CAPITOLO X.

Qui sono le famose e sacre soglie

Di Giovan Galeazzo primo duce

Che è de’ Visconti ancor splendida luce,

Unde ogni esemplo di virtù si toglie.

BERNARDO BELLINZONE, _Sonet._

Gastone conte d’Armagnac, che era stato spedito da Carlo re di

Francia a Milano per trattare le nozze del di lui fratello Lodovico

colla figlia di Giovan Galeazzo, abitava in una magnifica casa di

questa città. Egli aveva avuto secreto avviso che il giovane duca

sarebbe giunto a Milano all’insaputa del Visconte, a cui voleva,

coll’improvviso suo comparire, recare grata sorpresa; ma ignorava

però il giorno in cui doveva pervenirvi, imperocchè la malagevolezza

delle vie non permetteva di formar calcolo esatto del tempo ch’era

d’uopo impiegare nel viaggio. Fu questa la causa per cui non si recò

ad incontrarlo, e che col maggior contento lo accolse coi cavalieri e

le dame che ne formavano il seguito, allorchè giunsero a sera avanzata

nella di lui abitazione.

Palamede aveva accompagnato il duca sino alla casa del conte

d’Armagnac, e quivi preso da lui congedo ritirossi nel proprio palazzo.

Il valore di lui, e forse più di questo la dolcezza congiunta alla

nobiltà della persona e dei modi, si erano sì addentro impressi

nell’animo di Lodovico, che spiacevole sommamente gli sarebbe stato il

distacco del cavaliero, se non avesse questi data parola di venire nel

seguente giorno a visitarlo.

Il dì appresso infatti Palamede recossi alla dimora di Gastone, ove

il duca e gli altri cavalieri e le dame di Francia lo ricevettero con

somma cortesia, presentandolo al conte siccome quel prode cavaliero che

era stato loro liberatore nel tremendo periglio che avevano corso nel

viaggio, e di cui, appena giunti, fecero ad essolui minuta narrazione.

Il conte rese esso pure le più vive grazie a Palamede per sì segnalato

favore fatto al fratello del suo re, e mostrò molta meraviglia per non

aver mai veduto alla corte di Giovan Galeazzo un cavaliero lombardo

di tanto valore. Lodovico, nel cui animo la giovanile età e l’affetto

che gli si era destato per Palamede, producevano un entusiasmo di

riconoscenza, dichiarò che se un sì degno cavaliero non veniva dal

Visconte onorato, egli lo avrebbe condotto seco a Parigi, ove sarebbe

stato ricevuto fra i più distinti baroni della corte di re Carlo.

Palamede, protestandosi a Lodovico gratissimo, rispose che egli non

ambiva distinzioni dai principi, poichè la sua spada e il suo braccio

erano i soli mezzi a cui affidava la propria gloria; ma, soggiunse,

che Giovan Galeazzo, ben lungi dal porgergli segni d’onore, era ver lui

crudelissimo, offendendolo nel più vivo del cuore.

A questi detti, tutti mostraronsi compresi da sdegno e da dolore, e

Lodovico istantemente pregò il cavaliero a palesare per qual causa il

conte di Virtù fosse a lui nemico, e qual modo tenesse nell’essergli

tiranno. Con quella veemenza ed espressione che il risentimento

d’un’offesa congiunto all’idea della propria forza accendono in un

animo vigoroso ed ardente, Palamede, svelando il proprio lignaggio,

narrò la storia dell’amor suo per Ginevra, e rammentando il rovescio

della fortuna di Bernabò, disse come Giovan Galeazzo tenesse con

irremovibile ferocia quella sua fidanzata rinchiusa in un castello

per null’altra cagione che per farla languire disperatamente, onde

accrescere per tal barbaro modo il dolore ed accelerare la morte del

padre di lei, di cui si voleva spenta nella mente di tutti la memoria.

Tale racconto, che l’espressive sembianze di Palamede, dipingendosi

nel dirlo a varii affetti, rendevano più vero ed interessante, penetrò

d’un senso di tenerezza e pietà i cuori di que’ nobili Francesi, e

quello del giovane duca più d’ogn’altro, che, commosso, esclamò: «Falsa

era dunque, o Gastone, la rinomanza che del conte di Virtù suonava

in Francia, come di generoso e saggio signore!... Il Re mio fratello

venne tratto in inganno, poichè egli non vuol certo congiungermi alla

figlia d’uno sleale oppressore, ed io abborro il farmi suocero un

principe che calpesta così empiamente i nodi del sangue.» Il conte

d’Armagnac, cui doleva l’ira impetuosa del duca, lo assicurò con molte

parole, che Giovan Galeazzo dimostravasi coi soggetti d’animo giusto

ed umano, di che faceva prova l’amore a lui dai vassalli attestato con

molteplici omaggi; ed accertò Palamede che il rifiuto fattogli della

prigioniera di Trezzo non poteva derivare che da cautele di dominio, e

non da tirannia; ed egli stesso lo accertava che assumendosi il duca

Lodovico l’impegno di ottenerla, il principe non gli avrebbe fatta

negativa, nè sarebbero scorsi lunghi giorni che egli potrebbe condurre

libera la sua fidanzata al giuro nuziale innanzi agli altari. A queste

parole Lodovico esclamò che non avrebbe giammai dato mano di sposa alla

figlia di Giovan Galeazzo, se questi pria non porgeva sacra promessa di

concedere Ginevra al cavaliero.

Le speranze di Palamede, già tante volte deluse, rinacquero a tali

detti; ed ebbe convincimento che la dignità del duca e la solennità

del momento in cui chiederebbe per lui quel favore, avrebbero di

certo costretto Giovan Galeazzo ad accordarlo: sicchè più non dubitò

che verrebbe al fine l’istante che sua sarebbe colei per possedere la

quale, se gli fosse stata ancora contrastata, era ormai per appigliarsi

alle più violente e disperate risoluzioni.

Il contento che tale pensiero gli infondea nel cuore si manifestò

nel suo volto, e, fattosi lieto, stette lunga pezza fra que’ nobili

Francesi intrattenendosi de’ gioviali colloquii che vennero posti in

campo dal conte di Montaigu, che, pienamente risanato della caduta,

facea scopo di allegro racconto quel disastroso avvenimento che lo

aveva posto in necessità di percorrere la strada dal Ticino a Milano

chiuso colle dame nella _paraveréda_. Dopo molti altri ragionamenti

Gastone fece al giovane duca un quadro della corte di Giovan Galeazzo,

descrivendo i personaggi più distinti che v’intervenivano, ed ogni

elogio prodigalizzando alla bellezza, alle grazie ed all’ingegno di

Valentina, dandogli fede che non era dessa in ogni pregio inferiore

ad Isabella di Baviera, di cui a Parigi s’eran celebrate da poco tempo

le nozze con re Carlo, la quale aveva vinte tutte le dame francesi sì

per l’avvenenza della persona, come per la novità e l’eleganza degli

abbigliamenti. La fantasia di Lodovico, già per indole focosa, fu

più che mai accesa da queste narrative, e voleva recarsi incontanente

alla corte del principe per vedere Valentina, ed ottenere Ginevra a

Palamede.

Ma Gastone fece a lui presente ch’era d’uopo a tal fine attendere la

sera, tempo in cui Giovan Galeazzo soleva adunar la corte a festoso

convegno, al quale intervenivano Caterina di lui moglie, con Valentina

e le più nobili dame; poichè in altri momenti chiudevasi in appartate

stanze, nè alcuno ammetteva alla propria presenza se non fosse stato

dapprima minutamente istruito del chi si fosse, e che chiedesse,

e sarebbesi in tal modo svanito l’effetto della gentile sorpresa

che aveva meditata venendo celatamente a Milano. Accettando questo

consiglio, in cui tutti come ottimo convennero, Lodovico prefisse la

sera di quel giorno istesso per recarsi alla corte, e diè comando si

disponessero le più ricche vesti che avea recate di Francia, e che

erano al suo nobile grado convenienti.

Quando la signoria di Milano venne divisa tra i due fratelli Galeazzo

e Bernabò, s’avevano essi scelta per loro dimora l’uno il castello

di Porta Giovia, e l’altro quello di Porta Romana, abbandonando

entrambi il magnifico palazzo che Azzone Visconti, essendo solo signore

della città, aveva fatto costruire circa l’anno 1335 nel luogo detto

del Broletto vecchio. Giovan Galeazzo, allorchè s’ebbe sbarazzato

dello zio, fattosi così unico padrone dello stato, amando il fasto

principesco, ed aspirando alle grandezze d’un più esteso potere, volle

per luogo di sua corte il palazzo di Azzone, e lo fece più riccamente

addobbare che ai tempi d’Azzone stesso non fosse. Quell’edificio

innalzavasi presso che sull’area stessa, ove trovasi ai nostri giorni

il reale palazzo, se non che stava più al lato destro di questo,

stendendosi tra la regia cappella di San-Gottardo e il Duomo, occupando

una parte del suolo ora coperto da quest’ultimo tempio.

Era desso di forma quadrata: le porte e le finestre ad archi acuti

vedevansi intorno ornate d’arabeschi e figure: in mezzo alla sua fronte

s’innalzava una larga torre, lungo i cui profili scorgevansi sottili

colonne e statuette di varie foggie; da settentrione stavagli presso

la chiesa di Santa Maria Iemale, e a mezzodì San-Gottardo, di cui il

campanile, che ancora vediamo, quello stesso si è, fatto da Azzone

elevare, e su cui venne posto a que’ tempi il primo orologio che

si vedesse in Milano, e forse in Italia, il quadrante del quale era

distinto in ventiquattro ore che venivano annunziate dai tocchi d’una

grossa campana, lo che recava una generale meraviglia, e fu causa che

alla contrada che vi passa dappresso s imponesse il nome di Contrada

delle ore.

In mezzo a quel palazzo stava un vasto cortile cinto da porticato,

d’onde ampie scale conducevano agli interni appartamenti ripartiti in

sale e stanze adorne con gran magnificenza: erano le volte coperte

d’oro e di smalti, le porte contornate di fregi scolpiti in marmi

preziosi, e dai battenti risortivano figure cesellate in bronzo; la

luce entrava da grandi vetriate infisse in imposte dorate, dipinte a

vivaci colori. La gran torre nel centro andava divisa in varii piani,

ognuno dei quali era un’elegantissima camera, fra cui v’aveva quella le

cui aperture erano chiuse da una rete dorata che conteneva moltissimi

uccelli rari con isplendide penne.

Ritrovavansi uniti al palazzo ameni giardini in cui stava un chiostro

tutto ricco al di dentro di pregiati dipinti, e di gotica architettura

al di fuori, al piede del quale stendevasi un laghetto, nelle cui

limpide acque esso si specchiava. In mezzo al laghetto sorgeva sovra

un’alta base una colonna sostenuta sul dorso di quattro leoni, dalla

bocca dei quali scaturiva un largo getto d’acqua, alla cui sommità

stava un angelo portante nella destra una bandiera, nel cui campo

vedevasi la vipera d’oro. Eravi eziandio un serraglio di animali

stranieri, fra cui contavasi uno struzzo, l’unico che in que’ tempi

vivesse in Europa.

Questa dimora, piuttosto degna d’un gran re che d’un principe resosi da

poco tempo signore dello stato, soddisfaceva pienamente alle brame di

Giovan Galeazzo. Amava che tutti quelli che entravano nella sua corte

restassero presi d’ammirazione per la magnificenza che vi vedevano

spiegata, e teneva per fermo che pensieri e modi sovrani guidavano le

potenti persone ad assumerne la dignità.

Egli però di tutto quel vasto palazzo tenevasi di consueto in una

sola appartata stanza, nel cui addobbamento più all’agiatezza che alla

sontuosità s’aveva avuto riguardo, contiguo alla quale stava un segreto

oratorio. Nella stessa camera vedevansi in ricchi scaffali riposti

molti libri, alcuni de’ quali andavano stretti in coperture ornate

di pietre preziose e di lamine d’oro; altri, aperti sui tavolieri,

mostravano larghi fogli di pergamena scritti in gotici caratteri, le

cui iniziali erano abbellite da miniature che occupavano gli spaziosi

margini.

Tra questi volumi i principali erano stati trascelti e pel principe

acquistati da Francesco Petrarca, che li disseppellì dai polverosi

ammassi raccolti ne’ monasteri. Ivi scorgevansi i libri della filosofia

d’Aristotile, gli Annali di Tacito, i poemi d’Omero e di Virgilio, le

opere teologiche di Sant’Ambrogio e di altri Santi Padri, la Bibbia,

molte sacre preci, il Canzoniere e l’Africa del Petrarca istesso, le

Poesie di Pietro Bescapè, le Romanze dei trovatori e le storie dei

tempi.

Giovan Galeazzo racchiudevasi ogni giorno in quella stanza, ove non

ammetteva che i più fidati ministri de’ suoi disegni, che consultava

intorno ai più importanti affari, e passava del resto solingo molte ore

attendendo alla lettura delle istorie degli antichi, le cui grandezze

ed i famosi fatti tanta brama gli destavano di imitarli; e meditando

agli interessi dello stato, non per migliorarne le condizioni, ma per

consolidarne in se il dominio, ed allargarne i confini, onde ottenere

una possanza tale che valesse a porgli nella destra uno scettro reale.

Sebbene egli possedesse quasi tutta l’alta Italia, dal Mincio al

mare Mediterraneo, sentiva che non teneva ancora sufficienti forze

da opporre con esito certo a quelle de’ Veneziani, del Pontefice,

o dei Germani in caso di loro discesa; e faceva calcolo che ad

ottenere un’assoluta preponderanza su tutti gli stati d’Italia era

d’uopo stendesse il proprio dominio fino all’Adriatico; per venirsi a

frapporre tra lo stato della Chiesa e la Veneta Repubblica. Seguendo

questo pensiero guardava con occhio contento, assoggettando alle sue

politiche riflessioni, le contese insorte tra Francesco di Carrara

signore di Padova, ed Antonio Della Scala signor di Verona; e poichè

gli era noto che i Veneziani porgevano secreti aiuti allo Scaligero

per togliersi la vicinanza del Carrarese, egli stabiliva fra se di

farsi in soccorso di questo, impossessarsi di Verona, scacciando lo

Scaligero, che gli era anche particolar nemico per aver dato rifugio

ai figli di Bernabò, e sotto velo di difesa mandar soldati a Padova,

da dove gli riescirebbe poi facile allontanarne Francesco di Carrara,

e fattosi così padrone di quello stato venire a porsi alle porte

della repubblica, e rendersi signore di quasi tutto il corso del Po.

Pervenendo a questa meta, rifletteva che avrebbe potuto dettare a tutti

gli altri principi le condizioni che gli andrebbero a grado, e nessuno

avrebbe osato opporsi al suo disegno di assumere il titolo e le insegne

di re d’Italia.

Dappoco egli frattanto stimava se stesso, perchè non teneva la signoria

che come vicario degli imperatori d’Allemagna; e benchè mirasse più

alto, voleva nel frattempo fregiarsi la fronte della corona ducale,

come primo passo al regno; per il che tenevalo assai in pensiero il

progetto di spedire un ambasciatore alla corte di Venceslao imperatore,

ed avea frequenti colloquii a questo fine con Guido Pallavicino, uomo

assai accorto e delle arti cortigianesche espertissimo, che sembravagli

il più atto ad ottenergliene a forza d’oro o d’intrighi l’imperiale

diploma. Vero è che mezzo più certo e pronto onde avere da Venceslao la

concessione del titolo di duca sarebbe stato il trattare le nozze della

propria figlia Valentina con alcuno della famiglia di quell’imperatore,

il che era pure desideratissimo da tutti i potenti lombardi signori;

ma in ciò l’ambiziosa cupidigia di Giovan Galeazzo cesse all’amor

paterno. Egli amava la Francia, perchè una bella Francese era stata

sua prima moglie, e sempre gli era rimasta dolce in cuore la memoria

delle feste cavalleresche e del lusso della corte di Parigi: onde per

sì fatta inclinazione sua e per l’indole di pompeggiare, ch’egli vedeva

con compiacenza svilupparsi in Valentina, volle fidanzarla al duca di

Turenna, fratello del re di Francia, per mandarla ad una corte in cui

la sua tendenza alla splendidezza avesse avuto campo di segnalarsi; e

per ciò davagli eziandio in dote la città di Asti, tutti i castelli del

Piemonte e quattro centomila fiorini d’oro.

Ma il desio di farsi grande e dominatore non era il solo che la

smisurata ambizione nutriva nell’animo di Giovan Galeazzo; egli voleva

eziandio recare stupore ai presenti, e mandar famoso il suo nome ai

posteri, innalzando monumenti di sorprendente grandezza e maestà.

Era per ciò anche oggetto di sua meditazione l’idea di far erigere

presso il proprio palazzo un tempio di cui un simile non si vedesse

al mondo. Fu infatti questa idea del principe effettuata il vegnente

anno nell’erezione del nostro maestoso Duomo, che dimostrò, sin da

quando gli si diede incominciamento, ch’essere dovea la più vasta

chiesa di tutta Cristianità, e che non ancora ai nostri giorni, a

causa dell’immensità dei lavori, a perfezione condotto, è soggetto di

meraviglia ai riguardanti per la colossale sua mole e gli innumerevoli

ornamenti, attestando quanto dovevano essere grandi le idee e la

vanità di un principe di piccolo stato, che in tempi d’ogni prosperità

pubblica difettosi ne concepiva il pensiero, e lo faceva eseguire. La

Certosa eretta più tardi nel suo parco di Pavia, pel compimento della

quale fece assegno della rendita di molte terre, si può credere a buon

diritto dovuta alla stessa di lui brama di gloria, sebbene egli dicesse

che facevala costruire per mantenere un voto fatto per la salute di sua

moglie Caterina, ed in espiazione delle proprie colpe, come era l’uso

dei tempi.

Tutte queste immagini di potenza e di gloria che signoreggiavano

lo spirito di Giovan Galeazzo erano però sovente, nell’epoca di cui

parliamo, offuscate e sospese da un terribile pensiero. Nel castello

di Trezzo, egli rammentavasi, esisteva ancora Bernabò. Per quanto fosse

certo che da quelle mura non potesse sottrarsi, pure la fantasia spesso

glielo rappresentava trionfante e libero in atto d’entrare in Milano

a strappargli il potere e la vita: quando agitavangli il cuore tali

spaventose idee, un truce disegno gli si affacciava alla mente; ma la

sete di regnare non valeva a soffocargli i rimorsi e il terrore di che

l’esecuzione di quel progetto il minacciava. Abbenchè molte pratiche

di pietà, da Giovan Galeazzo tenute, fossero false od esagerate, avea

egli non pertanto una viva religiosa fede, nè era spoglio di tutte

le superstiziose credenze che in quell’età dominavano: per lo che le

scellerate brame, sebbene non spente, erano in lui frenate dal pensiero

della divina vendetta, che combattendo in suo cuore coll’avidità del

potere, il teneva di frequente dolorosamente angosciato.

Da tali gravi cure, che durante il giorno gli incatenavano la mente

in profonde meditazioni, egli prendeva la sera sollievo recandosi

frammezzo a numerosa scelta di dame, cavalieri, scienziati, artisti,

che faceva chiamare a serali veglie nella propria corte, con tutti

piacevolmente intrattenendosi ragionando.

L’adunanza si raccoglieva in quel palazzo nella gran sala detta della

_Gloria_, che era la più vasta e magnifica che mai si vedesse. L’ampia

sua volta era tutta ricoperta da uno smalto azzurrino a fiori d’oro:

le pareti ne erano maestrevolmente dipinte, vi si scorgea la Gloria

raffigurata da una alata matrona con ricchissimi abiti, a’ cui piedi

stavano armi e corone; intorno ad essi eranvi molti personaggi favolosi

e storici, come Ercole, Teseo, Enea, Attila, Carlo Magno ed Azzone

Visconti. Vedevansi appesi in bell’ordine alla sommità delle pareti

stesse varii scudi a modo di trofei, sui quali stavano gli stemmi del

principe e di sua famiglia; v’era la biscia coronata, v’erano i due

secchii pendenti dal tronco acceso, insegna che il padre di Galeazzo

si acquistò guerreggiando in Fiandra; e v’era l’albero carico di

frutti, impresa di Giovan Galeazzo come conte di Virtù. I tavolieri

posti intorno alla sala erano di squisito lavoro, ed i sedili andavano

ricoperti con velluti preziosi; varie lamiere pendevano dalla volta

sospese a catene d’oro, e molti doppieri ne aumentavano la luce.

Nella sera dal duca Lodovico prefissa a recarsi alla corte, il consueto

adunamento fu oltremodo splendido e numeroso. Trovavansi quivi i

più nobili signori di Milano, di altre città soggette al Visconti e

straniere; v’erano gli ambasciatori di varii stati, ciascuno dei quali

vestiva con proprio costume; notavansi tra questi Ottonello Discalzo,

famoso dottore in legge, mandato dal Gonzaga signor di Mantova, Alvise

Pepoli, spedito dalla repubblica di Venezia, il legato del papa Urbano

VI e l’ambasciadore di Firenze. V’erano tra i varii capitani d’armi i

due celebri giovani Sforza e Braccio da Montone, venuti di quel tempo

in questa città col conte Alberigo Balbiano: era in loro notabile,

oltre l’intrepido virile aspetto, la foggia conforme dell’abito partito

a quarti di diversi colori. Alla metà destra del petto ed alla coscia

sinistra vedeasi di colore incarnato, ed alle opposte parti di color

bianco e cilestro. Ritrovavansi in quell’adunanza giureconsulti,

medici, poeti, non che architetti, pittori e musici distinti: ciò

però che ivi recava il maggior brio, ed appagava più dilettosamente lo

sguardo, erano le dame e le patrizie donzelle, in cui le venustà delle

forme givano pari alla ricchezza e bellezza dell’abbigliamento.

Allorchè quel principesco crocchio fu compiutamente nella sala

raccolto, preceduto dai paggi e dai servi, vi venne Giovan Galeazzo

accompagnato colla moglie Caterina e seguito dalla figlia Valentina che

stava fra varie nobili damigelle.

Il principe contava gli anni trentotto; era ben fatto della persona, e

siccome addestratosi in gioventù al maneggio delle armi, aveva presenza

maschia e robusta; i suoi lineamenti erano carraterizzati e virili; ma

benchè vi si scorgesse l’impronta di famiglia, apparivano più dolci

e maestosi di quelli de’ suoi avi; nell’alta sua fronte qualche ruga

immatura accusava le fatiche del suo spirito; il suo sguardo era vivo

e indagatore; usava affabilità nei modi, ma sapeva imporre ad un tempo

soggezione e riverenza a chi l’appressava; portava una sopravveste

di drappo d’oro, sulla quale, al petto, ricamata a bruno, vedevasi la

serpe spirale di cui formavano gli occhi due grossi rubini.

Caterina toccava il sesto lustro; le sue forme non erano belle, ma una

mestizia e un pallore le si scorgea nel volto, che la rendevano assai

interessante: causa di tale di lei tristezza era la prigionia del padre

e dei fratelli voluta dal proprio marito, a cui le era vietato farne

parola: vestiva essa un abito di drappo bianco con larghe maniche di

seta a fregi d’oro, e portava sui fianchi una cintura contornata di

perle, i di cui opposti capi le ricadeano pel dinanzi sino al lembo

della veste, ove congiungevansi in una larga rosa formata da pietre

preziose.

Valentina portava una veste di stoffa d’argento listata a cerulee

striscie, simili recava i calzari; e il farsetto di velluto, del colore

dell’amaranto, era tutto da fili d’oro trapunto, ne’ suoi neri capelli

vedeasi un nastro che si aggirava tra il volume delle treccie, indi

le scendeva diviso sul candido collo. Presso al ventesimo anno, ella

s’avea congiunta nella bella persona l’alterigia dei Visconti e le

grazie d’Isabella sua madre; i suoi neri occhi si volgevano con impero

d’intorno, tutto il suo viso era composto alla severità; ma se avveniva

che piegasse al sorriso le labbra, un non so che di così amoroso

e gentile le si diffondeva pel volto, che avea una irresistibile

attrattiva.

Fra le donzelle compagne di Valentina una ve n’era la cui beltà vinceva

quella di tutte le altre ivi adunate, se non che alla figlia di Giovan

Galeazzo in ciò solo cedeva, che da’ suoi lineamenti non traspariva

principesca maestà, ma piuttosto dolcezza affettuosa e inclinazione

alla tenerezza. Era questa Agnese Mantegazza, le grazie del di cui

viso è più agevole immaginare che descrivere: un’idea potrebbesi

desumere dalle tele divine di Leonardo da Vinci, che seppe ritrarre o

crear volti in cui la verginità, il sentimento ed il sapore squisito

delle forme vanno congiunte ad una nota caratteristica dei tempi di

cui non havvi modello ai nostri giorni. Leggiadre pozzette, morbida

increspatura di capelli, sorriso in cui, unita a tutta l’innocenza e

il pudore, v’avea l’espressione dell’amore, erano i pregi della beltà

d’Agnese.

Quando questa e Valentina pervennero nella gran sala, i cupidi

sguardi de’ giovani conversanti si portarono tosto su loro; ma mentre

Valentina li rintuzzò col contegnoso portamento, Agnese abbassò gli

occhi al suolo arrossendo. Nessuno però ardiva insidiare al cuore di

lei, poichè sapevasi che era prediletta da Giovan Galeazzo, il quale,

non capriccioso e incontinente nelle amorose passioni come gli altri

principi di sua casa, amando unica questa, affetto per affetto cercava,

ed ottenutolo, con lei sola per tutta la vita ebbe corrispondenza.

Quel nobile convegno formossi in cerchio intorno al principe,

rispettosamente attendendone, come era di costume, le parole. Giovan

Galeazzo volse primamente il discorso a Sforza e Braccio, e con

gli elogi di loro bravura li lusingava, perchè nutriva desiderio di

trattenergli presso di se, onde giovarsene nelle guerre che meditava.

Parlò affabilmente all’ambasciatore veneziano e al pontificio legato;

dopo avere favellato di caccie, di tornei, di statuti coi signori di

varie città, si volse a Matteo Selvatico celebre poeta, e con lui più a

lungo ragionò di poetiche composizioni.

Poco ambiziosi delle principesche parole, e della propria arte

caldi amatori, i due architetti Odoardo Balbi milanese e Nicolò de’

Selli aretino stavano in un canto della sala disputando dei modi

architettonici italici e germanici con un Gamodía alemanno, famoso

maestro esso pure di tal arte: quando Giovan Galeazzo gli scorse, si

fece tra essi, e volle proseguissero nei loro ragionamenti. Benchè

i due Italiani con evidenza invincibile dimostrassero che, per buon

gusto di forme e maestà, l’edificio all’italiana maniera ad ogni altro

fosse preferibile, pure nel principe, che in tutte le cose al lusso

ed allo straordinario mirava, fece più breccia la descrizione postagli

innanzi dal Gamodía d’un fabbricato di nordico stile, per la bizzarria

che narrò richiedersi nelle sommità, l’abbondanza e la minutezza degli

ornamenti; per lo che raccogliendo piacevolmente quelle impressioni

nello spirito, le riferiva al grandioso tempio che pensava innalzare.

Lasciati gli architetti, recossi presso le dame, loro di femminili

oggetti ragionando, e dall’una all’altra venendo, giunse presso

a Valentina. Balenato un amoroso sguardo ne’ begli occhi d’Agnese

che stava a lei dal lato, fece le meraviglie per non vedere quella

sera Gastone d’Armagnac, che soleva sovente con Valentina stessa

intrattenersi, dispiegandole i costumi della corte di Parigi.

Valentina, ansiosissima di farsi nel numero delle principesse di

Francia, viveva alquanto indispettita pel ritardo che frapponeva

a giungere in Milano il suo fidanzato duca; ma serrando in cuore

tale doglia, chiese al padre, con aspetto d’indifferenza, se non

avesse ricevute notizie del duca di Turenna. Giovan Galeazzo stava

rispondendole, afflitto che già da alcun tempo era privo di novelle di

Francia, quando un paggio entrò ad annunziargli che il conte francese

con altri cavalieri e dame chiedeano l’ingresso: ordinò si facessero

tosto entrare; e spalancate le porte, si vide il giovane Lodovico, alla

cui sinistra era Armagnac, avanzarsi seguito da’ suoi cavalieri e dalle

dame.

Generale fu la sorpresa, ignorando tutti chi si fossero quegli

stranieri sì pomposamente abbigliati. Gastone condottosi davanti a

Giovan Galeazzo, gli presentò Lodovico, nominandolo, qual era, duca

di Turenna, conte di Valois, e fratello del re di Francia. Fattosi

lietissimo a tali nomi, il principe abbracciò Lodovico con vero

trasporto di contentezza, reso più vivo dalla sua improvvisa comparsa,

e con affabili saluti accolse gli altri cavalieri e le dame.

Non è da esprimersi la meraviglia che a tutti recò l’arrivo inaspettato

del duca. Sollecito e curioso ciascuno s’appressava per mirarlo: chi

il nobile portamento e la leggiadria ne ammirava, chi la espressiva

fisonomia e la bellezza. Le donne al volto ed alle sfarzose vesti

osservando, invidiavano Valentina, d’un sì grande e vago signore

prossima posseditrice; ed ella, tutta da una secreta compiacenza

compresa, col viso imporporato dal pudore, riceveva i primi omaggi che

Lodovico colla più nobile galanteria tributavale.

Dopo il duca, i cavalieri e le dame di suo seguito furono soggetto

di tutti gli sguardi. La novità del costume, degli abiti femminili in

ispecie, destò l’interessamento universale. Quelle Francesi vestivano

conforme alle mode recate allora recentemente a Parigi da Isabella di

Baviera[13], e di cui in Italia non si aveva ancora sentore alcuno,

particolarmente di certi alti ornamenti del capo a maniera orientale,

da cui ricadevano collane di perle ed altri intrecciamenti.

Giovan Galeazzo vide con molta soddisfazione, tra i cavalieri del duca,

il conte di Montaigu, che più d’una volta era stato alla sua corte di

Pavia, e l’aveva accompagnato giovinetto in Francia: festeggiandolo

insiememente a Lodovico, andava l’un l’altro interrogando di re

Carlo, de’ suoi zii e fratelli; e nel mentre che replicava parole

di contentezza per l’inatteso loro arrivo, rimproverava dolcemente a

Lodovico la non partecipatagli venuta, per ciò solo che gli aveva tolta

la possibilità di preparargli almeno nel proprio dominio gli onori

del ricevimento a lui dovuti. A queste parole scherzosamente il conte

di Montaigu: «Gli onori del ricevimento (rispose) ci vennero fatti

nei vostro stato alla vostra insaputa, un po’ ruvidamente per altro;

ma credo che ciò avvenisse per provare la verità di quel motto, che

un cavalier francese è pronto a brandire la spada dovunque e contro

qualsiasi assalitore.»[14]

Il principe fu sommamente sorpreso da tali parole, e il richiese

narrasse speditamente che fosse loro accaduto di sinistro. Prese a

rispondergli Lodovico; e col calore ch’egli mettea nell’esposizione

dei fatti che al vivo l’interessavano, fece il racconto dell’assalto da

essi sofferto presso il Ticino da una banda di masnadieri, del pericolo

che avevano tutti corso per il numero degli assassini scagliatisi

improvvisamente addosso a loro, che per essere in terra amica e

popolosa non vestivano armatura: disse come atterratogli il destriero

egli stesso fosse per rimaner trafitto, quando apparso un ignoto

cavaliere, con maravigliose prove di valore sterminando molti di que’

ribaldi, li fece salvi e sicuri.

Doppio cordoglio risentì Giovan Galeazzo alla narrazione di tale

periglioso avvenimento: lo assalì il pensiero dell’onta e del danno

che gli sarebbero derivati, se il duca fosse stato assassinato ne’

suoi dominii; e l’offese il sapere che nei boschi delle sue caccie

stavano numerose truppe di malviventi, nè egli ne fosse conscio, nè

dai guardasele si rintracciassero. Condolendosi con Lodovico per tale

infausto evento, ed accertandolo che avrebbe tratto di quell’attentato

assassinio la più fiera vendetta, il domandò con premura, se quel

prode guerriero che loro aveva recato sì inaspettato soccorso si fosse

appalesato. «Sì (ripose il duca); ma ora non dirò io il suo nome.

Chieggo, o principe, un’ora domani, perchè debbo a lungo favellarvi di

lui.»

Mille congetture diverse si destarono nella mente di Giovan Galeazzo, e

degli altri che tale richiesta intesero; ma il principe, dissimulando,

disse a Lodovico che in qualunque momento gli fosse piaciuto parlargli

potea liberamente recarsi da lui; nè per quella sera più oltre si tenne

su tale argomento discorso.

Tutti andavano a gara nel fare ogni cortesia e festeggiamento ai

Francesi, e musicali concenti e magnifici rinfreschi protrassero

giulivamente ad inoltrata notte quella veglia; terminata la quale,

e il duca ed i suoi furono per ordine di Giovan Galeazzo ne’ ricchi

appartamenti di sua corte principescamente albergati.

Il castello di Trezzo: Novella storica · 第 14 / 19 题