Di terra passarono in terra,
Cantando giulive canzoni di guerra,
Ma i dolci castelli pensando nel cor.
Per valli petrose, per balzi dirotti
Vegliaron nell’armi le gelide notti
Membrando in fidati colloquii d’amor.
MANZONI.
A pena la luce del primo biancheggiare dell’alba trapelò per entro
i fessi delle travi della capanna di Mandellone, Palamede, che
ansiosamente fra gli interrotti sonni aveva atteso il giorno, si levò
dal giaciglio di foglie su cui aveva passata la notte. Girando lo
sguardo fra quel lume incerto, il primo oggetto che gli occorse alla
vista si fu il crocifisso di legno sul quale Aldobrado aveva a’ ladri
fatto prestar giuramento, e che pria di coricarsi avea riposto sovr’una
tavola. Palamede alzò colla destra quel crocifisso, e piegatoglisi
innanzi con un ginocchio a terra, mandò alcune fervorose preghiere,
invocandone il potente patrocinio nell’impresa che stava per assumere;
indi rilevossi, e lo ripose. Staccò poi da un uncino di legno la sua
spada che appesa vi avea la sera, baciò tre volte la ciarpa a cui
andava rafferma, e, siccome per voto soleva, fecesi il segno della
croce colla impugnatura su cui stava effigiata a cesello l’imagine di
Sant’Ambrogio contornata di pietre preziose, e se la mise a tracolla.
In questo mentre svegliossi anche Aldobrado, balzò in piedi d’un
salto, e volse intorno gli occhi con sospetto, parendo ne’ primi
moti intricato nella lunga veste che lo avviluppava; ma assecuratosi
dell’esser solo con Palamede, si rinfrancò, diè di piglio al
crocifisso, e toccatosi con quello il petto, se lo ripose sotto la
tunica: indi uscirono ambedue dalla capanna.
Già i primi raggi dell’aurora imporporavano la dentata cima del Segone
e degli altri monti di Lecco e del Bergamasco, e dalla parte del Brembo
il cielo s’investiva della lucida tinta del crepuscolo, sebbene dal
lato opposto risplendesse ancora qualche rara stella. Si udiva per
entro i folti rami degli alberi dell’isola uno stormire di uccelletti,
e uno zirlare di tordi e allodole, a cui si univa un mormorio delle
foglie per l’alitare d’una brezza mattutina, che increspava le correnti
acque dell’Adda. Nel praticello poco lungi dalla porta della capanna,
già stavano intesi al partire il Tencio, il Brescianino e il Carbonaio,
muniti ciascuno delle proprie armi; un po’ più discosto eravi lo
scudiere di Palamede, il quale teneva pel freno il suo destriero e
quello del cavaliere, a cui aveva addossati gli arcioni e le armi; e vi
era pur Mandellone con sua figlia Maria, che avea costretto a dormire
al suo fianco sulla zattera; e il servo Trado. Tutti, all’aprirsi
della porta della capanna, ed all’uscirne di Palamede ed Aldobrado,
s’inchinarono, scoprendosi il capo; ma più d’ogni altro inchinossi
umilmente Mandellone, che si accostò al cavaliere, chiesegli scusa
pel disagiato letto su cui aveva dovuto passare la notte, e gli offrì
con voce melata una refezione per disporsi al viaggio. Ma Aldobrado
interruppe bruscamente il suo parlare, e volgendosi a Palamede gli
disse con voce sommessa: «Per l’impresa che meditammo, e pei compagni
che ne deggiono seguire (ed accennò i tre ladri), fa d’uopo che
cangiate quegli abiti di troppo ricchi ed appariscenti; armatevi il
capo, e riponete le piume. — E che farem noi dei cavalli?» soggiunse
Palamede: «È necessario (riprese l’altro) o qui lasciarli, o mandarli
a qualche vicino contado al di là dell’Adda, onde si trovino pronti
sulla strada al ritorno che faremo, compiuta l’impresa.» E in così
dire fe’ cenno a Mandellone ed allo scudiere che gli si avvicinassero;
e trattili in disparte, disse loro: «Tu, Mandellone, terrai in
quest’isola questo scudiere e quei due cavalli, e loro presterai tutto
quanto sarà d’uopo; e tu, scudiere, attenderai qui il ritorno o del tuo
signore, o di me che ti recherò i di lui comandi.» Ambedue mostrarono
la loro grata sommissione a tale ordine; il primo, perchè isperava una
lauta ricompensa; l’altro, perchè il bel volto e gli occhi espressivi
della figlia di Mandellone aveangli reso piacevolissimo il soggiornare
nell’isola. Palamede, fattesi recar le armi, si levò l’abito ranciato e
la maglia, ed addossò una fina armatura d’acciaio non pesante, ma salda
a tutte prove, che avanti la sua partenza aveale donata il marchese
Azzo Liprando, che teneagli luogo di padre, e lo amava qual figlio;
acconciossi i bracciali ed i guanti; lasciò il berretto, e si coverse
il capo con un elmo a celata, ma senza cimiero; ritenne la spada in una
catenella che si cinse, v’infisse un pugnale di una forma singolare che
acquistato egli aveva a Venezia da un Greco della corte di Bisanzio,
e gittossi alle spalle un bruno mantello. Porse a Mandellone due
imperiali d’oro; indi raccomandossi allo scudiere perchè avesse special
cura del suo cavallo, a cui innanzi al partire palpeggiò la groppa,
ed accarezzò il muso ed il collo, acquetandolo colla voce, mentre egli
ergeva la testa nitrendo e scalpitando, impaziente che il suo signore
gli salisse sul dorso onde mettersi in cammino. Affrettato da Aldobrado
si pose in via. Mandellone corse a staccare la zattera, e li trasportò
al di là dell’Adda.
Giunti a piè della ripa, il Brescianino, il quale, velocissimo di
gambe, soleva prestamente ire e redire spiando da lungi se a caso si
avessero ad incontrare persone sulla strada, salì all’uopo pel primo,
quasi servisse d’antiguardo; indi seguivalo il Tencio, e dietro a lui
Aldobrado e Palamede; a retroguardia stette il Carbonaio, il quale
indossando abiti alla foggia de’ villici di que’ luoghi, e portando
una scure da taglialegne, non valeva ad incitare sospetto alcuno, se
iscorto lo avessero i gabellieri od i soldati: potea così dare avviso
se taluno li sorprendesse alle spalle. Salita l’erta ed elevata sponda,
trovaronsi sulla strada del bosco di Concesa, la quale fu da loro
abbandonata per cacciarsi dirittamente nella foresta che le sorgeva a’
fianchi.
Foltissimo era quel bosco, formato da spesse ed antichissime piante:
le quercie, gli olmi, i faggi, le elci, qualche pioppo e platano
occupavano i fondi paludosi, e s’intralciavano fittamente coi rami in
guisa da produrre un’ombra densissima. Al loro piede i vepri, le spine,
i vimini ingombravano il terreno; a cui si mescevano ne’ siti umidi,
canne e giunchi; ne’ più silvestri, rose e pruni selvatici. Su pei
tronchi serpeggiavano l’ellera, ed altre piante parassite, le quali
in varii luoghi slanciandosi come le liane da un albero all’altro,
attraversavano il cammino a guisa di verde tenda. Quivi eran piante
per vecchiezza cadute; altre là si sfasciavano ritte sulle morte
radici: tutto in somma nel folto di quella selva annunziava che la mano
dell’uomo non l’avea da gran tempo tocca.
Il Brescianino però frammezzo a quegli inviluppi s’avea messo per un
sentiero che non potevasi discernere che da chi n’aveva gran pratica,
il quale, aggirandosi in volte e rivolte per lo intrecciarsi delle
piante, conduceva fra levante e settentrione al centro del bosco. Gli
altri lo seguivano a varie distanze, spiando attentamente i di lui
moti, per iscorgere se mai per la selva vi fossero appiattate insidie.
E siccome ad ogni tratto da una parte o dall’altra, spaventati dal
rumore che essi facevano nel passare fra i rami e le foglie, sbucavano
dalle macchie fuggendo pel bosco o cerbiatti o lepri, e tra le fronde
svolazzavano uccelli, o saltellavano scoiattoli, Palamede e Aldobrado
si arrestavano insospettiti; chè pel vero accostumati siccom’erano a
percorrere le selve nel frastuono delle caccie, giammai fu loro dato
di udire quella pressa di animali, che il guaire de’ cani suol volgere
in fuga anzi l’arrivo del cacciatore: così tra l’aspetto selvaggio del
luogo e le antiche abitudini tenevano opinione di null’altro ritrovare
colà fuorchè silenzio profondo.
Dopo aver camminato lungo spazio di tempo fra un labirinto di piante,
giunsero ove il bosco, diradandosi, presentava un aspetto di solitudine
più gradevole; indi pervennero in un largo spazio verdeggiante, in
cui s’ergeva un’antica solitaria chiesa; chè tale parve sulle prime
a Palamede l’edifizio che gli si offerse dinanzi. Era questo una
rotonda non molto vasta che serbava le forme di un tempietto romano;
e scorgevasi che un tempo andava decorata in giro da ornamenti
architettonici, di cui però non apparivano qua e là che pochi avanzi.
Sull’ingresso, che era volto a ponente, stava un peristilio di gusto
gotico, il quale constava di una guglietta acuta sostenuta da quattro
sottili colonne, che appaiate s’appoggiavano alla base sul dorso di
due leoni, a cui o il tempo o gli accidenti aveano ad uno mozzato il
capo per intero, all’altro per metà. Sull’avanti della guglietta, in un
campo triangolare, stava effigiata a bassorilievo una donna incoronata,
rivolta verso un’altra figura di cui non si scorgeva più l’aspetto,
ed in giro vi erano alcune lettere scolpite, che nessuno di loro
seppe, o si curò di leggere. Palamede ammirò, compreso da una certa
meraviglia, quell’edifizio locato in un luogo sì solitario, e gli parve
destarglisi una sensazione, non dissimile da quel sacro orrore, che già
infondevano gli antichi templi che, per farne più solenne ai profani
l’avvicinamento, si ergevano nelle foreste.
Il Brescianino intanto era penetrato per la non difesa porta di quel
tempietto (che que’ ladri nel loro gergo chiamavano la _tana del
cervo_), allorchè diè d’un subito indietro, gridando spaventato:
«Il diavolo! il diavolo!» E s’intese in quel mentre come un lungo
e lamentoso ruggito partirsi dall’interno dell’edifizio. Tutti
arretraronsi sulle prime inorriditi, e ad Aldobrado un visibilissimo
pallore salì alle guancie; ma il Tencio, accortosi ben tosto di ciò che
fosse, alzò lo stocco che tenea fra le mani, e voltosi al Brescianino
disse: «Se tu andassi allo spiedo, siccome io vi metterò quest’oggi il
diavolo che sta là dentro, sarebbevi al mondo un vigliacco infingardo
di meno.» Resi impertanto avvertiti i compagni a star colle armi
preparati al colpire, si cacciò nel tempio. Palamede sguainò la spada;
Aldobrado, non avendo armi all’uopo, levò un grosso masso, uno dei
tanti ruderi caduti dall’edifizio e giacenti sull’erba; il Brescianino,
benchè ancor tremante dallo spavento, dirizzò il suo spiedo; e il
Carbonaio, che era giunto in quell’istante all’orlo della boscaglia,
subitamente arrestossi, alzando la scure. S’intese nel tempio gridare
il Tencio a tutta gola, al che successe un parapiglia, uno incalzarsi
rumoroso; indi si vide sbucare dalla porta un nero animale zannuto,
ed era un cinghiale, il quale, scoperti que’ che fuori lo attendevano,
tentò di arretrarsi; ma il Tencio, pungendolo collo stocco nel dorso,
lo costrinse ad uscire. I tre al di fuori gli furono addosso, e il
ferirono in varie parti; ma sarebbesi tuttavia recato in salvo, se
Aldobrado col colpo di pietra non gli spezzava una gamba, per cui venne
a cadere ai piedi del Carbonaio, che gridando «A me, a me!» gli spaccò
il cranio con un colpo di scure vibrato a due mani. Il Tencio rientrato
nel tempio, ne uscì portando nella destra sospesi per un piede due
cinghialini a pena nati; e ben si avvidero che l’ucciso animale era una
cinghialetta che colà avea deposto i suoi parti. «Male per chi va nella
tana del cervo che ha le corna di ferro (disse il Carbonaio, accennando
la scure): così per un po’ di giorni noi avremo l’arrosto. — Vedi come
abbiamo trattato il tuo diavolo?» soggiunse il Tencio volgendosi al
Brescianino, il quale presa la scrofa per una gamba se la trascinava
nel tempio, in cui tutti penetrarono.
Nude erano le interne pareti di quell’edifizio, e la volta dal lato
meridionale appariva diroccata: quivi trapelava per ampio foro la
luce. Il pavimento si offriva tuttora lastricato di marmi; e nel
suo mezzo si ergevano disposti in foggia quadrangolare dei massi che
formavano una specie di altare o d’ara, a cui si ascendeva per due in
allora sconnessi gradini. Recatisi dietro quest’ara, il Tencio e il
Carbonaio, l’uno collo stocco, l’altro colla scure, puntarono ad una
lastra di pietra, facendo sì che questa levandosi, aprisse il varco
ad una angustissima scala che metteva sotterra. Appuntellata la pietra
invitarono Palamede e Aldobrado a discendere, senza tema di sorta, in
quella che essi appellavano la _fontana_, di cui dissero mille elogi,
tanto per la freschezza che vi si godeva, di grande ristoro in quella
stagione, quanto per la sicurtà del nascondiglio. Discesero la scala
essi pei primi; chè d’alquanto furono ritrosi da principio il finto
frate e il cavaliere, cui mosse non lieve ribrezzo quell’entrare là
sotto; ma presa fidanza ne’ giuramenti dei ladri e nella guarantia
delle proprie armi, pronti alla fine vi si risolvettero. Ultimo a
discendere si fu il Brescianino, che calò al basso prima la uccisa
scrofa; indi, fatti alcuni gradini; levò il ferro che sosteneva la
pietra, la quale abbassatasi chiuse il sotterraneo.
Affatto tenebrosa parve a prima giunta quella sotterranea stanza ai
due che vi erano stranieri, e solo a’ loro orecchi risuonò un lieve
gorgoliar d’acqua. Scorsi alcuni istanti, e dileguatasi dalle loro
pupille la impressione della viva luce esterna, cominciarono ad
iscorgere varii fori praticati in giro delle pareti, per dove penetrava
uno scarso lume: indi si avvidero di trovarsi sotto una volta sostenuta
da due massiccie colonne, e il vano del sotterraneo corrispondere in
estensione al pavimento superiore del tempio: osservarono pure che
la scala per cui eran discesi girava a spira intorno ad una di quelle
colonne. Presso la parete in fondo, era un avello di marmo, da cui la
soverchiante acqua ricadeva con debile mormorio in sottoposto bacino,
e appese qua e là per le muraglie stavano armi ed altri arnesi. Nel
mezzo eravi un grosso tavoliere di legno, ed in giro vani sedili. «Qui,
signori miei (disse Tencio ai due che si erano seduti a canto di quella
tavola, guardando intorno con atti di meraviglia), qui voi potrete
abitare securi, anche sino a quando quella santa, di cui nessuno sa
il nome, abbia tratto la freccia.» E in così dire, accennò una rozza
scultura sulla volta, che rappresentava una Diana in atto di tender
l’arco. «Sappiate che niuno ha mai ardito di penetrare nella tana del
cervo, e molto meno qua sotto a ber di quell’acqua, da che Guandaleone
da Dongo, mio zio, detto l’Eremita bruno, venne a stabilirvisi,
al tempo che il signor Bernabò, fabbricando il castello di Trezzo,
chiuse nel parco la vecchia torre di Barbarossa, sua prima abitazione.
Perocchè Guandaleone era un uomo penitente, il quale non amava che tre
cose: sant’Uberto, di cui portava sempre seco l’imagine, la solitudine,
e la borsa dei passeggeri. — Ma che? di’ tu il vero? (esclamò Aldobrado
il quale al nome di Eremita bruno era balzato in piedi atterrito.)
Questa è la grotta dell’Eremita bruno? di quello spirito spaventoso
del bosco, di cui narravasi esserne così tremendo l’aspetto? di colui
che or prendeva le forme di un falco, or di un cinghiale, ora di una
vipera, per assalire spietatamente que’ che s’avessero la disavventura
di essere da lui veduti prima di scorgerlo. Dalla cui grotta narravasi
uscisse un fumo, il quale aveva il potere di incenerire chiunque vi
si accostasse? e però i contadini non solo, ma Bernabò, io stesso, e
tutta la gente di corte, quando scorgevamo per questo bosco levarsi in
qualche sito del fumo, recedevamo rapidamente. — Ah! Ah!» a que’ motti
diedero in uno scroscio di risa i tre ladri. «Il fumo, proseguì il
Tencio, non era che quello delle legne con cui egli faceva qui sotto
arrostire le lepri, che io stesso uccideva pel bosco; e que’ che si
accostavano, non rimanevano morti che per mezzo dell’asta uncinata che
là vedete, e colla quale il romito, mirandoli qui celato da quel foro,
sapea colpire sì bene da trapassare un uomo con maggiore destrezza
ch’io non faccia d’una lepre: così non era dato pur mai al tapino di
accorgersi da qual banda partisse il colpo. «E dove trovasi adesso
codesto terribile Guandaleone?» disse Palamede. «Qui sotto (rispose il
Tencio, percuotendo con un piede il terreno); ma credo che il diavolo
si porti via le ossa ad uno ad uno, perchè veggo qui ogni giorno,
abbassarsi il suolo. — E voi tre (riprese Palamede), a che veniste a
compagni di Guandaleone, se, come tu dicesti, o Tencio, egli amava la
solitudine?»
«Questi due (rispose Tencio) ci vennero quando l’anima di Guandaleone
era già volata in giù, mercè un colpo di lancia che un bravo sulla
strada di Vimercate, non volendo perdere il proprio denaro, seppe
vibrargli: sicchè appena ebbe forza di rientrare nel bosco, e
strascinarsi fin qui, dove innanzi al morire imposemi di seppellirlo
nello stesso luogo ove sarebbe spirato, il che ho eseguito appena ebbe
chiusi gli occhi, perchè non venisse la notte, urlando e fischiando,
a rompermi colle catene il sonno. Non erano allora che tre anni da
che io mi trovava con lui, e ciò fu per ben tenue cagione. Sappiano,
signori, che recatomi un giorno a Milano, andai con uno mio compare in
una taverna, entro cui venne pure un soldato, che sul morione[9] teneva
un bel pennacchio rosso. Mio compare, che amoreggiava Bertranda della
pusterla Fabbrica, alla quale piaceva il pungerlo del continuo, perchè
innanzi le comparisse con qualche ornamento della persona, pensò farsi
bello con quel pennacchio: lasciato che il soldato deponesse il morione
sopra un sedile, staccògli la piuma, e se la nascose fra le pieghe de’
scoffoni[10], che ricoprì col guarnello, accennandomi che partissimo.
Avevamo già tocco la porta, quando accortosi il soldato dello
smarrimento del suo pennacchio, si slanciò sovra ambedue, serrandoci
fra le sue braccia, e gridando: «Alla ruota i ladri! alla ruota!» Io
allora per divincolarmi gli menai sulla testa un colpo del mio martello
da fabbro, che sempre teneva appeso alla cintura, e lo feci cadere
colla fronte insanguinata sul pavimento: ma il taverniere frattanto
se ne era ito di fuori gridando «aiuto, soccorso!» e fe’ giugnere
alcuni uomini d’arme che stavano alla guardia del gonfalone di porta
Ticinese, i quali mentre s’impossessavano di mio compare, diedermi
campo di saltare per la finestra nel cortile di attiguo monistero, dal
quale rapidamente mi fuggii per la porta, e mi recai a salvamento. Due
ore dopo, il mio compare era già sulla ruota colle braccia e le gambe
spezzate ad assordare i corvi, e ad attendere dal carnefice il colpo
di grazia. Spaventato dal pericolo di vedermi frante le ossa, non volli
più fermarmi a Milano, e pensai far ritorno a Brivio nella mia fucina:
il giorno era già prossimo ad oscurare quando io mi posi in istrada;
camminai tutta la notte, sebbene la oscurità mi astringesse più volte
a sostarmi, e verso il mattino io mi trovai un po’ al disopra di
Gorgonzola lungo la Molgora, ed al limitare di questo bosco. Procedendo
allora più veloce nel cammino, m’abbattei in un uomo assai bruno in
viso, e vestito da eremita, il quale guardatomi fisamente, mi disse:
«Dove vai a quest’ora, o Tencio da Brivio?» Atterrito al sentire il
mio nome pronunziarsi da uno sconosciuto, dubitai forte dapprima che
quei si fosse uno spirito infernale; e ne presi certezza, allorchè
mi sovvenne al pensiero che quegli si era l’Eremita bruno. Laonde
credendo ch’ei fosse venuto a portarmi negli abissi pel mio peccato,
girandomi al suolo, mi feci più volte il segno della croce; ma quegli,
accostatomisi, disse: «Non temere, o Tencio; alzati, e narrami qual
causa ti condusse a quest’ora da solo in vicinanza di questo bosco?»
Ed io gli raccontai, senza mai fisarlo in volto, la disavventura di
mio compare e il spavento. «Ebbene, pel sangue che mi lega a tua
madre Berta da Dongo, tu verrai meco, e nessuno ardirà alzare la
mano sopra di te.» Io non sapea per il timore dove mi fossi; ma egli
prendendomi per mano, fecemi entrare nel bosco, e qui mi addusse,
dove mi rinfrancò, mi ristorò, e palesatomi il grado di parentela che
a lui mi univa, essendo io figlio di sua sorella, mi significò qual
fosse il modo di vita a cui doveva accostumarmi. Da quell’istante non
lo abbandonai sin che visse, e morto che egli fu mi associai a questo
poltrone di Castel Martinengo, a cui le scrofe sembrano diavoli (ed
additò il Brescianino), e che fu da me tratto dalle unghie di Ubaldo
Ugoni, perchè altrimenti sarebbe stato appiccato. — E strinse pur lega
con me (interruppe il Carbonaio), cui il mestiere di tagliar alberi sul
Legnone[11] fra gli orsi, onde a stento accattarmi un tozzo di pane dai
minatori del ferro, non mi andava per nulla a grado.»
Questi cenni delle avventure dei ladri, e il ritrovarsi in quel
sotterraneo luogo diffusero in Palamede una tetra amarezza, prodotta da
riflessioni che già gli si erano svolte nella mente sin dal mattino,
per cui cadde in un assopimento meditativo. Pensò egli quanto fosse
indegno e pericoloso per la sua fama l’essersi unito ad assassini di
quella fatta, qualunque scopo pur avesse nel giovarsi dell’opera loro:
comprese che ad un cavaliero le leggi di onore imponevano che in campo
aperto e colla forza del proprio braccio dovesse compiere le imprese;
ed egli diveniva immeritevole di portar spada e sprone adoperando gli
infami e vili maneggi dei ladri, onde venire a capo de’ suoi progetti.
Agitato nel bollore dell’ira e dell’indegnazione, stava per iscagliarsi
con pungenti parole contro Aldobrado, che tratto lo aveva a quel turpe
partito: quando accortosi costui, per l’indole generosa che conosceva
in Palamede della causa che il faceva pensieroso, e veduti gli sguardi
moltiplici e sdegnosi volti sopra di sè, ruppe il silenzio, dicendogli
sommessamente: «Egli è tempo che pensiamo alla vostra Ginevra.» Un
brivido improvviso scosse a tal nome il cuore di Palamede, e ne scemò
il tumulto dell’ira non a segno però ch’egli non riprendesse con
voce risentita: «Dove mi avete voi mai condotto? e fra quali persone?
Se fossimo qui, o per la bosacaglia, sorpresi dai soldati di Giovan
Galeazzo, qual vituperosa fine non sarebbe a noi riservata? Io fremo
in pensarvi. — Non bramaste voi stesso (rispose bruscamente Aldobrado)
vedere ad ogni costo Ginevra? Guerriero da poco voi mi sembrate, se
tremate a’ perigli cui vi espone il tentativo di conseguire il possesso
della vostra innamorata. Io, che non nutro passione alcuna per lei, non
mi trovo forse in pericolo al pari di voi? Pensate (proseguì con voce
più espressiva) che in questa notte istessa, o dimani, Ginevra sarà
vostra; e voi cui non mancano nè in patria nè fuori molte ricchezze e
ornate abitazioni, potrete condurla al talamo, e trarre con lei onorata
e comoda vita. Mentre all’infelice Aldobrado proscritto e ramingo
null’altro avanza che l’errare di città in città, armando il braccio
alla ventura per accattare il pane della miseria. — Ah! (soggiunse
commosso Palamede) perdonatemi, Aldobrado, io ebbi torto di lagnarmi di
voi: guidatemi dove volete, purchè Ginevra sia mia. A voi non mancherà
giammai nè un tetto, nè una mensa ospitale.» E dicendo queste parole si
porsero la mano, e con trasporto di affetto parve la stringessero l’un
l’altro; ma se sul volto di Palamede traspariva la sincerità d’un’anima
leale e generosa, negli occhi e sul viso di Aldobrado apparve un
maligno sorriso di trionfo, per la di lui credulità. Per convincere
però maggiormente Palamede dell’interesse che lo animava, onde la
impresa fosse presto condotta a felice compimento, chiamò i ladri per
disporli alla ricerca dei mezzi opportuni.
Eransi costoro, mentre i due stranieri ragionavano fra loro,
sdraiati in un angolo del sotterraneo, e quivi stavano con una lama
di spada iscuoiando un pezzo della cinghialetta uccisa, e ripulendo
dalle ceneri una buca nel suolo che loro serviva di focolare; alla
chiamata di Aldobrado, gli si avvicinarono, ed egli disse: «Su via,
degni successori di Guandaleone, diamo mano all’opera per la quale
ci addussimo nel nido degli avoltoi a pericolo d’aver tutti le ali
traforate dallo stesso giavellotto. È d’uopo impossessarsi dapprima
di una barca, e tenerla disposta a’ nostri cenni lungo la sponda
dall’Adda in sito superiore d’un miglio al Castello di Trezzo. In
qual modo, o Tencio, diviseresti di fare? — Datemi cinque o sei lire
di terzoli (rispose Tencio), e la barca si troverà tosto in pronto
a’ vostri comandi.» Aldobrado cavò dalla tunica una manata di monete,
e le porse a Tencio; questi consegnolle al Carbonaio dicendogli: «Va
tosto a Brivio nella fucina di Filippo, dàgli questo denaro, e degli
che pagherai il valore di tanto pesce quanto Tedrigello d’Olginate ne
vende in una settimana ai signori di Lecco, purchè ti porga la chiave
della catena colla quale assecura alla spiaggia il suo battello, e
vi passi quattro remi per gli anelli. Se egli acconsente a quanto tu
sei per chiedergli, digli pure che se terrà brighe co’ gabellieri di
transito, o cogli sgherri, troverà degli amici; altramente bisbigliagli
il mio nome all’orecchio.» Il Carbonaio, preso fra le mani un nodoso
bastone, salì tosto la scala del sotterraneo, uscì dall’apertura, e la
turò novellamente. «Ora, o Tencio (proseguì Aldobrado), io m’aspetto
dal tuo ingegno l’eseguimento di altra impresa assai più ardua. — Se
vi riesci (dissegli Palamede) noi ti daremo un premio doppio di quanto
ti abbiamo promesso. — Tu devi trovare (proseguì Aldobrado) un uomo
fidato il quale rechi alla persona che ti additeremo un viglietto entro
il castello di Trezzo. — Intendo (rispose il Tencio): le signorie loro
vorrebbero spezzare uno staggio del gabbione in cui sta rinchiuso il
vecchio orso, affinchè ei si fugga. — O l’orso, o l’armellino (riprese
Aldobrado), questo a te non deve importare: rifletti a quanto hai
giurato, alla mercede che ne ritrarrai, e risolviti.
«Ho giurato (replicò il Tencio) di adoperarmi alla cieca per loro, e
ben vi sono disposto, perchè, avvenga che può, se io non do questa
fiata nella rete, ho in animo di abbandonare la tana del cervo, e
se avrò tanto da comperarmi una tunica, mi ritirerò in un convento a
pentirmi de’ miei peccati, ed a levarmi dagli occhi quella maledetta
ruota, su cui parmi ancora di scorgere mio compare a penzoloni.
Rispetto all’inviare il viglietto nel castello, le cui porte sono
sì gelosamente guardate a questi giorni, non è di certo agevole
faccenda. Io però ho conoscenza di due garzoni spenditori di Tadon
Fosco castellano, i quali per lo addietro erano destinati a recarsi
nei contadi a comperare le provvigioni pel castello. Amighetto, l’un
d’essi, è il più fidato ragazzo ch’io mi conosca, e se gli si paga una
misura di quel di Montevecchia, chiude in corpo un secreto più che nol
siano i bizantini nell’arca di un avaro; nè gli trarrebbono un terzuolo
colla corda. Consegnatemi il viglietto ch’io m’andrò in cerca di lui, e
se lo trovo, l’impresa è assicurata.»
Poco mancò che Palamede per gioia lo abbracciasse, se non che
trattenendosi gli disse: «Senti, o Tencio, se le mie speranze saranno
coronate da un esito felice, io penserò a far sì che nè tu nè i tuoi
compagni abbiate mai più a temere di sgherri o di ruote; voi sarete tre
prodi soldati a cui la spada e il valore sapranno cancellare le macchie
della vita trascorsa.»
Mentre il Tencio indossava una larga zimarra da bifolco, Aldobrado
si trasse un pezzo di pergamena che avea seco, e diella a Palamede,
il quale colla punta dello stilo fattasi una picciola ferita in una
mano, vergò col sangue una lettera a Ginevra. In essa narravale il suo
ritorno e l’amor sempre ardente che per lei nutriva; la scongiurava
per amor suo a discendere nella cappella de’ Morti attigua alla chiesa
del castello, in quell’ora della notte in cui avrebbe udito una voce
dir forte sotto le sue finestre «_È l’ora._» Descrisse il modo per ivi
rendersi inosservata, uscendo dalla sua camera di riposo, e calando
per una tribuna di cui le additava la posizione, e giusta gli andava
mano mano dettando Aldobrado conoscitore espertissimo di tutti gli
andirivieni del castello; e chiuse il suo dire altamente pregandola a
intervenirvi, se desiderava rivederlo anzi morire. Scritta la lettera,
la involse strettamente nel nastro che legava la vagina della sua
spada colla ciarpa, e ravviluppolla eziandio entro una tela su cui
scrisse in minuto: _Ginevra_. Consegnolla indi al Tencio, dicendogli
che incaricasse il messo, che arrecar la doveva in castello, a far sì
che pervenisse nelle mani di quella fra le due donzelle la quale avesse
riconosciuto ivi scritto il proprio nome: al che aggiunse esser dessa
di bionda chioma; che se mal riuscisse l’impresa, dovea rendere il
viglietto, minacciandolo fieramente se fosse caduto in altre mani. Il
Tencio, assecurando di tutto eseguire appuntino, pose alle spalle una
vanga; salì la spirale scalea, e sparve, ingiugnendo al Brescianino che
acconciasse di che satollarsi per essi e gli ospiti novelli.
Partito costui, Palamede rimase dubbiante ed agitato da mille speranze
e timori, che si succedevano senza tregua nel suo cuore; ed ora
sentiasi rimordere, perchè affidato avesse un’impresa di sì alto
momento a mani tanto vili, ed ora gli arrecava conforto la certezza
di rivedere colei per cui s’era fatto cavaliere, quella per cui solo
avea cercato rinomanza nelle guerresche venture. In quella foga di
affetti parve accrescergli angustia il vedersi cinto dalla oscurità che
regnava nel sotterraneo: laonde bramò di uscirne, a fine di spirare
aura più lucente e più libera. Il Brescianino lo precedette, sollevò
la lastra che chiudeva l’ingresso, e lo rese avvertito che non si
discostasse dal tempio; che se avesse bisogno di lui, o pur amasse
rientrare, replicasse un lieve batter di mani. Vagò Palamede per la
tranquilla ombra delle altissime piante che circondavano il tempio;
e all’ondeggiare affannoso della sua mente, trovò consolante ristoro
nel ripensare a’ più cari momenti de’ passati suoi giorni. Rapida gli
rinasceva la memoria di quel tempo felice in cui, giovinetto, in una
splendida corte vestiva la prima volta le armi; pensava a’ torneamenti
di Milano ed alle gualdane che si correano per le contrade e per le
piazze, ov’egli primeggiando attraevasi gli occhi di tante nobili
donzelle e matrone pomposamente ornate, che lo miravano dai veroni
e dai palagi: ma tremando gli risovvenne quel primo sguardo che,
irridiato da una luce celeste, incancellabile gli penetrò nel cuore.
Una serie di ineffabili ricordanze gli corsero alla mente; e la voce, e
gli atti, e le parole, e gli amorosi colloquii per le domestiche sale,
o per l’aule festose, o ne’ solitarii giardini; e quando gli cingeva la
ciarpa da lei trapunta; e il piangere e lo svenire dell’ultimo addio.
Indi gli si schierarono innanzi le sue prime battaglie guerreggiate con
Bernabò, poi le Venete bandiere, e i singolari combattimenti sostenuti
per terra ferma e per le isole; le sue vittorie e la sua gloria.
Gravato dalle ricordanze del passato, stanco, si assise, e l’animo
corse festivo a’ futuri avvenimenti che lo attendevano.
Aldobrado, il quale era rimasto nella fontana sotterranea, trattasi la
fratesca tunica ulivigna, apparve vestito con farsetto e calzamento
stretto alle membra. Diessi intanto ad esaminare le varie armi
irrugginite e gli attrezzi che stavano appesi alle pareti; e tratto
tratto arrestavasi colle braccia conserte al petto, e col capo
inchinato, girando l’occhio inquieto, e svolgendo in se stesso cupi
pensieri. Ora un sorridere di compiacenza, ora uno aggrinzarsi di
rabbia apparivano a vicenda sul di lui viso; e qualche volta movea
tronche parole al Brescianino che era intento a cuocere lentamente
sotto le ceneri un pezzo di cinghiale.
Dopo alcune ore di aspettazione, udissi il fischio del Tencio,
che trafelato dal caldo e dal cammino, rientrò nel sotterraneo
con Palamede, il quale lo pressava ad inchieste sull’esito del
di lui invio. Ma vide egli con inesprimibile angoscia il Tencio
trarsi dalla cintura l’involto, e riporlo sulla tavola, dimenando
mestamente il capo per segno della fallita impresa. Anche Aldobrado
restò vivamente colpito dalla mala riuscita del tentativo; ma mentre
l’amante cavaliere ricogliendo il volto nelle mani si abbandonava ad
un totale abbattimento, quasi per lui fosse tutto perduto, l’altro in
vece concentratosi stette investigando quali altre vie rimanessero
a compiere il meditato disegno; voltosi quindi a Tencio gli disse:
«Forse allorchè tu giugnesti a Trezzo e ne’ paesi d’intorno l’ora era
già tarda: dimani vi tornerai più per tempo, e se non ti abbatterai
in Amighetto, troverai pur qualche altro che sia amico di Tadone ed
abbia viso miglior del tuo. Gli consegnerai con qualche fiorin d’oro il
medesimo involto, onde lo arrecchi al castellano, il quale se borbotta
le parole su certi vecchi fogli di cui io non comprendo sillaba,
saprà anche leggere questo indirizzo: ed è persona da rimetterlo così
fidamente come farebbe di un cartoccino di polvere di san tossico.»
Il Tencio fe’ cenno che eseguirebbe, e Palamede riprese speranza.
Dopo alcune ore ritornò il Carbonaio che avea sortito miglior esito
del compagno nella sua impresa, e semibriaco qual era pel molto vino
che avea bevuto coi terzoli, di cui a Filippo di Brivio non avea data
che piccolissima parte, narrò il modo di sua spedizione, e mostrò le
chiavi della barca e de’ remi. Quel prospero evento temperò alquanto il
rammarico arrecato dal primo andato a vuoto; e fu argomento a ciascuno
di buono augurio. Passò quel giorno, e ver l’alba del dì vegnente
il Tencio, a cui Palamede avea dato alcuni imperiali, partissi dalla
tana del cervo, e frugò tutte le taverne de’ villaggi per più miglia
d’intorno a Trezzo, ma invano: scontrò qua e là sparsi de’ soldati di
Giovan Galeazzo, dal cui contatto si astenne; nè mai gli fu dato di
abbattersi in uomo che fosse il ben trovato pel suo bisogno. Ritornò
afflitto alla tana, ove i due lo attendevano impazienti: così furono
convinti della impossibilità di pervenire al loro scopo, essendo il
castello guardato con troppa avvedutezza ed entro e fuori. Deposta
da Palamede ogni speranza di rivedere Ginevra nel modo consigliato
da Aldobrado, fermò quindi nell’animo di tentare altre vie. Chiarì ad
Aldobrado il suo proposito di abbandonare la impresa; e checchè questi
gli dicesse onde impegnarnelo nuovamente, tutto parve vano. Venne
perciò statuito che al mattino venturo, pagato un premio a’ ladri,
sarebbero ritornati alla Ca di Mandellone per riprendere i cavalli, ed
avviarsi ciascuno ove il proprio destino li avrebbe condotti.
Era vicina la notte, e Palamede, a cui il fine male avventurato del
suo disegno avea resi ancor più odiosi i ladri e la loro sotterranea
abitazione, uscì all’aperta per meditare da solo che mai dovesse
intraprendere, onde venire a capo d’una impresa da cui dipendeva
unicamente la sua felicità, ed alla quale era legato per religione e
per le leggi di amore e di onore. Sparso era il cielo di oscure nubi,
e il vento forte fischiava tra le frondi del bosco; udivasi da lungi
mormorare il tuono e scorgevasi un balenare incessante. Quell’aspetto
tempestoso dell’aere consuonava pur bene coll’agitazione dell’anima
di Palamede. Rimase questi colà sino al completo oscurarsi del
cielo, ora scorrendo pel bosco, ora appoggiandosi alle colonne del
peristilio del tempio a contemplare l’addensarsi ed abbuiarsi delle
nubi; ora ascoltando con segreto compiacimento il soffiare del vento
e il rimbombare del tuono. Quando la notte si fu alta, e gli oggetti
d’intorno ravvolti in una profonda oscurità, Palamede destatosi da
quella intensa concentrazione in cui l’aveano condotto i suoi mesti
pensieri, si ritrasse nell’interno del tempio, e cerchi gli sconnessi
gradini dell’ara, vi si pose genuflesso ad invocare il patrocinio
di Sant’Ambrogio e della Vergine, nelle cui chiese di Milano avea
tante volte aperto i più segreti affetti del cuore, ponendoli sotto
il loro patrocinio. Leniva così il peso del suo affanno, esalandolo
nell’entusiasmo religioso, che in lui era caldo al pari dell’amore. E
siccome abborriva il ridiscendere nel covo co’ ladri, pensò vegliare
quella notte nel tempio, attendendo il primo albeggiare per ritornare
all’isola di Mandellone. Cedendo però ad un certo languore delle
membra inoperose, si avvolse nel bruno mantello, e si stese sul nudo
macigno de’ gradini, facendosi del braccio guanciale. Per la rotta
volta del tempio vedevasi uno spazio di cielo che a pena pel tenebrore
che l’ingombrava si distingueva da’ contorni della nera volta: e
mentre Palamede vi intendeva lo sguardo l’oscuro seno di una nube
diradatosi, lasciò scorgere uno spazio sereno di firmamento in cui
ardeano luminose le stelle. Fu argomento di non poca gioia al cavaliere
quell’apparirgli d’un subito la veduta degli astri, dalla cui posizione
si traevano in allora tanti felici od avversi auspicii. Egli pensò
che si fosse qualche prospera congiunzione di pianeti a suo favore;
ed osservando quello spazio sereno che incominciando dalla parte di
Milano, avanzatasi per dilungo delle rotte nubi ver Trezzo, non dubitò
punto gli recasse l’annunzio che l’appagamento dei suoi voli sarebbesi
compiuto nel castello di Trezzo, dopo aver tratto principio da Milano.
Le nubi intanto si rinserrarono; il sereno affatto disparve, e il vento
soffiò più forte. Palamede, immerso in gradite illusioni, fu vinto a
poco a poco dalla stanchezza de’ sensi, e si assopì in profondissimo
sonno.
Cupa, sommessa, sconosciuta una voce, ruppe il sonno al cavaliere,
chiamandolo per nome. Levò esagitato la testa appuntellandosi sul marmo
colla destra, e addomandando chi fosse ad una nera figura ravvolta in
un manto, la quale si inchinava versò di esso, e che da lui fu scorta,
perchè il cielo rasserenatosi del tutto tramandava per entro il foro
della volta uno scarso raggio di luna. «Non destate, o cavaliero (gli
disse l’incognito), i serpenti nella tana che li rinchiude; seguitemi
per amor di Ginevra; la colomba difesa dall’aquila non temerà gli
artigli del falco.» Sprezzatori de’ perigli e amanti delle strane
avventure e del maraviglioso, siccom’erano i guerrieri di que’ tempi,
non esitavano certo a slanciarsi là dove un arcano avvenimento apriva
loro un campo di far mostra d’intrepidità e di valore. Palamede, a
cui si risvegliarono in quell’istante nell’animo tutte le credenze
ne’ prestigii e nelle apparizioni di esseri soprannaturali a guida
delle umane azioni, giudicò che colui il quale mosso gli avea quelle
voci si fosse uno spirito a lui inviato da’ santi suoi patroni.
Laonde, levatosi tostamente in piedi, si chiuse nel mantello e si
dispose a seguirlo; ma appena uscito dal tempio, forte paventò ch’ei
fosse uno spirito infernale, o l’anima di Guandaleone che frequentava
que’ luoghi: gli si accostò allora, e di celato toccògli il manto
coll’imagine di Sant’Ambrogio che serbava sculta sulla spada, e
fecesi il seguo della croce. L’incognito per ciò non disparve nè urlò:
ond’egli prese fidanza, e seco lui internossi fra le piante del bosco.
Buio, inestricabile, incerto era il cammino della selva: chè lo
intrecciarsi foltissimo de’ rami non lasciava penetrare il debilissimo
raggio della luna nascente. Avanzatisi quindi un trar d’arco, parve
impossibile a Palamede il procedere più oltre per quella oscurità
piena di ostacoli innumerevoli: ma ad un tratto sentì che l’incognito
agitava qualche corpo nell’aria, e vide con maraviglia accenderglisi
nella destra una fiaccola, che rischiarò di repente con una luce
improvvisa que’ luoghi. Gialliccia, offuscata da un denso fumo che
effondeva, sventolava la larga fiamma di quella face, tramandando un
lume che spandeva sui tronchi e sulle foglie degli alberi un livido
colore, ed iva a perdersi fra il denso della boscaglia. Scorse allor
Palamede che la sconosciuta sua guida si era un uomo di non alta
statura, tutto ravvolto in bruno ammanto che gli si avviluppava
sino al capo; aguzzo avea il mento, e coverto da una ciocca di peli;
larga la bocca; protendenti, ma scarne le mascelle; gli occhi assai
incavati. «Chi sarà mai costui, al quale è noto il mio nome e l’amor
mio per Ginevra!» disse Palamede fra sè, mirando l’incognito la di cui
fisionomia, sebbene negromantica e di straordinario aspetto, teneva pur
assai del terreno per presupporlo uno spirito, o celeste, o infernale.
«Sarebb’egli uno sgherro di Gian Galeazzo? Sarebb’egli uno stregone
abitatore di questa selva?» Ma fidando nel proprio coraggio, serbando
la destra sull’impugnatura della spada, e colla manca affrancandosi
il mantello sul petto, proseguì intrepido a tenergli dietro. Dopo un
breve tratto di cammino per la boscaglia, lo sconosciuto, soffermatosi,
infisse in un tronco per l’acuta estremità la face che portava, e
disse a Palamede: «Voi udirete il canto di Ginevra a piè delle mura che
la rinserrano: mal volle ella credermi quando le susurrai che voi le
eravate vicino; io deggio dunque mostrarvi ai di lei occhi. Che se non
bastassero le vostre forme, ch’ella vedrà lontane, porgetemi un segno
od una parola per cui indubbiamente vi riconosca.» Maravigliato il
cavaliere a sì fatto parlare, da cui comprese quanto egli sapesse de’
suoi amori con Ginevra, fu punto dalla brama di chiedergli di lei più
cose: quando un suo guardar penetrante ed istrano gli impose silenzio.
Per cui tacitamente trasse la lettera involta nel nastro che già porto
aveva al Tencio, e gliela diede. L’incognito, presolo allora per mano,
proseguì seco lui il cammino per la selva lievemente rischiarata dalla
face rimasta nel tronco, e che dileguossi alla loro vista un momento
prima che uscissero fuori interamente del bosco, ove nessun ingombro
divietò che la luna loro apparisse splendente di tutta luce.
Torreggiavano poco lungi di là le mura del castello di Trezzo, di cui
irradiava la luna il fianco orientale, verso la qual banda Palamede
si volse coll’incognito. Quivi pervenuti, ascendendo ad un masso che
sorgeva a’ fianchi del castello, lo sconosciuto disse a Palamede:
«Arrestatevi qui sino a che un lume là sopra (ed additò le finestre)
verrà acceso, indi spento; e tosto che spegnerassi ritornate nel bosco
alla tana del cervo, da cui non partirete pria di rivedermi.» In così
dire accostossi dippiù alle mura, e cacciatosi nell’ombra, sparve d’un
subito agli occhi di Palamede, attonito a sì strana ventura.
Era il cielo stellato e sereno, e la luna diffondeva per l’aere una
limpida luce: il mormorare dell’Adda rompea solo il silenzio che
regnava d’intorno. Stava il cavaliero con un’ansia inesprimibile
attendendo surgesse la voce di Ginevra; allorchè vide un lume
riflettersi, e passando per le vetriate delle finestre, in pria
oscure, che a lui sovra stavano, arrestarsi nella camera presso il
verone. Dopo pochi istanti un improvviso toccar di corde di un liuto
dolcemente risonante partì dall’unica finestra illuminata del castello,
e si diffuse in melodiose voci per l’aria silenziosa. Irruppero
dapprima rapide note, scorrenti velocemente dai gravi agli acuti; alle
quali a grado a grado mancanti succedette uno arpeggiare armonioso,
che vagando con risentiti passaggi in tuoni variati, ricercò e si
trattenne sul toccare di una affettuosissima minore. «O mano d’amore!
Ginevra, mio unico bene!» disse fra sè Palamede premendosi le mani
congiunte al seno, e volgendo lo sguardo ove udiva que’ suoni, rapito
dall’entusiasmo del più puro trasporto. E chi potrebbe esprimere la
piena di affetto che invase l’anima del cavaliero, udendosi risuonare
all’orecchio, dopo tanta lontananza e sì fieri avvenimenti! il preludio
della canzone del ritorno del guerriero crociato, ch’egli stesso aveva
a Ginevra insegnata? L’estasi sua toccò il colmo, allorchè ascoltò la
di lei voce proferirne le parole che così suonavano:
Da lontane estranie terre,
Dal sepolcro del Signor,
Dai perigli e dalle guerre
Io ritorno vincitor.
Altri raggi in altri suoli
Irradiaro il mio cimier:
E le vampe d’altri soli
Abbruniro il cavalier;
Ma il mio tetto ed i miei cari
Sempre fissi in cor restâr,
Nello scorrere dei mari,
Nella foga del pugnar.
Ah! mio ben, che in queste mura
Fida attendi al mio venir,
Frena il pianto e l’ansia cura:
Io ritorno a’ tuoi desir.
Due volte ripetè questi ultimi accenti; e a pena cessò il canto,
apparve la bella sul verone. Il manto del cavaliero gli era in quel
mentre caduto dagli omeri senza ch’ei nel rapimento della passione se
ne avvedesse, e un raggio di luna brillava vivissimo sul terso acciaio
della sua armatura e dell’elmo. Al vedersi si riconobbero l’un l’altro
quegli amanti, e nella piena dell’affetto che loro ardeva in cuore
avrebbero forse alzata la voce a parlarsi: quando Palamede scórse
ispegnersi di repente il lume entro la stanza del verone, e Ginevra da
quello ritrarsi rapidamente. Stette un istante sospeso il cavaliero; ma
ripensando alle parole dello sconosciuto, diè ratto di volta verso il
bosco, e vi si internò camminando alla cieca: sino a che, scoperta allo
splendore la fiaccola infissa al tronco, la riprese, e colla scorta di
essa ricalcò il sentiero già percorso dapprima.