a misurare la gloria dal numero o dall'entità degli sconvolgimenti
che può cagionare. Certo il Manzoni non è stato mai uno di quelli che
soglionsi chiamare i grandi del mondo; non ha regnato, non ha vinto
battaglie, non ha ucciso nemici, non ha conquistato città, non è stato
neanche.... ministro della pubblica istruzione. S'è limitato a scrivere
pochi libri e pochi versi. Ma quanta rivoluzione intellettuale in quei
versi e in quei libri? quanto soffio di cose nuove, che si sono imposte
al suo paese, senz'armi e senza conquiste!
Perocchè, se è facile l'accorgersi di quei mutamenti che una violenza
crea ed un'altra distrugge, altrettanto è difficile avvertire
e apprezzare di primo acchito quelli che, uscendo dal crogiuolo
dell'ingegno e delle idee, s'impadroniscono degli animi nostri e
vi svegliano attitudini e sentimenti che poi l'indole assorbe e
tenacemente mantiene. I primi passano sopra di noi e difficilmente
lasciano traccia, fuorchè di rovine; i secondi si stampano indelebili
nel nostro organismo e possono governare un'epoca intera, modificare
una serie di generazioni.
È questa gloria che spetta intera al Manzoni; poichè la sua influenza,
l'influenza della sua dottrina e del suo metodo, ha lasciato in
Italia profonde orme in tre discipline, che sono fondamentali per ogni
nazione: la letteratura, la politica, i costumi.
Permettetemi di svolgere brevemente questa triplice affermazione.
*
* *
Quando il Manzoni cominciò a scrivere, la letteratura italiana cercava
confusamente, ma non trovava un nuovo indirizzo. Potenti ingegni vi
si erano consacrati, ma nessuno aveva osato uscire dal solco in cui
l'avevano posta i maestri di molti secoli prima; nessuno aveva osato
rompere certe barriere convenzionali, oltre cui pareva che il genio e
l'arte fossero impotenti a slanciarsi.
Gli affetti veri, le passioni moderne, le società quali sono, erano
escluse dagli onori dell'interpretazione letteraria. La poesia si
moveva in un ambiente tutto classico, tutto artificiale, dove soltanto
i Greci e i Romani parevano nati per essere cittadini o sapienti
od eroi. L'ultra cattolico Metastasio aveva foggiato i suoi cento
melodrammi sull'unico tipo delle Semiramidi e delle Didoni. Il Monti
saccheggiava l'Olimpo per trovare ogni giorno una deità pagana da
bruciare sull'ara del suo Napoleone. Il Foscolo non usciva di Grecia,
sia traducendo Omero, sia scrivendo l'Ajace, sia celebrando la chioma
di Berenice, sia sostenendo, a proposito di sepolcri moderni, una
teoria retriva, dissimulata sotto una splendida mitologia. Gli stessi
due poeti che avevano tentato novità maggiori, l'Alfieri e il Parini,
avevano troppo sacrificato al pregiudizio antico. Il primo s'era bensì
accostato, in alcuna delle sue tragedie, ad argomenti moderni e a
passioni più vere; ma s'era fermato nelle reggie e nei palazzi, fuori
di cui pareva che non potesse esistere elemento drammatico. Il secondo
aveva divinato il concetto civile della poesia educatrice; ma se l'idea
era moderna, il verso era rimasto antico; e non sapeva parlare della
cipria o della seggiola o del letto o del cibo, senza invocare Giove,
Pallade, Marte, Apollo o Citerea.
Tutto ciò staccava i poeti dal popolo; che li udiva e non li
comprendeva, li ammirava e non li amava. Il popolo offriva, nelle
sue ingenue sensazioni, una folla di argomenti poetici che nessuno
trattava. I suoi bisogni, le sue sofferenze, le sue aspirazioni non
trovavano nessuna eco nella letteratura nazionale, impastojata fra
la cotidiana ammirazione dei principi e dei guerrieri. E il popolo
a sua volta non traeva nessuna moralità e nessuna virtù nuova da
un linguaggio poetico, irto di miti e di simboli, ma di cui nessuno
rispondeva neanche da lungi ai miti ed ai simboli suoi.
Questo contrasto fra la civiltà e la poesia, questo bisogno di
raccostare più logicamente la seconda alla prima, preoccupava fin dai
primi anni del secolo i più perspicaci intelletti.
Già quello spirito gentile di Ippolito Pindemonte aveva risposto ai
_Sepolcri_ di Ugo Foscolo:
Perchè tra l'ombre della vecchia etade
Stendi, lunge da noi, voli sì lunghi?
E, concentrando in due versi, con oraziana efficacia, i precetti della
nuova scuola che si andava disegnando, gli consigliava:
antica l'arte
Onde vibri il tuo stral, ma non antico
Sia l'oggetto a cui miri.
Caduto il governo napoleonico, la lotta fra i due manipoli letterari
cominciò a farsi più viva; ma si limitava a giornali e a giornalisti,
e sotto i nomi di _classici_ e di _romantici_ minacciava rifare una di
quelle dispute infeconde e iraconde, di cui era piena la tradizione
letteraria italiana dei secoli antecedenti. I classici avevano per
sè tutti i grandi nomi della poesia, e l'autorità viva e sovrana di
Vincenzo Monti. I romantici si appoggiavano piuttosto sulla letteratura
tedesca, che per mezzo di Bürger, di Schiller, di Goethe aveva messo in
quei giorni
il potente anelito
Della seconda vita.
Questa lotta avrebbe potuto continuare per un tempo indefinito, se
la scuola romantica non avesse trovato modo di provare col fatto la
superiorità intellettuale a cui pretendeva. Gli scritti del Manzoni,
proprio tra il 1815 e il 1830, furono gli eserciti vincitori della
decisiva battaglia.
Cogli _Inni Sacri_, dimostrò come il Dio cristiano, il Dio del popolo
nostro fosse inspiratore di ben più alta poesia che gli idoli sciupati
e vuoti di senso del paganesimo classico. Colle _Tragedie_, fece
vibrare una corda patriottica che scosse gli animi e li avviò d'un
tratto agli squarciati orizzonti delle grandi commozioni moderne.
Finalmente, coi _Promessi Sposi_, segnò il culmine, non ancora
raggiunto, della nuova letteratura, e trasse dalla vita popolare, da
personaggi popolari, da una meravigliosa intuizione dei segreti storici
e giuridici di un secolo buio, gli elementi di una grand'opera d'arte,
a cui la prosa modesta non toglie di essere l'epopea più viva, più vera
e più vasta che sia comparsa in Italia, dopo la _Divina Commedia_.
*
* *
Ed ecco la prima grande influenza che ottenne il Manzoni sul tempo
suo. Discusso, come sempre, dalla critica appassionata, i suoi scritti
s'imposero però all'opinione letteraria con tanta forza, che nessuno
osò più adoperare, scrivendo, quel classico cicaleccio, da cui tanto
era giovata la povertà dei pensieri. La lotta finì subitamente. Nel
solco aperto da Alessandro Manzoni dovettero, per amore o per forza,
incamminarsi tutti quelli che bramarono avere dei lettori; sicchè parve
un vaticinio la frase, che, al comparire dell'_Urania_ aveva detto
il Monti, apostolo del passato, «costui comincia dove io avrei voluto
finire.»
Vero è che la nostra generazione ha udito muoversi al Manzoni due
obbiezioni, quasi due accuse. Il grand'uomo ha sorriso della prima,
e forse non è giunto in tempo a sorridere, o meglio a ridere della
seconda. Certo l'una e l'altra sono ormai scivolate sul bronzo della
sua fama, e il vanto di risollevarle non frutterebbe riputazione.
È proprio del genio trovare i pedanti contro di sè. Il Tasso ebbe
fieramente avversi alcuni accademici della Crusca; l'Ariosto s'udì
rimproverare di avere scritte _tante corbellerie_; il Parini fu da un
bizzarro ingegno berteggiato come un _versiscioltaio_; e Carlo Porta
fu ad un pelo di spezzare la sua penna per le critiche virulenti di un
parrucchiere. Chi si ricorda ora il nome degli avversari del Tasso o di
quelli del Porta?
Fu dunque accusata la letteratura del Manzoni di essere nel senso
patriottico _fiacca_; di consigliare la rassegnazione piuttosto che la
resistenza alle ingiustizie ed alle oppressioni; di stillare nei cuori
popolari le idealità del cielo quasi per deviare la loro attenzione
dalle brutalità della terra.
Or bene, ditelo voi, giovani del 31, del 48 e del 59, che siete
corsi alle armi, dopo avere per anni balbettato ad ogni Natale, sulle
ginocchia materne, _Qual masso che dal vertice_; dopo avere per anni
recitato dinanzi ai vostri professori a memoria i cori dell'_Adelchi_
e del _Carmagnola_; ditelo voi se la letteratura manzoniana vi sia
stata feconda di fiacchezze e di rassegnazioni! Ma un'educazione
letteraria si deve giudicare dagli effetti che produce, dagli allievi
che crea. Ora, non erano manzoniane le due generazioni di uomini che
negli ultimi settant'anni hanno consacrato ogni minuto della loro
esistenza a fare la patria? non erano manzoniani, nella loro vigoria e
nel loro sentimento cristiano, i giovani eroi delle barricate milanesi
e romane, i Dandolo, i Morosini, i Manara? non fu manzoniano quel
Massimo d'Azeglio che apparve il cavaliere senza macchia e senza paura
della rivoluzione italiana? e non si vantarono e non si vantano anche
oggi d'essere ammiratori del Manzoni quegli uomini di lettere d'ogni
gradazione politica, che si mescolarono a tutte le battaglie nazionali,
della penna, della spada o della tribuna, da Cesare Correnti a Giovan
Battista Giorgini, da Goffredo Mameli a Felice Cavallotti?
Signori, può darsi che vi sia chi confonda l'energia dei pensieri colla
violenza delle parole, la profondità dei sentimenti col delirio delle
immaginazioni.
Ma quale fra gli scrittori italiani ha lanciato più roventi accuse
contro la _rea progenie_ di quegli oppressori:
Cui fu prodezza il numero,
Cui fu ragion l'offesa,
E dritto il sangue, e gloria
Il non aver pietà?
Chi ha destato maggiori simpatie intorno alle vittime dei pregiudizi
o delle ingiustizie o delle prepotenze feudali e monacali della
dominazione straniera? chi ha flagellato più a sangue i caratteri
_fiacchi_, come quelli di Don Abbondio, o la giustizia _fiacca_, come
quella che emanava le gride e tollerava i _bravi_?
Era proposito di rassegnazione che dettava al Manzoni quei caldi versi
del 1821, da lui dedicati a Teodoro Körner, il poeta dell'indipendenza
germanica?
E non è chiaro il suo desiderio di vedere la giustizia regnare sulla
terra anche prima che in cielo, quando ci fa assistere alla morte
di Don Rodrigo, cadavere lurido fra i cenci degli appestati, mentre
la coppia ch'egli avrebbe voluto far vittima delle sue passioni
s'incammina, religiosa e tranquilla, alla gioia lungamente negata?
Un poeta vivente, o signori, Giosuè Carducci, ha chiamato un giorno
_vile_ l'Italia, perchè gli pareva che non rispondesse abbastanza
a' suoi ideali. L'epiteto ebbe fortuna, e parve che desse fama di
energico al colto ingegno che l'aveva lanciato. Ebbene, Giosuè Carducci
non è che un plagiario di Alessandro Manzoni, il quale aveva scritto
dell'Italia, quarant'anni prima:
O risorta per voi la vedremo
Al convito dei popoli assisa,
O più serva, più vil, più derisa,
Sotto l'orrida verga starà.
*
* *
D'altra parte, era sorta ad osteggiare il Manzoni la nuova scuola
_verista_.
Voi lo sapete, o signori; vi fu una scuola, forse già tramontata, che
s'illuse di avere inventato recentemente il vero nell'arte. Prima di
essa, pare che tutti siano stati nel falso. Omero, Virgilio, Esopo,
Anacreonte, Orazio, Lucrezio, Geremia non hanno saputo nulla dei
dolori, dei sentimenti e delle debolezze umane; i cavalli di Fidia e di
Prassitele non sono _veri_: le teste di Raffaello sono false; Molière
e Goldoni hanno prodotto sulle scene tipi che non esistono; Dante non
seppe congegnare un verso che fosse _naturalista_, neanche quando fece
dire a Francesca:
La bocca mi baciò tutto tremante.
Confondere ogni vero col bello parrebbe lo sforzo di questi sacerdoti
dell'arte nuova; il cui cardine fondamentale — se almeno si può
afferrarlo fra le nebulose onde ancora si circonda la sua dottrina
— è che nulla è vero se non quanto cade sotto i sensi. Invano si
obbietta che l'uomo è composto di spirito e di materia; che in esso
si aggruppano quindi verità fisiche e verità morali. L'arte nuova,
se anche non nega lo spirito, non lo vede; ogni fatto è per essa un
risultato di forze esterne, un'aggregazione di molecole. E siccome
soltanto il fatto è vero, solamente la molecola è degna di poesia.
Pigliamo, per esempio, le due evoluzioni più importanti nell'organismo
umano; le due cose che il povero Leopardi trovava belle nel mondo:
l'amore e la morte.
Due giovani si amano; si sentono attratti l'uno verso l'altro
dall'istinto dei cuori, dal fàscino degli sguardi, dalla comunanza
dei pensieri e delle simpatie. Questo amore è un fatto, che determina
intero lo svolgimento di due personalità; che può essere nascosto alle
osservazioni di tutto il mondo, ma che sostituisce tutto il mondo
nella verità delle loro sensazioni. Viene il giorno, in cui questi
giovani, dopo essersi lungamente amati, trovano l'occasione di dirselo,
di giurarsi fede, di abbracciarsi. Ecco il fatto, grida il seguace
dell'odierno _verismo_. Tutto il vero di prima non esiste per lui.
L'efficacia delle sensazioni intime, che hanno preparata, elaborata,
determinata la manifestazione esterna, egli non l'ha vista e non vuole
quindi occuparsene. L'importante è per lui l'effetto e non la causa, la
conseguenza e non la premessa. Sicchè tutto il dramma dell'anima, che
è stato la verità calda ed esclusiva di tanti anni, sparisce dinanzi
ad un momento plastico, di cui egli descriverà fino alla nausea i più
fuggevoli particolari.... nei quali soltanto comincia e rimane il suo
vero.
Allorchè la morte viene, è ancor peggio. Questo fatto è per sè un
duplice poema, in cui l'acerbità del dolor fisico si mescola alla
crudele coscienza dei propri errori o al mesto ricordo delle proprie
illusioni; dove la tenacia con cui il passato avvince ha un riscontro
nel dubbio con cui assale il futuro; un poema, in cui le verità
appaiono tutte, e giganti, e irresistibili, nella gran lotta fra
l'anima che resiste e il corpo che soccombe.
Orbene, che cosa vede ordinariamente il _verista_ in questa catastrofe
materiale e morale? null'altro che la brutalità degli ultimi fatti
esterni: la tosse che lacera il petto del morente: l'odore mefitico
onde l'atmosfera s'impregna: la secrezione putrida a cui soggiace
il cadavere. A che indagare, nell'interesse delle verità morali, se
l'infelice muore disperato o rassegnato, se in lui prevale la passione
o il dolore o lo scetticismo, se lo governa l'impressione d'un amore
antico o d'un odio recente? tutte queste sono idealità non abbastanza
_vere_, secondo la nuova scuola; l'importante è di constatare la cera
che sgocciola e i vermi che sbucano.
Quanta gloria ridonda al Manzoni dal non avere seguìto, nemmeno
per un istante, un indirizzo letterario così umiliante per l'umana
personalità! come è prova del suo ingegno l'avere bene distinte le
verità di un quarto d'ora dalle verità eterne, e l'aver sempre tenuto
alta e retta la figura dell'uomo verso l'avvenire e verso Dio!
Nè crediate che l'arte fosse impotente nel Manzoni a ritrarre e
a scolpire anche i turpi veri che affliggono l'umanità. Quando ha
creduto che potesse trarne vantaggio la causa morale, ha ben provato
come sapesse precorrere i _veristi_ d'oggi, e superarli nella potente
espressione dei fatti d'indole materiale. Vi ricordate del povero
Renzo nell'osteria della Luna Piena e di quel meraviglioso crescendo
d'ubbriachezza che lo intontisce? vi ricordate di quelle vittime della
carestia, che avevano in bocca l'erba mezzo rosicchiata? di quelle
vittime della pestilenza che lasciavano spenzolare a dondoloni dal
carro funebre le gambe e le braccia, intanto che i monatti, assisi sui
loro dorsi, bevevano e cantavano canzoni oscene? vi pare che siano
state scritte altrove pagine più efficaci nell'ordine dei fenomeni
odiosi e.... _naturalisti_?
Guardate l'episodio della monaca di Monza. Lì il Manzoni doveva dir
tutto, e ha detto tutto, ma con che garbo! L'analisi psicologica
dell'animo di Geltrude, la via fatale per cui è spinta all'abisso,
sono del dominio dei fatti morali, e nessuno disputa al Manzoni la
padronanza di siffatti argomenti. Ma si giunge all'episodio di Egidio,
e la caduta di Geltrude diventa un fatto d'indole materiale. Non dirlo,
rende incompleto il dramma e inverosimili le conseguenze. Dirlo, mette
a repentaglio quella casta severità di pensiero che fa dei _Promessi
Sposi_ un libro così altamente educativo dei giovani.
Un _verista_ odierno si sarebbe gettato avidamente su quell'episodio.
Non avrebbe risparmiato al lettore nessuno dei consueti particolari di
una situazione conosciuta. Avrebbe descritto ad esuberanza le lettere
profumate, e i rossori del volto, e il fàscino del tentatore, e il
fruscìo delle vesti, e le rapide carezze, e l'oblìo d'un istante, e
il postumo pianto.... e l'abitudine della colpa. Il Manzoni nulla di
tutto ciò. Gli basta aver detto che Egidio aveva scritta una lettera;
poi riassume e chiude il dramma con tre sole parole: «_La sventurata
rispose._»
Quanta evidenza in così grande sobrietà? V'è qualcuno che possa non
avere capito o che possa offendersi di avere capito? La tentazione, la
resistenza, la debolezza, il delitto, il rimorso, tutti gli elementi e
gli svolgimenti della pietosa catastrofe escono, con verità casta ed
energica, da quella semplice frase che la scuola nuova invidierà per
molto tempo all'antica.
*
* *
La seconda influenza che esercitò Alessandro Manzoni fu sul programma
della politica nazionale.
Nè bisogna meravigliarsi, che, non essendo stato mai uomo politico nel
senso attivo della parola, abbia però avuto sull'andamento delle cose
politiche un'azione decisa.
Ai poeti spettò in ogni tempo una singolare ingerenza sugli avvenimenti
dei loro paesi. Tengono, per la loro inspirazione, per la popolarità da
cui sono generalmente circondati, un posto che rasenta da vicino quello
dei profeti e delle sibille nelle età bibliche o eroiche. I bardi e
i trovatori davano l'intonazione all'ingenua politica delle schiatte
cavalleresche europee. Il Petrarca dovette alla sua grande riputazione
poetica le missioni politiche a cui si trovò mescolato. Milton e Goethe
crearono in Inghilterra e in Germania ambienti politici. E ognuno sa
che larga parte abbiano avuto nella politica nazionale francese le
liriche del Béranger.
Il concetto di Manzoni circa l'ordinamento italiano fu radicale e
immutabile. Credette possibile l'unità della patria, e la cantò e
la sostenne con tutta quella fede ch'egli poneva negli ideali. Forse
perchè aveva veduto ed appoggiato il forte organismo del primo Regno
d'Italia, si disgustò facilmente di quegli Staterelli fiacchi e
pusilli, che sono dall'indole loro condannati sempre a roteare intorno
ad un pianeta. A chi gli diceva che l'unità politica era un'utopia,
rispondeva col suo bonario e fino sorriso: «È per lo meno un'utopia
bella, mentre la Confederazione è un'utopia brutta».
Già fin dagli anni giovanili aveva scritto, con un verso più felice di
pensiero che di forma:
Liberi non sarem se non siam _uni_.
Ma quando gli amici suoi, che nella setta dei _Federati_ traevano dal
loro nome il loro programma, innalzarono la bandiera costituzionale del
1821, egli li incoraggiò ad allargare le loro aspirazioni, a pensare
che l'Italia era
Una d'arme, di lingua, d'altare.
E si augurò che il risultato della loro azione fosse:
Non fia loco ove sorgan barriere
Tra l'Italia e l'Italia mai più.
Sicchè, quando il Mazzini gli fece visita nel 1848, e gli disse:
«Solamente io e Lei, don Alessandro, abbiamo serbato fede al culto
dell'unità» avrebbe potuto dir con maggiore esattezza: «Lei ed io»
poichè il Manzoni era già poeta unitario, quando il Mazzini non era
uscito ancora dagli anni della fanciullezza.
E non è a dirsi che avesse piccola efficacia l'opinione di un
ingegno così largo, di un pensatore così profondo, che si staccava
risolutamente dai programmi politici di tutti gli uomini di Stato, per
patrocinare una soluzione di altissima idealità. La fede di quell'uomo
penetrava a poco a poco nell'ambiente intellettuale di cui egli era
l'oracolo, e di lì usciva, rivestita di un'autorità che non era facile
sostituire, ad infiltrarsi negli strati sociali ansiosi di novità e
di moto. Quel programma rivoluzionario, accettato con tanta sicurezza
dall'uomo tranquillo e severo che aveva scritto la _Morale Cattolica_,
pigliava tono e garbo di soluzione moderata. Vi si accostavano quasi
involontariamente i pensatori delle alte classi, attratti dalla
gran riverenza per l'uomo che se ne mostrava entusiasta. Sicchè,
quando più tardi entrò in lizza il Mazzini, e percosse dal canto suo
l'immaginazione delle classi popolari coll'ardente audacia della sua
parola, la preparazione degli animi divenne completa, e il passaggio
dalla teoria alla pratica non fu più che una questione di tempo.... e
di occasione.
Quanto sia stato grande il servigio reso in questo terreno dal Manzoni
alla patria, noi soli siamo ora in grado di apprezzare giustamente. E
lo possiamo fare, paragonando il sangue e il tempo che ad altre nazioni
è costato questo sforzo dell'unità colla mirabile rapidità e concordia
con cui s'è compiuto fra noi. Ciò che altrove ha cagionato lotte
ostinate fra i partiti conservatori, da noi fu appunto considerato
come una base d'accordi e di conciliazioni. Fortunata politica, che ci
ha lasciato raggiungere e ci lascia sperare durevole l'assetto della
patria, perchè con esso si sono diminuite, non si sono allargate le
differenze fra i partiti che l'amano. E gran parte di questo mirabile
risultato si deve all'onesta ed acuta divinazione del Manzoni: che
attraendo a sè le classi conservatrici italiane ed affezionandole
per tempo al pensiero che dal suo genio scattava, contribuì a rendere
nazionale una soluzione politica, che altrove, rimasta rivoluzionaria o
dispotica, è stata causa di guerre intestine e di implacabili ostilità.
Ma non fu soltanto al programma unitario che l'influenza politica
di Alessandro Manzoni si volse con intiero successo. In quell'altra
spinosa e delicata questione dei rapporti fra il Papato e l'Italia,
l'istinto suo lo guidò meravigliosamente a segnare la via sicura. Era
una via che contrastava con tutto il nostro passato di rivoluzioni e
di reazioni; una via che a moltissimi pareva troppo ardita, a molti
altri troppo timida, ma che soprattutto a nessuno pareva praticamente
possibile. In Italia, infatti, soltanto pochi lustri fa, non v'erano
che ghibellini, intenti a combattere il Papato, e guelfi a difenderlo.
Il Manzoni sentì, forse prima di tutti, che il sentimento religioso
e il sentimento nazionale potevano adagiarsi in una soluzione nuova,
che non fosse nè guelfa, nè ghibellina. La sua fede robusta nel
cattolicismo e nella patria gli fece intravedere possibile quello che
ad altri pareva assurdo, la permanenza nella stessa capitale del Re
e del Papa, il potere temporale abolito e la religione fatta più pura
dalla sua perdita.
È il programma che l'Italia ha adottato e che da ventisei anni fa le
sue prove. Certo, non a tutti ancora la soluzione par chiara, e gli
spiriti ardenti — guelfi o ghibellini — si ostinano a condannarla.
È nell'indole delle cose che hanno avuto una grande esistenza il
ribellarsi contro ogni ipotesi di mutazioni. Ma è nell'indole altresì
degli uomini savj il rassegnarsi a quelle che lasciano intatto lo
spirito, se non le forme, delle istituzioni morali. Il Manzoni, che
in ogni argomento preferiva lo spirito alla forma, si avvide presto
che il potere temporale era morto nell'efficacia sua, ben prima
che gli avvenimenti politici s'incaricassero di seppellirlo. La sua
anima religiosa non si smarrì, nè il saldo cattolicismo suo temette
fare sfregio a sè stesso, patrocinando, come cittadino autorevole, e
votando, come senatore del Regno, il nuovo ordinamento che rendeva a
Cesare quanto era di Cesare e a Dio quanto era di Dio.
Certo, l'esempio del Manzoni fu d'immensa efficacia nell'ottenere
a siffatta soluzione i larghi consensi del partito che vuol essere
liberale senza cessare di essere religioso.