Alle 5 ore del mattino Radetzky fece suonare a raccolta. Sembrava che
le cose dovessero avere un prospero fine nella giornata.
Alla mattina le truppe cominciarono le fucilate e le cannonate dai
bastioni della città: le barricate erano state da parte del popolo
spinte molto avanti nella precedente notte.
L'alba era nuvolosa, e piovigginava: le campane della città
continuavano a suonare a stormo:--i gridi di rabbia da parte dei
Tedeschi e quelli di gioja da parte degli insorgenti echeggiavano
dovunque:--a porta Tosa si lavorò indefessamente dalle 7 alle 10 a
rinforzare le barricate e vi si collocarono i più audaci combattenti,
mentre i più esperti fucilieri vennero disposti sulle diverse case
dei dintorni e pegli orti onde potessero meglio molestare il nemico
su tutti i punti, uccidere gli artiglieri allorchè s'avvicinavano al
cannone per apprendervi fuoco, dando campo in tal modo agli altri
popolani d'avvicinarsi per di dentro e per di fuori alla porta Tosa.
Nella città frattanto provvedevasi dal popolo ingegnoso ed entusiasta a
far fronte in mille modi alle grandi forze del nemico. Si costrussero
cannoni di legno cerchiati di ferro, tanto che reggessero a un certo
numero di colpi; s'aumentò la fabbricazione della polvere e del cotone
fulminante e la fusione delle palle; si pose in ogni opera un'attività
immensa, un entusiamo indicibile.
I consoli residenti in Milano, che si erano interposti sin dal
principio del combattimento per comporre le quistioni fra le due parti
ed evitare un bombardamento, eransi rivolti alla Municipalità onde
communicarle la lettera di Radetzky, chiedendo da essa una risposta in
proposito.
Ora, lasciò scritto Cattaneo, mentre dopo il mezzodì del quarto
giorno stavamo concertando con Borgazzi per l'assalto al bastione, la
Municipalità ci invitò a convenir seco lei intorno alla risposta da
darsi ai Consoli che sarebbero venuti a riceverla verso le ore tre.
Proponevasi, diversamente dal giorno innanzi, non armistizio di
quindici giorni ma di tre; libera una porta, sì all'entrata delle
vettovaglie, che all'uscita degli stranieri, ed anco dei cittadini; ma
non estesa la tregua alla campagna.
Casati, assentendovi per sè, pregò il collaboratore Giuseppe Durini a
ripeterci un sottile ragionamento che aveva già fatto ai municipali,
provando che l'armistizio avrebbe giovato più a noi che al nemico che
lo dimandava! I collaboratori e i lori seguaci se ne mostravano già
tutti persuasi; tranne Achille Mauri, che pure faceva già loro da
secretario.
Invitato da' miei colleghi ad esprimere il loro voto, osservai che,
dopo un nuovo giorno di vittoria, il richiamare dal combattimento i
cittadini era divenuto ancora più difficile; e che non conveniva dar
tempo al nemico di ritorcere tutte le forze sulla campagna.--E infatti
lettere intercette si scopersero poi, che, s'ei si avviliva a dimandare
quella tregua, era solo perchè i tre giorni gli abbisognavano per avere
in Milano mille e duecento grosse bombe, sbarcate allora in Piacenza.
Feci poi considerare che quell'intervallo, oltre al dar agio al
nemico di far macello dei nostri soccorritori, avrebbe rallentato il
vittorioso impeto dei cittadini, i quali sarebbero atterriti poscia
dallo spettacolo forse dei trucidati amici. Feci considerare che
l'esempio apportava contagio; che il primo giorno, la città sarebbe
abbandonata dai forestieri, dalle donne e dai timidi; il secondo,
lo sarebbe dai prudenti; e il terzo, anche dagli animosi. Conveniva
ritenere i forastieri fra noi; erano sempre un ostacolo all'incendio
e al saccheggio; non si poteva immaginare che il vessillo francese,
sventolante a lato al nostro, non dovesse imporre qualche freno agli
eccessi.--
Allora il conte Borromeo raccomandò di non dimenticare che
si difettava di munizioni, e si avevano viveri solo per
ventiquattr'ore.--Dopo le cose più sopra narrate, non fu millanterìa
in me il rispondergli che il nemico, avendoci fornito fin allora le
munizioni, ce le avrebbe fornite ancora. Quanto ai viveri, che dovevano
durare solo per ore ventiquattro, gli risposi, aver io sciupato in
cose statistiche quanto tempo bastava per potergli far sicurtà che
computi così precisi non si potevano fare:--«Del resto, gli dissi,
ventiquattr'ore di viveri e ventiquattro di digiuno saranno molto più
ore che non ci sia mestieri. Il nemico sui bastioni non può reggere;
è una linea troppo prolungata (erano dodici chilometri); gli deve già
riescire assai malagevole la distribuzione dei viveri; e difatti in
giro alla città Croati e Tedeschi sono già ridotti a vivere di ruba.
Questa sera, se riescono i concerti fatti or ora, sarà spezzata la sua
linea lungo i bastioni; e per poco che tardi a mettersi in ritirata,
non troverà più strade.--Infine, quando pur ci dovesse mancare il pane,
meglio morir di fame che di forca».--
I conti Casati, Durini e Borromeo, propugnando fra quella tanta
effervescenza d'animi l'armistizio, si erano messi affatto a nostra
discrezione; poichè si udivano affollati all'uscio i giovani vociferare
sdegnosamente contro qualsiasi aggiustamento. Dopo essere uscito
a tranquillarli, io pregai Casati a por fine a un diverbio oramai
ozioso; poichè troppo era manifesta l'impossibilità di far deporre alla
gioventù le armi, che aveva sì felicemente impugnate.
Dopo pochi momenti, giunsero vestiti dei loro uniformi i consoli; e
udirono il rifiuto dell'armistizio dalla bocca dell'eroico podestà.
Ancora quella volta noi concedemmo ai nostri avversarii un immeritato
vantaggio; tanto è vero che non operavamo per ambizione di parte, ma
per sentimento di cittadini. Strinsi la mano a quei rappresentanti
dell'Inghilterra e della Francia, senza frammettere allusione veruna
ai nostri dissidii. È verissimo però che nella lettera indirizzata dal
Casati ai consoli, e da questi publicata, il rifiuto dell'armistizio
venne attribuito al volere del popolo.
Appena partiti quei signori, apparve in città il conte Enrico Martini,
inviato dal re Carlo Alberto onde parlare della dedizione del paese al
re sardo, il quale prometteva soccorsi d'uomini e d'armi in tale caso.
Osteggiava la proposta il Cattaneo che sosteneva dover il popolo, non
le autorità civili disporre dello Stato; non essere d'altronde quella
l'occasione propizia di convocare il popolo a votazioni, correndogli
dovere e necessità in quei supremi momenti di provvedere alla difesa
dall'inimico, all'offesa onde scacciarlo e procurarsi libertà.
Opponevano gli altri a Cattaneo che il popolo difettava d'armi e
munizioni, alle quali avrebbe potuto provvedere colla dedizione al re
sardo; che del resto con quel sovrano si avrebbero ottenute adesioni
e soccorsi anche da tutti gli altri governi italiani. Accalorata fu
la discussione, e vi si cominciò a germogliare quella discordia di
principii repubblicani e costituzionali sempre cattiva, esiziale in
allora, e che perdurò per tutto il tempo successivo della guerra sino
alla rotta di Carlo Alberto.
Prevalse in quella discussione l'opinion della Municipalità di
accogliere le proposte di re Carlo Alberto ed usufruttare dei mezzi
ch'egli offriva.
Il Consiglio di guerra allora credette utile di raccomandare ancora una
volta ai cittadini la federazione militare di tutti i popoli d'Italia
volgendo il seguente appello a tutte le città della penisola: