CAPITOLO I.

E voi degli altri secoli feroci

Ed ispid’avi... co’ sanguinosi

Pugnali a lato, le campestri rocche

Voi godeste abitar, truci all’aspetto

E per gran baffi rigida la guancia

Consultando gli sgherri.

PARINI.

Nell’età di mezzo, età d’armi e di fanatismo, in cui rade volte i

principi s’avevano di mira il pubblico bene, l’Italia non offriva

quell’aspetto florido e ridente che attualmente presenta. Non vedevansi

allora comode ed ampie strade, non sodi ponti sui molti suoi fiumi e

torrenti, non villaggi ben costrutti e popolosi. Nell’alta Lombardia

specialmente a piè de’ colli e a dilungo de’ fiumi erano vaste foreste

e boschi antichissimi; il suolo in molte parti non appariva che nuda

brughiera o inculta landa; le strade erano torti viottoli, la maggior

parte ne’ dì piovosi impraticabili, ne’ villaggi stavano ammucchiati

gli abituri dei contadini, fabbricati parte di legno e parte di sassi e

creta, che mal valevano a proteggerli dalla intemperie delle stagioni.

Surgevano all’incontro pel contado castelli di massiccie mura,

cerchiati da profonda fossa e chiusi da porte ferrate: quivi o nobile,

o feudatario, o guerriero stava rinchiuso per esercitare prepotenze

sopra i vassalli, per tendere agguati a’ vicini, o per sottrarsi alle

pene meritatesi coi delitti e co’ tradimenti. Qua e là sparsi per le

borgate e la campagna erano conventi e certose, i di cui superiori od

abbati possedevano sovrani diritti. Le città presentavano l’aspetto

più di fortezze che si guatino minacciose, che d’asilo di pacifici

cittadini: l’una dell’altra inimiche, sempre tementi d’assalti,

andavano tutte cinte d’altissime mura; e si amava più tosto con

fossati e bastite di renderne l’avvicinamento difficile, di quello che

procurarle ingresso comodo ed ornato.

Nè a que’ tempi era agevole attraversare le acque: i torrenti si

passavano a secco od a guado; e quanto ai fiumi, se ne togli i luoghi

più importanti per vie militari, ove gittavansi ponti, da per tutto il

passaggio si mostrava disastroso, e il più delle fiate impossibile.

E dove scorgi presentemente il maestoso ponte sull’Adda tra Canonica

e Vaprio, allora non t’abbattevi che in due altissime ripe, entro cui

quasi avvallate correvano le acque, inette a guadarsi. Surgevane pel

vero un altro, erettovi dal duca Bernabò Visconti, allorchè rialzò

dalle rovine il Castello di Trezzo; esso era guernito a due capi da

torri, ma non porgeva altro ingresso fuor che al castello: e però

niuno ardiva, anzi che passarlo, nè pure accostarvisi: chè chiunque

fosse stato trovato o su una strada, o sovra un ponte di Bernabò, era

crudelmente tormentato e quindi ucciso.

Alla necessità de’ passaggeri s’era però provveduto presso Vaprio con

un porto costrutto rozzamente, come quella età comportava. Appena si

usciva di Canonica, scontravasi un sentiero che, passando tra ciottoli

ed arene, attraversava qua e là i rigagnoli del Brembo (il quale

scende dalle valli bergamasche per iscaricarsi nell’Adda), e dopo breve

tratto di cammino, mettea capo a quel fiume in sito ove partitosi in

due rami presentava nel di lui seno un’isoletta. Quivi la fiumana,

men rigogliosa d’acque pei non ricevuti torrenti e per la partizione

sofferta, dava facile adito al porto, il quale constava di due zattere

locate agli opposti lati dell’isola ed aventi nella parte di mezzo un

grosso palo, alla cui cima correva una fune infissa alle due bande del

fiume. La prima di queste recava il passeggiero dalla sponda sinistra

dell’Adda persino all’isola; la seconda dall’isola al destro lido; e

qui si arrampicava novellamente un viottolo che adduceva alla via detta

del bosco, tra Vaprio e Concesa.

Quest’isola era chiamata la Ca di Mandellone, perchè abitata da Nicola

di Mandello, che per esser pingue appellavasi _Mandellone_; ed era

uomo sollazzevole e di gaio aspetto, non che fino amatore del danaro.

Guidava egli le zattere, e s’era per ciò edificata in mezzo all’isola

una casuccia ove dimorava con sua figlia ed un famiglio; vendeva anche

vino e cibi a’ viandanti, i quali astretti a passare di là, vi si

fermavano volentieri, adescati da sue lusinghe a vuotarne un bicchiere.

La casa di Mandellone sorgeva in luogo un po’ elevato: un praticello

ombreggiato da alte piante vi si stendea di prospetto, ed offriva qua

e là de’ sedili foggiati coi tronchi d’albero, e qualche tavola per

gli avventori. Circuiva il prato un orticello che forniva i legumi per

la cucina, e quivi mettean capo le due stradicciuole che si volgeano

tra le piante ver gli opposti lidi dell’Adda. Allorchè l’albergatore

udiva la chiamata di chi volea passar l’acque (ed era un grido od un

fischio), soleva affacciarsi ad una finestretta per dove scorgeva i

passeggeri senz’essere veduto: e se era tempo o persona opportuna,

si muoveva a passarla, altramente fingeva di non udirla. Imperocchè

capitando alla Ca di Mandellone ogni maniera di gente, siccome

gabellieri, contrabbandieri, ladri, sgherri, venturieri, donne, frati,

pellegrini, e simil fatta di persone, l’accorto nocchiero-albergatore

evitava succedessero in sua casa incontri che valessero a porne a

repentaglio la sicurezza, o cagionare disgusti agli avventori: e da che

un _non vi ho inteso_ per sua parte, qualche rimbrotto dal canto di chi

non veniva passato, accomodavano ogni faccenda, in tal guisa adoperava

il brav’uomo, che tutti gli restavano amici.

Volgeva l’anno 1385, ed era il venticinque maggio, giorno di giovedì,

allorquando un’ora avanti al cader del sole Mandellone, che quetamente

si stava nel suo casolare, udì dalla riva del bosco di Concesa

partirsi un acutissimo fischio a cui varii altri si succedettero a

brevi intervalli. Spiò a prima giunta dal fenestruolo, e tosto corse a

staccare le zattere per levare un passeggero che lo pressava a gesti

dalla sponda, e volgevasi ogni tratto a guardarsi alle spalle. Era

costui un uomo a trent’anni, alto della persona, di fieri lineamenti

forte adusti dal sole; sotto le larghe alaccie di un logoro cappello

colla testiera a cono muoveva due occhi vivi ed agitati: aveva il

mento coperto da folti peli nerissimi. Il suo vestire constava d’un

rozzo giubbone di lana scura e di due ampie brache; le sue gambe erano

nude, tranne i piedi calzati in grosse scarpe acuminate; teneva tra

le mani uno stocco irrugginito, la di cui punta luccicava tuttavia;

e due pugnali stavangli infissi ai fianchi entro larga coreggia di

cuoio, «Per Sant’ Afra! (egli gridò) che ti possa affogare; sei più

lento di una lumaca a muovere quelle tue quattro tavole mal connesse.

— Vengo, vengo; non t’arrabbiare, Tencio (rispose Mandellone): aspetta

che mi ti accosti.» Ma fu indarno, perchè Tencio spiccò un salto; e

sebbene arrischiasse di capovolgere la zattera, datosi tosto a tirarne

la corda a tutta possa, la fece retrocedere velocemente. Appena

giunti all’isola, cacciossi fra le piante. Costui era un fuoruscito,

il quale si aggirava per que’ dintorni con due suoi compagni a fine

di svaligiare i viandanti; e pel suo viso abbronzato s’avea avuto il

soprannome di Tencio. Raccontò desso a Mandellone d’aver veduto uno

stuolo d’uomini armati a piedi ed a cavallo, i quali s’avviavano dalla

strada di Vaprio verso Concesa: per lo che avea divisato di porsi

prestamente in salvo. «Crederesti (gli disse Mandellone) che debbasi

muovere un’armata per prender te, o il Carbonaio, o il Brescianino?

Sarà Bernabò che si recherà colla sua corte al Castello di Trezzo. —

E sia chi diavolo si voglia (rispose Tencio); se ci trovassero, pensi

tu che ristarebbero dal porre le nostre teste in una gabbia di ferro

sovra qualche albero ad uso di lanterna per la strada maestra? — Eh

sì certo, che non faresti gran lume! (soggiunse Mandellone).» Mentre

muovevano simiglianti discorsi, videro alla sommità della sponda donde

era calato il Tencio alzarsi fra le piante un polverìo, ed udirono un

calpestío di cavalli e un rumore di ruote, senza però scorgere persona:

chè i folti rami degli alberi glielo impedivano. Quel calpestìo

allontanandosi svanì del tutto; e Tencio e Mandellone si ritrassero in

casa, persuasi essere quegli il principe che si recava a villeggiare al

suo castello. Trascorsi pochi istanti si udirono novelli fischi dalla

stessa sponda; Mandellone guardò, e conobbe essere i due compagni del

Tencio: sicchè temendo del lasciar solo in casa quell’uccellaccio da

preda, sia a riguardo di sua figlia Maria, sia a riguardo delle botti,

si diè a chiamar Trado il famiglio perchè lì passasse. Giunti i due

compagni, strinsero a Tencio la mano, e gridarono festanti: «Novità,

grandi novità: evviva Galeazzo! Quel can di Bernabò vien condotto fra

soldati al Castello di Trezzo a guisa di un assassino.» Tutti fecero

le maraviglie; e il Carbonaio e il Brescianino proseguirono la rozza

narrazione del fatto interrotta di quando in quando da contumelie

indiritte a Bernabò: quel racconto non era che una fedele sposizione di

quanto avevano veduto essi medesimi, mentre si stavano celati nel bosco

che correva a’ fianchi della strada.

«Dinanzi a tutti venivano (dissero essi) due lancie[1] ed ogni caporale

di lancia aveva il roncone in resta, ed abbassata sul volto la celata:

indi sur un cavallo fulvo si avanzava il capitano della compagnia, che

distinguevasi per le alte piume del suo cimiero e per la bella armatura

damascata. Dietro a costui erano altre quattro lancie; e poscia

circuito da due alabardieri, uno de quali teneva le redini della mula,

veniva Bernabò coverto d’un abito cremisino, col solito suo cappuccio

in testa; ma non gli vedemmo spada, nè bacchetta: teneva le braccia

incrocicchiate al seno, e il capo piegato, quasi dicesse orazioni.

Alle terga gli stava sovr’altra mula un frate che aveva un largo

cappello da eremita; ravvolgevasi in veste bigia, gli calava sul petto

una lunga barba bianca, e nelle mani recava un grosso libro. Venivano

quindi altre lancie e quattro alabardieri a cavallo che tenevano

in mezzo due giovani, l’uno vestito di velluto azzurro, l’altro di

rosso, entrambi incatenati: poscia seguivano altri soldati; e a coda

di questi una paraveréda[2] tirata da quattro mule con uomini a piedi

che le guidavano; e pareva racchiudere donne. Altre lancie chiudevano

la comitiva.» Aggiunsero essere certi che questa dovette prendere la

strada di Vaprio, quantunque più lunga per giungere a Trezzo, perchè

la sola da cui potesse passare la paraveréda. E posero fine a sì fatta

narrazione collo esporre la novella, raccolta da uno del paese, che

il maestro delle gabelle e il daziere del transito di Vaprio venivano

richiamati, e se ne mandavano due altri i quali tenevano aspetti meno

burberi, onde giovava sperare che le loro faccende coi contrabbandieri

del Bergamasco sarebbero andate a maraviglia.

Terminato il racconto, tutti fecero gli evviva a Giovan Galeazzo:

imperciocchè erasi divulgata una voce in que’ giorni che a cagione del

Conte di Virtù (così Galeazzo chiamavasi) fossero accaduti a Milano

importanti avvenimenti. Ma a quei tempi le notizie si propagavano

con tanta difficoltà e lentezza, che non si potevano conoscere che

tardi i particolari del fatto. Arguivano però che la prigionia di

Bernabò essere dovesse opera del di lui nipote Giovan Galeazzo: e

quindi a questi, siccome spogliatore del potere d’un principe che

per le sue crudeltà era abborrito da tutti, portarono unanimi le loro

acclamazioni.

Mandellone rivóltosi allora alla brigata, disse: «In segno d’allegria

vo’ imbandirvi uno squisito banchetto; e cápiti chi può a far da spia,

saprò ben tenere la lingua in bocca.» Così dicendo s’avviò vèr l’orto,

diè mano ad una zappa, scavò la terra a piè di un albero e ne trasse

due lepri non che un pezzo di cinghiale, da lui fatti uccidere nei

boschi dell’Adda. Erano vivande queste che di consueto gelosamente

celava per poi farne parte a’ più fidati amici; imperò che sotto

Bernabò l’uccidere una lepre od un cinghiale delle sue caccie era

cotale misfatto da averne strappata la lingua, o peggio ancora.

I tre masnadieri, riposte da un canto le armi, si adoperarono allo

scorticare le lepri, raunarono legna in mezzo al prato, infilarono

le cacciagioni sur uno spiedo, che era l’arma del Brescianino; ed

appoggiatolo a due bastoni forcuti, se ne servirono da girarrosto.

Maria intanto recava due ampii vasi del vino brianzesco più eccellente,

giacchè l’accorto Mandellone soleva esser cortese con quei ladri che

non isminuzzavano le lire di terzoli, ma davano generosamente fiorini

d’oro, senza mai chiederne il resto. Alloraquando le lepri si furono

cotte, sdraiaronsi sull’erba sotto gli alberi; e dopo avere invocato

la protezione della Vergine, si posero a mangiar festosamente, ed a

trar lunghe golate dai vasi a salute del Conte di Virtù e ad ignominia

di Bernabò, mescendo però saviamente agli augurii le invocazioni del

passaggio di ricchi viandanti, onde cavarne buono scotto.

Compivano appena il loro pasto, quando udissi risuonare in voce nasale,

sulla medesima sponda destra del fiume, un _Deo gratias_. Si volsero

presti, e videro all’estremo del sentiere che scendeva dall’erta

un frate in aspettazione della zattera. Mandellone avvertì i suoi

commensali che avrebbe mandato a passarlo, perocchè non era quegli

persona da cagionar loro timore di sorta. E pel vero non sarebbonsi per

lui scostati d’un passo, siccome fecero tosto, se scorto non avessero

dall’altra banda venire da Canonica per le arene del Brembo alla volta

dell’Adda due uomini a cavallo preceduti da un contadino. Presero essi

le loro armi, calarono sulle fronti il cappello, e ripararono da un

lato dell’isola dietro un gruppo di piante. L’ombra gittata dall’alta

sponda a ponente del fiume spandeva sulle acque e sull’isola una

sufficiente oscurità per toglierli facilmente all’altrui vista, giacchè

i raggi del sole già vicino al tramonto si riflettevano appena sui rami

più elevati degli alberi.

Intanto il frate, che aveva attraversato il fiume sulla zattera,

s’avviava pel sentieruolo dell’isola inverso il prato. Sebbene le

scorrevoli acque dell’Adda mantenessero quivi una grata frescura, pure

il calore della stagione e il sereno dell’aere erano tali da invitare

allo starsi a testa scoperta: ciò nulla meno quel monaco portava sul

capo il suo pesante cappuccio, e lo teneva abbassato sin quasi sugli

occhi. La grossa veste di lana a colore ulivigno che gli scendea

sino ai piedi, sembrava chiusa superiormente ed avviluppata intorno

al mento: per lo che non appariva del di lui viso altro che un naso

adunco, due occhi neri, e alcuni peli rossastri che gli ombravano

le guancie. Era uomo costui d’alta statura, di portamento franco

ed altiero, ben diverso da quello che convenivasi ed un religioso

mendicante: teneva ambe le mani insaccate nelle larghe maniche, e

procedea lentamente. Giunto innanzi alla casa di Mandellone, porse a

Trado una picciola moneta; e gli dimandò se nel primo paese, varcato il

fiume, si trovassero conventi. Trado rispose che no: e il frate, girato

uno sguardo intorno, chiesegli se avrebbe quivi potuto passar la notte:

il famiglio soggiunse, attendesse il padrone: che se quegli assentiva,

avrebbero cercato di ricoverarlo alla meglio nella loro povera casetta.

Il frate chinò il capo, e andò ad assidersi sovra un sasso locato alla

porta dell’abituro.

Mandellone, a cui il ricco vestire de’ due viandanti che venivano a

dilungo del Brembo avea fermato il pensiere, lasciò si ritraessero

gli amici, corse alla zattera, e addottala all’altro lido, quivi fe’

alto onde riceverli. Accostatiglisi i passeggeri, scesero dalle loro

cavalcature, e vennero a due riprese passati: il villico che avea loro

servito di guida, ebbe la mercede, e fu rimandato. Il primo de’ due

stranieri che s’avea valicato le acque, era un giovane di bellissime

forme, snelle insieme e robuste: il di lui viso andava altiero per

maschie tinte, e ne’ lineamenti sentiva altamente di un far nobile ed

espressivo. Sebbene atteggiasse lo sguardo imperiosamente, pure le sue

pupille apparivano sede di sentimenti dolci ed appassionati; il suo

capo era coperto da uno scuro berretto adornato da due candide piume;

e sotto questo cadevagli sugli omeri nerissima capellatura foggiata a

leggiadre anella. Il collo mostravasi nudo; e l’abito color ranciato

non gli scendea che al ginocchio, mentre lo difendeva internamente una

fina corazza d’acciaio; ne’ fianchi lo cingea larga cintura di pelle,

rafferma all’avanti da aurato fermaglio; ed a tracollo portava una

ciarpa azzurra, a cui s’appendeva la spada di ricca impugnatura. Egli

conduceva a mano un bianchissimo destriero, il cui arcione e le briglie

erano fornite di ricami e dorature. Quegli che lo seguiva, mostravasi

abbigliato quasi alla stessa foggia, benchè meno riccamente; e il di

lui cavallo portava in groppa un grosso involto, lo che dava indizio

dell’essergli scudiere.

Quando pervennero all’abituro di Mandellone, questi disse loro se

amavano ristorarsi: ed iva loro esagerando la lunghezza e l’andar

malagevole del cammino di Vaprio. Gli stranieri fiaccati dal caldo,

colle fauci esauste dalla polvere della strada, sedotti d’altronde

dalla freschezza e amenità del luogo, assentirono al prendere un po’ di

posa, ed ordinarono a Mandellone di recar loro un vaso di vino. Chiamò

questi la figlia Maria, chiamò il famiglio, e li pressò a ben servire

quei signori. Egli intanto si diè cura di acconciare con eleganza sur

un gran piatto di rame i rimasugli del suo pasto coi ladri, e venne

a presentarglielo siccome vivanda degna d’eccellente convitto. Sulla

rozza tavola ov’egli depose il piatto delle lepri, aveano di già

Trado e Maria arrecato i vasi del vino, il pane e gli altri utensili

della mensa. Lo scudiere non fu tardo a gittarsi su que’ cibi come

avoltoio, e trangugiarseli a grossi bocconi. Il cavaliere all’incontro

bevette alcuni sorsi di vino, quindi s’adagiò sur un tronco d’albero,

e volgendo gli occhi tra quelle piante, assunse in viso una tinta di

soave malinconia: chinò il capo, appoggiandolo al palmo della mano, e

parve assorto in profonda meditazione.

Il frate, che all’arrivo di que’ due forestieri s’era precipitosamente

ritirato dietro le piante, sostò fra quelle a guatarli per alcun

tempo, esternando tratto tratto atti di stupore. Avanzossi di

queto verso di loro; e avvicinatosi, inchinò umilmente la testa; e

portandosi le braccia al petto, disse: «Dio vi salvi, o fratelli.»

Lo scudiere gli porse uno sguardo di dispetto, quasi credesse costui

uom venuto a dividere le sue provvigioni: ma il cavaliere al suono

di quella voce alzò lo sguardo; e miratolo fisamente per qualche

istante, levossi in piedi siccome chi è côlto da maraviglia. Il

frate gli andò dappresso con circospezione, e preselo per mano, seco

il condusse lungo il sentiero a man ritta: quivi, dopo aver data

un’occhiata d’intorno, trasse subitamente indietro il cappuccio, e

scoverse un’altiera testa ricinta da rossi capegli. Attonito a quella

vista il cavaliere, esclamò: «Come, Aldobrado, tu qui?» Ma l’altro

ricopertosi immediatamente, portò il dito alla bocca accennandogli di

tacere. Indi accostatoglisi all’orecchio, con voce bassa e interrotta

gli disse: «Voi non sapete, Palamede, quali terribili avvenimenti

siano accaduti in Milano da venti giorni? Bernabò, i suoi figli,

la signora Donnina de’ Porri, Ginevra (a questo nome il cavaliere

impallidì) furono imprigionati, e quest’oggi stesso vennero condotti

al castello di Trezzo.» Il cavaliere sbigottì a sì fatta novella, ed

eccitò Aldobrado a narrargli come si fossero queste venture accadute.

Ritornarono a questo fine nel prato, ove Palamede per allontanare lo

scudiere intimògli andasse ad abbeverare i cavalli nel fiume: indi,

seduti a fianco l’un l’altro, Aldobrado gli fece minuto racconto

dell’imprigionamento del vecchio Principe.

Narrò egli siccome Giovan Galeazzo, nipote di Bernabò, il quale sino

a que’ giorni portava soltanto il titolo di conte di Virtù, e che

tenea sede in Pavia, vivendo vita tranquilla, e servando fama d’uom

bacchettone e dappoco, si fosse partito dal suo castello il giorno

sei di maggio, spargendo voce di volere pellegrinare per divozione

al Santuario della Vergine del Monte sopra Varese. A mal disegno però

s’aveva menato con sè più di quattrocento uomini armati. Giunto alla

distanza di due miglia da Milano, eranglisi mossi incontro fuori di

Porta Ticinese i signori Rodolfo e Ludovico, figliuoli maggiori di

Bernabò, i quali vennero da lui accolti con atti di cortesia: poscia

arrivato alle mura della città, non entrò già per Porta Ticinese, ma

girando a mancina lungo il fossato s’incamminò verso il Castello di

Porta Giovia[3]. Pervenuto appena alla _pusterla_ di Sant’Ambrogio,

s’abbattè presso le mura di quello spedale in Bernabò, il quale

cavalcando una mula traeva innanzi con pochi de’ suoi, onde riceverlo.

Giovan Galeazzo, fattoglisi vicino con ilare aspetto, diè di subito

un segnale: e Giacomo del Verme, il quale capitanava le lancie di

Galeazzo, fu il primo a por le mani addosso a Bernabò, e gridare

ch’egli era prigioniero. Ottone da Mandello gli tolse dalle mani

le briglie e la bacchetta; e recidendogli il pendon della spada, lo

disarmò: il che fu pure eseguito verso gli altri cortigiani e verso i

figliuoli del principe. Fatti in tal guisa prigioni, vennero trascinati

al castello di Porta Giovia, e chiusivi nella torre con buon numero

di guardie. Poscia Giovan Galeazzo entrò co’ suoi militi in Milano; e

sparsasi novella dell’accaduto, trasse a lui tutto il popolo gridando:

_Viva il conte di Virtù: muoiano le colte e le gabelle_. Galeazzo

venne riconosciuto per signore; e si piacque permettere alla plebe il

saccheggio dei palazzi di Bernabò e de’ suoi figli: sicchè in breve vi

andarono a ruba tutti gli argenti, le gioie, i denari e ricchissimi

arredi; indi si posero a sacco gli uffizi de’ dazi e delle gabelle,

e se ne arsero i libri. Il principe e la di lui famiglia stettero

rinchiusi nel castello di Milano sino al giorno venticinque, in cui

di buon mattino vennero spediti sotto scorta armata, condotta da

Gasparo Visconti, acerbo inimico di Bernabò, al Castello di Trezzo. Co’

prigioni erano il padre Leonardo degli Eremiti di Sant’Ambrogio _ad

nemus_, Donnina de’ Porri, di cui conoscevasi il generoso carattere,

e che s’aveva ottenuto licenza da Galeazzo di poter seguitare Bernabò

nel luogo della di lui reclusione, unitamente alle sue figlie Ginevra e

Damigella, le quali colla vecchia Geltrude, chiuse in una paraveréda,

doveano cogli illustri prigionieri essere già entrate in castello.

«Io (proseguì Aldobrado), che voi ben sapete di quale amicizia fossi

legato a Bernabò, paventando l’ira di Galeazzo, e assai più del popolo,

che nel bollore della rivolta uccise Baldizone e il Malaspina, stetti

celato sino a questo istante da mia sorella Lucia, sperando che la

plebe, o le milizie fossero per volgersi novellamente a nostro favore.

Ma allorchè mi fu narrato che tutti i cittadini di Milano avevano

acclamato signore Giovan Galeazzo, ed il vecchio Bernabò doveva venire

tradotto dal castello di Porta Giovia al forte di Trezzo, divisai

di recarmi a salvamento. Questa istessa mattina fuggii col nome e

gli abiti di mio fratello Bernardo cappuccino, col pensiero di farmi

soldato da ventura, e pormi a servigio o dei signori della Scala, o dei

Veneti; oppure congiungermi a’ Ghibellini di Toscana, che ben sapete

quanto amino Bernabò. Così mi sarà dato tentare di muovere qualche

potente soccorso a vantaggio del mio antico signore.»

Palamede, a cui avean trafitto l’animo le narrazioni di quel funesto

successo, prese la mano d’Aldobrado e gli disse: «Sa la Vergine Santa

se io non retrovolgerei con tutta la brama il mio cavallo per teco

ritentare la sorte dell’armi a fine di trarre Bernabò dalla prigionia

ove l’ha gittato il tradimento; ma ripartirmi senza vedere dopo due

anni di dura assenza le torri e le mura della mia Milano, riedere senza

fisarmi in Ginevra, senza parlarle, non posso. Io ho abbandonate le

più belle speranze di gloria e di potere che mi si apparecchiavano da’

Veneziani, per ritornare a lei. Non sarà un mese che la laguna e S.

Marco risuonarono d’applausi tributati al mio valore: ma tutto feci

per lei. Ella mi cinse la spada: e allora giurai per lei stessa e per

Sant’Ambrogio di deporla dopo due anni coperta di gloria a’ suoi piedi.

Ned io posso mancare al giuramento: nè fia che alzi lancia o spada in

guerra, se prima non ho veduta Ginevra.»

Aldobrado, sebbene della nobile stirpe de’ Manfredi, aveva costumi

da sgherro anzi che da amico intimo d’un Principe (se pure Bernabò

ebbe intimi amici): laonde era troppo estranio ai sentimenti d’amore

e d’onore cavalleresco per concepire nella loro forza le parole di

Palamede; e ritornando alle abituali sue idee di crudeltà, proruppe

con ironico sogghigno a così dire: «Voi penderete appiccato senz’occhi

dal più alto merlo delle torri di Trezzo prima di satisfare al vostro

giuramento. Ginevra è chiusa fra impenetrabili mura; e a cento passi

del castello sta indubitatamente la morte. Nè vale bravura: ch’io ben

mi so quali soldati abbiano scelto per far quivi la guardia. Rimontate

a cavallo, date a me quello dello scudier vostro, e andiamocene a

Verona. — No (rispose l’altro), se mi dovessero gittare nel forno

di Monza. — Ma come credete riuscire nella vostra pazza impresa? —

Me ne andrò da Galeazzo, invocherò da lui di vedere Ginevra, e meco

menarla sposa in altre regioni. Quali timori potrà destargli, quali

sospetti una giovinetta timida, innocente, la di cui forza sta nella

bellezza, e la di cui sola ambizione sarà la gloria del proprio sposo!

Oh certo egli saprà accordarla alle mie preci. — Lasciatevi scorgere

entro le porte di Milano (disse l’altro freddamente), e vorrei essere

arruotato vivo se voi non marcite nella Malastalla[4].» Palamede cadde

a queste parole in seria meditazione, interrotta a quando a quando

da profondi sospiri. Aldobrado si alzò, fisò un momento lo sguardo

sovra di lui: indi, movendo l’occhio irrequieto, e concentrandosi

in riflessioni, fece qualche moto colle braccia, come se gli si

allacciassero dispiacevoli idee; indi a lui vòlto: «Ebbene (disse)

giacchè volete assolutamente veder Ginevra, io ne conosco il mezzo, ma

è ardito e terribile. — Spiégati (disse l’altro con ansietà, sorgendo

da’ gravi pensieri in cui tutto erasi immerso): dovessi affrontare

un’armata (e portò la mano alla spada), io non tremo. — Sappiate

(proseguì Aldobrado) che ho veduto, saranno tre lustri, a ricostruire

ed ampliare il Castello di Trezzo, e ne conosco le fondamenta più

che il palmo della mia mano. Allora io vidi scoprirsi, e qualche

volta dappoi (e sì dicendo espresse col volto un atto involontario di

ribrezzo) io mi trovai per ordine di Bernabò in un sotterraneo che ha

l’uscita in fondo agli scogli dell’Adda, e l’ingresso in un sepolcro

della cappella dei morti della chiesa del castello: se voi trovate il

modo di avvertire Ginevra, perchè vi si rechi, e se avete coraggio di

penetrarvi, potrete seco voi condurla, senza aver d’uopo d’invocare

concessioni da Galeazzo.» Un lampo di gioia brillò a questi accenti

sul viso di Palamede, abbracciò Aldobrado: «Eh ch’io possa (esclamò)

vederla, parlarle, premere la sua mano sulle mie labbra, e saprò

sostenere animoso tutte quelle venture di disagio e di perigli che

al cielo piacesse prefiggermi. — Ma vi avverto (Aldobrado continuò)

che l’impresa è scabrosa; ch’io v’addito i luoghi, nè vo’ seguitarvi:

d’altronde saranno indispensabili due uomini molto pratici di questi

dintorni, e sperti vogatori, onde guidare e tener ritta una barca sulla

corrente dell’Adda. — Quanto al pericolo, io so sprezzarlo; ma dove

(disse Palamede, disanimandosi), dove rinvenire due fidi ed intrepidi

rematori che vogliano meco dividere sì grave rischio?» Aldobrado

ristè a queste parole alcun tempo sopra pensiero; poscia disse: «Avete

dell’oro? — Non me ne manca. — Ciò basta, venite meco.» E in così dire

s’avviarono verso la casa di Mandellone.

Il giorno in tanto era sparito del tutto, e già vedevansi da mezzo i

rami delle piante luccicare le stelle. Lo scudiere di Palamede, dopo

avere abbeverati i cavalli, scorto il suo signore in istretto colloquio

col frate, avea levato i freni, e lasciate ire le bestie pel prato

pascolando: e’ si stava intanto sulla porta della casa a ragionare

con Maria, a cui le sue belle vesti ed i modi meno aspri di que’ di

Tencio e di Trado aveano cagionato un’assai aggradevole sensazione.

Palamede entrando in casa disse allo scudiere d’aver cura de’ cavalli,

e di levar loro anco gli arcioni, poichè avrebbero passata la notte

nell’isola. Quest’annunzio riuscì graditissimo allo scudiero ed alla

figlia di Mandellone; la quale facendogli lume con facella di rami

accesa, mentre esso stava spogliando i cavalli, tutta si ringalluzzava

alle graziose parole con che l’andava tratto tratto vezzeggiando.

Aldobrado e Palamede entrarono allora in una stanza le di cui pareti

erano formate di grosse travi insieme connesse ed appoggiate ad

alberi vivi, de’ quali apparivano le ruvide scorze; ed era addobbata

con pochi arnesi di cucina e qualche attrezzo da barca. Sedettero

entrambi all’intorno d’una tavolaccia su cui ardeva un lume in vase

d’olio: Aldobrado diessi a chiamar Mandellone. Questi non attendeva

che d’essere domandato per sapere se essi intendevano fermarsi quella

notte da lui; e nel caso contrario, già s’avea preparato una lunga

narrazione dei pericoli che avrebbero incontrato, se fossero partiti

a quell’ora. «Senti (gli disse il finto frate, vibrandogli un’occhiata

minacciosa e indagatrice, mettendosi nello stesso istante colla persona

fra l’oste e la porta): io ti conosco da lungo tempo. Tu devi aver

degli amici che sarebbero da molt’anni appiccati, se non sapessero ben

maneggiare una barca e nuotar come pesci, allorchè hanno gli uomini

d’arme alle calcagna: io m’ho bisogno di loro.» Mandellone impallidì

a queste parole pronunziate con tanta asseveranza, e volea protestare

contro sì fatta asserzione. «Padre (diss’egli in atto umile), io non

vi ho mai veduto... — T’ho veduto io più volte, e ti basti. Pensa per

domani prima del partir nostro, che sarà all’alba, a far sì che si

trovino in quest’isola due uomini i quali sappiano ben trar di remi

e di stocco: e saravvi dell’oro per essi e per te; altrimenti (e cavò

dalla larga manica uno stile a tre punte) prima di mezzogiorno te ne

andrai all’inferno. — Se così vogliono (rispose tremando Mandellone),

potrei farli venire sull’istante. — Tanto meglio (riprese Aldobrado);

e lasciò che Mandellone uscisse dalla camera. «Sono varii anni

(proseguì con Palamede) ch’io conosco quest’isola; e se Bernabò ora

non fosse prigioniero, dovea questo grosso bue di Mandellone, al primo

villeggiare di quel principe, dileguare sull’eculeo, come le lepri

ch’egli va rubando e mettendo allo spiedo.»

S’intese in questo mentre un fischio, e dopo breve intervallo diverse

pedate le quali s’avvicinavano alla casa. Palamede e Aldobrado

furono presi dalla tema di essere traditi, perchè un momento prima

l’isola era loro sembrata perfettamente deserta: per il che al vedere

spalancarsi la porta, e presentarsi tre figuraccie da sgherri, che

il chiarore fosco e giallastro del lume rendeva ancor più terribili,

Palamede rizzossi in piedi, e portò la mano alla spada; e Aldobrado

si trasse dietro alla tavola, mirando a un grosso palo di ferro che

stava appoggiato alle pareti. «Sono gli amici (gridò Mandellone al di

fuori);» e Tencio, che s’era avanzato pel primo, fermandosi a certa

distanza, e levandosi il cappello in atto di rispetto, rassecurò

l’animo loro: onde Aldobrado rimessa sul volto l’espressione della

fierezza e del comando, fattosi avanti disse: «Dovete giurare su

questo crocifisso (e ne trasse uno di legno dall’abito) che voi non ci

tradirete, nè paleserete ad alcuno quanto vi diremo, e comanderemvi di

fare.» E que’ tre posero la mano sul crocifisso, e giurarono: poichè

sebben gente da masnada e ferocissima, pure era tale in quella età

il fascino della superstizione mista alla più crassa ignoranza, che

si giurava di commettere i delitti, si commettevano per adempiere al

giuramento. Aldobrado continuò dicendo che prometteva dieci fiorini

d’oro per ciascuno, purchè trovassero una posizione sicura, daddove

l’un di essi stesse ad attendere l’avviso per muovere un battello in

certo punto dell’Adda superiormente a Trezzo, in cui sarebbevi entrato

egli medesimo con quel cavaliere: e di quivi avessero ad ubbidirli

ciecamente, e condurli colla maggior diligenza ove accennerebbero; e

gli altri in quel mentre dovessero star pronti ad eseguire arditamente

quanto loro verrebbe imposto. I tre ladri assentirono; e il Tencio

soggiunse che alla mattina averebbeli condotti per la via del bosco di

Vaprio in sito sicuro e segreto, da cui potere con sicurezza ordinare

tutte le loro operazioni. Palamede, a cui que’ ceffi davano non lieve

noia, intimò si ritirassero; e ingiunse a Mandellone di dar loro quanto

avessero voluto. Indi si stese vestito sur un giaciglio di foglie di

faggio composto in un canto della stanza: il che pur fece Aldobrado,

volgendo ciascun d’essi nell’animo diversissimi pensieri.

Il castello di Trezzo: Novella storica · 第 5 / 19 题