Fece cenno a Diaz di guardare verso le palme per non farsi sorprendere
dall’animale che aveva veduto e che poteva essere anche quello un
giaguaro e s’allontanò silenziosamente tenendosi nascosto dietro i
tronchi degli alberi ed i cespugli che in quel luogo erano foltissimi.
La belva che aveva fatto udire quel miagolìo minaccioso, doveva essersi
nascosta fra i paletuvieri che ingombravano la riva dell’isoletta.
Rospo Enfiato, aveva introdotto un cannello nella _gravatana_, quando
si trovò fuori dalle macchie. Si diresse coraggiosamente là dove era
partito quel miagolìo e non s’arrestò che quando giunse a una trentina
di passi dalla prima linea dei paletuvieri.
Essendovi fra le ultime macchie e quelle piante acquatiche uno spazio
scoperto, se l’animale lasciava il suo rifugio non poteva sfuggire agli
sguardi vigilanti dell’indiano.
Trascorsero alcuni istanti d’attesa angosciosa.
Un profondo silenzio regnava sia sulla riva sia in mezzo alle piante,
nè alcun altro miagolìo si era fatto udire.
Solo di quando in quando si udiva l’acqua della laguna, che la brezza
mattutina agitava, rompersi con un gorgoglìo monotono contro la riva.
Ad un tratto un buffo d’aria portò fino alle nari dell’indiano un acuto
odore di selvatico, quell’odore speciale che tramandano le fiere e che
si espande anche a non breve distanza.
— Si trova dinanzi a me, — barbottò l’indiano.
Si volse lanciando un rapido sguardo verso le macchie e vide il
marinaio di Solis rannicchiato dietro il tronco d’un _simaruba_, colla
_gravatana_ accostata alle labbra.
— Devono essere due i giaguari, — mormorò — maschio e femmina forse e
hanno manovrato in modo da prenderci in mezzo.
Ciò non deve durare molto; la pazienza non è il forte di quelle belve,
specialmente se è la fame che le spinge. —
Fece ancora qualche passo sperando che il giaguaro si decidesse a
mostrarsi. Non riuscendo a scorgerlo e temendo pel compagno, stava
per retrocedere verso le macchie, quando vide slanciarsi fuori dai
paletuvieri, con un salto fulmineo, la belva.
Era un superbo giaguaro, grosso quasi quanto una tigre malese, dal
pelame splendido e dalle forme eleganti ed insieme vigorose.
I suoi occhi, che mandavano bagliori fosforescenti, si erano subito
fissati sull’indiano.
Per alcuni istanti l’uomo e l’animale si guardarono, come se fossero
sorpresi di trovarsi l’uno di fronte all’altro, a così breve distanza,
poi la belva aprì le mascelle formidabilmente armate e si lasciò
sfuggire un rauco brontolìo che non era certo di buon augurio.
Pareva che si preparasse a prendere lo slancio. Un momento di
esitazione e l’uomo poteva essere perduto.
Rospo Enfiato non era però alle sue prime armi e ben altre volte si era
misurato con quei pericolosi felini.
Imboccò rapidamente la _gravatana_ e soffiò con forza. Il sottile
cannello partì sibilando dolcemente e andò a piantarsi nella gola della
belva.
Sentendosi ferita, fece un balzo di fianco, mordendo rabbiosamente la
freccia e spezzandola, poi fece per avventarsi contro l’indiano che si
era prudentemente gettato dietro il tronco d’un albero, le forze però
bruscamente le mancarono e cadde agitando pazzamente le zampe.
Nell’istesso momento si udì il marinaio di Solis a gridare:
— Aiuto! —
Rospo Enfiato senza più preoccuparsi della belva che si rotolava fra le
erbe e le foglie secche, si era slanciato fra le macchie introducendo
rapidamente una nuova freccia nella gravatana.
Dinanzi a Diaz due altri giaguari, non meno grossi del primo,
volteggiavano con slanci fulminei sopra i cespugli, miagolando e
ruggendo.
Per qualche istante furono veduti slanciarsi or qua ed or là come se
fossero impazziti, poi scomparvero di nuovo fra le piante prima ancora
che Rospo Enfiato potesse lanciare su di loro la seconda freccia.
Si udì ancora qualche rauco brontolìo, poi il silenzio tornò.
— Hai colpito qualcuno? — chiese Rospo Enfiato.
— Lo dubito, — rispose Diaz. — Saltavano come se il suolo fosse
cosparso di molle.
Ed il tuo?
— È morto, — rispose l’indiano.
— Che ritornino?
— Sono certo che ci spiano. Devono essere affamati, non abbondando qui
la selvaggina.
— Se mi balzavano addosso entrambi, non so come la sarebbe finita per
me. Come mai si sono radunate tante fiere su questa lingua di terra?
— Sono le inondazioni che le cacciano dalle rive, — rispose l’indiano.
— Proviamo a ritirarci verso la _canoa_.
— Non oso riattraversare le macchie.
— Seguiamo la riva.
— Sia, — rispose il Rospo.
Avevano però percorsi appena una trentina di passi, quando udirono
ancora le due belve a mugolare. Pareva che non si trovassero più
insieme, perchè le urla risuonavano in due diverse direzioni.
— Odi? — chiese Diaz. — Che chiamino dei compagni?
— Temo che ve ne siano altri, — rispose l’indiano. — Si direbbe che qui
i giaguari pullulano come gli _jacarè_ nelle savane sommerse.
Sfuggire i Tupy per cadere sotto le unghie dei carnivori! È una vera
disdetta, uomo bianco.
— E quest’altro urlo?
— Sono tre dunque?
— Affrettiamo il passo o non torneremo vivi nella canoa. —
Si erano rimessi in marcia, seguendo lo spazio compreso fra le ultime
macchie ed i paletuvieri.
Di tratto in tratto però si fermavano per scrutare le piante, poi
ripartivano a passo di corsa. La paura cominciava ad invaderli,
quantunque fossero ancora ben forniti di frecce intinte nel _vulrali_.
Non camminavano più, correvano lungo la riva eppure non si sentivano
ancora sicuri, anzi tutt’altro! Ogni volta che si fermavano udivano
verso le macchie scrosciare le foglie secche e stormire i rami.
I due giaguari o tre che fossero, non li avevano ancora abbandonati
e aspettavano certo l’occasione propizia per slanciarsi su di loro e
divorarli.
L’assalto, fortunatamente, ritardava e forse in causa della zona
scoperta che essi percorrevano e che impediva alle belve di piombare
addosso a loro di sorpresa.
Correvano da venti minuti, quando Rospo Enfiato si gettò
improvvisamente fra i paletuvieri gridando a Diaz:
— Seguimi senza ritardo.
— Vuoi cacciarti in acqua?
— No la _canoa_ è nascosta qui presso.
— L’hai veduta?
— Un indiano non s’inganna mai. —
Si erano issati sui rami contorti delle piante e s’avanzavano verso
l’acqua, quando una forma oscura piombò a pochi passi da loro,
sprofondando fra le foglie.
— Guardati! — gridò Rospo Enfiato.
— _Carrachà!_ — gridò Diaz. Un po’ più innanzi e mi piombava
addosso. —
S’appoggiò fra due rami e si volse tenendo la _gravatana_ accostata
alle labbra.
Il giaguaro che aveva tentato quel salto, pareva che non si trovasse
troppo bene fra i paletuvieri sui quali non poteva trovare l’appoggio
che gli era necessario. Lo si udiva a dibattersi ed a brontolare.
Saliva, poi ricadeva e probabilmente non gli piaceva affatto di
sentirsi bagnare la coda e le zampe deretane.
Diaz aspettò che mostrasse la testa a livello delle foglie e gli lanciò
una freccia che lo colpì fra i due occhi.
L’animale non parve nemmeno accorgersi di essere stato colpito a morte
anzi con uno sforzo supremo si issò su un ramo più robusto degli altri,
tentando di avventarsi sulle prede che stavano per sfuggirgli.
Il terribile veleno faceva però il suo effetto, con rapidità fulminea.
Si era appena alzato, quando fu veduto ricadere.
Si udì un mugolìo soffocato poi un tonfo. L’acqua lo aveva inghiottito.
— È morto! — gridò Diaz che aveva cacciata un’altra freccia nella
_gravatana_.
— E gli altri? — chiese Rospo Enfiato che continuava a passare di ramo
in ramo.
— Non li vedo più.
— Ed io sono presso la piroga.
— Ti seguo! —
Ad un tratto l’indiano si lasciò sfuggire una sorda imprecazione.
— Ecco quello che temevo!
— Che cos’hai?
— Vengono.
— Chi?
— Non lo so; i Tamoi od i Caheti. Canaglie! Non hanno perduto il loro
tempo. Guarda, uomo bianco! —