IL 21 MARZO

Alle 5 ore del mattino Radetzky fece suonare a raccolta. Sembrava che

le cose dovessero avere un prospero fine nella giornata.

Alla mattina le truppe cominciarono le fucilate e le cannonate dai

bastioni della città: le barricate erano state da parte del popolo

spinte molto avanti nella precedente notte.

L'alba era nuvolosa, e piovigginava: le campane della città

continuavano a suonare a stormo:--i gridi di rabbia da parte dei

Tedeschi e quelli di gioja da parte degli insorgenti echeggiavano

dovunque:--a porta Tosa si lavorò indefessamente dalle 7 alle 10 a

rinforzare le barricate e vi si collocarono i più audaci combattenti,

mentre i più esperti fucilieri vennero disposti sulle diverse case

dei dintorni e pegli orti onde potessero meglio molestare il nemico

su tutti i punti, uccidere gli artiglieri allorchè s'avvicinavano al

cannone per apprendervi fuoco, dando campo in tal modo agli altri

popolani d'avvicinarsi per di dentro e per di fuori alla porta Tosa.

Nella città frattanto provvedevasi dal popolo ingegnoso ed entusiasta a

far fronte in mille modi alle grandi forze del nemico. Si costrussero

cannoni di legno cerchiati di ferro, tanto che reggessero a un certo

numero di colpi; s'aumentò la fabbricazione della polvere e del cotone

fulminante e la fusione delle palle; si pose in ogni opera un'attività

immensa, un entusiamo indicibile.

I consoli residenti in Milano, che si erano interposti sin dal

principio del combattimento per comporre le quistioni fra le due parti

ed evitare un bombardamento, eransi rivolti alla Municipalità onde

communicarle la lettera di Radetzky, chiedendo da essa una risposta in

proposito.

Ora, lasciò scritto Cattaneo, mentre dopo il mezzodì del quarto

giorno stavamo concertando con Borgazzi per l'assalto al bastione, la

Municipalità ci invitò a convenir seco lei intorno alla risposta da

darsi ai Consoli che sarebbero venuti a riceverla verso le ore tre.

Proponevasi, diversamente dal giorno innanzi, non armistizio di

quindici giorni ma di tre; libera una porta, sì all'entrata delle

vettovaglie, che all'uscita degli stranieri, ed anco dei cittadini; ma

non estesa la tregua alla campagna.

Casati, assentendovi per sè, pregò il collaboratore Giuseppe Durini a

ripeterci un sottile ragionamento che aveva già fatto ai municipali,

provando che l'armistizio avrebbe giovato più a noi che al nemico che

lo dimandava! I collaboratori e i lori seguaci se ne mostravano già

tutti persuasi; tranne Achille Mauri, che pure faceva già loro da

secretario.

Invitato da' miei colleghi ad esprimere il loro voto, osservai che,

dopo un nuovo giorno di vittoria, il richiamare dal combattimento i

cittadini era divenuto ancora più difficile; e che non conveniva dar

tempo al nemico di ritorcere tutte le forze sulla campagna.--E infatti

lettere intercette si scopersero poi, che, s'ei si avviliva a dimandare

quella tregua, era solo perchè i tre giorni gli abbisognavano per avere

in Milano mille e duecento grosse bombe, sbarcate allora in Piacenza.

Feci poi considerare che quell'intervallo, oltre al dar agio al

nemico di far macello dei nostri soccorritori, avrebbe rallentato il

vittorioso impeto dei cittadini, i quali sarebbero atterriti poscia

dallo spettacolo forse dei trucidati amici. Feci considerare che

l'esempio apportava contagio; che il primo giorno, la città sarebbe

abbandonata dai forestieri, dalle donne e dai timidi; il secondo,

lo sarebbe dai prudenti; e il terzo, anche dagli animosi. Conveniva

ritenere i forastieri fra noi; erano sempre un ostacolo all'incendio

e al saccheggio; non si poteva immaginare che il vessillo francese,

sventolante a lato al nostro, non dovesse imporre qualche freno agli

eccessi.--

Allora il conte Borromeo raccomandò di non dimenticare che

si difettava di munizioni, e si avevano viveri solo per

ventiquattr'ore.--Dopo le cose più sopra narrate, non fu millanterìa

in me il rispondergli che il nemico, avendoci fornito fin allora le

munizioni, ce le avrebbe fornite ancora. Quanto ai viveri, che dovevano

durare solo per ore ventiquattro, gli risposi, aver io sciupato in

cose statistiche quanto tempo bastava per potergli far sicurtà che

computi così precisi non si potevano fare:--«Del resto, gli dissi,

ventiquattr'ore di viveri e ventiquattro di digiuno saranno molto più

ore che non ci sia mestieri. Il nemico sui bastioni non può reggere;

è una linea troppo prolungata (erano dodici chilometri); gli deve già

riescire assai malagevole la distribuzione dei viveri; e difatti in

giro alla città Croati e Tedeschi sono già ridotti a vivere di ruba.

Questa sera, se riescono i concerti fatti or ora, sarà spezzata la sua

linea lungo i bastioni; e per poco che tardi a mettersi in ritirata,

non troverà più strade.--Infine, quando pur ci dovesse mancare il pane,

meglio morir di fame che di forca».--

I conti Casati, Durini e Borromeo, propugnando fra quella tanta

effervescenza d'animi l'armistizio, si erano messi affatto a nostra

discrezione; poichè si udivano affollati all'uscio i giovani vociferare

sdegnosamente contro qualsiasi aggiustamento. Dopo essere uscito

a tranquillarli, io pregai Casati a por fine a un diverbio oramai

ozioso; poichè troppo era manifesta l'impossibilità di far deporre alla

gioventù le armi, che aveva sì felicemente impugnate.

Dopo pochi momenti, giunsero vestiti dei loro uniformi i consoli; e

udirono il rifiuto dell'armistizio dalla bocca dell'eroico podestà.

Ancora quella volta noi concedemmo ai nostri avversarii un immeritato

vantaggio; tanto è vero che non operavamo per ambizione di parte, ma

per sentimento di cittadini. Strinsi la mano a quei rappresentanti

dell'Inghilterra e della Francia, senza frammettere allusione veruna

ai nostri dissidii. È verissimo però che nella lettera indirizzata dal

Casati ai consoli, e da questi publicata, il rifiuto dell'armistizio

venne attribuito al volere del popolo.

Appena partiti quei signori, apparve in città il conte Enrico Martini,

inviato dal re Carlo Alberto onde parlare della dedizione del paese al

re sardo, il quale prometteva soccorsi d'uomini e d'armi in tale caso.

Osteggiava la proposta il Cattaneo che sosteneva dover il popolo, non

le autorità civili disporre dello Stato; non essere d'altronde quella

l'occasione propizia di convocare il popolo a votazioni, correndogli

dovere e necessità in quei supremi momenti di provvedere alla difesa

dall'inimico, all'offesa onde scacciarlo e procurarsi libertà.

Opponevano gli altri a Cattaneo che il popolo difettava d'armi e

munizioni, alle quali avrebbe potuto provvedere colla dedizione al re

sardo; che del resto con quel sovrano si avrebbero ottenute adesioni

e soccorsi anche da tutti gli altri governi italiani. Accalorata fu

la discussione, e vi si cominciò a germogliare quella discordia di

principii repubblicani e costituzionali sempre cattiva, esiziale in

allora, e che perdurò per tutto il tempo successivo della guerra sino

alla rotta di Carlo Alberto.

Prevalse in quella discussione l'opinion della Municipalità di

accogliere le proposte di re Carlo Alberto ed usufruttare dei mezzi

ch'egli offriva.

Il Consiglio di guerra allora credette utile di raccomandare ancora una

volta ai cittadini la federazione militare di tutti i popoli d'Italia

volgendo il seguente appello a tutte le città della penisola:

Storia delle cinque gloriose giornate di Milano nel 1848 · 第 26 / 50 题