L’assalto dei Tupinambi.
Diaz si era rapidamente voltato, guardando verso la savana sommersa.
Se l’indiano che sapeva non essere facile ad impressionarsi, aveva
pronunciate quelle parole, la cosa doveva essere ben seria e realmente
era molto grave.
Quattro punti luminosi, forse delle fiaccole, solcavano silenziosamente
le nere acque della savana sommersa e quello che era peggio, pareva
che si dirigessero verso l’isoletta sulla quale il marinaio di Solis e
l’indiano avevano cercato un momentaneo rifugio.
Si distinguevano abbastanza nettamente le prore di quattro canoe che
parevano assai più grosse di quella dei fuggiaschi e si vedevano anche
ad agitarsi delle forme umane quasi nude.
— Bella notte! — mormorò Diaz, — Prima i giaguari, ora i Tupy od i
Caheti! Come finirà?
— Li vedi? — chiese Rospo Enfiato.
— Non sono cieco.
— Vengono qui.
— Me ne sono accorto.
— Ci spiavano dalla foce del fiumicello. Tu non ti eri ingannato quando
hai udito quel fischio.
— Vorrei sapere chi sono.
— Tupinambi no di certo, — rispose l’indiano — I miei non devono essere
giunti sulle rive di questa savana.
— Allora sono Tupy.
— Od altri non meno pericolosi.
— Che cosa dobbiamo fare?
— Tenerci nascosti nella _canoa_, per ora, — disse l’indiano.
— Vorresti, in caso di pericolo, rifugiarti ancora a terra? La nostra
situazione non potrebbe allora diventare peggiore?
— È vero avremmo da misurarci anche coi giaguari.
— Trova qualche cosa d’altro.
— Lasciamoli sbarcare, poi filiamo a tutta forza di remi verso il sud.
L’alba non comparirà prima di due ore e protetti da questa oscurità
forse potremo sfuggire ancora ai nostri nemici.