CAPITOLO II.

E nel mezzo su un sasso avea un castello

Forte, e ben posto, e a meraviglia bello.

Ma ahi lasso, che poss’io più che mirare

La rocca lungi ove il mio ben m’è chiuso!

ARIOSTO.

Veloce e fragorosa travolge l’Adda le molte sue acque uscendo dal

Lario da cui è formata, e versandosi nel Po, che maestoso attraversa

l’alta Italia, ricogliendo nel di lui seno i fiumi tutti che scendono

dall’Alpi. Poco lungi dai moni che l’Adda abbandona, fluendo in retta

linea verso mezzodì, e correndo avvallata fra sponde di enormi massi,

incontra a man destra una rupe, che protendendosi a settentrione la

astringe a ripiegarsi per superarla, ed a girarle d’intorno onde

riprendere la primiera direzione. Su questa rupe, cinta da tre

lati dall’Adda a maniera di penisola, surgevano un tempo le mura

del forte di Trezzo, di cui a dì nostri poche rovine attestano la

passata grandezza. Primi i Longobardi innalzarono colà una rocca

onde proteggere i colli della Brianza dalle scorrerie de’ feroci

Orobii: e se la fama non erra, la stessa Teodolinda avrebbene poste le

fondamenta. Egli è certo però che verso il mille dell’era nostra, quel

forte fu venduto al duca Ottone III da Liutefredo, vescovo di Tortona,

a cui fu vinto da un suo campione in singolar conflitto tenuto alla

presenza dell’Imperadore di Germania, contro Riccardo Vaidrada che ne

era signore. La rocca a quella età s’ergeva sul ciglione della rupe che

rade il masso a settentrione: gotica erane l’architettura, ma non vasta

nè adorna; ed era solo fiancheggiata da piccola torre.

Da Ottone passò in podestà di più baroni e nobili lombardi, sinchè

discese con formidabile esercito, a danno dei Milanesi, Federigo

detto il Barbarossa, il quale nell’aprile del 1158, valicata l’Adda a

Cassano, invase la Brianza tutta, e si rese padrone anche di Trezzo

e della sua rocca. Quivi lasciò un forte presidio, capitanato dal

marchese di Wenibach e da Corrado di Maze. Erasi allora formato in

que’ dintorni un contado detto della Bazana, e Trezzo vi fu eletta a

capitale. I due comandanti imperiali che ivi stanziavano, si diedero ad

abbellirne il forte siccome luogo di loro residenza, e vi costrussero

in giro tre torri quadrate, una delle quali eretta per intiero con

oscuri macigni, prese il nome di _Torre nera di Barbarossa_. Di là

sbucavano que’ duci a devastare il territorio, esigendo enormi tasse;

mettevano a ruba il contado, ed esercitavano il barbaro _jus foderi_.

Simili vessazioni durarono sino a che i Milanesi, congiuntisi alla

Lega Lombarda, ebbero rotto l’esercito di Federigo; e mentre essi

ritornavano trionfanti dall’assedio posto a Lodi per gastigarne

i cittadini riluttanti ad associarsi alla Lega, assembratisi co’

Bergamaschi, si diressero vér Trezzo a fine di espellervi gl’Imperiali,

che stavano nella rocca soccorsi da alcune bande paesane. Costò a’

Lombardi non poco travaglio il possederla: nè a tanto pervennero se

non dopo due mesi di assedio, e mercè l’astuzia di Praello Imblavato,

il quale fe’ all’uopo construrre un gran ponte galleggiante sull’Adda.

Espugnato quel forte, ne uscirono gl’Imperiali cogli onori di guerra:

ed i Milanesi, postevi a sacco le molte ricchezze in oro, argento

e vasellami preziosi, che gli Alemanni vi aveano accumulate colle

depredazioni, incendiatolo l’abbandonarono.

Stette quella rocca deserto albergo de’ gufi e degli assassini sino

al 1211, nel quale anno venne da papa Innocenzo inviato per suo legato

in Lombardia il cardinale Gherardo da Sessa, abbate di Tiglieto e già

vescovo di Novara. Il Legato, pervenuto in Lombardia, elesse Trezzo

a sua dimora, ed ordinò si riattasse la rocca; al che convennero

coll’opera e colle sostanze gli abitanti dei contorni, eccitativi

dalle esortazioni delle compagnie degli Umiliati o Berretani[5]: ordine

dal Cardinale singolarmente protetto, e che a norma del suo instituto

iva per le piazze e per le chiese predicando ogni benedizione a quel

prelato.

Allontanatosi da Trezzo il cardinal Gherardo, quella rocca passò in

possesso di varii signori; uno dei quali (e vuolsi fosse Guazzone da

San-Gervaso) costrussevi un ponte, opera arditissima per que’ tempi,

poichè con un solo arco attraversava l’Adda dalla sponda milanese a

quella del Bergamasco. Acutissima ne era la volta, e constava di grosse

pietre rozzamente connesse; e dal capo opposto del castello surgeva a

sua difesa una barricata di pesanti travi, chiusa alla testa del ponte

da enorme catena di ferro.

Erano scorsi pochi anni da che quella rocca era stata restaurata, ed

il ponte edificato, quando il feroce signore della Marca Trivigiana,

Ezzelino da Romano, devastando furibondo tutte le città e i villaggi

che incontrò sul suo cammino, pervenne sino al di qua dell’Adda.

Irritato perchè a vuoto gli fossero tornati gli assalti con cui aveva

tentato d’impadronirsi di Monza, difesa valorosamente dai cittadini,

salì coll’armata alla Brianza ed a Trezzo; e come avea fatto degli

altri paesi, così pose a ferro ed a fuoco pur questa terra, e ne

rovinò coll’incendio la rocca. Nove anni dopo, nel 1278, impadronissi

della demolita Trezzo, Cassone Torriano. Covando que’ signori della

Torre acerbissimo odio contra i Milanesi, ed in ispecial modo contro

la famiglia de’ Visconti, che privati li aveva della signoria di

Milano, scacciandoli dalla città colle armi, tennero secrete pratiche

co’ Tedeschi, co’ Vicentini e coi Parmigiani, sinchè, ragunata grossa

mano d’uomini, piombarono sovra Lodi, e la presero. Duce di quella

gente era Cassone Torriano; e con lui combattevano i suoi fratelli

Leone e Rainaldo. Presa Lodi, si aggiunse ai Torriani, con molti suoi

guerrieri, il Patriarca d’Aquileia, e coll’armata riunita avanzatisi

persino a San-Donato, ivi al 13 di luglio ebbero uno scontro co’

Milanesi. Feroce e sanguinosa durò la battaglia, sino a che i Milanesi

andarono vôlti in fuga, e Cassone vittorioso ebbe campo d’invadere

gran tratto di paese e rimontare sino a Trezzo. In quella zuffa

varii combattenti caddero prigionieri in potere di Cassone, il quale

tradottili alla rocca di Trezzo, ivi ne fece scelta; e rimandati liberi

i Milanesi, fe’ rinchiudere i Comaschi nella Torre nera di Barbarossa,

ove li pose a cruda morte a fine di vendicare Napo Torriano, il quale

preso dai Comaschi nella battaglia di Desio, non venne reso nello

scambio de’ prigionieri, ma fu lasciato perire in un gabbione di ferro

nella torre di Baradello, in pena dell’aver fatto uccidere Simon da

Locarno.

Nè per la rotta di San-Donato i Milanesi si perdettero d’animo:

condotti dal loro arcivescovo Otto Visconti, e fatta lega col marchese

di Monferrato, cacciarono nel seguente anno di bel nuovo i Torriani

al di là dell’Adda, e ripreso Trezzo, ne ricostrussero il ponte, che

dai Torriani era stato spezzato. Poco tempo dopo, variando la sorte

delle armi, ricadde la rocca di Trezzo nelle mani torriane; e vi si

stabilirono Napino e Rainaldo, i quali l’abbellirono, ed a prova del

loro dominio fecero scolpire sulle torri e lungo le mura i loro scudi

cogli stemmi della famiglia. Ma fu pur breve quella loro signoria;

perchè, assediativi dalle armi de’ Milanesi condotti dai Visconti,

vennero fatti prigioni e poscia scacciati: sicchè quella rocca,

rovinata di nuovo dagli assalitori, pervenne verso il 1320 nelle mani

de’ Visconti, i quali datisi interamente alle cure di stato di cui

ambivano, come infatti ne ottennero il reggimento, più non pensarono nè

a Trezzo nè al castello, il quale per que’ potenti sarebbe riuscito una

troppo meschina dimora.

Passata la signoria di Milano e di tutte le città di Lombardia da

Lucchino Visconti all’arcivescovo Giovanni suo fratello, questi chiamò

eredi al sovrano potere i suoi tre nipoti, figli di Stefano Visconti,

Matteo, Galeazzo e Bernabò; de’ quali i due ultimi erano stati da

Luchino cacciati in esiglio per la loro prepotente audacia e sfrontata

inobbedienza. Que’ tre fratelli succedettero allo zio arcivescovo

nel 1350, e si divisero lo stato in tre parti. La parte orientale,

che abbracciava le città da Lodi a Bologna sino a Pontremoli, toccò

a Matteo; l’occidentale e meridionale, a Galeazzo, e si dilungava da

Como a Novara colla Lumellina, e da Pavia sino ad Asti ed Alessandria;

e la settentrionale a Bernabò, che dal lago di Garda, con Brescia,

Bergamo e Valle Camonica, toccava sino a’ confini del Comasco. Si

tennero a podestà comune le due città di Milano e di Genova. Matteo

però, sei anni dopo esser pervenuto alla signoria, morì: e il popolo

reputò fosse vittima della eccessiva libidine a cui sfrenatamente era

inchinato; ma chi lo avvicinava ben si accorse com’egli periva per

veleno propinatogli dai due fratelli, che per tal guisa assecuravano la

propria vita contra gli attentati della di lui ambizione, ed ampliavano

i proprii dominii. Rimasti assoluti signori Bernabò e Galeazzo,

spartirono fra loro i possedimenti di Matteo, e si tenne ciascuno la

signoria di quattro porte e quattro pusterle della città di Milano.

Ebbe Bernabò la Romana, la Tosa, l’Orientale e la Nuova, e Galeazzo la

Comasca, la Vercellina, la Giovia e la Ticinese, le quali mettevano a’

suoi dominii in cui egli abitava di consueto, recandosi rade volte a

Milano; e precipuamente stanziava a Pavia, dove avea fatto erigere un

ricco castello.

Bernabò, amante siccom’era della caccia, appena le molte guerre glielo

permisero, pensò eleggersi abitazioni ne’ luoghi più adatti al suo

diletto diporto. E sebbene allora corressero tempi in cui le ricchezze

non abbondavano nè pur nelle mani dei principi, pure Bernabò non ne

pativa mai scarsezza: tanto colle estorsioni, gli esorbitanti tributi,

le regalie forzate e le dispotiche confiscazioni, egli seppe procurarsi

lauti mezzi di scialacquo! Ordinò l’innalzamento di magnifici castelli

ne’ siti che gli parvero più ameni ed accomodati alle caccie. Restaurò

quel di Desio, ne eresse di nuovi a Melegnano, a Senago, ad Umbro ed a

Pandino. Cacciando un giorno per gli ampii boschi che al piè de’ colli

briantei si stendevano dal Lambro all’Adda, frammezzati soltanto di

distanza in distanza da qualche villaggio e da pochi campi, copiosi

oltremodo di salvaggiume, in ispecie di lepri, cervi e cinghiali,

pervenne sino a Trezzo. Quivi giunto, fu d’un subito rapito da quella

felice posizione, che dominava tanti boschi vicini e che presentava col

suo ponte sull’Adda un breve passaggio alle selve del Brembo. Osservò

la vecchia rocca, e trovandola devastata, sdegnò abitarla; ed ordinò si

erigesse un nuovo castello de’ più grandi ed adorni che mai vi fossero

a quella età. Nel 1370 fu data opera dai più valorosi architetti ed

artisti lombardi alla costruzione di un castello, che a forza d’oro e

d’uomini fu in sette anni e tre mesi condotto a perfetto compimento.

Surse questo castello sull’istessa rupe che è ricinta dall’Adda, e

sulla quale già esisteva l’antica rocca; ma non fu inalzato come quella

rasente il masso a settentrione, di cui a picco si guarda nel fiume,

ma sibbene assai più vêr mezzogiorno. Aveva esso la forma d’un ampio

quadrato, le cui ruvide mura alla sommità andavano cinte di merli, ed

alla base erano costrutte con grossi massi tagliati. Nel lato vôlto a

mezzodì, surgeva nel mezzo una quadrata torre, merlata anch’essa, alla

cui cima, siccome di tutte l’altre pareti del castello, allargavansi le

mura a risalto, lasciando fra l’intervallo delle mensole lo spazio per

altrettante balestriere. Questa torre era fasciata a metà da una zona

di marmo, su cui stavano scolpiti a basso rilievo i ritratti di Bernabò

e di Regina della Scala di lui moglie, e frammezzo ad essi grandeggiava

uno scudo acuminato, su cui era rilevata la biscia incoronata, che

ripiegata addenta un uomo nudo. Nel lato istesso scorgevasi doppio

ordine di finestre con archi a sesto-acuto, ornati all’intorno da

bellissimi fregi, tratteggiati nello stesso ammattonato di cui erano

costrutte le mura. La porta d’ingresso del castello stava alla destra

della torre, e vi si giugneva attraversando la fossa, su cui dava

passaggio il ponte levatoio, tutto di ferro: era questo raffermo da

due enormi travi sporgenti sotto la vôlta della porta, ed incassate al

di sopra dell’arco, cui era attaccata doppia catena di ferro, per la

quale e si poteva abbassarlo, ed a piacere rilevarlo, facendolo entrare

nelle imposte di sasso che contornavano la porta: col che essa veniva

a chiudersi perfettamente. Stava sovra la porta un’apertura, ed era la

vedetta per cui una guardia che vi facea di continuo la scolta, valeva

a dar presto avviso di tutte le persone che si fossero presentate per

avere ingresso.

Valicato il ponte levatoio, non penetravasi di botto nel castello,

ma era d’uopo aggirarsi in un andito lungo il lato destro del forte,

sinchè si giugneva al fianco settentrionale, ove affacciavasi un’altra

porta da cui si aveva entrata all’interno del castello: lungo le

pareti di quest’ultimo ingresso eransi praticate molte feritoie

corrispondenti a due stanze, in cui dimorando i soldati potevano non

visti offendere agiatamente quelli che entravano, se così si avesse

voluto. Penetrati nel castello, scorgevasi un ampio cortile, detto la

piazza d’armi, intorno al quale girava un porticato ad archi gotici,

ricinti ne’ contorni da pietre alternate a quadrati bianchi e cilestri,

e sostenuti da immani, ma rozze colonne. Lungo le mura si difilavano

in bell’ordine le finestre, parte ferriate e parte no; ed erano quelle

de’ varii appartamenti del principe e della corte. A pian di terra

giacevano le armerie da guerra e da caccia, i quartieri, le cucine,

le stalle ed i canili. Magnifiche scale conducevano agli appartamenti

superiori addobati fastosamente con arrazzi, ed in cui molte sale

vedevansi dipinte a suggetti di caccie, di guerre e di religione; ma

tai dipinture erano grette, quantunque di vivace colorito, siccome dava

l’arte di que’ tempi.

Era in quel castello una picciola chiesa dedicata alla Vergine, a

cui aderiva una cappella, detta dei morti, perchè conteneva arche

ed ossami ivi trasferiti dalla vecchia rocca. Nè mancavano pure

tenebrose carceri e camere appartate, in cui si erano praticate

ribalte, o siano trabocchelli, i quali consistevano in mobile pavimento

artificiosamente sospeso, sul quale se taluno saliva, levandosi una

sosta si rovesciava, e precipitava lo sgraziato in un pozzo armato

a punte che lo trafiggeano. Correva voce altresì che quivi fossero

sotterranei ed altri luoghi spaventosi e secreti di cui si parlava con

sospetto, ma de’ quali tutti ignoravano e l’ingresso e l’uscita. Taluno

però asseriva d’avere inteso voci e lamenti partirsi dalla cappella

de’ morti e dalla torre nera di Barbarossa, la quale stava rovinosa

nel fondo del parco vicino all’antica fortezza. Perocchè al lato di

tramontana del castello eravi una porta la quale adduceva ad un picciol

parco, che occupava quello spazio che stendevasi tra ’l castello e

l’isolata estremità del ciglione della rupe. In fondo al parco, difeso

in giro da grossa muraglia, stavano gli avanzi della vecchia rocca. In

questo muro eransi praticate varie porte munite di forti cancelli, ed

a cui mettean capo alcune stradicciuole che scendendo a scacco per la

rupe, o si recavano al piano dell’Adda, o si dirigevano pei villaggi

e pei boschi. Ove il parco avea fine, eravi altra porta fiancheggiata

da due torri, la quale dava passaggio al ponte sull’Adda, novellamente

ricostrutto, assai più grandioso e massiccio del primo. All’altro capo

del ponte eransi erette due altre torri quadrate che ne difendevano

l’ingresso, chiuso inoltre da una barricata di travi a punte di ferro.

Già da dieci anni sorgeva questo castello, ed il parco era folto d’alti

e fronzuti alberi, ed alla sommità degli archi di pressochè tutte le

porte vedevansi appesi ove teschi di cinghiali, ove la ramosa fronte

d’un cervo, ove falchi ed avoltoi, trofei delle molte caccie date da

Bernabò, alloraquando sul finire del giorno, per noi già annunziato[6],

giunse Bernabò stesso, condottovi prigioniero colla comitiva descritta

a Mandellone dai due ladri, che dissero d’averla iscorta per la via del

bosco di Concesa.

A pena la guardia posta alla vedetta del castello vide spuntare le

lancie fuori del bosco, diè fiato al suo corno d’avviso, e accorse

tosto il castellano, che era Tadone Fosco: veduto egli soldati

lombardi, e fra essi il cappuccio di Bernabò, fece immediatamente

abbassare il ponte levatoio. I due capi di lancia che erano

all’antiguardia, passato a pena il ponte, si posero vicini alle catene

interne delle travi che servivano a rialzarlo, facendone sgombrare i

due uomini che vi si trovavano. Gasparo Visconti, spronato il cavallo,

fu a dosso al castellano, e curvandosi sull’arcione levò d’un colpo

il mazzo delle chiavi che appese ei teneva ad una cintura di cuoio;

la quale per la strappata spezzossi, ed il povero Tadone cadde a terra

dimandando pietà: poichè mal sapendo la causa di sì inusato procedere

contra di lui, temeva la mala ventura. Ma Gasparo Visconti gli fe’

cenno s’alzasse, e lo precedesse al castello; il che Tadone eseguì

senza trar fiato. Tutti i soldati, i prigionieri e la paravéreda

entrarono nella prima porta, e da quella volgendo lungo l’andito,

passarono nella seconda; dove le guardie, vedendo quella comitiva

preceduta dal castellano, non opposero al loro ingresso resistenza

alcuna. Non sì tosto il seguito fu entrato, che Gasparo Visconti fece

rialzare il ponte levatoio, ed intimò a Iacopo del Verme, che teneva

il comando sotto di lui, di dar subitamente la muta alle sentinelle,

disarmando i soldati di Bernabò, e coloro fra questi che non giurassero

fede a Giovan Galeazzo, facesse chiudere nella torre. Iacopo del Verme

dispose i suoi soldati alla porta maggiore del castello ed a tutte le

altre entrate. Ne pose una parte anche alla porta del parco, e fece

chiudere le barricate del ponte, collocando soldati nelle torri che

lo fiancheggiavano; poscia ordinò alcune scolte, onde si aggirassero

intorno alle mura del castello.

Bernabò frattanto e i suoi due figli Rodolfo e Lodovico erano stati

condotti nella sala maggiore dei superiori appartamenti, dove li aveano

seguiti frate Leonardo, Donnina de’ Porri, e le sue due figlie colla

vecchia Geltrude. Poichè furono i prigionieri assecurati nel castello,

Gasparo Visconti usò seco loro maniere più gentili, siccome eragli

stato imposto da Galeazzo, il quale voleva che a Bernabò ed a’ suoi,

sebbene prigionieri, si avessero que’ riguardi che erano dovuti alla

dignità ed al grado di parentela in cui gli erano congiunti. Appena

infatti tutte quelle persone si furono raccolte nella gran sala,

argomentando il capitano che la sua presenza non poteva riuscire che di

peso a Bernabò ed agli altri, partissi di là per far disporre a comodo

comune il restante dell’abitazione.

La bella luce del declinare del giorno penetrava nella maggior sala del

castello per le vetriate a più colori di due ampie finestre rivolte

ad occidente, e da due altre al lato opposto si vedeva riflettere

rosseggiante sulle mura merlate e sugli archi del cortile. Stavano

in quella sala appese intorno alle pareti varie armature e scudi con

fascie e campi a diversi colori; e vi erano disposti ampii seggioloni

riccamente coverti di drappi trinati in oro, ed altre sedie minori.

Sopra un seggiolone si assise Bernabò, rigettando dalla testa la

pelliccia d’ermellino con cui di consueto si ricopriva: pingue era la

sua persona, aveva elevata e calva la fronte, bianchi i capelli che ne

velavano le tempie, oblungo il viso e di lineamenti marcati e severi.

Si adagiò, tutto abbandonandosi colla persona nel sedile; alzò gli

occhi alle pareti: un lampo di sdegno rifulse nel suo sguardo, che girò

torbido e minaccioso, sinchè lo abbassò raccogliendo in atto doglioso

le braccia al petto. Alla sua destra stava ritto in piedi frate

Leonardo eremita, il cui rozzo saio, la lunga barba, le macre guancie e

lo sguardo umile ed inclinato, spiravano i patimenti e la sofferenza.

Alla sinistra di Bernabò era seduta Donnina della nobile famiglia

de’ Porri, che Bernabò aveva eletta a marchesa della Martesana,

infeudandola d’un ricco dominio. Essa fu l’ultima e la più fedele fra

le molte di lui amate, poichè soffrì dividere con esso la prigionia

unitamente alle proprie figlie, per continuargli le sue cure, e

temperarne gli affanni. L’età di lei era oltre i quarant’anni; e

sebbene non conservasse nel volto la leggiadria e la freschezza di

sua prima beltà, vi avea però ancor dipinta tutta la dignità e quella

nobile elevatezza dell’animo, ch’è pregevole ne’ prosperi, e sublime

nei contrarii eventi; mostravasi taciturna, ma cogli sguardi spiava in

volto a Bernabò quali idee lo agitassero, onde arrecargli conforto di

qualche consolante parola.

Presso a lei era Damigella sua seconda figlia: appena il

quattordicesim’anno faceva in essa spuntare i primi fiori della

giovinezza; il tondeggiante suo viso, colorito dalla salute, annunziava

l’innocenza ed il brio della tenera età; i di lei occhi, nerissimi al

pari de’ suoi capegli, piegavano mesti verso il viso di sua madre, il

cui melanconico contegno ne frenava l’usata vivacità, ciò null’ostante

svolgea scherzando intorno alle proprie dita il cordoncino d’oro che le

allacciava la veste, quasi fosse incapace di starsi in perfetta quiete,

e si rivolgea di quando in quando a guardar Geltrude, che seduta

da un canto era tuttora disaggradevolmente sorpresa dell’improvviso

cangiamento di sue abitudini.

Più in là verso la vetriata, in atto meditativo, stava dai cristalli

contemplando il cielo, Ginevra, la primogenita di Donnina; il color

roseo della luce si mesceva al pallido del suo volto, e le dava un

non so che di trasparente. Ne’ suoi grandi occhi azzurri, entro cui

la melanconia e le lontane memorie spremevano una lagrima, si leggeva

il bisogno di teneri sentimenti; una reticella formata d’un filo

misto d’oro e verde le annodava le biondissime treccie, di cui alcune

ciocche ricadevanle sulla fronte; un corpetto ricamato a neri fiori

sopra fondo scuro, il quale era aperto e rannodato sul seno da una

cordicella d’argento, ed una veste di drappo azzurro formavano il di

lei abbigliamento.

Più lungi Rodolfo e Lodovico sommessamente andavano cangiando qualche

motto fra loro; la ricciuta capellatura di Rodolfo e la fierezza dello

sguardo e de’ robusti lineamenti davano alla sua persona un aspetto più

tosto minaccioso che abbattuto; mentre la chioma liscia e inanellata

che ricadeva sul collo a Lodovico, non che i tratti gentili del di lui

viso atteggiati a mestizia, appalesavano quanto riuscisse doloroso al

suo cuore lo stato del proprio padre e della famiglia.

Tutti questi personaggi serbavano già da qualche tempo un profondo

silenzio, meditando forse ciascuno la sua trista fortuna presente e

l’incerto avvenire che gli si preparava; fors’anche eran compresi dalla

solennità dell’ora che precede la notte, in cui la desolazione ed un

segreto spavento penetrano nelle anime afflitte, quasi se sparendo la

luce, sparisse un amico consolatore, allorchè entrò in quella sala un

paggio, annunziando a Bernabò che se, come era suo costume, intendeva

discendere nella chiesa del castello per recitare le preghiere della

sera, tutto era disposto; e udissi in questo mentre la campana suonare

il segno usato per chiamare alle orazioni vespertine. Bernabò fu più

scosso da questo suono che dalle parole del paggio; e frate Leonardo a

lui rivolto disse:

«Scendiamo, o Principe, ad impetrare dalla gran Madre di Dio un

sollievo ai nostri mali. Se ella degna ascoltare le nostre preghiere,

e infonderà nel cuore quella pace e quella rassegnazione che la nostra

umana fralezza non saprebbe ritrovare in tutte le vanità della terra.»

E in così dire gli si accostò per porgergli braccio ad alzarsi dalla

sedia su cui stava assiso; ma Bernabò, alzandosi da sè francamente: —

«Per Sant’Ambrogio (gridò), io pregherò assai meglio nostra Signora

di Trezzo che quell’ipocrita di Giovan Galeazzo non avesse pensato

di pregare la Vergine del monte di Varese.» Nè potè trattenersi dal

dire fra i denti la sua solita e terribile espressione di vendetta:

«Che egli venga squarciato da’ miei cani.» Ma Donnina, che lo

intese, tremando che alcun altro l’avesse udito, vibrògli uno sguardo

significante, e Bernabò s’avviò silenzioso verso la porta della scala.

Il principe era appoggiato all’eremita; Donnina al suo fianco sinistro;

dietro le venivano Ginevra e Damigella con Geltrude; indi Rodolfo e

Lodovico. Le guardie che stavano al piede della scala abbassarono

l’alabarda al passare di Bernabò, e la comitiva, attraversato il

cortile, entrò nella gotica porta della chiesa.

L’oscurità che ivi regnava non era diradata che dalla luce rossastra

di due lampade che ardevano innanzi all’immagine della Vergine; e

questa luce diffondendosi sotto quella volta rischiarava alcuni avelli

di marmo trasportati dalla vecchia rocca, che forse erano quelli

de’ suoi primi fondatori, e ripercuotevasi sui profili delle statue

che vedevansi distese sopra le arche, atteggiate all’eterno sonno;

penetrava pur anche fiocamente quel lume entro il cancello che chiudeva

la cappella de’ morti; e facea luccicare alcune ossa pulite dal tempo

e dalle mani di chi toccandole invocava pace allo spirito che le aveva

animate, e le quali stavano disposte in giro sulle pareti. Collocatisi

ciascuno in divota posizione, disse l’eremita un sermone sulla caducità

delle umane grandezze; indi intuonò le preci con canto monotono e cupo,

ma con voce pietosa. Rispondevano a quel canto nello stesso tenore

alternativamente i supplicanti; e quelle voci di dolore replicate dagli

echi della volta della chiesa, perdendosi in un mormorio indistinto

nella cappella de’ morti, incutevano negli animi un terrore e una

mestizia profonda.

Ma nessun cuore fra tutti quelli che palpitavano in seno a que’

preganti, era commosso ed agitato al pari di quello della bella

Ginevra. Genuflessa, col volto raccolto nelle proprie palme, ella

talora lasciava scorrere la sua mente sulla folla delle tenere memorie

che in lei si destavano; ma oppressa da crude ambascie e dal doloroso

aspetto dell’avvenire, traeva in segreto affannosi sospiri; tal fiata,

condannandosi come rea, perchè nella casa di Dio attendesse a sì fatti

pensieri, alzava gli occhi all’immagine della Vergine, e ne invocava

il possente aiuto. Alfine il tenebrore di quel sacro luogo, i tristi

oggetti che la circondavano, l’alternare di quelle voci, i terrori che

l’agitavano, addensarono un velo così funesto sulla di lei fantasia,

che le forze sarebbonle mancate sotto l’angoscia che la premeva, se

fosse durata nello stesso stato più a lungo; ma in quell’istante

terminarono le preci, e tutti rialzatisi si mossero per uscire di

chiesa. Pallida, tremante, ella si rilevò: appoggiossi a Geltrude,

e a lenti passi si avviò fuor del tempio. La freschezza dell’aere, e

il bel color d’argento di cui la rivestiva la luna nascente che già

imbiancava i merli delle mura e delle torri, e il brillar di varie

stelle che scintillavano nell’azzurro del firmamento, sollevarono quel

peso di terrore e di affanno che si era concentrato nel cuor suo; più

liberamente ella respirò; e il pallore quasi mortale che si era diffuso

sulle sue guancie divenne debilmente animato da un lievissimo color di

rosa.

Attraversato di nuovo il cortile, tutti risalirono nella sala maggiore,

e di là, dai paggi che Gasparo Visconti aveva a ciò destinati, vennero

condotti in varii appartamenti. Bernabò fu posto in quello in cui era

accostumato abitare, e che stava nel lato meridionale del castello,

al fianco sinistro della torre; presso a sè egli volle ritenere frate

Leonardo, e nelle attigue stanze Donnina. Rodolfo e Lodovico furono

collocati in ricche camere al fianco destro della torre; e Ginevra e

Damigella con Geltrude furono poste nel lato orientale del castello,

ove da un verone guardavasi nell’Adda; ed era un appartamento da

Bernabò un tempo addobbato per ospiziarvi le dame che egli accoglieva

in quella dimora. Gasparo Visconti e Iacopo del Verme, colle altre

persone d’armi di maggiore conto, ebbero buon alloggio nelle molte

camere dal lato occidentale.

Vennero apprestate le cene, e tutti furono nelle diverse camere

serviti. Gabriella, che era la guardiana del castello, siccome moglie

di Tadon Fosco, donna accorta, di modi franchi e gioviali, perchè

accostumata a trattar soldati e cortigiani, fu destinata al servizio

di Donnina e delle sue figlie. Salita nelle stanze di queste, recando

loro una cena ch’ella stessa avea allestita, vedendo che Ginevra

mesta e taciturna non era punto dai cibi solleticata a mangiare, si

pose barzellettando a farle animo per divagarla dalla melanconia; e

le disse che sarebbe stata sì agiatamente in quel castello quanto nel

suo palazzo di Milano. Fece una pomposa descrizione del parco, e narrò

meraviglie dei due cervi addimesticati che vi passeggiavano; parlò

delle rovine della vecchia rocca, della torre nera di Barbarossa e

degli spiriti che la abitavano; i quali durante la notte correvano per

il parco cavalcando i cervi: spiriti però all’intutto innocui, poichè

Tadone suo marito, che tal fiata ella astringeva a passar la notte da

lei discosto, trovandosi nel parco, fu sommamente spaventato dal loro

incontro, ma giammai ne patì offese. Vedendo però Gabriella che tutte

le sue narrazioni nessun sollievo arrecavano all’animo di Ginevra,

pensò, da donna accorta qual era, che il di lei male tenesse radice

ben più profonda che non nel semplice dispiacere della reclusione in

tal luogo: sicchè, fissandola con uno sguardo malizioso e penetrante, e

parlandole sommessamente, le disse:

«Se mai, signora, v’accrescesse il disgusto di abitare in questo

castello, l’idea di non potervi procurare a piacer vostro qualche velo

o drappo di que’ de’ Segazoni[7], oppure di non poter mandare a qualche

vostra amica un nastro da voi trapunto, sappiate che qui abita un

aríolo[8], detto Enzel Petraccio, il quale sa tutto e va per tutto; e

se pur vi fossero dieci capitani d’armi e diecimila soldati a custodire

il castello, e se queste mura avessero lo spessore d’una montagna, egli

entra ed esce a suo senno dal castello, senza che alcuno lo possa nè

scorgere nè arrestare. Io e mio marito l’abbiam sempre lasciato abitar

qua liberamente, perchè esso ci racconta tutte le novelle del paese,

e ci serve fedelmente in tutto ciò che gli comandiamo; e se a voi

piacesse aver notizia degli avvenimenti di qualunque persona che gli

chiediate, ve li narrerà dalla nascita sino al momento in cui vi parla;

se desiaste inviarlo a recare, o ricevere qualche cosa, gli è come se

vi andaste voi stessa... Ah! pur troppo egli sa tutto!.. Sapeva già da

un mese la disgrazia che doveva accadere a Bernabò; ma siccome racconta

le cose con motti stravaganti, non l’avevamo compreso chiaramente.»

Ginevra al sentire che esisteva un uomo capace di rischiararla

sul destino di persone lontane, fu punta da viva brama di parlare

all’Aríolo per intendere che mai fosse di una persona che il suo cuore

forte ardeva di rivedere; ma temè di fidare il segreto suo più caro

ad un uomo che esser poteva un astuto ingannatore di quelle genti

ignoranti, e porne sì a parte una donna che ancora non conosceva.

Quindi dopo un istante di riflessione ringraziò Gabriella di sue

cortesi offerte, e licenziolla dicendo volersi recare al riposo.

Partita Gabriella, Ginevra si accostò al verone, e le si stese alla

vista un vasto piano variamente illuminato dalla luna, nel quale

scorgevansi grandi spazii, erano i folti boschi dei dintorni; spinse

indi lo sguardo al più lontano orizzonte, dalla parte d’oriente,

sospirò, e ricadde in una tetra melanconia. Universale era il silenzio

e la quiete intorno a lei, rotta soltanto dal romoreggiare incessante

dell’Adda che frangevasi contro la rupe del castello, o da qualche

lontano grido, o scoppio di risa che partiva dalle stanze inferiori,

ove i soldati ed i paggi stavano lietamente gozzovigliando.

Il castello di Trezzo: Novella storica · 第 6 / 19 题