Ma qui pur gli oppressori omicidi
Or s’accampan la legge insultando;
Qui si sente un tumulto di stridi
Prorompente lontano lontan.
...........................
E non sai che col vanto di prode
Or sovente dal laccio si pende?
GUIDOBALDO IL CACCIATORE. _Mel. Lir._
L’antico arco, che in Milano dicesi volgarmente _voltone_, che sta
al ponte del Naviglio di Porta Ticinese, formava a’ tempi de’ quali
parliamo la porta stessa, per cui la chiesa di Sant’Eustorgio e l’unito
convento di Domenicani, che sono alquanto al di là di quel voltone,
si ritrovavano in un sobborgo della città. Per entro un’appartata
via di questo sobborgo, alla quale facevan parete da un lato il muro
del cimitero posto a canto alla chiesa di Sant’Eustorgio medesimo, e
dall’altro San Barnaba al fonte, con varie antiche case, s’inoltrava
a passi rapidi Palamede. Era esso ravvolto in un mantello che
scendendogli al ginocchio lasciava vedere al di sotto una parte della
lunga spada che teneva sospesa al fianco, e il suo capo era coperto con
un berretto senza piume od altri adornamenti. Camminò egli frettoloso
sin presso alla metà di quella via, poscia ad un tratto soffermossi in
atto pensoso.
Già spuntato era il sole, ma il cielo nebbioso rendeva incerta la
luce: rade persone scorgevansi passare per quella via, e queste erano
o villici o servi che recavano le provvigioni al convento. Palamede
girò lo sguardo, investigando se alcuno lo tenesse di mira; indi, colla
risolutezza di chi prende irrevocabilmente un partito, proseguì il
cammino. Giunto al terminare di quella strada, stava per porre il piede
sul limitare d’una casa, quando sentendosi afferrare pel mantello,
udì dire: «Dove andate, cavaliero?» Ei si rivolse con isdegno; ma
veduto chi era, «Che vuoi tu, Enzel Petraccio? (gridò con sorpresa).
— Io voglio, signor Palamede (disse Enzel con certa voce di preghiera
e di comando insieme), che voi non andiate in questa casa.» Un lampo
d’ira balenò a questi detti in volto a Palamede; poichè un cavaliero
armato non era uso soffrire da altri il benchè minimo contrasto senza
por mano alla spada; ma riflettendo tosto che l’aríolo non poteva aver
così parlato che col pensiero d’arrecargli vantaggio, «Sai tu (disse
rappacificato) perchè io qui venni a quest’ora? — Non v’ho io provato
che sapeva tante altre cose che v’appartenevano? Or vi persuaderò che
non ignoro neppure la causa per cui siete qui venuto: in questa casa
prese alloggio Gherardo Cappello, il quale è stato mandato a Milano
dal signor di Verona per ragunare e disporre alla rivolta i nemici di
Giovan Galeazzo: così egli fa credere ai varii che diedero retta alle
sue parole, e voi, uno fra questi, venite a riporvi nel novero dei
congiurati. — Sì tu lo sai (rispose Palamede): io vengo a congiungermi
a quelli che hanno giurato di vendicare Bernabò; ma è Giovan Galeazzo
stesso che mi vi spinge. Egli, non sazio d’usare del suo tirannico
potere contro quelli che potrebbono a buon diritto disputargli
l’usurpato dominio, sta fermo per crudeltà in negarmi una fanciulla
che è a me legata per sacre promesse, oh! sentirà quando questo ferro
gli passerà il cuore, che non stanno tutti nel castello di Trezzo quei
di cui deve paventare. — Ah, signor Palamede, che dite mai! (esclamò
l’aríolo, fissandolo con occhi pel terrore di tale idea allargati con
ispavento) questo pensiero vi fu al certo posto in cuore da uno spirito
infernale: tutti i segni del cielo stanno contro di voi se durate
in tale proponimento. Allorchè mi deste l’incarico di gire scoprendo
quali cose si dicessero dal popolo in riguardo di Bernabò e di Giovan
Galeazzo, non v’ho io rapportato, siccome aveva udito, che tutti
mostravansi accaniti contro l’antico, ed affezionati al nuovo signore?
Or bene, non pensate voi che assalire Giovan Galeazzo è lo stesso che
rendersi tutto il popolo nemico, dalle cui mani non riesce facile il
sottrarsi, e quindi la corda o la ruota sarebbe il genere di morte men
doloroso a cui anderebbe incontro chi attizzasse la rivolta?»
Si accostò in così dire all’orecchio di Palamede, che alle di lui
prime parole s’era fatto meditabondo, stando immobile colle braccia
incrocicchiate sul petto; e traendolo dolcemente lontano da quella
casa, con voce a cui, sebbene sommessa, cercava dare un tuono profetico
e misterioso: «Ancorchè aveste certezza (disse) di compire da voi solo
il vostro disegno, non vi fidate di questo Veronese. Dove sono i suoi
soldati, i capitani atti a resistere a quelli del conte di Virtù?
Credetemi! egli cerca di attirarvi nella rete per darvi nelle mani
di Giovan Galeazzo, onde renderlo amico del suo signore.» Palamede,
colpito da tali detti volse uno sguardo fiero a quella casa, indi disse
con instanza all’aríolo: «Sai tu questo di certo?» Ed Enzel, sempre
traendolo più da quel luogo lontano: «Dovreste essere persuaso che io
non soglio ingannarmi; ma vi lascio supporre che il Veronese abbia
realmente a sostenervi in un tale fatto: non è egli inevitabile che
al primo manifestarsi d’un movimento di ribellione Giovan Galeazzo fa
togliere la vita a Bernabò, ai figli, a Ginevra? — Qual via dunque mi
rimane per ottenerla? (proruppe con forza il cavaliero, interrompendo
l’aríolo, quasi non potesse sostenere ch’ei proseguisse con tali
per lui terribili parole). — La via (continuò l’aríolo, contento del
trionfo che conobbe di aver riportato sull’animo di Palamede), la via
si troverà; forse essa non è tanto discosta o difficile come potete
credere: per ora però è d’uopo che facciate forza a voi stesso, e vi
astenghiate da qualunque tentativo.»
Un atto d’impaziente dispetto s’appalesò sul volto a Palamede; e il
di lui mantello, che s’aprì, lasciò vedere la sua mano, che portata
all’elsa della spada la premeva con forza al fianco: involontario
moto che indicava l’interno sforzo nel comprimere l’ira, che tante
opposizioni alle sue brame gli destavano in seno. Enzel, il quale
penetrò che la mente del cavaliero era agitata da fiera tempesta, pensò
essere quel momento opportunissimo a prepararlo ad un progetto che
egli aveva in suo capo formato nella congrega degli aríoli; quindi,
«Non dovete (disse) rimanervi frattanto in un ozio che la vostra
abitudine alle vicende delle armi vi renderebbe penoso. Io voglio
darvi una notizia che vi porgerà campo di vendicarvi d’un traditore
e di reprimere l’audacia di un ribaldo assassino.» Palamede gli
chiese ansiosamente chi questi si fosse; e l’aríolo palesando essere
Aldobrado Manfredi che a lui aveva tentato togliere la vita nel bosco
di Trezzo, narrò il divisamento che quegli avea fatto d’assalire sulla
strada di Novara, presso al Ticino il duca Ludovico di Francia, che
veniva alle nozze della signora Valentina, figlia di Giovan Galeazzo.
Gli ascosi e secondarii pensieri che la narrativa delle disposizioni
dell’assaltamento del duca aveva fatti nascere nell’animo dell’aríolo,
non sorsero a tale novella in cuore a Palamede, la cui mente fu
invasa da tutto lo spirito guerriero e di vendetta, di cui in quella
età non andavano esenti anche i più umani fra quelli che facevano
professione delle armi. Tutto pieno del desío di trovarsi al cimento,
e concentrando in questo solo ogni altro pensiero che lo conturbava,
rifece a passi rapidi, seguito dall’aríolo, quella stessa strada per
rientrare in Milano.
Pervenuti alla via che passando innanzi a S. Eustorgio metteva a Porta
Ticinese, videro un improvviso accorrere di popolo, uno affacciarsi
di genti alle finestre, ed udirono le campane di quella chiesa dare
in suoni festosi. «Arriva il signor Giovan Galeazzo da Pavia (disse
l’aríolo a Palamede); ora che qui sta solo a far da padrone, troverà
nelle sale dei ricchi palazzi, e fra le dame di Milano, un più
aggradevole soggiorno che nelle sacrestie della sua chiesa del castello
e tra i monaci di Pavia.» Si vide infatti il principe coperto da un
fino drappo orlato di pelliccia venire sovra un bianco destriero: gli
cavalcavano al fianco alcuni nobili capitani d’armi, e lo seguivano
molti militi armati in tutto punto. Il popolo, che stava stivato in ale
lungo la strada, faceva eccheggiare l’aria di evviva al suo passaggio.
Quando Giovan Galeazzo fu giunto dappresso al tempio di Sant’Eustorgio,
rivolse verso la porta di quello il proprio cavallo, e così fecero gli
altri. I frati Domenicani usciti dalla chiesa gli vennero incontro:
due persone del suo seguito, balzate da sella, si recarono a lato
del di lui cavallo; e tenendogliene le staffe, gli diedero braccio a
discendere. Egli porgendo con affabilità il saluto a que’ frati, che
con atti di umiltà e di sommo rispetto lo accoglievano, s’avviò alla
chiesa, dicendo essere desideroso di assistere alla celebrazione d’una
messa avanti all’altare de’ tre Re Magi, per rendere grazie a Dio della
sua felice venuta.
I battenti della porta della chiesa furono spalancati, e Giovan
Galeazzo col seguito vi entrò. Un inginocchiatoio adorno di preziosi
ornamenti, con cuscini di seta frangiati in oro, venne recato innanzi
alla cappella dei Re Magi; e il principe piegato su quello, fosse
abitudine, fosse sincero sentimento di religiosa pietà, si compose in
attitudine d’intenso pregare.
Da tutte le celle e le stanze corsero alla sagrestia i frati ed i servi
del convento, e si affaccendarono ad allestire speditamente quegli
oggetti che potevano servire a rendere più splendido l’altare e pomposa
la celebrazione della messa: venne accesa gran quantità di lumi; si
scoprirono le più belle reliquie, e tra tutte la più preziosa, quella
di S. Pietro martire, racchiusa in aurea conserva da molti gioielli
coperta; si trassero i più ricchi paramenti e gli abiti sacerdotali di
maggior riserbo, e col massimo decoro incominciò la religiosa funzione,
che l’incessante suonare dei bronzi annunziava.
Le porte della chiesa eran rimaste aperte; e il popolo, cui i militi
impedivano d’entrarvi, stando al di fuori affollato, rimirava
con divozione e maraviglia quegli splendori dell’altare, ed il
raccoglimento di Giovan Galeazzo e de’ nobili suoi seguaci. Palamede e
l’aríolo trovaronsi essi pure frammisti a quella turba, e guardavano
anch’essi curiosamente il principe; ma i loro pensieri erano d’assai
diversi da quelli delle persone da cui erano circondati. L’aríolo,
astuto e conoscitore siccome era delle altrui ipocrisie, non lasciavasi
dalle apparenze sedurre, e stimava entro di se che quel fervor
religioso del conte di Virtù fosse, piuttosto che al vero scopo
della preghiera, diretto ad ingannare il popolo; nell’animo del quale
quegli esterni atti di pietà sì pubblicamente praticati infondevano
venerazione, e recavano convincimento essere dotato di grande bontà
chi li eseguiva. Nel cuor di Palamede all’incontro quella vista non
mosse che sdegno: egli teneva per fermo che l’eccesso della tirannia
fosse stato da Giovan Galeazzo consumato contro di lui in rifiutargli
replicatamente la prigioniera di Trezzo; quindi si persuadeva che
avendo esso un animo così duro e cattivo, falsa e simulata era l’aria
di divozione con cui stava innanzi agli altari; e poco avvezzo a
frenare l’impeto de’ proprii sentimenti, «Cuor di serpe (esclamò), i
santi non ascolteranno i tuoi bugiardi voti....» ed avrebbe proseguito
imprecando contro di lui, con pericolo d’attirarsi l’attenzione e
l’ira degli astanti, se Enzel noi costringeva con rapide parole al
silenzio, ed aprendogli un passaggio in mezzo alla folla, nol traeva
di là lontano; per buona sorte nessun individuo del popolo aveva
prestato orecchio a que’ detti, per cui, senza che persona al mondo
loro abbadasse, ripresero la strada di Porta Ticinese e rientrarono in
Milano.
L’aríolo, cui pressava sommamente l’impresa del cavaliero contro
l’aggressione del duca di Francia, meditata da Aldobrado, si diede
con ogni studio a ricercar di sapere il giusto momento in cui
questi sarebbe passato presso il fiume Ticino, luogo ove l’assassino
ritrovavasi; e col mezzo degli altri aríoli venne a capo d’aver notizia
che il duca Ludovico era pervenuto di già a Novara, e il giorno
seguente sul far della sera sarebbe giunto a Milano: fece per ciò
calcolo che al mezzodì all’incirca dovea giungere al fiume, e corse ad
ammonirne il cavaliere, che ansiosamente ne attendeva l’istante.
Appena comparve l’alba di quel giorno, Palamede abbandonò tacitamente
le piume e il palagio del marchese Azzo Liprando, mentre, per non
cagionare in quella casa agitazioni per lui, avea già mandato lo
scudiero coi cavalli e le armi in una lontana abitazione. Quivi
l’attendeva l’aríolo che si era svisato addossando abiti da taglialegna
e portando una scure, onde mischiarsi, se ne veniva il destro, fra i
ladri, per meglio spiarne i moti senza essere riconosciuto. Palamede
vestì la sola armatura del petto, chè non stimava degno di prode
guerriero l’armarsi a tutto punto per combattere assassini; ricoperse
il capo con una celata lombarda senza cimiero, e con visiera e fori
traversali; prese una lunga spada, non volle nè scudo nè lancia;
e salito in arcione, seguito dallo scudiero, armato esso pure, e
dall’aríolo, prese via ver Porta Vercellina.
Lasciate le mura della città, Enzel si pose di buon passo a camminare
a fianco del cavaliero. Indurata dal gelo era la strada, gli alberi
e il terreno biancheggiavano per le brine; sorgeva il sole come
un rosso disco, ravvolto nelle nebbie, dietro le torri di Milano.
L’aríolo, per distrarre Palamede dai tristi pensieri che la melanconica
vista dell’invernale squallore e il languire della natura gli andava
aumentando, si fece a narrare varii racconti tratti da storie, vere
in parte ed in parte con fino artificio da lui adattate alla di lui
situazione di animo; e frammezzando queste narrazioni col dispiegare il
modo a cui dovea egli attenersi nell’eseguire l’impresa alla quale si
era accinto, manteneva nel di lui cuore un entusiasmo che lo spirito
d’avventure dei tempi e il desiderio di vendetta facevano ancor più
vivo.
Passata a guado l’Olona, povera d’acque nella stagion delle nevi,
incontrando qualche rustico casolare e villaggio di distanza in
distanza, pervennero presso Magenta. Enzel consigliò il cavaliero
di non passare per quel borgo, onde non dar sospetto di ciò a cui
intendevano; ma ponendosi per un sentiero che correva fra i campi
ne andasse oltre al di fuori: «Io (disse) che con questi abiti sarò
sconusciuto, entrerò nel borgo e andrò nella casa dell’oste, per
osservare se vi si trovino persone le quali sappiano quanto sta per
accadere; e ci porrei il capo che alcuno della squadra d’Aldobrado
vi sta in sentinella per correre a recar avviso a compagni se mai
apparissero sgherri o soldati.»
Il cavaliero seguì il consiglio di Enzel; ed attraversando collo
scudiero, rasente una siepe di piante, alcuni campicelli, riprese al di
là dell’abitato la strada principale; soffermò il cavallo attendendo
l’aríolo, il quale dopo alquanti minuti il raggiunse a frettolosi
passi; ed appressatosi gli disse: «Due spioni dei ladri, travestiti
da miserabili storpi, stanno appostati alle estremità del borgo; e
fingendo chiedere l’elemosina, si accostano alle persone che vi entrano
od escono, e le esaminano attentamente: io li ho ravvisati sotto i loro
cenci, ma essi non conobbero me al certo. Nell’osteria, ho chiesto
carne di cervo all’oste; ed egli mi rispose che già da qualche tempo
più non ne cuoceva, a causa che occupando gli assassini i boschi e
le vallate d’intorno, nessuno oramai s’arrischia girne alla caccia;
e soggiunse che i signori del contado ed i villici, che talvolta
sono da loro molestati nelle proprie case, hanno fatta determinazione
d’armarsi in massa e sterminarli. — Troncherò io la testa del serpente
(disse il cavaliero, che la vicinanza del cimento rendeva più ardente
d’incontrarlo): presto, o aríolo, mi guida sulla traccia di queste
vipere; saprò io rintuzzarne le velenose loro lingue.» Indi, alzando
gli occhi al cielo, con voce solenne: «Siccome (disse) i più nobili
cavalieri non isdegnarono mettere le loro spade nel sangue degli
scellerati per liberare innocenti vittime dalle oppressioni, così io
voto il capo del traditore Aldobrado al glorioso Sant’Ambrogio ed alla
mia Ginevra.» Ciò detto, ripresero cammino alla volta de’ boschi.
Quanto però s’era aumentato l’ardore del combattimento nell’animo del
cavaliero, altrettanto se n’era scemato il desiderio nell’aríolo;
pensava egli che trovandosi senza elmo e corazza, la punta d’una
squarcina o d’uno spuntone gli potevano entrare nel corpo agevolmente;
giacchè se i ladri erano in gran numero, Palamede avrebbe trovato
molte faccende alla spada per proprio conto, senza vegliare alla di
lui difesa; ed Enzel teneva assai poca fidanza nella bravura dello
scudiero. Tali riflessioni agitavano la mente dell’aríolo, e stava
avvisando ai modi di scansare il periglio, allorchè guatandosi dintorno
vide che i coltivati campi andavano terminando, e la strada s’inoltrava
fra un’alta selva. Un tremito di paura l’invase tutto; ma mirando al
cavaliero che ancor teneva la visiera alzata, vedendone il contegno
fiero e sicuro, e temendone le rampogne se mostrasse viltà, riprese
coraggio, e nello scaltro spirito fece calcolo dei mezzi di porsi in
salvo senza guastar l’impresa; s’accostò quindi a Palamede, e disse:
«Non è convenienza il rimanere su questa strada, poichè io so che poco
lungi deve ritrovarsi Can-di-monte, posto a guardia per dar segnale ai
ladri, che saranno appiattati in vicinanza della strada del momento
in cui passeranno i viaggiatori Francesi; se esso ci scorge, darà
loro qualche segnale; ed essi rientreranno nel bosco, e il colpo ci
va fallito: meglio si è che cerchiamo di guadagnare la sommità della
valle di Ticino; tenendoci così alle loro spalle, noi potremo vedere
l’avvicinarsi di questi signori di Francia, e appena verranno assaliti,
accorrere improvvisi al luogo della zuffa.» Sebbene il cavaliero fosse
impaziente d’adoperare la spada, ed avendo in costume di combattere il
nemico di fronte in campo aperto, stesse qualche istante in forse che
quel prendere nascoste vie non offendesse le leggi del valore; pure,
persuadendosi che tale si era l’unico modo di venirne a capo, piegossi
alla proposta dell’aríolo, e pose il cavallo nella selva. Gli alberi
spogli di fronde, le boscaglie e gli spineti disseccati e rotti non
frapponevano che lieve ostacolo al loro passaggio; essi si diressero
alquanto all’interno: indi ripresero via in direzione della maggior
strada, e dopo non lungo andare pervennero al margine superiore della
gran valle, nel mezzo della quale scorre il Ticino.
L’aríolo, fattosi innanzi, trovò un luogo eminente nel terreno; ed ivi
chiamò il cavaliero, e glielo additò siccome opportuno ad arrestatisi.
Libera da quel sito scorrea la vista sovra la sottoposta valle, che
più estesa che erta s’allarga d’alcun miglio; i contorni occidentali
di essa si disegnavano sul lontano giogo delle alpi candide di neve,
che il sol meriggio irradiava. Selvaggi come natura li giva creando,
s’appresentavano per l’inclinato piano immensi boschi; le elci e pochi
altri alberi, che il verno non spoglia, porgeano all’occhio qua e là
le loro verdi foglie tra le altre infinite piante che i nudi rami
intrecciavano. Nel fondo della valle scorgevansi per varii tratti
le azzurre acque del fiume di cui i boschi impedivano di vedere la
continuità.
Poco al di sotto dell’elevato luogo ove trovavasi Palamede, la strada
per Novara scendeva verso il Ticino, e se ne seguiva coll’occhio lunga
pezza il giro: indi essa perdevasi, e ricompariva al di là del fiume
salendo l’opposto lato della valle; ma la distanza e le folte selve ne
la celavano tosto interamente.
«Vedete voi là (disse l’aríolo al cavaliero) quell’uomo con nera
giubba e cappuccio che stando sulla strada taglia lentamente colla
falce i rami sporgenti degli alberi, quello è Can-di-monte che attende
i passeggieri per avvertirne la masnada d’Aldobrado che certamente
sta in agguato poco lontano da lui, e forse tra quella massa d’alti
alberi. — Il veggo (rispose Palamede, cui scorgeasi in volto che gli
era penoso il più oltre frenarsi); ma dimmi, Enzel, or che sappiamo
dove Aldobrado si trova, perchè mi trattieni dal ritrovarlo anzi che
giungano questi passeggieri? Essi incontreranno più facile cammino
quando il ribaldo sarà ucciso.» L’aríolo, al compimento de’ cui disegni
ed alle precauzioni per la propria sicurezza premeva l’intervento dei
nobili francesi, con tutta la propria facondia si fece a dissuadere
il cavaliero da quella richiesta, e guardando il sole: «Già da un’ora
(disse) è passato il mezzodì; d’assai non ponno stare a pervenire in
questi luoghi.... Ma.... non m’inganno.... eccoli.... eccoli.... li
vedete voi?.... là.... dicontro a noi.... tre.... quattro.... cinque
uomini a cavallo.... discendono verso il fiume. Che c’è dietro a
loro?... Una _paraverèda_... donne.... dame sicuramente, e poi tre
cavalli con altre some.... È il duca Lodovico senz’altro. Che bottino
per Aldobrado se potesse riuscire a porvi le mani! Presto scendiamo:
entrate in questo letto di torrente, esso giunge vicino alla strada:
quivi attenderemo il giusto momento per uscir loro addosso. Se ci
scoprissero, perdiamo tutto il frutto della nostra fatica.»
Veduti i viaggiatori da lungi ed udite queste parole, Palamede mosse
il cavallo: lo scudiero il seguì, e l’aríolo si tenne dietro a loro:
per greppi e ciottoli discesero sin dove aveva indicato Enzel, e quivi
si fermarono cheti. Pochi istanti erano scorsi, quando uditosi uno
appressarsi di cavalli e di ruote, s’intese un fischio; un rumore gli
successe di genti accorrenti, ed un gridare improvviso, e percuotersi
di armi. Palamede diè di sprone al cavallo, calò la visiera, sguainò
la spada, e in pochi slanci fu sulla strada; il seguitava lo scudiero,
ma l’aríolo era scomparso. Di rapido galoppo il cavaliero fu in mezzo
alla zuffa. Presso un cavallo atterrato, stava facendo forza per
rialzarsi uno de’ passeggieri giovane e riccamente abbigliato; ma
un ladro, tenendolo a terra, gli misurava al cuore una pugnalata: il
cavaliero con un fendente spaccò a questi il capo e lo stese al suolo.
Tre altri viaggiatori assaliti ciascuno da più assassini, tratte le
spade, s’andavano difendendo; e un quarto più vecchio, già disarmato,
veniva violentemente strascinato da cavallo; altri ladri s’erano posti
intorno alla _paraveréda_, e ne discendevano le donne; ed alcuni,
scaricate le some, scioglievano i forzieri. Palamede, slanciatosi
fra loro, menando colpi maestri con vigoroso braccio, quanti colpiva,
tanti poneva a terra. Gli assassini, sopraffatti da questo inatteso
assalto, avevano abbandonati i passeggieri; e già ritraevansi al bosco,
quando l’un d’essi coperto da una pelle di lupo che vestivagli le
spalle, il petto e la testa, alzando furiosamente una mazza di ferro,
con voce orrenda gridò: «Giuro per l’inferno di fracassare il cranio
a chi non mi segue: stringiamoci insieme; uccidiamo.» Tutti a queste
parole corsero dintorno a lui; e in tal modo congiunti, scagliatisi con
estrema forza contro il più prossimo de’ passeggieri, lo rovesciarono a
terra in un fascio col cavallo. Palamede, udendo quelle voci, e vedendo
l’inferocito capo degli assassini, «Ti conosco (esclamò), ribaldo
traditore; ora tu stesso non potrai sottrarti alla mia vendetta.» Così
dicendo, verso di lui precipitando il destriero, mirògli colla punta
alla gola. Aldobrado iscansò il colpo, che venne a ferire un altro di
sua schiera, ed «atterriamolo, atterriamolo» gridava disperatamente.
Tutti gli assassini furono colle armi addosso al cavaliero, che
roteando la spada rapidamente d’ambo i lati, ribattè una tempesta di
colpi; e cogliendo il destro, e pungendo a due sproni il cavallo,
drizzò al volto d’Aldobrado sì giusto l’acciaro, che coltolo alla
guancia, lo traforò, facendoglielo uscire per la nuca; e così trafitto
il trascinò per la violenza della spinta più passi lontano; ove
cadendo, gli si scopersero i rossi capelli del capo, ed il feroce viso
apparve deforme e insanguinato.
I passeggieri, vedendo gli assalitori tutti dintorno al cavaliero, si
slanciarono essi pure alla lor volta contro di loro. Questi mirando
ucciso il condottiero, e sentendosi da forti spade incalzati, si
diedero alla fuga, cacciandosi verso i boschi; ma a toglier loro tale
scampo, sbucarono fuor della selva improvvisamente molti taglialegna,
che atterrando i fuggenti a colpi di scuri, li presero presso che
tutti, e con forti lacci gli uni agli altri avvinsero, onde non
potessero più sottrarsi al destino che li attendeva. Primo fra loro fu
Enzel Petraccio, che innanzi a tutti uscì dal bosco gridando: «Vivano
i prodi cavalieri! Viva Palamede!» il che gli altri ripeterono con alto
frastuono.
All’aríolo era dovuta la presa dei ladri: egli mentre faceva via pei
boschi, udendo un lontano succedersi di botte per la selva, persuaso
che fossero villici intenti ad atterrar piante, aveva formato il
progetto di condurli alla zuffa, onde prestar soccorso se per avventura
Palamede perigliasse. Infatti mentre questi discendeva dall’alto
della valle pel letto del torrente alla strada, s’allontanò da lui; e
dirigendosi verso il luogo d’onde partiva quel martellare di scuri, vi
trovò molti taglialegna. Ansante e premuroso, come chi rechi notizia
di grande avvenimento, a loro narrò che quella banda di ladri tanto
in que’ boschi terribile era stata da valorosi guerrieri sorpresa, e
posta in ispavento e fuga; che oramai gli assassini non potevano aver
salvezza che ritraendosi pei boschi, e che essi accorrendo avrebbero
loro tolto questo rifugio, e sarebbonsi liberati da sì funesti vicini.
Con tali detti destò in quei lavoratori gran curiosità e coraggio, e
li guidò correndo in truppa giù pei burroni al sito dell’assalto, ove
giunse al momento che il successo aveva fatte verificare le sue parole.
Grandissima, come è da credere, fu la sorpresa e la maraviglia de’
nobili viaggiatori francesi per questo evento. Il repentino assalto da
tanti uomini contro di loro eseguito, lo sconosciuto guerriero che con
stupende prove di valore li rese salvi da sì grave periglio, avevano
ad essi recata l’impressione che far sogliono i più straordinarii
avvenimenti; e la comparsa in quel momento quasi magica di molti
villici la fece loro ancor più sorprendente. Allorquando di quella
schiera di ribaldi molti furono uccisi, e il dar delle armi cessato
per la presa degli altri, essi si fecero intorno a Palamede, e in
lingua di Francia gli porsero, colle lodi per sua bravura, le più
grandi attestazioni di riconoscenza, ed il pregarono a render loro
manifesto come fosse sì singolare accidente accaduto: quegli però le
cui parole appalesevano maggior gratitudine, e che colle più affettuose
espressioni dicevasi al cavaliero debitore della vita, si era il
più giovane fra loro, e lo stesso che stava sotto il pugnale d’un
assassino quando primamente sovraggiunse Palamede. Non difficile fu
l’accorgersi ch’egli era il duca Lodovico, poichè gli altri, vedendolo
a terra, erano tutti discesi da cavallo, a gara ciascuno offrendo a lui
il proprio, e gli stavano a fianco con atti di rispetto e premurosa
attenzione: istantemente questi chiese a Palamede che alzasse la
visiera e si desse loro a conoscere. Palamede, il quale era istruito
della lingua provenzale, poichè le amorose e cavalleresche canzoni che
si cantavano per le corti d’Italia erano pel maggior numero in tale
idioma, intese il loro parlare; e levando la visiera dal volto, loro
rispose, con simil favella, ch’era dovere d’ogni cortese cavaliero il
distruggere gli uomini infesti, e ch’egli così operando s’era vendicato
d’un traditore; poscia, rivolgendo da se il discorso, disse ch’era
d’uopo per l’istante dar opera a rincorare le dame da quel trambusto
agitate, ed assettare gli equipaggi, onde riprendere cammino per
abbandonare il luogo di così orribile scena.
A queste parole i nobili Francesi, cui quel solo sommo dovere della
riconoscenza aveva fatto per un momento dimenticare la galanteria, si
volsero frettolosi alla _paraveréda_; ma le dame in numero di due, con
due damigelle, erano di già discese da quel cocchio, e stavano intente
a soccorrere il viaggiatore più vecchio giacente al suolo, poichè la
furia de’ ladri nell’istrapparlo da sella lo aveva in più parti offeso.
A tal vista fattisi tutti a lui vicini: «O mio Montaigu (disse
con grave cordoglio il giovane duca Lodovico), sei tu ferito? — No
(egli rispose con una serenità che nel di lui animo, sempre lieto
e inalterabile, non valeva quel lieve disastro a turbare): io sono
smontato da cavallo un po’ sgarbatamente; ma starei ritto e franco
sulla persona come sta qui avanti a me il cavaliere di Beaumanoir,
che ebbe pochi momenti sono la mia stessa sorte, se non mi tenessero a
terra gli anni, doppii de’ suoi.»
Mentre i Francesi ragionando intorno al conte di Montaigu davansi
mano a recarlo nella _paraveréda_, e le dame lo interrogavano delle
circostanze di quel fatto e dello sconosciuto loro difensore, Palamede
ordinava all’aríolo ed allo scudiero di fare da alcuno di que’
contadini ricaricare le some sui cavalli de’ viaggiatori, e spogliare
dai ricchi arnesi l’ucciso destriero del duca, riponendoli fra gli
altri loro oggetti. Di que’ taglialegna, varii infatti si fecero a
raccogliere gli sparsi forzieri e rinchiuderli; altri ricercavano le
armi dai masnadieri perdute, e frugavano loro ne’ panni per levar ad
essi i denari o gli oggetti preziosi che possedevano. Alcuni stavano
a guardia di quelli presi e legati, ed andavano con poca umanità
ingiuriandoli, rinfacciando ad essi i commessi delitti, e minacciandoli
di prossimo patibolo; alcuni altri finalmente, levando sulle spalle gli
uccisi, gli appendevano ai rami delle piante di lato alla strada; ed un
di loro arrampicandosi ad alta quercia, trasse per una corda a quella
sommità il cadavere d’Aldobrado, e lasciollo quivi legato pendere
penzoloni.
Allorchè furono le cose rimesse in ordine, e i viaggiatori risaliti in
sella, tutti presero insieme cammino, salendo la vallata. Precedevano
i taglialegna conducendo i malfattori annodati; seguivano a qualche
distanza i nobili Francesi, frammezzo ai quali stava Palamede;
indi venivano le dame nella _paraveréda_, e dietro più lentamente
seguitavano i caricati cavalli.
Enzel Petraccio camminava presso allo scudiero, restando il più che
gli era possibile inosservato: poichè essendo il di lui piano riuscito
felicemente, temeva che venendo egli veduto colà da alcuno degli aríoli
che erano stati in quella notturna adunanza presso l’Olona, avesse
a segnarlo qual traditore, che aveva tratto profitto d’una notizia
quivi palesata per far distruggere quella masnada d’assassini fra cui
ve ne erano molti stretti con essi in amicizia; e paventava, se ciò
avvenisse, di essere vittima d’una loro secreta vendetta.
In un tratto essendosi sparsa la voce di ciò ch’era avvenuto, tutte
le genti del contado si recavano in folla sulla strada ad incontrare
quella comitiva, e numerose voci applaudivano ai cavalieri, ed
obbrobriavano i ladri. Gli abitanti del borgo di Magenta rimasero
stupiti che uomini stranieri avessero così prestamente ed a loro
insaputa eseguita un’impresa ch’eglino stessi stavano con gran
sollecitudine disponendo: andavan essi chiedendo come fosse avvenuto
quel fatto, e sebbene ne fosse la storia di già travisata in mille
guise, pure una voce generale ne indicava Palamede come autor
principale: onde tutti si affollavano ad ammirarlo, e facevan le
maraviglie per la sua prodezza. Egli però, poco ambizioso di que’
popolari applausi, giva sollecitando i Francesi ad affrettare i
cavalli, poichè essendo il giorno avanzato assai, necessitava far
veloce cammino per giungere pria che fosse notte alle mura di Milano.
I Francesi infatti seguirono il di lui consiglio, e di buon trotto
tutti si tolsero alla vista di que’ terrazzani, i precipui fra i
quali stavano divisando di festeggiarli; ma non potendo ciò eseguire,
occuparono il rimanente di quella giornata all’orribile spettacolo di
vedere innanzi alla casa del comune torturare ed uccidere gli assassini
stati presi.