LA
VITA ITALIANA
NEL
RISORGIMENTO
(1815-1831)
III.
LETTERE, SCIENZE E ARTI.
Il Romanticismo ENRICO PANZACCHI.
Alessandro Manzoni ROMUALDO BONFADINI.
L'Italia di Stendhal MATILDE SERAO.
Alessandro Volta GIUSEPPE COLOMBO.
Musica e Belle Arti CORRADO RICCI.
FIRENZE
R. BEMPORAD & FIGLIO
CESSIONARI DELLA LIBRERIA EDITRICE FELICE PAGGI
7, Via del Proconsolo
1898.
PROPRIETÀ LETTERARIA
RISERVATI TUTTI I DIRITTI.
_Gli editori_ R. BEMPORAD & FIGLIO _dichiarano contraffatte
tutte le copie non munite della seguente firma:_
[Illustrazione: firma manoscritta]
Firenze, 1898. Tip. Cooperativa, Via Pietrapiana, 46.
IL ROMANTICISMO
CONFERENZA DI ENRICO PANZACCHI.
_Signore!_
Il Comitato Direttivo mi ha incaricato di esprimere con poche parole
il nostro grande compianto alla memoria dei due dilettissimi che la
morte ci ha rapito nello spazio di pochi mesi: Enrico Nencioni e Diego
Martelli.
Una gran pena per noi che li amavamo di affetto antico e fraterno,
fatto di simpatia e d'ammirazione, e che le loro amicizie eravamo
abituati a considerare come una forza e come una consolazione della
nostra vita! E certamente una gran pena anche per voi, Signore, che
la voce del Nencioni e del Martelli aspettavate qui sempre con tanto
desiderio e con tanto diletto ascoltavate; e adesso quelle voci
non udirete mai più risuonare nè in questo luogo, nè altrove!... E
chi d'ora innanzi vi narrerà, come il nostro buon Diego, le precise
vicende e quasi la storia intuitiva delle vecchie scuole pittoriche
toscane, con quella probità di analisi che vuol vedere a fondo, con
la intraducibile bonarietà di quel suo accento, di quel suo gesto, di
quel suo aspetto che gli donavano una eloquenza così personale e così
vittoriosa? E chi, come Enrico Nencioni, saprà mai più mettervi dentro
ai grandi segreti della poesia italiana e straniera? Chi, al pari di
lui, saprà mai più trasportare in alto la vostra anima con una parola
alata, evocatrice, vibrante, nella quale pareva di sentir passare i
suoni e i colori, le gioie e le lagrime delle cose?
Tutti e due sono morti passato il termine della giovinezza, ma essendo
ancora nel pieno della vita; avendo lo spirito vivido, l'ingegno
operoso, il cuore giovanile. In molte cose diversificavano fra loro;
anzi può dirsi che le due vite fossero diversamente orientate; ma
amavano tutti e due d'amore inestinguibile tutto quello che è come
lo sfondo luminoso nel quadro della nostra esistenza; e ancor che
diversamente l'intendessero, in questo grande amore si sentivano uniti
e si amavano. Ed erano uniti in un'altra cosa che dava ad essi un
carattere singolare. Voglio alludere a quello spirito d'arte peregrino,
vigilante, inquieto, audace. Non erano di quelli che credono che il
regno dell'Arte e della Bellezza abbia confini eternamente fissi;
e che questi confini debbono essere di continuo vigilati da feroci
doganieri, pronti sempre a fulminare ogni tentativo di contrabbando. A
me svegliavano l'idea dì quell'amoroso uccello descritto da Dante, che
si posa «sull'aperta frasca» prima dell'alba e di lassù con l'occhio
fisso spia bramosamente i primi colori della nuova luce. Per questo,
Diego Martelli escogitava volentieri nuove e insolite forme di pittura,
mostrandosi vago di tutte le novità artistiche e andando volentieri
incontro ad esse, sempre avvivato dalla speranza di scuoprire
finalmente qualche principio benefico che sprigionasse spiriti nuovi,
e nuove giornate di emulazione e di gloria apparecchiasse all'arte
moderna, nell'arte italiana in ispecie; per questo Enrico pigliava
per mano voi, giovani, pigliava per mano voi, o gentili Signore, e vi
conduceva alla contemplazione de' più bei fiori poetici sbocciati in
plaghe lontane; e i commenti suoi erano evocazioni più vive di poesia,
e le sue traduzioni erano incremento di bellezza.
Per questo loro continuo ardore di ricerche, per questa grande loro
libertà di scelta nei diversi giardini della letteratura e dell'arte,
per questo loro _esotismo_ sempre sincero anche nell'ottimismo un
po' sistematico, i due nostri poveri amici ebbero più volte accuse di
poca e tiepida religione per l'arte italiana. Ma l'accusa era tanto
ingiusta, o Signore! Essi meritavano d'essere paragonati a quegli
arditi navigatori italiani del nostro glorioso Rinascimento, i quali
quanto più si lanciavano per mari nuovi e verso continenti ignoti,
quanto più s'allontanavano dalla patria e pareva che la scordassero,
tanto più vivamente l'avevano scolpita nel cuore, tanto più cercavano
di propagare nel mondo il suo nome e d'aumentarne la potenza e la
gloria.
Quante utili idee agitò nella sua mente e divulgò col suo schietto e
vivo linguaggio il buon Diego Martelli! Che fulgidi orizzonti di poesia
dischiuse, che pure e calde correnti di entusiasmi eccitò negli animi
vostri Enrico Nencioni! Ripugna alla mente mia il pensare che questi
due nobilissimi fasci di vitalità e di pensiero si sieno sciolti e
dispersi per sempre. Essi appartenevano al numero di quelle creature
buone ed elette, per le quali bisognerebbe proprio che esistessero
i prati «verdeggianti d'eterno asfodèlo» sui quali il sole, calda
Bellezza giocondatrice, non fosse mai visto tramontare.
Mando un saluto riverente e dolente in nome di tutti, a quelle due
carissime anime. E il saluto accompagnato ad un augurio: che la memoria
di Enrico Nencioni e di Diego Martelli duri lungamente e piamente
custodita nelle anime vostre, o donne gentili!
————
E adesso io vi parlerò un poco del romanticismo, il quale realmente
è il più gran fenomeno artistico e letterario che si presenti sulla
soglia del secolo XIX, e quindi a ragione vien messo per primo nella
serie delle conferenze di quest'anno. Che cosa sia romanticismo io non
pretendo di definire. Il Berni racconta che una tal femmina lombarda,
non avendo mai veduto il Papa, s'era formata un'idea stranissima di
lui, e lo credeva qualche cosa di simile all'orco e alla bombarda.
Similmente potrebbe dirsi delle bizzarre immagini che svegliò questa
parola. Alessandro Manzoni nelle sue lettere al marchese Cesare
d'Azeglio diceva, scherzando, che nella fantasia dei più degli
Italiani dei suoi tempi, alla parola romanticismo si associavano idee
di stregoneria, di negromanzia. Fatto è che essa comincio a comparire
nel linguaggio scritto verso la metà del secolo passato. Giangiacomo
Rousseau, per esempio, in un punto delle sue _Confessioni_, parlando
d'una bruna e bella foresta, dice che è più romantica d'un'altra che
avea veduto prima. Qui evidentemente abbiamo più che un mero epiteto
pittoresco; ma si accenna a qualche cosa di nuovo, che entra nel mondo
dell'arte. Abbiate per regola generale, o Signore, che quando una
parola entra e si mantiene nel linguaggio comune più colto, ciò vuol
dire che qualche cosa di nuovo è entrato anche nel mondo delle anime.
Non è facile mettere d'accordo gli scrittori in uno stesso giudizio
finale sul movimento romantico che agitò l'Europa e l'Italia. Qualunque
definizione si metta avanti è subito contraddetta. Per esempio, vi
è stato chi ha detto che il romanticismo ebbe la virtù e il merito
di convergere la nostra letteratura a ufficio civile, a nobiltà di
intendimenti politici; e realmente se si pensa a quei poveretti del
_Conciliatore_, che mutarono le pacifiche stanze della redazione del
loro giornale nelle carceri di Venezia e dello Spielberg, si dovrebbe
credere che ci fosse qualche cosa di vero in ciò: che realmente tra
i fini che il romanticismo si propose ci fosse questo: di dare alla
letteratura nostra, che aveva avanti poltrito nelle grullerie incivili
dell'Arcadia, un intendimento politico più alto e più nazionale.
Ma ecco che un uomo di alto valore, il Settembrini, viene avanti e
ci dice: «Nossignori! il romanticismo invece contribuì a reprimere
e rattenere i movimenti redenzionisti del popolo italiano, perchè
ottenebrando il grande ideale classico, e sostituendovi il sentimento,
invece di aiutare, ritardò il moto progressivo degli spiriti.»
Un altro appunto e un'altra lode — secondo il punto di vista da cui
fu data — è che il romanticismo abbia contribuito a infondere un
certo spirito di religiosità nella nostra letteratura; e di questo
massimamente si compiace il più grande dei romantici italiani,
Alessandro Manzoni. Ma anche a questa lode c'è chi si oppone; e in
prima linea il Padre Bresciani della Compagnia di Gesù, il quale
dimostrò che fra le tante eresie che hanno afflitto la cristianità
bisogna mettere anche il romanticismo, l'ultima di esse, ma non la
meno perniciosa; e fra gli argomenti che desume per provare la sua
tesi mette innanzi questo: che nei romanzi e in generale nei libri di
autori romantici, i frati e i vescovi sono per lo più rappresentati
in un aspetto poco reverente!... Qualcheduno anche non ha dubitato
di fare del romanticismo una personificazione veramente grottesca e
poco meno che paurosa. Io vi citerò i versi di Giovanni Marchetti.
Del '29 cantava la celebre Giuditta Pasta. Nella purezza del canto
di questa sirena l'elegante e corretto spirito del conte Marchetti,
così meritamente lodato nel suo tempo, e non ancora dimenticato oggi,
vide come un'antitesi a tutte quelle diavolerie nordiche, onde il
romanticismo, secondo il suo giudizio, infestava il puro cielo e le
belle contrade italiane. Sentite:
Spinto dall'irto borea,
Scorto da cento larve,
Sovra un corsiero aligero
Ignoto genio apparve,
Orribilmente nero
Cavallo e cavaliero.
Corse il bel cielo italico,
Guida sdegnando e freno;
E di strana caligine
Contaminò il sereno:
Come gran nembo suole,
Spense, passando, il sole.
Ma fece di peggio:
Svestì di fronde gli alberi,
D'erbe e di fior la terra,
L'antro spezzò, di turbini
Delle tempeste serra.
Ma fece ancora di peggio:
Volò alle porte eteree
Ove con bel governo
L'un dopo l'altro i secoli
Rientran nell'eterno,
E al secol fiero e tetro
Gridò: Ritorna indietro!
Per l'elegante e classico spirito del conte Giovanni Marchetti il
romanticismo dunque rappresentava una specie di reazione tenebrosa
contro tutte le forze vive ordinate e armoniche della nostra civiltà.
Non è possibile, alla distanza di tanti anni, che noi possiamo
continuare ad accogliere questo modo così grottesco di configurazione!
Il tempo, se Dio vuole, non è passato inutilmente; e ora, nella
tranquilla prospettiva della storia, il romanticismo può esser da noi
considerato con più calma e con minore ingiustizia. Considerato nelle
sue sostanze, il romanticismo rappresentò in Europa e in Italia due
fatti: primo, l'esaurimento della parte negativa dell'umanesimo, il
quale — come voi sapete, — aveva così validamente aiutata la civiltà
italiana nel suo risorgere lungo i secoli XIV, XV e XVI. Ma mentre
aveva tanto avvalorato il movimento ascensivo del pensiero e del genio
italico in quell'epoca classica, l'umanesimo aveva anche messo tra
l'arte e la natura dei grandi modelli, e li aveva lumeggiati in modo
che a lungo andare la natura doveva essere dimenticata o negletta.
Questo fenomeno si dovette evolvere con una legge irrefrenabile. Dalla
prima contemplazione dei modelli meravigliosi che l'antichità porgeva a
noi, si venne via via degradando e degenerando nella imitazione. Questo
procedimento cumulativo si affrettò e peggiorò quando sorse in una sede
d'Europa, in Francia, un umanesimo pseudo classico, il quale fiorì,
come sapete, nel regno di Luigi XIV in Francia; e come ogni principe
d'Europa, a imitazione del re Sole, volle avere una piccola Versailles;
così in tutti i centri dell'attività intellettuale e letteraria e
artistica d'Europa venne imponendosi, e con esso si impose, questo
secondo umanesimo francese, meno legittimo, meno genuino del primo,
e quindi più facilmente fertile di effetti deprimenti e negativi.
Insomma, un po' per effetto del primo umanesimo italiano, un po' per
effetto del secondo umanesimo alla francese, le cose dell'arte e della
letteratura in Europa erano venute molto a mal partito. Gli epigoni
di Sofocle e di Virgilio si capiscono, ma gli epigoni di Corneille e
di Racine si capiscono molto meno. Onde era naturale che una reazione
si manifestasse, e si manifestò molto validamente in Germania, dove ad
Amburgo, come anche ad Amsterdam, per opera di un gran critico, ch'era
nello stesso tempo un artista geniale, di Efraimo Lessing, sorse la
reazione contro il gusto francese, e specie contro quei canoni della
Poetica francese, che metteva là dei tipi immobili, ai quali bisognava
tutti dovessero conformarsi, accettando così una legge di inevitabile
decrescimento, di inevitabile degenerazione. E intorno al Lessing voi
sapete che si raccolse tutta una pleiade di uomini valorosi, il cui
lavoro costante fu di far prevalere, in tutti i rami della cultura e
dell'arte, alla imitazione le originalità.
Uno degl'impulsi, una delle forze che contribuirono a far crollare le
leggi tiranniche sulle quali si reggeva tutto questo pseudo classicismo
alla francese, fu appunto lo studio dell'antichità veduta e ammirata
non più attraverso il diaframma nebuloso delle dottrine rettoriche
venute dopo, ma per se stessa investigata e guardata a faccia a faccia
nei suoi grandi modelli, nei suoi insuperabili esemplari. Ond'è che
a buon dritto gli storici tedeschi del romanticismo mettono fra i
precursori più validi di esso, fra i precursori cioè di quanto ebbe
di positivo e di immortale la riforma romantica, il Winckelmann, lo
stesso Lessing, l'Herder, il Wieland, il Goethe e gli altri studiosi
e profondi spiriti tedeschi, i quali, realmente liberi, fecero fare
un gran passo alla libertà dello spirito, portandolo dall'ammirazione
delle opere imitative alla contemplazione pura e genuina dei grandi
modelli d'arte, come li aveva dati a noi genuinamente la sacra
antichità.
In Francia il movimento romantico (dopo aver dato un gran precursore
in Giangiacomo Rousseau) resistè, ritardò un po' più a manifestarsi,
e dovette essere in qualche guisa aiutato dalla Germania. Ma in
Francia, per agevolarne il cammino e affrettarne il successo, v'era
un'altra gran forza, la forza della rivoluzione francese, la quale
avendo portato un movimento di ribellione in tutte le facoltà dello
spirito e in tutte le umane discipline, anche l'arte e la letteratura
non potevano a lungo non risentirsene e rimanersi sotto il giogo della
tradizione. La _Marsigliese_ non risuonava solo per le piazze, sui
campi di battaglia. Quando lo spirito umano è in moto di ribellione,
tutto si ribella; quando è inclinato ad assoggettarsi e a servire,
tutto si assoggetta e tutto serve. E questo è il fenomeno che vi spiega
come in Francia arrivarono un po' più tardi che in Germania, ma fecero
poi molto rapidamente il loro cammino. Gli accenni di modernità,
di emancipazione, che già cominciano nelle opere di Diderot e di
Bernardino di Saint-Pierre, diventano falange impetuosa e vittoriosa
quando il visconte di Châteaubriand e Madama di Staël e qualche altro
levano la bandiera della riscossa. Torna di moda in Francia il vecchio
grido: _Chi ci libererà dai Greci e dai Romani?_ Il quale grido,
spoglio di ogni esagerazione e irriverenza, voleva poi dire, tradotto
in lingua giusta e reale: «Chi ci libererà da tutta questa rettorica,
da tutto questo bagliore di grecismo e romanesimo convenzionale e
posticcio, che dal secolo di Luigi XIV ormai hanno messo dinanzi a
noi, come un gran muro di cartapesta che ci toglie la pura visione dei
veri capolavori antichi, e la pura contemplazione della santa natura,
fonte di ogni arte e di ogni bellezza?» La voce quindi del visconte di
Châteaubriand e il libro di Madama di Staël — frutto della sua dimora
in Germania, e della sua intimità non sempre totalmente platonica con
lo Schlegel — fece sì che il movimento romantico in Francia, se tardò
un poco, compensò il ritardo con un rapido movimento verso la mèta.
II.
In Inghilterra, il movimento era molto più preparato. Si può anzi
dire che l'Inghilterra fu l'unico paese che per arrivare al movimento
romantico non ebbe bisogno di rivoluzione. Qui, come in tutto il resto,
valse sopra tutto la tradizione. Tanto è vero, che, a differenza
dagli altri popoli, gl'inglesi quando vollero innalzare il vessillo
del romanticismo, non fecero che rinfrescare l'ammirazione di alcuni
grandi scrittori inglesi, in cima ai quali poi splendeva la gloria
di Guglielmo Shakespeare. Il falso Ossian, che rinfrescò l'antica
voce poetica dei popoli antichi dell'Irlanda e della Scozia, anche il
falso Ossian non avrebbe potuto effondere intorno a sè una influenza
di entusiasmo e di imitazione così intensa e così vasta, se gli
spiriti non fossero già stati preparati. Per cui, quando arrivano in
Inghilterra i moderni romantici, i romantici — direi quasi — nel senso
tecnico della parola, come lord Byron, lo Shelley e qualchedun'altro,
questi sono sopra tutto dei continuatori e anche degli esageratori
della vera tradizione della poesia inglese, la quale non si era mai
discostata dallo studio diretto della natura. I nuovi venuti avevano
solamente sgombrato quel po' di cipria che col regno degli Stuardi si
era sostituito al gran vigore di creazione artistica con cui il regno
di Elisabetta aveva riempito d'ammirazione il mondo.
E l'Italia? Anche noi abbiamo avuto un romanticismo — diciamo pure
— _avanti lettera_, un romanticismo prima che fosse inventata e
volgarizzata la parola. Fra noi la degenerazione dell'umanesimo era
stata grande e aveva dato frutti veramente compassionevoli. Eravamo
discesi giù giù fino alle inezie canore dell'Arcadia, fino alle
cicalate, fino a tutto un lavoro di produzione sporadica, infeconda,
amorfa, inconcludente. La letteratura e l'arte ormai in Italia non
rappresentavano più nulla di vivo e di energico, perchè non erano
più la significazione d'un aspetto vitale dello spirito del popolo
italiano. Ma non per nulla fu detto che l'Italia è e sarà sempre il
paese delle grandi eccezioni. Anche quando pare che tutto si oscuri e
che tutto discenda fra noi, vi è sempre qualche spirito vigoroso che
si sveglia e s'inalza sul livello comune e riscatta, per così dire,
la universale mediocrità con qualche grande e luminosa iniziativa.
Per non essere ingiusti verso noi stessi, dobbiamo riconoscere
che mentre l'Arcadia dilagava, mentre la grullerìa e la nullaggine
invadevano sempre da ogni parte, pure, ogni tanto, si faceva sentire
in mezzo a noi qualche voce libera e potente. A buon conto, in Italia,
diciott'anni prima che nascesse il Lessing, noi abbiamo un italiano,
l'abate Antonio Conti, che percorre l'Europa, si affiata con Davide
Hume, e messo a parte dei segreti di Isacco Newton, studia il genio
letterario, artistico dei diversi popoli e fa suo tutto quello che
gli pare buono e utilmente imitabile. Non si contenta di riconoscerlo
in teoria, ma lo traduce anche in pratica. Compone tragedie, che
— pei tempi — sono un documento singolarissimo di originalità e di
audacia. Ammira Shakespeare, le letterature straniere in ciò che hanno
di veramente ammirevole, combatte i vizi vieti e insostenibili della
vecchia rettorica, combatte l'uso e l'abuso della mitologia; insomma
è uno spirito nuovo, che si leva in mezzo alla supina sottomissione di
tutti gli spiriti intorno a lui. E col Conti noi vediamo» il Baretti,
lo stesso nostro mansueto Pietro Metastasio levare un poco il capo,
scandagliare l'orizzonte, discutere questa tradizione classica, di cui
non rimanevano ormai che formole vuote e documenti degenerati. Viene
formandosi insomma una specie di tradizione, una specie di catena, i
cui anelli si possono anche contare e distinguere l'uno dall'altro, e
che costituiscono appunto quello che, anche per l'Italia, si potrebbe
chiamare il nostro romanticismo _avanti lettera_. La schiera è più
numerosa che di solito non sia avvertito. Il nostro Goldoni, per
esempio; ma chi più uomo della natura, chi più libero artista del gran
commediografo veneziano? E il nostro Parini che pel primo comincia
a darci delle pitture mirabili, dei quadretti scintillanti di luce,
freschi d'aria, pieni di verità; il Parini che per primo, in mezzo
a tutto il lusso delle reminiscenze mitologiche, per primo nel suo
_Giorno_ vi descrive il mattino come ve lo potrebbe descrivere, anzi
come ve lo potrebbe dipingere un grande paesista moderno, senza nessuna
reminiscenza, senza nessuna maniera, senza nessun ingombro di vane
immagini tolte dal prontuario dei vecchi poeti? E lo stesso Vincenzo
Monti? Vincenzo Monti noi lo consideriamo come l'ultimo vessillifero
dei classici intransigenti; e sotto un rispetto è vero, perchè egli
fu l'ultimo che quasi sempre proceda poetando col porre il sentimento
dell'animo suo in intimo contatto colle reminiscenze dei grandi poeti
antichi. Bisogna anche ricordarsi che, dopo avere un momento vacillato
dinanzi alla dottrina nuova che accennava dall'orizzonte, si ricordò il
suo dovere di vecchio adoratore dei numi di Parnaso e lanciò il famoso
sermone contro l'audacia della scuola boreale, la quale voleva bandire
la mitologia e alle vaghe finzioni della Grecia e di Roma sostituire
quello che egli disse col celebre verso:
L'arido vero che dei vati è tomba.
Eppure quanta vita, quanta modernità di vita anche nelle poesie
di Vincenzo Monti! Egli accolse nei suoi poemi tutto ciò che
fremeva, tutto ciò che ferveva intorno a lui. Leggete solamente la
_Mascheroniana_, e voi ci troverete la cronaca contemporanea, viva,
tumultuaria, urlante, stridente. Quei demagoghi, quegli arruffapopoli
della Cisalpina sono descritti nella _Mascheroniana_ con un accento di
verità, diciamo la parola moderna, con una crudezza di realismo, quale
non sarebbe stato possibile se anche l'animo goliardico di Vincenzo
Monti non si fosse aperto all'alito dei tempi nuovi; se egli non avesse
sentito che l'arte doveva lanciarsi verso un nuovo ideale: che troppo
si era frivoleggiato, che troppo si era imitato, che la storia d'Europa
e d'Italia veniva assumendo un aspetto troppo eloquente, troppo serio,
perchè fosse ancora possibile il mantenere tra la storia umana e
l'arte tutti quei moduletti di antiche reminiscenze classiche passati
attraverso le degenerazioni dell'Arcadia.
Da questo e da altri esempi, che qui ometto per brevità, risulta che
anche noi abbiamo avuto, in fatto di romanticismo, la cosa prima del
nome, e, che in sostanza, anche da noi molto per tempo venne sentito
e riconosciuto col fatto tutto quello che formerà poi la sostanza del
movimento romantico.
III.
Ma l'Italia non era disgregata dalle altre nazioni, e anche
sull'Italia, massimamente nella parte più animata e più civile, doveva
fortemente ripercuotersi l'influsso della agitazione letteraria, che si
faceva sempre più gagliarda in Germania, in Francia e in Inghilterra.
Ed ecco che anche fra noi si comincia a parlare di romanticismo
vero e proprio. I due suoi araldi più prossimi furono Ugo Foscolo e
Ippolito Pindemonte. Ugo Foscolo che nell'_Jacopo Ortis_ deriva dalla
invenzione di Volfango Goethe una così gagliarda e poetica imitazione,
elevandola a creazione vera, là dove fonde la tragica passione d'amore
col sentimento doloroso della decadenza d'Italia: Ippolito Pindemonte,
che col suo estro mite e gentile comincia a esumare a uno a uno
tutti i temi, che diventeranno poi argomento favorito della poesia
romantica qualche anno dopo. Egli canta i lari domestici, i viaggi
attraverso l'Europa, canta le dorate selve, canta la _Malinconia,
Ninfa gentile_ — singolare accoppiamento dove è ancora un baleno
della reminiscenza classica, e dove è già l'alito della poesia nuova,
che viene dai laghisti inglesi, che viene dalla scuola dei paesisti
di Zurigo, che viene dal naturalismo germanico e dalle pagine di
Rousseau e di Bernardino di Saint-Pierre. Anche nel buon Ippolito
noi sentiamo già gli aliti precursori del nuovo spirito letterario, i
primi accenni della nuova intonazione poetica che poi prenderà una così
grande accentuazione nella letteratura italiana. Ed è quello stesso
Pindemonte, o Signore, che pur rimanendo compreso di grande ammirazione
davanti all'evocazione classica di cui tanto abbonda il Foscolo nei
suoi _Sepolcri_, non teme di muovergli un discreto rimprovero, — Ma
perchè hai tu voluto pescare nella remotissima antichità mitologica ciò
che potresti invece trovare in tempi più vicini a noi, nella vita che
viviamo noi, nei dolori di cui soffriamo, nelle speranze di cui l'anima
nostra si riempie? Antica sia l'arte onde vibri lo strale, ma non sia
antico l'oggetto a cui mira! Al suo poeta, non a quello di Cassandra,
Ilio ed Elettra dell'Alpe e del mare, farà plauso l'Italia.
Ad affrettare in Italia il movimento romantico concorse notevolmente
la venuta fra noi di alcuni illustri antesignani della scuola: come
lo Schlegel, lo Châteaubriand, il Sismondi, Madama di Staël (che
molto bene si affiatò con Vincenzo Monti), Giorgio Byron ed altri.
Così arriviamo ad avere anche fra noi una scuola che, a viso aperto,
si dice romantica; che ha dei seguaci, che ha degli avversari, che
entra insomma in campo con tutti gli armamenti di una gran battaglia;
e questa battaglia essa la vuol dare, e la vuol vincere, proprio là
dove batte più fervido il cuore alla nazione italiana, a Milano, verso
il tramonto del primo regno italico. Uno di quelli che parlano più
alto, più potente in nome del romanticismo è Giovanni Berchet con la
lettera famosa intitolata _Lettera semiseria di Crisostomo_, nella
quale egli accompagna tradotte due ballate di un celebre poeta tedesco.
_Il cacciatore feroce_ e l'_Eleonora_. Esse sono due fantasticherie
nordiche, raffiguranti un mondo, che non sarà mai il nostro e che
non potrà mai intonarsi bene con la letizia del cielo italiano. A
ogni modo il Berchet — infelice nella scelta degli esempi — si vale
di queste due forti ballate tedesche per bandire alle turbe italiane
il verbo della letteratura nuova. In mezzo a molte parole e idee non
sempre esatte e raccomandazioni non del tutto opportune, la _Lettera
semiseria_ mette innanzi questa formula semplicissima: _La Poesia
deve essere l'espressione diretta della vita._ Non vi paia poco, o
Signore! Per lo addietro un artista, un poeta quando voleva trattare
un soggetto, era tratto anzitutto a pensare quali grandi poeti, quali
grandi artisti, avessero già trattato cotesto soggetto, e per una
specie di orientazione inevitabile si metteva, più o meno, ad imitare.
Adesso invece veniva innanzi il buon Crisostomo a dire: «La Poesia è
l'espressione diretta della vita.»
Giovanni Berchet era tutt'altro che un dispregiatore della grande e
sacra antichità. — Ammiriamo gli antichi, diceva, ma ricordiamoci che
il poeta, l'artista deve studiare e sentire la vita, deve mettersi in
faccia alla natura, e di lì assumere la viva e costante ispirazione.
La Poesia deve essere viva come l'oggetto che esprime: libera come
il pensiero che le dà moto, ardita come lo scopo a cui è indirizzata.
Le forme che ella assume non costituiscono l'essenza di lei, — notate
anche questo — ma contribuiscono occasionalmente a dare effetto alle
intenzioni. — Con questa sentenza del poeta è gettato un grande
scompiglio in tutta l'antica gerarchia artistica e letteraria; è
insomma sostituito ciò che quella buona lana di Pietro Aretino tre
secoli prima aveva chiamato il «furor proprio» d'ogni artista e d'ogni
poeta, ai canoni dei trattatisti e ai precetti della rettorica invalsa
nella scuola.
E l'impulso del Berchet non rimase senza grandi frutti. Alla sua
iniziativa personale seguì un'iniziativa più collettiva, più poderosa.
Come nacque _Il Conciliatore_? _Il Conciliatore_ fu — il vocabolo
stesso lo esprime — un tentativo assai naturale e assai lodevole di
trovare il termine medio col quale potessero comporsi ragionevolmente
i vari contendenti che già venivano ai ferri corti. La battaglia fra
romantici e classici, specialmente a Milano e in Lombardia, cominciava
a infervorarsi, a prendere un aspetto di accanimento e minacciava di
oltrepassare la misura. Dal canto suo, il governo austriaco cominciava
ad adombrarsi di tutte queste novità. Troppa politica indovinava dietro
quelle questioni letterarie perchè potesse considerarle indifferente
e tranquillo. Per quella legge di consenso a cui io vi accennava nel
principio del mio discorso, l'astuta Austria di Metternich capì che
non vi sono rivoluzioni isolate, e che una volta dato il risveglio
allo spirito di un popolo, tutte le energie di rivendicazione sono
facilmente tirate in campo. Nessuna meraviglia dunque che l'Austria
guardasse con gran diffidenza al moto romantico; nessuna meraviglia
che favoreggiasse la _Biblioteca italiana_, giornale che ebbe molta
importanza, perchè vi scrivevano Monti, Giordani, l'Acerbi direttore e
altri scrittori di polso, tutto inteso a mantenere sacri e inalterati
i canoni dell'arte antica.
Frattanto in casa del buon Luigi Porro Lambertenghi si accoglieva uno
stuolo di spiriti giovanili, nobili, volenterosi, che non potevano
non guardare con simpatia e con fede verso l'avvenire. Accoglievano
tutti le teorie romantiche, se non come un sistema di verità, almeno
come qualche cosa di vivo, di giovanile e promettente per la cultura
italiana. Romantici adunque, ma temperati e alieni dal proposito di
spingere la lotta agli ultimi estremi. Quindi intitolarono il loro
giornale _Il Conciliatore_ e vi sovrapposero un motto latino, che
voleva dire: «Fra i discordi pareri, quando i disputanti abbiano
senno e onestà di volere, balza sempre fuori qualche utile verità.»
Tanto era infatti lo spirito di conciliazione che animava questi nuovi
romantici, che per un momento pensarono di offrire la direzione del
_Conciliatore_ nientemeno che a Vincenzo Monti, ossia all'autore del
_Sermone_, al rappresentante più glorioso e più rigido della tradizione
classica, secondo il pensiero dei più. Volevano essere tolleranti fino
all'assurdo!
Il Monti — dopo avere un po' tentennato — rifiutò l'ufficio, e rimase
fedele alla _Biblioteca italiana_, che lo pagava molto bene. Allora i
giovani scelsero per loro capo un giovane, Silvio Pellico, che si era
già reso celebre per dei felici esperimenti di tragedia, in cui alitava
uno spirito di grande affettuosità e di gentilezza cavalleresca,
che ristorava e riposava gli animi dopo tanta fierezza alfieriana e
dopo la magniloquenza cupa dell'_Aristodemo_. Col direttore giovane,
il giornale seguitò le sue pubblicazioni quasi un anno. Ma ecco
improvvisamente intervenire l'Austria! Il povero Silvio Pellico è
fatto prigioniero, mandato a Venezia, di là allo Spielberg. Segue
tutta la triste odissea delle carcerazioni, dalla quale doveva uscire
il libretto _Le mie prigioni_ che fu uno dei documenti di sincerità
letteraria più ammirevole. Dinanzi a quel libretto, l'espertissimo
e classicissimo Pietro Giordani diceva che non si sentiva capace di
scriverne. Vero documento sintomatico di quello che voleva essere
l'arte nell'avvenire, di quello che dovrebbe essere l'arte di tutti i
tempi, cioè la rivelazione dell'animo illuminata da un ideale alto e
gentile.
Di tutto questo gruppo, alcuni ebbero sorte simile a quella del
Pellico, come il Romagnosi e il Gioia; altri del _Conciliatore_
scomparvero coll'esilio volontario come Giovita Scalvini e il Berchet:
altri si ritrassero a vita prudente. In sostanza, dispersione completa;
e guardando alle sole apparenze, ormai si sarebbe potuto dire che il
romanticismo in Italia era finito. E sarebbe finito poco gloriosamente,
in senso letterario.
Ma se il romanticismo non aveva ancora avuto modo di illustrarsi in
Italia con grandi opere, aveva però diffuso una teoria nuova e più che
una teoria una specie di nuovo istinto, il quale doveva esercitare una
grande influenza sopra tutte le produzioni letterarie ed artistiche.
Basta volgere uno sguardo ai libri esciti in questo tempo, per
convincersi che è passato qualche cosa nell'animo degli scrittori.
Una vera e propria novità, la quale attende una potente affermazione:
una vera e propria novità, ricca di un grande avvenire. La natura è
considerata con un aspetto nuovo, si costituiscono come tanti piccoli
centri di immagini, di traslati, di movimenti ritmici. Il sentimento
della natura esteriore è mutato; la visione della vita è diversa. Prose
e poesie vi danno l'idea di una tastiera che è percorsa da un'altra
mano, da una mano più leggiera, la quale cerca di preferenza i toni
minori, patetici, insinuanti, toccanti. La nuova arte vuol discendere
più a fondo nel cuore umano: e quando contempla la natura e la
descrive, vuol istituire una specie di nuova e più intima simpatia fra
il cuore umano e la natura. Nel fondo a questo cuore umano essa trova
una profonda malinconia.
Il secolo passato era stato un secolo di grandi speranze e promesse;
quindi naturalmente era stato il secolo dell'ottimismo. Gli uomini
avevano sognato, avevano sorriso all'avvenire. Si era immaginato che
mutando le leggi, modificando e migliorando gli istituti pubblici,
questo dramma della vita, di triste che era, sarebbe diventato
giocondo, trionfale, perfetto. Invece si erano modificate le leggi,
erano avvenuti grandi movimenti politici, erano caduti dei troni,
delle repubbliche si erano innalzate: ma da tutto questo la nostra
civiltà europea occidentale aveva ricavato un'esperienza tutt'altro
che lieta. I vecchi mali, non che guariti, parevano moltiplicati e
cresciuti! S'avanza il Pessimismo, che avrà poi in Arturo Schopenhauer
il suo metafisico. Intanto si estrinseca, si personifica, ha i suoi
tipi viventi, che si chiamano il giovane Werter, Jacopo Ortis, Oberman,
Renato e via discorrendo. E tutta questa malinconia che il romanticismo
cerca nel cuore umano, effonde dal cuore umano, egli la rispecchia
volentieri nella natura esteriore. Ed è curioso come a certi motivi
prevalenti di paesaggio classico, se ne sostituiscano altri; in ogni
cosa vedete il cambiamento. Se si tratta del mondo vegetale, mentre i
vecchi poeti vi parlavano così volentieri del pioppo, dell'olmo e del
platano; invece i poeti nuovi più volentieri vi parleranno di cipressi
e di salici piangenti. Gli arcadi e i neoclassici pare non abbian
lingua che per descrivervi le rosee tinte dell'aurora; i romantici
invece sono innamorati della sera e del tramonto. Il buon Bertòla,
vissuto nell'ultimo del secolo passato, commentando con un lungo
commento gli idilli del Gessner, domandava: «Ma perchè gli scrittori
italiani parlano sempre dell'aurora e mai della sera? È tanto bella
anche la sera, ha delle tinte così vaghe, così insinuanti, infonde
nell'animo uno spirito così gentile!» Voi sapete se la meraviglia del
Bertòla doveva essere appagata, e se della sera doveva esser parlato
anche troppo! Così pure i poeti neo-classici parlan molto del sole e
poco della luna: laddove i romantici lascian volentieri da parte il
sole, e amano di darsi alla pensosa contemplazione della luna — «luna,
romita, aereo — tranquillo astro d'argento». Sono tutti particolari
forse singolarmente di non grande valore e sui quali non posso
lungamente distendermi; ma essi provano nel loro insieme che in tutti
gli strati della letteratura e dell'arte italiana cominciavano a esser
compenetrati e permeati da questo spirito nuovo, che corrispondeva alle
nuove condizioni psicologiche della civiltà cristiana occidentale.
Quello però che ancora mancava era una poderosa azione artistica
individuale: mancava un grande artista. Se ci fossimo fermati al
_Conciliatore_ e alla dispersione tragica dei suoi scrittori, il
romanticismo in Italia sarebbe stato più che altro un prologo di dramma
senza il dramma, sarebbe stato un peristilio senza la casa. Per fortuna
l'Italia ebbe un grande artista in Alessandro Manzoni. Il quale diventò
il capo naturale del romanticismo italiano, ma senza averlo voluto,
somigliante in questo — ed è somiglianza di grande significato — al suo
grande confratello Volfango Goethe. Voi sapete che mentre i romantici
tedeschi si affollavano intorno al Goethe e lo pregavano di mettersi
alla loro testa, l'olimpico uomo molto volentieri li disdegnava,
chiamandoli una scuola morbosa.
Or bene: quella funzione che questi compì, quasi non volendo, verso
i romantici tedeschi, la compì il nostro Alessandro Manzoni, anche
egli a malincuore, verso i romantici italiani. Ed esso sulle prime
non voleva saperne; e non lo vedete mai comparire fra i compilatori
del _Conciliatore_. Egli si tiene volentieri in disparte; ma l'animo
suo è tratto alle file dei giovani combattenti, verso il movimento
nuovo; ond'è che, quasi senza accorgersene, diventa egli il capo vero
e visibile del romanticismo in Italia. Paga un tributo di gran rispetto
al classicismo personificato in Vincenzo Monti e lo saluta con quattro
versi melodiosi, quasi per sdebitarsi con la sua grande ombra; e poi
sereno e tranquillo, come comportava l'indole sua, si mette a capo dei
romantici italiani.
Questo fatto decise della fortuna storica del romanticismo in Italia;
perchè (mi piace di ripeterlo) se noi non avessimo avuto che dei
Berchet e dei Pellico, dei Romagnosi, dei Borsieri, dei Visconti e
dei Giovanni di Brême, e tutti quei romanzieri e poeti minori, con le
loro perpetue romanze alla luna e ai salici piangenti, il romanticismo
italiano sarebbe stato cosa effimera e la storia non ne parlerebbe,
se non come d'un episodio inconcludente o almeno di poca importanza
nell'evoluzione dell'arte e della letteratura nazionale. Il Manzoni
mette questo grande suggello nel romanticismo italiano, perchè fa
del romanticismo qualche cosa che sostanzialmente diversifica da
tutti gli altri moti letterari contemporanei. Quando entra in campo
il gran lombardo cogl'Inni, colle Tragedie, con la Morale Cattolica
e soprattutto col Romanzo, il Manzoni, mentre consente nel concetto
fondamentale del movimento europeo, sa creare in esso qualche cosa
di distinto e di staccato, qualche cosa di propriamente nostro e
di omogeneo al genio italico. Così vien fuori la grande serenità
naturalistica dei _Promessi Sposi_, e ne esce il ritmo calmo e solenne
degl'Inni, ne esce quello zampillo, sia pure scorretto in qualche
parte, ma luminoso e meraviglioso di lirica che è il _Cinque Maggio_.
Ne volete una prova? Quando entra in campo il Manzoni, il romanticismo
italiano, da prima titubante e poco considerato, diventa presto una
scuola conquistatrice e vittoriosa, e a poco a poco tutte le resistenze
cedono, tutte le fronti più o meno piegano. Ne avete un esempio nei
vostri due più grandi scrittori toscani della prima metà di questo
secolo, Guerrazzi e Niccolini, i quali per indole, per tradizione, per
ideali politici e religiosi di tanto si disformavano dall'andamento
e dagli intendimenti manzoniani. Eppure, anch'essi sono attratti a
poco a poco in questa grande orbita di innovamento. E Giambattista
Niccolini, che muove dalle ravvivate forme all'antico colla _Polissena_
e sulle prime guarda con diffidenza e talvolta con fastidio ingiurioso
allo influsso lombardo, finisce coll'_Arnaldo da Brescia_, ossia,
cioè, coll'allargare il suo modulo drammatico al di là di quegli
stessi confini che lo stesso Manzoni aveva determinati. Il Manzoni non
domandava tanto, ma l'impulso era dato: il grido del risveglio risonava
ovunque; tutti erano trascinati in questa viva corrente che andava
verso l'avvenire.
Così, o Signore, — non permettendomi il tempo di estendermi più oltre
— a me basta di aver affermato un concetto, che in altra occasione
potrebbe venire l'opportunità di svolgere: voglio dire che il
romanticismo italiano si differenziò da tutti gli altri romanticismi
europei, che si manifestò conforme alla nostra indole e tradizione
latina per opera di Alessandro Manzoni. Fu principalmente suo merito
se il romanticismo, entrato nella grande orbita della latinità, vi
si svolge in modo armonico ai caratteri essenziali dello spirito del
popolo italiano. Non dico in modo perfetto, perchè difetti ce ne sono
dappertutto e perchè il romanticismo, se è movimento legittimo quando
lo consideriamo come una generica aspirazione degli animi, diventa
una cosa imperfettissima quando vuol essere una sintesi, un sistema di
legislazione estetica che rinserri, comprenda e disciplini tutti gli
elementi, tutte le forze, tutti i confini di questo moto.
Mercè massimamente l'opera del Manzoni, noi avemmo una fase del gran
movimento letterario mondiale da potere, non solo senza vergogna,
ma con legittimo orgoglio, contrapporre alle fasi che ha assunto il
romanticismo in Germania, in Francia e in Inghilterra.
ALESSANDRO MANZONI
CONFERENZA DI ROMUALDO BONFADINI.
È quesito sempre discusso, e che forse non sarà mai risoluto, se giovi
più l'ambiente a formare un uomo o l'uomo a disciplinare un ambiente.
Le due cose sono fra loro congiunte da vincoli così stretti e così
numerosi, che il discernere quali siano necessari e quali superflui
sembra soverchiare l'acutezza dell'ingegno umano, per quanto
esso si senta forzato dalla sua dignità a non abbandonare l'esame
dell'argomento.
Uno studio di questa indole, nel periodo storico a cui quest'anno
avete rivolta la vostra attenzione, potrebb'essere utilmente condotto
principalmente intorno a due uomini, Gino Capponi ed Alessandro
Manzoni.
Dal 1815 al 1831 si cercherebbero invano in Italia due personalità più
complete, più progressive, più dominanti nella regione del pensiero e
dell'intelletto.
La società italiana, fatta paurosa dagli sgomenti e dai disastri del
ventennio antecedente, andava cercando animosamente delle influenze a
cui ubbidire, dei programmi in cui poter riposarsi.
Queste influenze non le voleva dai governi, screditati tutti
dall'eccesso degli egoismi e dalle persecuzioni; questi programmi non
li accettava da consorterie politiche, venute in uggia dopo le tremende
delusioni dei fatti. Era bensì disposta a subire la disciplina di
uomini indipendenti e intelligenti, che non avessero goccia di sangue
sulle loro mani o rimorso d'inganni sulle loro coscienze. Voleva
direttori che avessero nobiltà di studj, perchè troppo lungo era stato
il dominio degli uomini volgari; che avessero nobiltà di prosapia,
perchè le corruzioni giacobine avevano reso impopolare la democrazia.
A questo complesso di esigenze dello spirito pubblico rispondevano
perfettamente due uomini come Gino Capponi ed Alessandro Manzoni;
sicchè non è meraviglia se la loro influenza personale grandeggiò a
misura che rimpiccioliva il credito degli organismi di Stato, e se
dall'ambiente in cui erano cresciuti, la loro disciplina intellettuale
e morale s'allargò ben presto al vasto ambiente nazionale, che vide con
gioia rivivere in essi due diverse e potenti fisonomie dell'antico e
schietto genio italiano.
Usciti entrambi giovanissimi dall'infocata atmosfera in cui si svolse
la Rivoluzione francese; avversi entrambi, per dignità di spirito
equilibrato, così agli eccessi della demagogia come alle reazioni del
diritto divino; amici del Foscolo e del Confalonieri; virtuosi per
indole e studiosi per abitudine; non temprati, nè l'uno ne l'altro, a
vigore di lotte personali, ma avvezzi, e l'uno e l'altro, ad opporre
energie tenacissime di bene a qualunque tentativo, a qualunque
sopraffazione di male, vi sono tra il Capponi e il Manzoni altrettante
analogie di carattere e di azione morale, quante vi sono differenze
nell'indole dell'ingegno e nei casi della vita.
Del primo vi parlerà, presto o poi, qualcuno che abbia avuto col
gran cieco toscano quella domestichezza che a me non fu consentita.
Permettete ch'io cerchi oggi di tracciarvi qualche contorno della vita
e delle attitudini del gran vecchio lombardo.
S'era ai primi giorni dopo la battaglia di Marengo, e ad una brillante
serata nel maggior teatro di Milano assisteva, nell'interezza del suo
prestigio, il Primo Console trionfatore. Gli odj di parte duravano
ancora fierissimi in Lombardia; e il generale Bonaparte, dinanzi a
cui piegavano tutti gli Stati, ma non tutti gli uomini, nè tutte le
donne, lanciava sguardi irritati verso un palco di casa Somaglia,
dov'era apparsa una sua costante avversaria politica, la moglie del
conte Cicognara, repubblicano intransigente del triennio cisalpino. In
quel palco, raggomitolato dietro i merletti della contessa Cicognara,
stava un giovinetto quindicenne, a cui quegli sguardi non uscirono più
dalla memoria e che li chiamò più tardi in una lirica imperitura «i rai
fulminei».
Fu quella forse la prima grande impressione politica di Alessandro
Manzoni? Certo è, che da quella corrente di passione, sprigionatasi
fra due palchi in una serata di canto, dovette essere singolarmente
percossa l'indole già pensosa del futuro scrittore del _Cinque Maggio_.
Il genio della guerra, maturo nell'azione, si rivelava con uno scatto
umano al genio della pace in elaborazione di pensiero. Chi può dire
quali mistiche influenze, quale virtù diuturna di meditazione abbia
esercitato un genio sull'altro? Non erano scorsi altri quindici
anni, e il genio della guerra, dopo avere stancato il mondo, spariva
dall'ambiente politico, inchiodato, come Prometeo, alle asperità d'uno
scoglio; mentre il genio della pace stampava già robuste le sue orme
in quel regno della letteratura e della morale, in cui sarebbe stato
monarca, e da cui nessuno lo avrebbe cacciato più.
Sono contrasti, di cui il mondo è pieno, e a cui la folla degli
scrittori non usa, di solito, l'onore dell'attenzione. Pure, le
verità nuove, così nell'ordine morale come nell'ordine fisico, escono
piuttosto da fenomeni di contrasto che da fenomeni di armonia. Senza
gli urti e senza le scosse, il pensiero si lascierebbe intorpidire,
la scienza non avrebbe stimolo a scoprire nuove forze per vincere
le difficoltà. Non è quando l'aria è cheta e l'onda morbida che il
navigante è tratto ad acuire tutti i suoi sforzi per la lotta tra
l'uomo e l'Oceano. E soltanto da una lunga esperienza di contrasti
e di mutazioni può l'uomo grande trarre intera la coscienza del suo
valore ed apparire dinanzi ai contemporanei ed ai posteri nelle vere
proporzioni della sua statura intellettuale o politica.
Quando nacque il Manzoni, era morta da pochi anni Maria Teresa. Ed
oggi vivono tuttora dozzine d'individui che del Manzoni sono stati
negli ultimi anni corrispondenti od amici. Vuol dire dunque che durante
questa vita d'uomo si è mutato il mondo; la sola frase adatta ad
esprimere le differenze fra l'epoca di Maria Teresa e la nostra. Il
Manzoni è nato quando lo spirito di libertà tentava i suoi primi sforzi
sul continente europeo, ed è morto allorchè questi sforzi avevano
già ottenuto forse il maggiore dei trionfi, l'abolizione del potere
temporale. Ha visto la Rivoluzione francese e l'Unità italiana; nove
governi in Lombardia e dodici in Francia; ha visto sorgere, brillare
e sparire due dinastie napoleoniche; ha visto spegnersi la Polonia,
crearsi la Grecia, il Belgio e la Germania; ha visto la civiltà piccina
e la scienza gigante; ha acceso il fuoco da fanciullo coll'esca e
colla pietra focaja, — vecchio, ha potuto apprezzare i portenti della
meccanica, della chimica, dell'elettricità.
E da tutto questo frastuono di casi, da tutta questa vertigine di
mutamenti, il Manzoni non è rimasto nè spaurito, nè soffocato; anzi le
sue qualità hanno attinto ad ognuna di quelle evoluzioni del pensiero
e del fatto agilità e robustezza maggiori; il suo spirito, temprato ad
ogni ideale, s'è innalzato man mano che il mondo s'innalzava intorno
a lui. Cosicchè oggi che la storia è cominciata per quel secolo
formidabile, oggi che la generazione uscita da quelle terribili vicende
Si volge all'onda perigliosa, e guata,
oggi la figura di Alessandro Manzoni ci appare alta come il suo tempo;
e dobbiamo riconoscere che se alcune glorie furono più clamorose della
sua, nessuna fu più feconda e più pura.