Questo giudizio parrà forse strano, avventato a quelli che sono avvezzi

a misurare la gloria dal numero o dall'entità degli sconvolgimenti

che può cagionare. Certo il Manzoni non è stato mai uno di quelli che

soglionsi chiamare i grandi del mondo; non ha regnato, non ha vinto

battaglie, non ha ucciso nemici, non ha conquistato città, non è stato

neanche.... ministro della pubblica istruzione. S'è limitato a scrivere

pochi libri e pochi versi. Ma quanta rivoluzione intellettuale in quei

versi e in quei libri? quanto soffio di cose nuove, che si sono imposte

al suo paese, senz'armi e senza conquiste!

Perocchè, se è facile l'accorgersi di quei mutamenti che una violenza

crea ed un'altra distrugge, altrettanto è difficile avvertire

e apprezzare di primo acchito quelli che, uscendo dal crogiuolo

dell'ingegno e delle idee, s'impadroniscono degli animi nostri e

vi svegliano attitudini e sentimenti che poi l'indole assorbe e

tenacemente mantiene. I primi passano sopra di noi e difficilmente

lasciano traccia, fuorchè di rovine; i secondi si stampano indelebili

nel nostro organismo e possono governare un'epoca intera, modificare

una serie di generazioni.

È questa gloria che spetta intera al Manzoni; poichè la sua influenza,

l'influenza della sua dottrina e del suo metodo, ha lasciato in

Italia profonde orme in tre discipline, che sono fondamentali per ogni

nazione: la letteratura, la politica, i costumi.

Permettetemi di svolgere brevemente questa triplice affermazione.

*

* *

Quando il Manzoni cominciò a scrivere, la letteratura italiana cercava

confusamente, ma non trovava un nuovo indirizzo. Potenti ingegni vi

si erano consacrati, ma nessuno aveva osato uscire dal solco in cui

l'avevano posta i maestri di molti secoli prima; nessuno aveva osato

rompere certe barriere convenzionali, oltre cui pareva che il genio e

l'arte fossero impotenti a slanciarsi.

Gli affetti veri, le passioni moderne, le società quali sono, erano

escluse dagli onori dell'interpretazione letteraria. La poesia si

moveva in un ambiente tutto classico, tutto artificiale, dove soltanto

i Greci e i Romani parevano nati per essere cittadini o sapienti

od eroi. L'ultra cattolico Metastasio aveva foggiato i suoi cento

melodrammi sull'unico tipo delle Semiramidi e delle Didoni. Il Monti

saccheggiava l'Olimpo per trovare ogni giorno una deità pagana da

bruciare sull'ara del suo Napoleone. Il Foscolo non usciva di Grecia,

sia traducendo Omero, sia scrivendo l'Ajace, sia celebrando la chioma

di Berenice, sia sostenendo, a proposito di sepolcri moderni, una

teoria retriva, dissimulata sotto una splendida mitologia. Gli stessi

due poeti che avevano tentato novità maggiori, l'Alfieri e il Parini,

avevano troppo sacrificato al pregiudizio antico. Il primo s'era bensì

accostato, in alcuna delle sue tragedie, ad argomenti moderni e a

passioni più vere; ma s'era fermato nelle reggie e nei palazzi, fuori

di cui pareva che non potesse esistere elemento drammatico. Il secondo

aveva divinato il concetto civile della poesia educatrice; ma se l'idea

era moderna, il verso era rimasto antico; e non sapeva parlare della

cipria o della seggiola o del letto o del cibo, senza invocare Giove,

Pallade, Marte, Apollo o Citerea.

Tutto ciò staccava i poeti dal popolo; che li udiva e non li

comprendeva, li ammirava e non li amava. Il popolo offriva, nelle

sue ingenue sensazioni, una folla di argomenti poetici che nessuno

trattava. I suoi bisogni, le sue sofferenze, le sue aspirazioni non

trovavano nessuna eco nella letteratura nazionale, impastojata fra

la cotidiana ammirazione dei principi e dei guerrieri. E il popolo

a sua volta non traeva nessuna moralità e nessuna virtù nuova da

un linguaggio poetico, irto di miti e di simboli, ma di cui nessuno

rispondeva neanche da lungi ai miti ed ai simboli suoi.

Questo contrasto fra la civiltà e la poesia, questo bisogno di

raccostare più logicamente la seconda alla prima, preoccupava fin dai

primi anni del secolo i più perspicaci intelletti.

Già quello spirito gentile di Ippolito Pindemonte aveva risposto ai

_Sepolcri_ di Ugo Foscolo:

Perchè tra l'ombre della vecchia etade

Stendi, lunge da noi, voli sì lunghi?

E, concentrando in due versi, con oraziana efficacia, i precetti della

nuova scuola che si andava disegnando, gli consigliava:

antica l'arte

Onde vibri il tuo stral, ma non antico

Sia l'oggetto a cui miri.

Caduto il governo napoleonico, la lotta fra i due manipoli letterari

cominciò a farsi più viva; ma si limitava a giornali e a giornalisti,

e sotto i nomi di _classici_ e di _romantici_ minacciava rifare una di

quelle dispute infeconde e iraconde, di cui era piena la tradizione

letteraria italiana dei secoli antecedenti. I classici avevano per

sè tutti i grandi nomi della poesia, e l'autorità viva e sovrana di

Vincenzo Monti. I romantici si appoggiavano piuttosto sulla letteratura

tedesca, che per mezzo di Bürger, di Schiller, di Goethe aveva messo in

quei giorni

il potente anelito

Della seconda vita.

Questa lotta avrebbe potuto continuare per un tempo indefinito, se

la scuola romantica non avesse trovato modo di provare col fatto la

superiorità intellettuale a cui pretendeva. Gli scritti del Manzoni,

proprio tra il 1815 e il 1830, furono gli eserciti vincitori della

decisiva battaglia.

Cogli _Inni Sacri_, dimostrò come il Dio cristiano, il Dio del popolo

nostro fosse inspiratore di ben più alta poesia che gli idoli sciupati

e vuoti di senso del paganesimo classico. Colle _Tragedie_, fece

vibrare una corda patriottica che scosse gli animi e li avviò d'un

tratto agli squarciati orizzonti delle grandi commozioni moderne.

Finalmente, coi _Promessi Sposi_, segnò il culmine, non ancora

raggiunto, della nuova letteratura, e trasse dalla vita popolare, da

personaggi popolari, da una meravigliosa intuizione dei segreti storici

e giuridici di un secolo buio, gli elementi di una grand'opera d'arte,

a cui la prosa modesta non toglie di essere l'epopea più viva, più vera

e più vasta che sia comparsa in Italia, dopo la _Divina Commedia_.

*

* *

Ed ecco la prima grande influenza che ottenne il Manzoni sul tempo

suo. Discusso, come sempre, dalla critica appassionata, i suoi scritti

s'imposero però all'opinione letteraria con tanta forza, che nessuno

osò più adoperare, scrivendo, quel classico cicaleccio, da cui tanto

era giovata la povertà dei pensieri. La lotta finì subitamente. Nel

solco aperto da Alessandro Manzoni dovettero, per amore o per forza,

incamminarsi tutti quelli che bramarono avere dei lettori; sicchè parve

un vaticinio la frase, che, al comparire dell'_Urania_ aveva detto

il Monti, apostolo del passato, «costui comincia dove io avrei voluto

finire.»

Vero è che la nostra generazione ha udito muoversi al Manzoni due

obbiezioni, quasi due accuse. Il grand'uomo ha sorriso della prima,

e forse non è giunto in tempo a sorridere, o meglio a ridere della

seconda. Certo l'una e l'altra sono ormai scivolate sul bronzo della

sua fama, e il vanto di risollevarle non frutterebbe riputazione.

È proprio del genio trovare i pedanti contro di sè. Il Tasso ebbe

fieramente avversi alcuni accademici della Crusca; l'Ariosto s'udì

rimproverare di avere scritte _tante corbellerie_; il Parini fu da un

bizzarro ingegno berteggiato come un _versiscioltaio_; e Carlo Porta

fu ad un pelo di spezzare la sua penna per le critiche virulenti di un

parrucchiere. Chi si ricorda ora il nome degli avversari del Tasso o di

quelli del Porta?

Fu dunque accusata la letteratura del Manzoni di essere nel senso

patriottico _fiacca_; di consigliare la rassegnazione piuttosto che la

resistenza alle ingiustizie ed alle oppressioni; di stillare nei cuori

popolari le idealità del cielo quasi per deviare la loro attenzione

dalle brutalità della terra.

Or bene, ditelo voi, giovani del 31, del 48 e del 59, che siete

corsi alle armi, dopo avere per anni balbettato ad ogni Natale, sulle

ginocchia materne, _Qual masso che dal vertice_; dopo avere per anni

recitato dinanzi ai vostri professori a memoria i cori dell'_Adelchi_

e del _Carmagnola_; ditelo voi se la letteratura manzoniana vi sia

stata feconda di fiacchezze e di rassegnazioni! Ma un'educazione

letteraria si deve giudicare dagli effetti che produce, dagli allievi

che crea. Ora, non erano manzoniane le due generazioni di uomini che

negli ultimi settant'anni hanno consacrato ogni minuto della loro

esistenza a fare la patria? non erano manzoniani, nella loro vigoria e

nel loro sentimento cristiano, i giovani eroi delle barricate milanesi

e romane, i Dandolo, i Morosini, i Manara? non fu manzoniano quel

Massimo d'Azeglio che apparve il cavaliere senza macchia e senza paura

della rivoluzione italiana? e non si vantarono e non si vantano anche

oggi d'essere ammiratori del Manzoni quegli uomini di lettere d'ogni

gradazione politica, che si mescolarono a tutte le battaglie nazionali,

della penna, della spada o della tribuna, da Cesare Correnti a Giovan

Battista Giorgini, da Goffredo Mameli a Felice Cavallotti?

Signori, può darsi che vi sia chi confonda l'energia dei pensieri colla

violenza delle parole, la profondità dei sentimenti col delirio delle

immaginazioni.

Ma quale fra gli scrittori italiani ha lanciato più roventi accuse

contro la _rea progenie_ di quegli oppressori:

Cui fu prodezza il numero,

Cui fu ragion l'offesa,

E dritto il sangue, e gloria

Il non aver pietà?

Chi ha destato maggiori simpatie intorno alle vittime dei pregiudizi

o delle ingiustizie o delle prepotenze feudali e monacali della

dominazione straniera? chi ha flagellato più a sangue i caratteri

_fiacchi_, come quelli di Don Abbondio, o la giustizia _fiacca_, come

quella che emanava le gride e tollerava i _bravi_?

Era proposito di rassegnazione che dettava al Manzoni quei caldi versi

del 1821, da lui dedicati a Teodoro Körner, il poeta dell'indipendenza

germanica?

E non è chiaro il suo desiderio di vedere la giustizia regnare sulla

terra anche prima che in cielo, quando ci fa assistere alla morte

di Don Rodrigo, cadavere lurido fra i cenci degli appestati, mentre

la coppia ch'egli avrebbe voluto far vittima delle sue passioni

s'incammina, religiosa e tranquilla, alla gioia lungamente negata?

Un poeta vivente, o signori, Giosuè Carducci, ha chiamato un giorno

_vile_ l'Italia, perchè gli pareva che non rispondesse abbastanza

a' suoi ideali. L'epiteto ebbe fortuna, e parve che desse fama di

energico al colto ingegno che l'aveva lanciato. Ebbene, Giosuè Carducci

non è che un plagiario di Alessandro Manzoni, il quale aveva scritto

dell'Italia, quarant'anni prima:

O risorta per voi la vedremo

Al convito dei popoli assisa,

O più serva, più vil, più derisa,

Sotto l'orrida verga starà.

*

* *

D'altra parte, era sorta ad osteggiare il Manzoni la nuova scuola

_verista_.

Voi lo sapete, o signori; vi fu una scuola, forse già tramontata, che

s'illuse di avere inventato recentemente il vero nell'arte. Prima di

essa, pare che tutti siano stati nel falso. Omero, Virgilio, Esopo,

Anacreonte, Orazio, Lucrezio, Geremia non hanno saputo nulla dei

dolori, dei sentimenti e delle debolezze umane; i cavalli di Fidia e di

Prassitele non sono _veri_: le teste di Raffaello sono false; Molière

e Goldoni hanno prodotto sulle scene tipi che non esistono; Dante non

seppe congegnare un verso che fosse _naturalista_, neanche quando fece

dire a Francesca:

La bocca mi baciò tutto tremante.

Confondere ogni vero col bello parrebbe lo sforzo di questi sacerdoti

dell'arte nuova; il cui cardine fondamentale — se almeno si può

afferrarlo fra le nebulose onde ancora si circonda la sua dottrina

— è che nulla è vero se non quanto cade sotto i sensi. Invano si

obbietta che l'uomo è composto di spirito e di materia; che in esso

si aggruppano quindi verità fisiche e verità morali. L'arte nuova,

se anche non nega lo spirito, non lo vede; ogni fatto è per essa un

risultato di forze esterne, un'aggregazione di molecole. E siccome

soltanto il fatto è vero, solamente la molecola è degna di poesia.

Pigliamo, per esempio, le due evoluzioni più importanti nell'organismo

umano; le due cose che il povero Leopardi trovava belle nel mondo:

l'amore e la morte.

Due giovani si amano; si sentono attratti l'uno verso l'altro

dall'istinto dei cuori, dal fàscino degli sguardi, dalla comunanza

dei pensieri e delle simpatie. Questo amore è un fatto, che determina

intero lo svolgimento di due personalità; che può essere nascosto alle

osservazioni di tutto il mondo, ma che sostituisce tutto il mondo

nella verità delle loro sensazioni. Viene il giorno, in cui questi

giovani, dopo essersi lungamente amati, trovano l'occasione di dirselo,

di giurarsi fede, di abbracciarsi. Ecco il fatto, grida il seguace

dell'odierno _verismo_. Tutto il vero di prima non esiste per lui.

L'efficacia delle sensazioni intime, che hanno preparata, elaborata,

determinata la manifestazione esterna, egli non l'ha vista e non vuole

quindi occuparsene. L'importante è per lui l'effetto e non la causa, la

conseguenza e non la premessa. Sicchè tutto il dramma dell'anima, che

è stato la verità calda ed esclusiva di tanti anni, sparisce dinanzi

ad un momento plastico, di cui egli descriverà fino alla nausea i più

fuggevoli particolari.... nei quali soltanto comincia e rimane il suo

vero.

Allorchè la morte viene, è ancor peggio. Questo fatto è per sè un

duplice poema, in cui l'acerbità del dolor fisico si mescola alla

crudele coscienza dei propri errori o al mesto ricordo delle proprie

illusioni; dove la tenacia con cui il passato avvince ha un riscontro

nel dubbio con cui assale il futuro; un poema, in cui le verità

appaiono tutte, e giganti, e irresistibili, nella gran lotta fra

l'anima che resiste e il corpo che soccombe.

Orbene, che cosa vede ordinariamente il _verista_ in questa catastrofe

materiale e morale? null'altro che la brutalità degli ultimi fatti

esterni: la tosse che lacera il petto del morente: l'odore mefitico

onde l'atmosfera s'impregna: la secrezione putrida a cui soggiace

il cadavere. A che indagare, nell'interesse delle verità morali, se

l'infelice muore disperato o rassegnato, se in lui prevale la passione

o il dolore o lo scetticismo, se lo governa l'impressione d'un amore

antico o d'un odio recente? tutte queste sono idealità non abbastanza

_vere_, secondo la nuova scuola; l'importante è di constatare la cera

che sgocciola e i vermi che sbucano.

Quanta gloria ridonda al Manzoni dal non avere seguìto, nemmeno

per un istante, un indirizzo letterario così umiliante per l'umana

personalità! come è prova del suo ingegno l'avere bene distinte le

verità di un quarto d'ora dalle verità eterne, e l'aver sempre tenuto

alta e retta la figura dell'uomo verso l'avvenire e verso Dio!

Nè crediate che l'arte fosse impotente nel Manzoni a ritrarre e

a scolpire anche i turpi veri che affliggono l'umanità. Quando ha

creduto che potesse trarne vantaggio la causa morale, ha ben provato

come sapesse precorrere i _veristi_ d'oggi, e superarli nella potente

espressione dei fatti d'indole materiale. Vi ricordate del povero

Renzo nell'osteria della Luna Piena e di quel meraviglioso crescendo

d'ubbriachezza che lo intontisce? vi ricordate di quelle vittime della

carestia, che avevano in bocca l'erba mezzo rosicchiata? di quelle

vittime della pestilenza che lasciavano spenzolare a dondoloni dal

carro funebre le gambe e le braccia, intanto che i monatti, assisi sui

loro dorsi, bevevano e cantavano canzoni oscene? vi pare che siano

state scritte altrove pagine più efficaci nell'ordine dei fenomeni

odiosi e.... _naturalisti_?

Guardate l'episodio della monaca di Monza. Lì il Manzoni doveva dir

tutto, e ha detto tutto, ma con che garbo! L'analisi psicologica

dell'animo di Geltrude, la via fatale per cui è spinta all'abisso,

sono del dominio dei fatti morali, e nessuno disputa al Manzoni la

padronanza di siffatti argomenti. Ma si giunge all'episodio di Egidio,

e la caduta di Geltrude diventa un fatto d'indole materiale. Non dirlo,

rende incompleto il dramma e inverosimili le conseguenze. Dirlo, mette

a repentaglio quella casta severità di pensiero che fa dei _Promessi

Sposi_ un libro così altamente educativo dei giovani.

Un _verista_ odierno si sarebbe gettato avidamente su quell'episodio.

Non avrebbe risparmiato al lettore nessuno dei consueti particolari di

una situazione conosciuta. Avrebbe descritto ad esuberanza le lettere

profumate, e i rossori del volto, e il fàscino del tentatore, e il

fruscìo delle vesti, e le rapide carezze, e l'oblìo d'un istante, e

il postumo pianto.... e l'abitudine della colpa. Il Manzoni nulla di

tutto ciò. Gli basta aver detto che Egidio aveva scritta una lettera;

poi riassume e chiude il dramma con tre sole parole: «_La sventurata

rispose._»

Quanta evidenza in così grande sobrietà? V'è qualcuno che possa non

avere capito o che possa offendersi di avere capito? La tentazione, la

resistenza, la debolezza, il delitto, il rimorso, tutti gli elementi e

gli svolgimenti della pietosa catastrofe escono, con verità casta ed

energica, da quella semplice frase che la scuola nuova invidierà per

molto tempo all'antica.

*

* *

La seconda influenza che esercitò Alessandro Manzoni fu sul programma

della politica nazionale.

Nè bisogna meravigliarsi, che, non essendo stato mai uomo politico nel

senso attivo della parola, abbia però avuto sull'andamento delle cose

politiche un'azione decisa.

Ai poeti spettò in ogni tempo una singolare ingerenza sugli avvenimenti

dei loro paesi. Tengono, per la loro inspirazione, per la popolarità da

cui sono generalmente circondati, un posto che rasenta da vicino quello

dei profeti e delle sibille nelle età bibliche o eroiche. I bardi e

i trovatori davano l'intonazione all'ingenua politica delle schiatte

cavalleresche europee. Il Petrarca dovette alla sua grande riputazione

poetica le missioni politiche a cui si trovò mescolato. Milton e Goethe

crearono in Inghilterra e in Germania ambienti politici. E ognuno sa

che larga parte abbiano avuto nella politica nazionale francese le

liriche del Béranger.

Il concetto di Manzoni circa l'ordinamento italiano fu radicale e

immutabile. Credette possibile l'unità della patria, e la cantò e

la sostenne con tutta quella fede ch'egli poneva negli ideali. Forse

perchè aveva veduto ed appoggiato il forte organismo del primo Regno

d'Italia, si disgustò facilmente di quegli Staterelli fiacchi e

pusilli, che sono dall'indole loro condannati sempre a roteare intorno

ad un pianeta. A chi gli diceva che l'unità politica era un'utopia,

rispondeva col suo bonario e fino sorriso: «È per lo meno un'utopia

bella, mentre la Confederazione è un'utopia brutta».

Già fin dagli anni giovanili aveva scritto, con un verso più felice di

pensiero che di forma:

Liberi non sarem se non siam _uni_.

Ma quando gli amici suoi, che nella setta dei _Federati_ traevano dal

loro nome il loro programma, innalzarono la bandiera costituzionale del

1821, egli li incoraggiò ad allargare le loro aspirazioni, a pensare

che l'Italia era

Una d'arme, di lingua, d'altare.

E si augurò che il risultato della loro azione fosse:

Non fia loco ove sorgan barriere

Tra l'Italia e l'Italia mai più.

Sicchè, quando il Mazzini gli fece visita nel 1848, e gli disse:

«Solamente io e Lei, don Alessandro, abbiamo serbato fede al culto

dell'unità» avrebbe potuto dir con maggiore esattezza: «Lei ed io»

poichè il Manzoni era già poeta unitario, quando il Mazzini non era

uscito ancora dagli anni della fanciullezza.

E non è a dirsi che avesse piccola efficacia l'opinione di un

ingegno così largo, di un pensatore così profondo, che si staccava

risolutamente dai programmi politici di tutti gli uomini di Stato, per

patrocinare una soluzione di altissima idealità. La fede di quell'uomo

penetrava a poco a poco nell'ambiente intellettuale di cui egli era

l'oracolo, e di lì usciva, rivestita di un'autorità che non era facile

sostituire, ad infiltrarsi negli strati sociali ansiosi di novità e

di moto. Quel programma rivoluzionario, accettato con tanta sicurezza

dall'uomo tranquillo e severo che aveva scritto la _Morale Cattolica_,

pigliava tono e garbo di soluzione moderata. Vi si accostavano quasi

involontariamente i pensatori delle alte classi, attratti dalla

gran riverenza per l'uomo che se ne mostrava entusiasta. Sicchè,

quando più tardi entrò in lizza il Mazzini, e percosse dal canto suo

l'immaginazione delle classi popolari coll'ardente audacia della sua

parola, la preparazione degli animi divenne completa, e il passaggio

dalla teoria alla pratica non fu più che una questione di tempo.... e

di occasione.

Quanto sia stato grande il servigio reso in questo terreno dal Manzoni

alla patria, noi soli siamo ora in grado di apprezzare giustamente. E

lo possiamo fare, paragonando il sangue e il tempo che ad altre nazioni

è costato questo sforzo dell'unità colla mirabile rapidità e concordia

con cui s'è compiuto fra noi. Ciò che altrove ha cagionato lotte

ostinate fra i partiti conservatori, da noi fu appunto considerato

come una base d'accordi e di conciliazioni. Fortunata politica, che ci

ha lasciato raggiungere e ci lascia sperare durevole l'assetto della

patria, perchè con esso si sono diminuite, non si sono allargate le

differenze fra i partiti che l'amano. E gran parte di questo mirabile

risultato si deve all'onesta ed acuta divinazione del Manzoni: che

attraendo a sè le classi conservatrici italiane ed affezionandole

per tempo al pensiero che dal suo genio scattava, contribuì a rendere

nazionale una soluzione politica, che altrove, rimasta rivoluzionaria o

dispotica, è stata causa di guerre intestine e di implacabili ostilità.

Ma non fu soltanto al programma unitario che l'influenza politica

di Alessandro Manzoni si volse con intiero successo. In quell'altra

spinosa e delicata questione dei rapporti fra il Papato e l'Italia,

l'istinto suo lo guidò meravigliosamente a segnare la via sicura. Era

una via che contrastava con tutto il nostro passato di rivoluzioni e

di reazioni; una via che a moltissimi pareva troppo ardita, a molti

altri troppo timida, ma che soprattutto a nessuno pareva praticamente

possibile. In Italia, infatti, soltanto pochi lustri fa, non v'erano

che ghibellini, intenti a combattere il Papato, e guelfi a difenderlo.

Il Manzoni sentì, forse prima di tutti, che il sentimento religioso

e il sentimento nazionale potevano adagiarsi in una soluzione nuova,

che non fosse nè guelfa, nè ghibellina. La sua fede robusta nel

cattolicismo e nella patria gli fece intravedere possibile quello che

ad altri pareva assurdo, la permanenza nella stessa capitale del Re

e del Papa, il potere temporale abolito e la religione fatta più pura

dalla sua perdita.

È il programma che l'Italia ha adottato e che da ventisei anni fa le

sue prove. Certo, non a tutti ancora la soluzione par chiara, e gli

spiriti ardenti — guelfi o ghibellini — si ostinano a condannarla.

È nell'indole delle cose che hanno avuto una grande esistenza il

ribellarsi contro ogni ipotesi di mutazioni. Ma è nell'indole altresì

degli uomini savj il rassegnarsi a quelle che lasciano intatto lo

spirito, se non le forme, delle istituzioni morali. Il Manzoni, che

in ogni argomento preferiva lo spirito alla forma, si avvide presto

che il potere temporale era morto nell'efficacia sua, ben prima

che gli avvenimenti politici s'incaricassero di seppellirlo. La sua

anima religiosa non si smarrì, nè il saldo cattolicismo suo temette

fare sfregio a sè stesso, patrocinando, come cittadino autorevole, e

votando, come senatore del Regno, il nuovo ordinamento che rendeva a

Cesare quanto era di Cesare e a Dio quanto era di Dio.

Certo, l'esempio del Manzoni fu d'immensa efficacia nell'ottenere

a siffatta soluzione i larghi consensi del partito che vuol essere

liberale senza cessare di essere religioso.

La vita Italiana nel Risorgimento (1815-1831), parte 3 Conferenze fiorentine - Lettere, scienze e arti · 第 2 / 8 段