Fra l’ombra della notte e degli incanti
Ei muove dubbio e mal securo il piede.
Sul limitar d’un uscio i passi erranti
A caso mette, nè d’entrar si crede;
Ma sente poi che suona a lui diretro
La porta, e in loco il serra oscuro e tetro.
TASSO.
Lunghi e dolorosi scorrevano i giorni pei prigionieri di Trezzo.
Il destino di Bernabò e de’ suoi congiunti formava argomento al
ragionare di ogni persona. Era pensiero di tutti che da Giovan
Galeazzo non sarebbesi giammai ridonata loro la libertà, e quindi
facile il prevedere che avrebbe cercato ogni via di togliersi la
briga di custodirli. Chi passando pe’ boschi d’intorno, o battendo i
sentieri che salivano le alture vicine al castello, vedea la sommità
delle torri e delle mura merlate sorgere fra gli antichi alberi che
il circondavano, anzichè ritrarne pensieri di caccie, di feste, di
principeschi passatempi che soleva quella vista produrre, non provava
che sentimenti di pietà o di soddisfatta vendetta, secondo che amava od
odiava quel principe; ma tutti però i riguardanti risentivano una certa
impressione di meraviglia e tristezza che le disavventure di personaggi
potenti sogliono infondere nell’anima, forse per le secrete riflessioni
che ci destano sull’instabilità delle umane sorti, e fors’anco perchè
mettendoci colla mente in loro, pensiamo quanto debba riuscir doloroso
il rapido passaggio da uno stato di impero e ricchezza a quello di
soggezione e miseria.
Nell’interno del castello regnava di continuo una tristissima quiete.
Abbenchè racchiudesse molti abitatori, avea esso l’aspetto d’un
castello deserto: solitarii se ne vedevano i cortili, gli atrii, i
porticati, ed il silenzio che per tutto si manteneva non era interrotto
che d’ora in ora dal risuonare dei pesanti passi degli uomini d’armi
che distribuivansi per scolta alle porte, alle torri ed al ponte
dell’Adda. Ciò solo che recava qualche movimento fra quelle mura, si
era al cader del sole il suono della campana della chiesa, alla cui
chiamata tutti attraversando il maggior cortile venivano nel tempio.
Vero è che la mestizia che scorgeasi dipinta in volto ad ognuno, il
procedere lento e taciturno di tutti, in vece di porgere conforto,
aumentava il cordoglio ne’ cuori.
Dopo quel giorno che nel castello s’era sparsa la voce d’una notturna
apparizione che aveva dato motivo a quanti vi abitavano di formare
diverse congetture, a norma delle proprie speranze o timori, un
avvenimento era seguito per cui s’accrebbe d’assai l’amarezza di quel
soggiorno in Bernabò e negli altri ivi seco rinserrati. Il capitano
Gasparo Visconti avea, come vedemmo, creduto, coi principali de’ suoi
armati, che quell’apparizione altro non si fosse che un tentativo per
liberare il principe prigioniero. Venne in tal sua opinione confermato
dalla scomparsa che gli fu riferita dell’aríolo, ch’ei pensò dover
essere uno degli interni cooperatori ad agevolare la fuga di Bernabò o
la presa del castello, se i di lui liberatori fossero stati numerosi.
Il Visconti spedì quindi immediatamente un messo a Giovan Galeazzo a
recargli avviso di tale evento, onde avvenendo nemica sorpresa stesse
parato a mandargli soccorso.
Recò grave agitazione tale annunzio a Giovan Galeazzo, che mal
rassicurato era ancora sull’usurpato seggio, e per tutto temeva
congiure e nemiche fazioni: pensò esso sulle prime che l’impresa di
togliere dalle sue mani Bernabò non potesse essere tentata fuorchè
da Carlo figlio di quello, il quale all’insignorirsi ch’ei fece di
Milano s’era alle sue ricerche sottratto colla fuga; ma allorchè
seppe che questi stava a Verona presso Antonio della Scala, che gli
era cognato, fatto da molti soldati ricercare tutti i luoghi contigui
a Trezzo, e non vi ritrovando armati, nè sapendo che vi fossero
macchinazioni, mandò ad accertare il capitano Visconti che non temesse
d’ostili insidie, nè per tanto cessasse d’invigilare gelosamente su i
prigionieri.
Giovan Galeazzo non rimase però pago di questo. Paventando sempre che i
figli di Bernabò, aiutati da principi stranieri, o da partigiani nello
stato, avessero a ritrovar qualche mezzo di render liberi il padre ed
i fratelli, fece più strettamente rinchiudere addoppiando la vigilanza
sovra Sagramoro e Galeotto altri di lui figli che teneva prigioni nel
castello di Monza, e diede comando si togliesse Rodolfo da quello di
Trezzo onde disgiungerlo dal padre e dal fratello Lodovico, e fosse
condotto nel forte di San Colombano.
Venti uomini d’armi capitanati da Giovanni Ubaldino partirono da
Milano, e si recarono a Trezzo per eseguire tal ordine di Giovan
Galeazzo. Quando que’ soldati comparvero presso le mura del castello, e
riconosciuti amici, loro fu abbassato il ponte levatoio per riceverli
al di dentro, un secreto terrore invase il cuore de’ prigionieri.
Ubaldino si recò da Gasparo Visconti, ed a lui presentò una lettera del
suo signore, nella quale gli veniva ingiunto di consegnarli Rodolfo.
Gasparo Visconti recossi tosto da questo, e il fece avvertito si
disponesse a partire coi soldati novellamente giunti nel castello,
poichè era volontà del principe ch’egli fosse tolto da Trezzo, e
condotto a San Colombano.
Rodolfo a tale comando pensò che ciò null’altro si fosse che un
pretesto per trarlo a morte lungi dagli occhi del padre: tale pensiero
gli si affacciò tosto alla mente, poichè conoscendo gli usi del
tempo, era quanto ei s’attendeva sin dal momento che era stato fatto
prigioniero, e sperando di potere sottrarvisi altrimenti, fece in suo
cuore una disperata risoluzione: stabilì, appena si fosse trovato fuori
di quelle mura, sul sentiero presso all’Adda, di scagliarsi, inerme
com’era, sui soldati che lo scorterebbero, e pervenendo a sciogliersi
da loro, precipitarsi nel fiume e salvarsi a nuoto colla fuga, o perire
piuttosto trafitto dalle spade o nelle acque dell’Adda, anzichè sui
patiboli secreti di Giovan Galeazzo.
Con questa determinazione nell’animo, ed anelando l’ora di trovarsi
nella lotta, recossi nelle stanze del padre a prendere congedo da
lui, da Lodovico, da Ginevra, Damigella e Donnina, che tutti quivi
convennero. Quando furono raccolti, Rodolfo con ferma voce spiegò
che veniva a dar loro l’addio, forse estremo, essendo costretto a
separarsi da essi per essere rinserrato fra altre mura. A queste
parole un disperato dolore trafisse il cuore di Bernabò, e il furore
si dipinse sul suo volto: egli non s’aspettava tal colpo doloroso che
tutte annientava le sue speranze, privandolo del più fidato appoggio
che s’avesse, chè tanto era per lui quel suo vigoroso ed ardito figlio,
quando si fossero offerti i soccorsi ch’egli mai sempre sperava. La
di lui fronte si raggrinzò, gli occhi rosseggiarono per lo sdegno,
e un tremito di rabbia gli si sparse per le membra. Alzatosi, gridò
furibondo, maledicendo Giovan Galeazzo ed i suoi fautori; ma i figli
e le figlie, e frate Leonardo e Donnina gli furono d’intorno, e col
pianto e le preghiere pervennero a racquetarne lo spirito. Allorchè,
calmato, fissò lo sguardo in Rodolfo, larga copia di lagrime gli
rigò le guancie, e porgendo a lui la destra, con voce tremante, che
palesava quanta fosse l’angoscia che chiudeva in petto: «Ah! figlio mio
(esclamò), tu mi sei tolto per sempre: sì pur troppo m’accorgo che si
vuole ch’io chiuda questi miei occhi nel sonno eterno, senza che stia
a me vicino un solo de’ miei figliuoli che m’invochi la grazia del
signore nell’ultim’ora, e preveggo che non vedrò intorno al mio letto
di morte che i volti degli abborriti sgherri del conte di Virtù. Ma
che dico?... Non si stanno forse già preparando le trame per me, per
voi tutti, onde toglierci l’uno lontano dall’altro la vita? Tu, mio
Rodolfo, ne sei la prima vittima.» A tali detti i singhiozzi di tutti
quegli astanti si raddoppiarono; il solo Rodolfo, intrepido in viso,
e con sguardo sicuro, animando ferocemente la voce, disse: «Non temere
per me, padre mio: se lo spirito infernale non mi toglie le forze, io
non perderò al certo la mia vita entro le mura d’un castello; se il
cielo mi protegge, potrebbe avvenire che io riesca ancora formidabile
al nostro oppressore.» In così dire piegò un ginocchio davanti a
Bernabò, ed in tale attitudine ne baciò la mano; ma questi il rilevò,
e gli porse un bacio in fronte bagnandolo di lagrime. Rodolfo, toltosi
all’amplesso del padre, abbracciò Lodovico e le sorelle, strinse a
Donnina ed a Leonardo la mano; a tutti il pianto soffocava la voce,
ed una visibile commozione atteggiava quasi alle lagrime anche i fieri
lineamenti di Rodolfo, quando, raccolta tutta la sua forza, pronunciò
un «Addio,» ed uscì da quelle stanze.
Bernabò rimase immobile pel dolore; Ginevra cadde svenuta a’
suoi piedi; Donnina e Damigella, pallide e tremanti, accorsero a
soccorrerla; Lodovico, straziato da così funesta scena, stava dubbiando
o di seguire il fratello, o di restare a conforto del padre; ma
attenendosi a questo partito, rimase accanto a Bernabò in mestissimo
atteggiamento: frate Leonardo ergeva ammutolito lo sguardo al cielo
invocandone la pietà sovra quei desolati parenti. Bernabò, scosso
alfine da quella tremenda concentrazione, si volse al frate, e gli
disse: «Ah! Leonardo, ora sento sinceramente che non mi resta altra
speranza che quella del Cielo;» e così dicendo riprese in volto i
tratti dell’usata severità.
Rodolfo, posto fra mezzo agli uomini d’armi, salendo un cavallo di cui
un soldato tenea la briglia, uscì dalla gran porta del castello sempre
fermo nel suo ardito proposito. Giunto ch’ei fu colle scorte d’appresso
alla ripida sponda dell’Adda, guardò all’acque, e d’un salto balzato
di sella, si slanciò per calarsi dalla riva; ma uno dei militi fu
pronto ad attraversargli col cavallo la via, e mentre Rodolfo mirava ad
evitarlo, gli altri gli furono addosso. Robustamente ei si dibattè. Ma
i soldati, essendo di molto numero ed armati, l’atterrarono, e cintolo
di nodi duramente il riposero sul cavallo, e fu così tradotto sino a S.
Colombano, dove venne rinchiuso nel mastio della torre.
Quando Rodolfo fu disgiunto dal padre, il capitano Gasparo Visconti
venne chiamato a Milano da Giovan Galeazzo, ed a comandante del
castello di Trezzo ed a guardia de’ prigionieri rimase Iacopo del
Verme. I piovosi giorni e le melanconiche nebbie dell’autunno, che
s’inoltrava, rendevano sempre più triste l’abitar quivi: ingiallivano
i boschi d’intorno, e denudavansi i rami; non più s’udiva l’usignuolo
rallegrare le notti, nè il gaio canto degli uccelletti salutare
il mattino; lunghe schiere di corvi vedevansi la sera attraversare
con alto volo il castello recandosi ne’ boschi dell’Adda; il loro
gracchiare, lo stridire di qualche sparviero che si posava sui merli
delle torri, o il grugnire pe’ boschi d’affamati cignali, erano le sole
voci di esterni esseri viventi che pervenivano a quelle mura.
Dal dì della partenza del figliuolo, neri presentimenti travagliavano
lo spirito di Bernabò. Conscio di ciò che avea praticato assai volte
per togliere di mezzo uomini potenti che si opponevano a’ suoi fini,
pensava che il conte di Virtù non sarebbe stato meno scellerato con
lui, di quello ch’egli stesso era stato con altri. La profonda malizia
d’infingersi per tanto tempo uomo nullo, senza pensieri di regno o
d’ambizione, e l’arditezza con cui condusse il tradimento di prenderlo
prigioniero, bene il persuadevano che Giovan Galeazzo, quantunque
suo nipote, e marito d’una propria figlia, era atto a commettere
qualunque misfatto quando gli fosse tornato utile l’eseguirlo. I
veleni, i pugnali, i capestri erano in quella età modi frequenti di
morte entro le mura de’ castelli; ed una ricca pompa funebre onorava
spesso la vittima dell’occulta prepotenza, e persuadeva al popolo che
un assassino, un parricida era uomo umano e religioso. Per ciò Bernabò
paventava ad ogni istante di finire violentemente i giorni, quantunque
considerasse che non si sarebbe tralasciato di porre il suo cadavere in
magnifica arca sotto le volte d’una cospicua chiesa di Milano.
La crudele aspettativa di maggiori delitti non contristava Ginevra,
poichè il suo cuore innocente, non agitato che dai dolci moti della
pietà e della tenerezza, era straniero a tutti i calcoli di uomini
feroci, il cui sommo bene stava nell’imperare e nell’opprimere. Ma ciò
null’ostante la vivissima afflizione che le aveva cagionato il distacco
del fratello, l’ignorare che fosse avvenuto di Palamede, il non avere
persona da cui ricevere conforto, o nel cui seno versare le proprie
pene, bastavano a rendere infelicissima l’esistenza di quella sensibile
fanciulla. Aumentavano i mali della sua addolorata mente la mestizia
de’ giorni autunnali, l’imponente aspetto di quelle mura che parevano
doverla racchiudere eternamente, e le truci sembianze de’ soldati che
alcune volte scorgea ne’ cortili e nella chiesa. Non più Gabriella co’
suoi motti vivaci potea giungere a trarle il sorriso sulle labbra, nè
i racconti della vecchia Geltrude attiravano la di lei attenzione:
un affanno profondo inconsolabile le occupava tutta l’anima, ne
consumava con interno martiro la freschezza de’ giorni. Solo raggio
di gioia in tante angosce era per lei la memoria di quel momento in
cui le comparve allo sguardo Palamede sotto il verone del castello;
ma le arcane parole colle quali l’aríolo l’aveva preparata a quella
inaspettata apparizione, il rapido dileguarsi di questa, e la strana
fuga di Enzel, le lasciarono una tinta misteriosa di quell’avvenimento,
per cui talora lo dubitava accaduto per opera d’incanto: e quindi
pensava che Palamede fosse estinto, e che quello apparsogli altro non
si fosse che la larva di lui; tal altra fiata, persuadendosi che quella
era stata un’illusione della sua fantasia, credeva che l’amante suo
giacesse in qualche carcere, o si fosse congiunto coi nodi nuziali ad
altra donzella. Spesso però questi dubbii le erano sospesi dalla vista
e dalla lettura del foglio di Palamede che le avea recato l’aríolo, e
in cui le ripeteva la costanza del suo affetto: ella riconosceva que’
caratteri siccome stesi dalla mano dell’adorato cavaliero; ma nascevale
temenza talvolta che fossero fatti per arte negromantica, tremava al
toccarli, e si ritraeva da loro spaventata. In mezzo a tali ambasce
si effondeva ogni giorno in fervidissime preghiere alla Vergine, e ne
bagnava di lagrime il simulacro, invocandone la protezione; ma sentendo
sempre più le pene aggravarlesi nel cuore, credeva che le proprie
colpe e il troppo amore per un essere terreno l’avessero resa indegna
delle grazie del cielo, e con riscaldata fantasia paventava l’eterna
perdizione, e meditava ai tormenti dell’abisso. Abbandonato giaceva il
liuto appeso alle pareti della camera di lei, e nè pur esso giovava
a raddolcire co’ suoni le ore di quella giovinetta infelice, la cui
anima, in tutti i più soavi sentimenti straziata, agognava alla pace
della tomba.
In questo intervallo stando in Milano Palamede sempre incitato
dall’amore ardentissimo per la fanciulla prigioniera, nè d’altro
pensiero curandosi che di ottenerla, tutto aveva posto in opera per
piegare l’animo di Giovan Galeazzo ad accordargliela. Da prima il
marchese Azzo Liprando s’era presentato a questo fine al principe
onde richiedergliela, certo che questi, ch’egli reputava umanissimo e
cortese, non gli avrebbe dato rifiuto; ma ciò appunto fu quello che
avvenne con somma sua sorpresa e rammarico. Allorchè Azzo gli fece
richiesta di Ginevra, era a Giovan Galeazzo da poco tempo giunto il
messo di Gasparo Visconti, recando la novella della tentata liberazione
de’ prigionieri: il sospettoso signor pensò che quella richiesta
fosse fatta ad arte per favoreggiare la trama d’introdurre stranieri
in quel castello, e il rimandò non solo inesaudito, ma con pungenti e
minacciose parole.
Palamede fu sopra modo desolato da questo fallito tentativo, poichè
s’avea riposta gran fidanza nell’impegno del marchese Azzo, la cui
dignità e potenza sembravano dovere ottenergli molti riguardi dal nuovo
signore; e già paventava gli venisse Ginevra negata per sempre, poichè
vedendo l’accanimento di Giovan Galeazzo contro la famiglia di Bernabò,
tremava facesse ad essa pure togliere la vita, o la chiudesse in un
chiostro costringendola a vestir abiti monacali, onde per lei non si
estendesse la discendenza di quel principe, la cui rimembranza volea
in tutto spenta. Non arrischiandosi quindi a far sì tosto nuovamente
richiedere Giovan Galeazzo del concedergli la sua fidanzata, per non
destarne contro di lei lo sdegno, ed irritarne i sospetti, dispose
l’animo a pazientare, siccome Azzo stesso lo consigliava, attendendo
più opportuno momento, che sarebbesi al certo offerto quando la
sicurezza del dominio avesse tolta ogni tema di tradimento dall’animo
del principe.
Il vivissimo affetto del cavaliero non gli lasciava intanto riposo.
Egli non viveva che per Ginevra, e tutte le sue idee s’aggiravano
intorno al modo di avvicinarlesi, o di darle di se contezza. Più
volte aveva instato presso l’aríolo onde il giovasse colle arti sue
a penetrare nel castello di Trezzo; ma l’aríolo sempre rifiutossi
a secondarlo; anzi l’aveva dissuaso da questo progetto siccome
ineseguibile, e certa via a perder se stesso, e peggiorare la sorte dei
prigionieri. Ciò non pertanto Palamede s’era più volte recato nelle
vicinanze di Trezzo; seguito da Enzel. Lasciava i cavalli nell’isola
di Mandellone, e guidato dall’aríolo, esperto conoscitore dei luoghi,
s’accostava inosservato al castello, ed era pago del contemplare le
mura impenetrabili che rinserravano colei che avea in suo cuore giurato
di ottenere, o di perire. L’aríolo gli additava il verone e le finestre
nelle stanze ove abitava Ginevra, e d’onde era partito quel canto che
il rese una notte felice; e il cavaliero meditava fra se, e poneva
l’ingegno e la cupidigia di Enzel a tutte le prove, onde ritrovasse
qualche mezzo per cui pervenire a parlare, o almeno vedere l’amante: ma
quel castello era troppo da vigilanti armati in ogni punto esattamente
guardato, e l’appressarvisi a tiro d’arco sarebbe stata pericolosissima
prova; nè Enzel, il quale teneva al vivo impresso nella mente per
qual raro caso fosse sfuggito alle ricerche de’ soldati che volevano
abbruciarlo, s’arrischiava porre in uso arte o raggiro per cercare di
introdurvisi, dal sotterraneo della torre nera, o della cappella de’
morti. Onde per quanti disegni componesse colla fantasia Palamede,
nessuno gliene s’appresentava che valesse a suggerirgli un mezzo o di
forza, o d’astuzia, per impossessarsi di Ginevra, ed era necessitato ad
attenersi a quel solo di averla per consenso di Giovan Galeazzo.
Questo principe frattanto, chiamato da gravi cure di stato, s’era
recato a Pavia, nel castello della qual città, sua corte paterna,
soleva abitare con sua madre Bianca di Savoia, e la moglie Caterina,
che, come figlia di Bernabò, non volle fosse presente in Milano
al tradimento commesso contro il di lei padre. Allorchè ciò seppe
Palamede, avendo spesse volte veduta Caterina nei palazzi di Bernabò e
nella casa di Donnina de’ Porri, pensò che questa avrebbe per lui e per
Ginevra preso caldo interessamento, ed avrebbe assunta ogni cura per
rendere assenziente il marito alle loro nozze. Ma gli fu detto che era
assai difficil cosa il poter favellare a Caterina, mentre per ordini
secreti di Giovan Galeazzo, che di tutto temeva, ella veniva guardata
con molto rigore onde non le si accostasse persona invisa od ignota a
Giovan Galeazzo, sebbene la tenesse d’altra parte circondata di pompe e
di principeschi onori.
Palamede tentò pure di vincere tale ostacolo. Immerso com’era di
consueto in tristi pensieri, soleva passare alquante ore del giorno
nei solitarii recessi del convento di San Marco, dove fra molti
libri e religiosi pensieri trovava occupazione. Aveva fatta per
ciò stretta conoscenza con frate Lanfranco Guincinelli priore di
quel convento, quello stesso per cui lo zio Baldizone gli diede in
Carsenzago un foglio in cui lo raccomandava calorosamente. Palamede
aveva a Lanfranco palesata la causa della sua melanconia. Lanfranco,
finissimo conoscitore degli uomini, intendeva di leggieri che Giovan
Galeazzo non si era tale da lasciarsi piegare da guelfeschi maneggi,
quantunque a questa parte piuttosto che alla ghibellina era sembrato
inchinevole quando viveva a null’altro dato che agli atti religiosi:
dubbiando perciò dell’essere ben accolto dal principe, non aveva
offerta l’opera sua a Palamede. Allorquando però il cavaliero narrògli
che stando Giovan Galeazzo a Pavia egli si prometteva felice riuscita
alle sue speranze, se fosse pervenuto ad istruire Caterina di quanto
chiedeva, il che era per lui impossibile, Lanfranco si esibì di
superare per lui non solo qualunque ostacolo a ciò s’opponesse, ma di
aggiungere in favor suo le parole di Bianca madre del principe. Era
desso amicissimo di Alberigo da Bereguardo priore degli Agostiniani
di San Pietro in Ciel d’oro di Pavia, il quale aveva a suo talento per
molto tempo governato lo spirito di Giovan Galeazzo; e morto esso lui,
aveva sempre continuato a possedere l’intimità di Bianca, ed era il
solo che tenesse libero accesso in Pavia presso di lei e di sua nuora
Caterina. Lanfranco, ammaestrato uno de’ suoi monaci di quanto dovesse
operare, lo mandò a Pavia a frate Alberigo, e rincorò Palamede onde
stesse d’animo sicuro, che finalmente avrebbe ottenuto ciò che tanto
desiderava.
La trepidazione in cui visse il cavaliero aspettando da un istante
all’altro il momento di poter volare a rivedere Ginevra, fu pari al
suo dolore, o piuttosto alla disperazione, quando un mattino dopo tre
giorni dall’invio del messo, con mesto viso appresentatosi a lui frate
Lanfranco gli disse: «Figliuol mio, il Signore non ha concesso che le
tue brame siano esaudite. Bianca e Caterina hanno tutto adoperato per
ottener da Giovan Galeazzo che ti sia data Ginevra; ma egli fermo in
suo proposito rigettò le loro istanze: perciò ti do consiglio a non
tentare più l’animo di lui; chè se non si piegò alle richieste della
madre e della moglie, nessun’altra persona vorrà cedere se Iddio non
gli cangia il cuore, e tu insistendo attireresti l’ira sua; però ti
raccomanda alla divina Provvidenza, ch’ella suole con impreveduti
avvenimenti, quando meno si attende, esaudire i voti di chi sa
meritarne le grazie.»
Ma il cavaliero, sordo a miti consigli, più non spirava a queste parole
che odio e vendetta. La durezza di Giovan Galeazzo gli sembrava sì
tirannica e capricciosa, e tanto addentro lo feriva nel cuore, che ei
meditava le più disperate imprese per vendicarsi: e certo a qualche
tremendo fatto si sarebbe lasciato condurre se un singolare avvenimento
non fosse sorto di mezzo a variare il destino di lui.
Enzel Petraccio si era legato ad amicizia con molti altri aríoli,
tempestarii e vagabondi, alcuni de’ quali andavano al servizio de’
potenti ne’ castelli e nelle città, e servivano loro di spioni, o
di guide negli assalti e nelle guerre; altri seguivano le torme de’
soldati di ventura, i quali spesse volte facevano il mestiero degli
assassini: non formavano però gli aríoli lega coi _bravi_ e cogli
sgherri, perchè questi usavano nei loro fatti la prepotenza colla forza
dell’armi, e quelli, sebbene portassero sempre tra i panni pugnali,
punte, mezzelame, e prezzolati commettessero ogni sorta di delitti,
pure aveano per divisa la pacatezza ed il far umile, nè vestivano
armature, ma abiti plebei, e larghi cappelli: in somma adoperavano
tutti que’ modi che giovassero ad ingannar la gente facendosi credere
o mendicanti, o pellegrini, o villici, o uomini del popolo. Essi però
costituivano una società, e si riconoscevano per certi segni, parole e
costumanze particolari.
In Milano eranvi molte persone di questa professione, poichè vi
venivano da tutte le parti d’Italia, e qui s’avevano una specie di
riunione centrale d’onde poi si diramavano in diversi altri paesi. Per
non dare di loro sospetto, e non arrischiare d’essere arsi come maghi o
stregoni, del che era facile in que’ tempi destare dubbio se si fossero
lasciati scorgere a congregarsi in secrete combriccole, avevano gli
aríoli un luogo di convegno, fuori dalla città dalla parte occidentale,
affatto appartato, sebbene non molto lungi dalle mura.
Enzel, che venne riconosciuto da loro per sapientissimo, siccome
esperto nell’astrologia, nelle arti di formare secreti farmaci
e pozioni, fu ricercato si portasse un giorno nel luogo del loro
convegno, ed egli v’acconsentì. Era questo un giorno sul finir di
novembre; giusta il convenuto Enzel sul far della sera s’appostò presso
la muraglia dell’orto del Monastero Maggiore, e quivi attese un altro
aríolo di nome Gallinaccio. Allorchè questi passò, avvertito dal di
lui fischio, Enzel il seguì, ed uscì seco da Porta Vercellina, che
trovavasi, come abbiam detto altrove, nel luogo in cui ora sta il ponte
del Naviglio, che a que’ tempi non era che una larga fossa la quale
si passava sovra un ponte levatoio: fuori della porta incontravasi il
Borgo delle Grazie, al terminar del quale non eravi, come al presente,
una strada diritta, solida, larga, ma bensì una ristretta via, guasta,
avvallata fra due alte sponde, tutta ingombra di sassi e pantani.
Giunti al cominciar di questa via Enzel e Gallinaccio si riunirono, non
essendovi persona alcuna a cui questi due insiem congiunti potessero
cagionar sospetto. Quando ebbero fatto qualche tratto di strada
entrarono sulla destra in un piccolo sentiero che s’innoltrava fra alte
piante. Il giorno non era caduto affatto, ma la nebbia che s’alzava
oscurava l’aria, e la rendeva umida e fredda; a traverso ai nudi rami
degli alberi, da cui il gelido soffio del vento staccava le ultime
foglie disseccate, appariva un cielo di tristo color cenericcio, alcun
poco biancastro ad occidente, verso cui camminavano gli aríoli. Dopo
alquanti passi il sentiero cessò, il bosco divenne più folto, ed essi
entrati in quello giunsero alla sponda dell’Olona. Sopra un dossetto
presso a quel piccolo fiume stava un diroccato edifizio cinto da
rottami incespati di spine e di roveti; dal lato da cui vennero que’
due, scorgevasi un elevato muro che aveva costituita una parete di quel
fabbricato, e che ora stava solo eretto fra le ruine, e dalle finestre
del quale vedeasi l’opposto cielo. Gallinaccio condusse Enzel fra gli
spinai verso questa muraglia, e pervenutivi dappresso, discesero in
un fossato asciutto che circondava l’edifizio, nel quale scorsero una
porta, dalle cui fessure intravedevasi un lume lontano. Gallinaccio
bussò tre volte a quella porta, e diede altrettanti fischii; si udì
taluno appressarsi, che tolse ai battenti una spranga, e li aprì.
Entrarono que’ due, fu richiusa la porta, ed essi, passando sotto una
lunga oscura volta, giunsero in un’ampia stanza, la metà superiore
della quale era ripiena dal fumo che tramandava un gran fuoco acceso
in mezzo ad essa. Dintorno a questo stavano molti aríoli disposti in
variate posizioni.
Taluno era sdraiato sul pavimento, altro seduto sovra le legna che
servivano ad alimentare il fuoco; questi incrocicchiava le gambe alla
turchesca, quegli rannicchiato sporgeva il capo fra i ginocchi, ma
tutti però tenevano il volto in verso alla fiamma, la quale, secondochè
risplendeva vivace, od andava calando, ne illuminava variatamente le
strane fisonomie e gli abbigliamenti, progettandone le ombre, fatte per
la distanza gigantesche, sulle ruvide pareti di quella camera, o direm
piuttosto cantina o sotterraneo.
Vestivano essi tutti in foggie particolari. L’uno andava coperto da
una zimarra a doppio colore, rossa sul petto, verde sul dorso, ma
lacera e rattoppata; l’altro aveva sul corpo un saione fratesco, questo
indossava una schiavina; portavano tutti però o gabbani, o casacche, o
tabarri di colori oscuri, rossi o cilestri, ma di grossolani tessuti.
Alcuni coprivansi la testa con cappe e cappucci, altri la tenevano
scoperta, e mostravano calve fronti od irte e scarmigliate capellature,
e ruvidi crini cadenti in ciocche a mischiarsi colle scomposte barbe e
le folte basette.
«Ecco una nuova volpe che viene al covo (disse una rauca voce rivolta
ad Enzel appena questi fu colà entrato). — Nuova a questo covo (egli
rispose), ma vecchia per i pollai e le lepri. — Ti conoscono assai
bene (disse Gallinaccio), e puoi stare fra noi ed esserci maestro. Ti
ritira (soggiunse ad uno che stava più degli altri presso la fiamma),
e lasciaci, o Calabrese, sedere vicini al fuoco, perchè veniamo da
dove spira un’aria di neve che ci ha intirizziti.» Si ritrasse il
Calabrese, ed accovacciatosi in altra parte: «Prosegui (disse con
accento di sua nazione), Masiello, a raccontare come sia finita la
storia della regina Giovanna.» Masiello, che stava a lui di prospetto,
e verso cui tutti rivolsero ansiosamente gli occhi, con voce di chi
riprende una storia così parlò: «Andò all’inferno nell’istesso modo
che vi aveva fatto andare otto de’ suoi innamorati e due mariti. Due
giorni dopo che fummo giunti ad Aversa, Cecarello, che ivi ne aveva
condotti, eseguendo l’ordine del signor duca Carlo Durazzo, mi palesò
cosa avessi a fare, e mi fece aprire l’uscio della camera della torre
ov’ella dormiva. Vecchia così come era tentò trarmi ai lacci, e vedendo
di non riuscirvi invocò il cielo e tutti i santi; ma Cecarello m’avea
prefisso il tempo, e il di lei collo era sì sottile, che non sudai a
sbrigarla. Mi fu dato per sì picciola fatica più oro che quando venni
mandato da Napoli, attraversando di verno gli Appennini, a Bologna
a prendere da certo speziale un’acqueruola che non seppi poi mai chi
l’abbia bevuta. — Per quant’oro toccasse allora la tua mano, o Masiello
(riprese un altro), non sarà certo stato tanto quanto quello che un
barone Piccardo tolse al duca d’Angiò ch’era venuto per quella stessa
regina in Italia, e metà di quell’oro lo recai io a Venezia, dove
il Francese mi fece seco a parte a scialacquarlo. Ma ti debbo però
dire che me lo era guadagnato con maggior fatica della tua. Il Papa
d’Avignone mi avea spedito a Parigi a portare lettere al duca d’Angiò,
imponendomi di servire ad esso di guida a discendere per l’Alpi:
eseguii tale comando, e quando fummo di poco col Francese inoltrati
in Italia, il duca d’Angiò mi diede ordine che mi recassi a Roma dai
Colonna, ed a Napoli da Giovanna per certe intelligenze: giunto nella
prima città, il Papa di Roma mi fece prendere, e voleva mi appiccassero
in castel Sant’Angelo, ciò che avveniva di certo se non mi fossi calato
per le mura; ma finalmente arrivai anche a Napoli, ed adempiute le
commissioni, a traverso all’armata di Carlo Durazzo pervenni a Bari,
dove il duca d’Angiò m’aveva imposto di recarmi; egli era colà, ma
più non aveva nè soldati nè danari, e null’altro possedeva di tutto
ciò che aveva recato di Francia fuorchè la spada e il valore: perciò
senza nulla darmi, ma facendomi grandi promesse, pregommi riconducessi
nella sua terra il barone Piccardo, che avrebbe recato molto oro e
soldati: il feci infatti; e il Piccardo, giunto a Parigi, ebbe l’oro
dal re e dai fratelli del duca; ma soldati non ne ricercò, nè volle,
perchè piacevagli marciar spedito: quest’oro ce lo distribuimmo sulla
persona e sui cavalli, e per le vie diaboliche del paese degli Svizzeri
tornammo in Italia, ed andammo a Venezia; dove lo si profuse _gaîment
pour dames et bon vin_, come soleva dire il Piccardo; e il duca d’Angiò
seppi poscia che morì a Bari di fame.»
Dopo questo racconto, l’un l’altro eccitandosi, narrarono moltissimi
fatti da essi loro eseguiti, o di cui erano stati spettatori: quasi
tutti consistevano in astuzie, raggiri, insidie adoperate per impedire
od anche agevolare conquiste di terre e castelli, incendii, assassinii,
rapimenti di donne e fanciulle; ciò che rendeva singolari quelle
narrazioni, era l’influsso sugli avvenimenti umani che attribuivano ai
prestigi, ai pianeti ed alle magiche virtù di molte sostanze naturali
preparate con certe arti o segni stravaganti.
Poscia che ebbero a lungo favellato, l’ultimo che parlò disse ad uno
che gli stava di fianco: «Andreazzo, è tempo oramai che ci bagniamo
la gola; non hai tu portato qualche poco di vino? — Non beveremo, per
Satanasso, sin che non abbiamo detto qualche cosa di meglio delle
ciancie che si son fatte finora.» Così pronunciò con voce grave e
rude, che non s’era mai intesa durante i ragionamenti, una persona la
quale, involta sino alla metà del viso in un mantello a lungo pelo
nero, e tenendo calato un berretto pur di pelo sino alle ciglia,
movendo sotto assiepate palpebre due bigi occhi feroci, s’aveva la
forma piuttosto d’orso che d’uomo. «Non abbaiare, Can-di-monte (a lui
rispose Andreazzo), se bevessimo anche tosto, io tengo qui tal liquore
che non ti parrà certo decotto amaro, ma se tu hai a dire alcun che
d’importante, dillo col malanno che ti porti, che ti ascolteremo.»
Can-di-monte, che tal era il soprannome di quell’ispida figura, volse
ad Andreazzo uno sguardo minaccioso di sdegno, quindi disse: «A ciò
che è avvenuto io non penso mai, e lascio ai cantafavole le parole o le
novelle: io voglio fatti ed azioni, e perciò bado a quel che faccio o
che dovrò fare; il passato è come se non fosse mai stato. Voi v’avete
stancata la lingua con vecchie storie, e nessuno ha palesato ancora
ciò che farà domani, onde possiamo porgerci mano a condurre a buon fine
qualche impresa.»
— «Hai ragione, Can-di-monte (soggiunse l’un d’essi); io non so come
mai m’abbia a lungo garrito in inutili baie, mentre ho un rilevante
messaggio da farti da parte di un tale, che ieri ritrovai presso
Magenta, e che mi disse che ti risovverresti chi fosse, rammentandoti
il Frate Rosso. — Oh! il conosco assai bene, è Aldobrado Manfredi;
e che ti disse egli per me? — Ei mi ha detto che domani a notte ti
attende nelle valli di Ticino, presso al gran pioppo nel bosco del
Crocifisso, dove saranno seco lui i soliti amici. — Ma non sai tu,
Squarcia (chiese Can-di-monte), per qual motivo? — Te lo dirò, ma
non lo seppi da lui: esso vuole appostarti sulla strada di Novara per
dargli segnale del momento in cui passerà il duca Lodovico di Francia,
e gli altri signori i quali vengono a Milano a nozze, poichè egli ha
disegno di guardar loro ne’ forzieri per vedere quali doni rechino
alla signora Valentina. — Si è assunto un difficile impegno (disse
quello che aveva narrata la storia del duca d’Angiò), poichè conosco i
cavalieri di Francia, ed hanno spade affilate, e le menano di taglio e
punta, che guai dove colgono. — Sappi (gli rispose Can-di-monte), che
Aldobrado non mette rete che non prenda pesce; sai che è stato più anni
confidente di Bernabò: allora ho fatto per suo comando delle operazioni
che s’avevano altre spine, ed egli ha date prove sufficienti di quanto
valga. — Mi fu narrato (proseguì Squarcia) che, dopochè il suo padrone
venne mandato a Trezzo, si è dato a condurre una masnada a svaligiare i
passeggieri, e non vi sono fanti che battano la sua traccia, perchè si
è reso formidabile. — Ma come deve esser ella la faccenda dei Francesi?
(disse Enzel Petraccio, che si fece attentissimo a raccogliere tutte
le parole su tale argomento). — Come vuoi che sia? Aldobrado fu
avvertito che il duca Lodovico volendo far grata sorpresa a Giovan
Galeazzo, onde giungere inaspettato a sposarne la figlia, passerà fra
tre giorni con pochi cavalieri e senza scorta dalla strada di Novara,
ed Aldobrado co’ suoi li assalirà, perchè miglior bottino a’ nostri
giorni non si potrebbe sperare.» Can-di-monte volgendo ad Andreazzo
gli occhi, da cui trapelava l’allegrezza recatagli da tale notizia:
«Porgi ora da bere (disse), e se è vino che mi piaccia, ti voglio fra
quattro giorni donare una delle più belle gioie del duca Lodovico. —
Potresti anche fra quattro giorni (disse Andreazzo) lasciare il pelo
sotto il rasoio del boia;» e in così dire s’alzò, e venne in un angolo
di quella stanza, smosse una tavola dal muro, e levò un gran vaso che a
due mani portò in mezzo al circolo presso al fuoco: molte legna furono
gettate ad avvivare la fiamma, ed una scodella di terra girò d’intorno,
riempiendosi ad ogni istante del vino che quel vaso conteneva.
Riscaldati da quel liquore, lunga pezza fecero i socii parole, risa
e gridi; ma a poco a poco i più s’addormentarono, altri rimasero
ragionando a bassa voce: la fiamma mancando d’alimento si spense, e
restarono nell’oscurità rotta solo dal rosseggiar de’ carboni attizzati
di quando in quando da alcuno de’ più vigilanti con una palla di ferro.
Sorto finalmente il mattino, ad uno ad uno uscirono tutti da quella
casa, e si dispersero disgiuntamente.