i suoi sentimenti, legati nelle bianche pagine
dei volumi stampati e nelle molte carte dei manoscritti, saranno letti
e intesi, saranno, forse, ammirati e amati, questi pensieri e questi
sentimenti, dai lettori che vivranno fra il 1880 e il 1900: anzi, nella
sua _Vie d'Henri Brulard_, curiosamente e non senza malinconia, egli
cerca immaginare l'anima di questo ignoto e amico lettore, neppure
nato, forse, quando egli finiva di scrivere e moriva. E giammai, io
credo, vi fu spirito di scrittore così matematicamente profetico:
durante la sua vita, non breve, i suoi libri non gli procurarono nè
gloria, nè onori, nè pane: la metà, quasi, delle sue opere, è stata
stampata molto dopo la sua morte: e la gente di Francia, d'Italia,
d'ogni paese ove siano intelletti colti e cuori avidi di sensibilità,
non ricerca i suoi volumi che da quindici o venti anni, cioè da
quel fatidico 1880, che gli apparve come una promessa di spiritual
comprensione. Noi siamo, dunque, i suoi lettori, le intelligenze a cui
egli raccomandava i suoi ideali di artista e di critico, gli spiriti a
cui egli legava le sue idee di filosofia, le anime a cui egli affidava
le sue confessioni di cuore appassionato: e questo testamento, così
profondo e così personale, così vario e intanto così assoluto, così
austero e così umano, ecco, ha trovato, in tutte le sue parti, migliaia
di eredi scossi e commossi. E noi, in ispecie, noi italiani, siamo,
dobbiamo essere i suoi lettori più attenti e più devoti: poichè de
Stendhal non solo ha preferito di vivere in Italia, ma qui ha preferito
di vivere e di amare, non solo ha qui amato e sofferto, ma qui ha
studiato, ha pensato, ha scritto: non solo egli ha qui avuto tutte le
sue manifestazioni di uomo e di scrittore, ma solo l'arte italiana
e la vita italiana sono state materia, forma, sostanza, spirito,
idealità della sua opera. Questo paese fu da lui così intensamente
ed esclusivamente amato, così illustrato e celebrato anche sovra il
suo, anche contro il suo, fu così la fonte di tutte le sue lacrime di
entusiasmo come di quelle di dolore, che, egli stesso, lasciò scritte
le parole, che desiderava si incidessero sulla sua lapide, al cimitero.
Dicono, queste parole: _Arrigo Beyle, milanese — Visse, scrisse,
amò_. Io ho, nel popolare cimitero di Montmartre, or sono pochi mesi,
al _rond point de la croix_, sotto il ponte di ferro, cercata questa
lapide, ma non l'ho trovata. Dicono, sia sparita nel 1887. Ma essa vi
fu, per molti anni: ma è stampata nei libri. Volle Enrico Beyle, dopo
la morte, dichiararsi italiano, ancora, sempre!
*
* *
Natura complessa e bizzarra, che raccoglieva in sè le qualità più
alte e i difetti più singolari, de Stendhal non poteva che patire
moltissimo, nelle sue non lunghe dimore a Parigi, poichè il suo tempo,
gli uomini e le donne che lo circondavano, i casi della politica e
dell'arte, quando egli fu forzato a vivere colà, erano in aperta e
dolorosa contradizione con ogni sua tendenza. Impressionabile e freddo
nella apparenza, molto audace nei propositi e timido innanzi alla più
piccola difficoltà sociale, appassionato e diffidente al massimo grado
di sè e della propria passione, innamorato ardente dell'arte in tutte
le sue espressioni e fingendo, per _posa_, di consacrarsi tutto alla
filosofia, brutto e pure dotato di un'anima fulgida come un gioiello,
quasi sempre mal vestito, spesso goffo, quasi sempre senza denaro,
troppo grasso, troppo piccolo, sempre inceppato in compagnia di donne,
nella società francese gli erano riserbate una serie di delusioni
amare, di punture acute e nascoste, di umiliazioni che egli divorava,
spesso, piangendo, nella sua stanza povera e fredda, dove non aveva, in
gioventù, neppure un po' di legna da gittare nel caminetto. Gli uomini
di talento a cui egli si accostava, non lo intendevano, giacchè egli
non osava parlare, quasi, nella loro presenza, giacchè egli non sapeva
o non poteva neppure esprimer loro la sua ammirazione: ed erano, anche,
scienziati gravi e pedanti, a cui le sue idee originali avrebbero fatto
orrore, erano degli storici zeppi di pregiudizii a cui i criterii già
larghi del giovane Beyle, sarebbero parsi una follia pericolosa, erano
giuristi e legislatori e filosofi che aborrivano dall'arte, poichè,
nel 1800, l'arte in Francia non aveva avuto ancora tempo di risorgere,
dalla grande crisi del 1789. Gli sciocchi, poi, a cui egli diceva
irritato delle misteriose impertinenze, lo guardavano con sospetto e
con disprezzo, incapaci di misurarne il valore che, del resto, egli
non si curava di manifestare; e la sua collera gli faceva imporre agli
imbecilli solo le stranezze del suo temperamento e della sua vita,
per cui, spesso, fu colpito dalle più odiose calunnie. Ma quelle che
maggiormente lo trascuravano, lo burlavano, lo disprezzavano, erano le
donne francesi, grandi signore e attrici, aristocratiche del secondo
stato o aristocratiche del terzo stato; le donne, proprio le donne, che
egli, fino dall'adolescenza non aveva potuto incontrare senza turbarsi,
non aveva potuto guardare senza commuoversi, con cui non aveva mai
potuto scambiare dieci parole, senza sentirsi preso e innamorato: le
donne, proprio le donne, che erano per lui il segreto della felicità,
il fàscino della vita, la finalità di ogni passione, dopo esserne
stata la sorgente: le donne, proprio quelle donne a cui egli dedicava
o cercava dedicare tutti i più puri fiori della sua sensibilità, a
cui egli offriva o cercava di offrire i saporosi frutti della sua
intelligenza: le donne per cui gli sarebbe piaciuto di esser bello,
nobile, ricco, glorioso, per vivere con esse in comunione sensuale e
sentimentale. E invece dalle sue memorie, dalle sue lettere, dal suo
_giornale_, dai suoi ricordi, appare un seguito di piccole e grandi
lotte con queste creature belle e civettuole, aggraziate e frivole,
seducenti e mendaci, capaci di sentire una simpatia ma incapaci di
abbandonarsi al vortice di una passione, che non lo comprendevano,
non lo apprezzavano e, spesso, gli preferivano apertamente uno
stupido meglio vestito di lui, un vecchio ricco che comperava loro
dei gioielli, il loro maestro di spinetta o, peggio, il loro sarto.
Quante ansie perdute, quante aspettative deluse, quante violente
iniziative inani, quante figure ridicole, sì, proprio ridicole, come
egli lo confessa, gli hanno procurato, i suoi amori, nel bel paese di
Francia! Come quelle gentili e irresistibili donnine si giuocavano
di lui, lo tenevano sospeso fra la speranza e la collera, come gli
facevano sospirare, per giorni, per settimane, per mesi, le più piccole
soddisfazioni della tenerezza, dell'amore! Egli era l'uomo che, nel
silenzio della sua cameretta, meditava l'esplosione della sua passione
ardente, la quale frantumasse le resistenze di quelle creature: ma
giunto innanzi alla porta della bella, innanzi a un sorriso beffardo,
tutto il suo mirabile coraggio cadeva, il suo cuore si ghiacciava
ed egli appariva taciturno, imbarazzato, spesso grottesco. Tesori
di amore erano nascosti in quella grande anima di appassionato: ma
egli non sapeva versarli nelle parole e nell'espressione, nè quelle
donne sapeano ritrovarli, da loro, mai. De Stendhal abborriva da ogni
querimonia, egli non si è mai confidato con un amico sui suoi amori
e sui suoi dolori, ma, ogni tanto, fra la vivacità ironica dei suoi
ricordi, scritti per l'amico lettore di cinquant'anni dopo, sorge
questo grido doloroso: _Que je souffre, de n'être pas deviné!_
Così in una società come quella francese del principio del secolo, in
cui tutte le tradizioni artistiche erano spezzate, quasi morte, de
Stendhal dovea sanguinare nel suo profondo entusiasmo per la beltà
delle arti: in una società che ancora non ritrovava il suo assetto
scientifico, dopo lo sforzo immane dei filosofi dell'Enciclopedia, e
che guardava con sgomento qualunque spirito libero che oltrepassasse il
suo tempo, le idee avanzate di Stendhal lo dovevano indicare _come un
mostro_, sono le sue parole: in una società di salone dove, respirando
di sollievo per la fine del tragico sogno dell'ottantanove, non si
chiedeva che il brio esteriore, che lo spirito di botta e risposta,
che la grazia tutta formale della conversazione, il povero Enrico Beyle
dovea subire le più amare mortificazioni, poichè egli era infelicissimo
nel comunicare le sue idee, poichè mancava dello spirito di salone,
poichè aveva troppo talento per saper conversare bene. Egli segna
come un giorno glorioso, forse, _un sol giorno_, in cui, in società,
indossando un bel vestito, possedendo del denaro in tasca, avendo ben
pranzato, egli ha potuto esser brillante in conversazione, dicendo,
almeno una parte, delle idee che tumultuavano in lui, in una forma
comprensibile ed elegante! Il grande Stendhal, quest'uomo di genio,
come lo chiama Onorato di Balzac, costretto dalla società in cui
viveva, a mendicare la rarità di un successo di salone!