Il Tupinambi lo afferrò invece strettamente per un braccio dicendogli:
— La pelle pesa indosso al _pyaie_ bianco? Eccoli che arrivano i Tupy.
Fuggi se vuoi salvare la vita.
I Tupinambi vendicheranno la morte degli uomini dalla pelle
bianca. —
I Tupy, rimessisi dalla sorpresa e dal terrore, avevano ripresa la
corsa.
Avendo scorti quei due uomini fuggire verso la cinta, si erano subito
immaginati che potessero essere dei nemici e si erano scagliati sulle
loro traccie agitando furiosamente le mazze.
Erano un centinaio per lo meno. Volerli affrontare sarebbe stato come
correre incontro ad una morte più che certa, specialmente colle povere
armi di cui disponevano Diaz e l’indiano.
Avessero avuto degli archibugi, avrebbero forse avuta qualche speranza
di arrestarli e anche di sgominarli; colle _gravatane_ c’era ben poco
da sperare.
Diaz aveva subito capito che la partita era ormai irreparabilmente
perduta e che non era il momento di occuparsi del disgraziato Alvaro.
Rospo Enfiato aveva già varcata la porta e correva come un cervo
attraverso la tenebrosa prateria, dirigendosi verso la foresta, la cui
massa imponente giganteggiava cinquecento passi più innanzi.
Con uno sforzo disperato lo raggiunse, mentre i Tupy si disperdevano
per la pianura ululando ferocemente.
— Verso il fiume, — disse Diaz. — È necessario raggiungere la barca, se
non ce l’hanno portata via.
— Sì, al fiume, — rispose il Rospo. — La nostra salvezza sta nella
savana sommersa. —
Avevano raggiunta la immensa foresta.
Il Tupinambi si orizzontò rapidamente, poi riprese la fuga seguito da
Diaz il quale ormai già abituato alle lunghe corse degl’indiani, aveva
acquistata un’agilità straordinaria.
I Tupy continuavano ad inseguirli con accanimento, ma costretti a
cercare le tracce, dovevano di frequente arrestarsi, e come si può ben
immaginare, i due fuggiaschi ne approfittavano per guadagnare sempre
via.
Rospo Enfiato teneva una via quasi diritta, essendo quella parte della
macchia formata da sole palme della cera, alberi che non crescono
l’uno a fianco dell’altro e che essendo altissimi spingono molto in
alto le liane e tutte le piante parassite che ingombrano le boscaglie
brasiliane. Ogni mezz’ora concedeva al compagno un breve riposo, poi
ripartiva spronato dalle grida dei Tupy che non cessavano di echeggiare
in lontananza.
Verso le tre del mattino, entrambi esausti, giungevano sulle rive del
fiume.
Rospo Enfiato diede uno sguardo alla riva e scorgendo verso levante
il promontorio su cui si ergeva il villaggio che già avevano notato,
ridiscese verso ponente.
Percorsi sette od ottocento passi, si arrestò presso un albero che
bagnava nel fiume le sue radici, esclamando con accento giulivo:
— La _canoa_! Il gran _pyaie_ bianco mi aiuti. —
La liana che tratteneva la scialuppa non era stata scoperta dai
selvaggi del villaggio.
Unendo i loro sforzi, l’indiano e Diaz trassero a galla la _canoa_
scostando le enormi foglie delle _victorie_ che la coprivano,
poi servendosi dei due vasi che vi stavano dentro, rapidamente la
vuotarono.
— Alla savana, — disse il Rospo, prendendo le pagaie.
La corrente era piuttosto rapida e aiutava potentemente la canoa,
spinta anche dalle quattro _pagaie_; in meno di tre ore raggiunse la
savana sommersa, senza aver fatto alcun cattivo incontro.
Già i Tupy da parecchio tempo non si udivano più. Dovevano essersi
fermati nella foresta, credendo forse che i fuggiaschi avessero trovato
qualche nascondiglio.
— Dove potremo trovare i Tupinambi? — chiese Diaz, quando ebbero
lasciata la foce del fiume.
— Andiamo alla grande _aldèe_ di Tulipa, — rispose il Rospo. — Sono
certo di trovarvi già i miei compatriotti. Le orde degli Eimuri si sono
ritirate ormai ed altre sono state distrutte.
— Quando vi potremo giungere?
— Prima del tramonto.
— Sicchè ci saranno necessarii almeno due giorni prima di giungere
addosso all’_aldèe_ dei Tupy.
Potrà resistere Alvaro, ammesso che si sia barricato in qualche capanna?
— Anche se l’avranno preso, non lo mangeranno subito, — disse il Rospo.
— I prigionieri vengono serbati per le grandi solennità, tu lo sai.
— Che vengano i tuoi compatriotti?
— L’_Uomo di fuoco_ è troppo prezioso per lasciarlo nelle mani dei
Tupy. Pensa quale potenza acquisterebbe la nostra tribù con un _pyaie_
così potente che possiede il fuoco celeste che tuona e uccide ad una
così grande distanza.
— È vero, — disse Diaz.
— Tutti sarebbero orgogliosi di avere un tale uomo. Io anzi sono quasi
certo che anche i suoi nemici non oserebbero divorarlo.
— Nondimeno non sono affatto tranquillo sulla sua sorte e vorrei
già..... —
Diaz si era bruscamente alzato deponendo la pagaia e guardava verso
la riva vicina che era spaccata da un piccolo corso d’acqua ingombro
d’isolotti.
— Che cosa guardi? — chiese il Rospo.
— Ho udito un sibilo echeggiare laggiù, fra quelle canne palustri.
— Sarà stato qualche tapiro, — disse il Rospo. — Quegli animali
abbondano sulle rive delle savane.
— A me parve il sibilo d’una freccia.
— Che i Tupy immaginandosi che noi ci saremmo rifugiati nella savana,
siano scesi lungo le rive di quel fiumicello? — si chiese il Tupinambi
con una certa inquietudine. — È bensì vero che noi abbiamo la _canoa_ e
che non saremo così sciocchi d’approdare.
— Tu sai che ne posseggono anche loro, — disse Diaz.
— Purtroppo, — rispose l’indiano.
Lanciò un rapido sguardo sulla savana e vedendo a breve distanza un
gruppo d’isolotti boscosi, aggiunse:
— Se noi prendessimo terra fino a che spunta il sole? Desidererei
sapere se i Tupy si preparano a darci la caccia anche sulle acque della
savana, prima d’intraprenderne la traversata.
— Condivido pienamente la tua idea, — rispose il marinaio di Solis. —
Saremo più sicuri in mezzo a quelle piante che su questa _canoa_ che è
scoperta.
— Diamo dentro ai remi, uomo bianco. —
Volsero le spalle alla sponda e si diressero frettolosamente verso
una di quelle isole, approdando sulla più vasta che era coperta da una
vegetazione foltissima.
Essendo la riva ingombra di paletuvieri, nascosero la canoa sotto
i rami contorti di quelle piante, poi passando di tronco in tronco
giunsero a terra.
— Aspettami, — disse Rospo Enfiato, accostandosi ad una palma
altissima, dal tronco diritto ed esile. — Di lassù potrò vedere se i
Tupy ci hanno seguiti sulla savana. —
S’arrampicò lestamente sulla pianta fino a raggiungere le immense
foglie piumate, ma vi era appena giunto che il marinaio di Solis lo
vide ridiscendere precipitosamente.
— S’accostano? — gli chiese.
— No, — rispose l’indiano.
— Allora perchè sei subito sceso?
— Ho veduto un fuoco ardere sulla riva.
— Verso la foce di quel fiumicello?
— Sì, — confermò l’indiano — ed ho veduto anche delle ombre umane
agitarsi presso la savana.
— Chi credi che siano? — chiese Diaz dopo qualche istante di silenzio.
— Non certo i tuoi amici.
— Dei Tupy?
— Od altri che non saranno meno pericolosi per noi. I Caheti hanno
emigrato verso l’interno e quelli non sono migliori dei Tupy.
— Ecco della gente che ci farà perdere del tempo troppo prezioso. Se
ripartissimo?
— Non ti consiglierei. La notte è ancora oscura e potremmo trovare
sulla nostra rotta delle _canoe_.
Attraversiamo l’isola e andiamo a vedere se sulla riva opposta si
scorgono delle scialuppe. Io comincio a non essere tranquillo.
— Andiamo, — disse Diaz.
Presero le _gravatane_ e s’inoltrarono attraverso le piante, scostando
con precauzione le liane, non ignorando che le isole delle savane
prossime alle rive, servivano sovente di rifugio ad animali pericolosi.
Un quarto d’ora dopo giungevano sull’opposta riva dell’isola.
Guardarono attentamente sulle acque della laguna, senza scoprire nulla
di sospetto.
— Finora non scorgo alcuna canoa, — disse Rospo Enfiato. — Possiamo
prendere il largo da questa parte.
— Torniamo alla scialuppa dunque, — disse il marinaio. — È meglio che
l’alba ci sorprenda lontani da quel fiumicello. —
Stavano per ricacciarsi sotto le piante, quando Diaz si arrestò
afferrando la _gravatana_.
— Cos’hai veduto? — chiese Rospo Enfiato, che gli veniva dietro.
— Un’ombra a scivolare silenziosamente verso quel gruppo di palme, —
rispose il marinaio.
— Un uomo?
— Mi parve piuttosto un animale.
— Grosso?
— Quanto un giaguaro.
— Brutte bestie, — brontolò l’indiano facendo una smorfia.
In quell’istante udirono dietro le loro spalle un rauco miagolìo che
terminò in un soffio poderoso.
— Siamo minacciati dinanzi e di dietro, — disse il marinaio, il quale
cominciava ad inquietarsi. Che quest’isola pulluli di belve? Era ben un
giaguaro quello che ha miagolato?
— Sì, — rispose Rospo Enfiato.
— Che brutta idea abbiamo avuto di lasciare la _canoa_. Che cosa fare?
— Rimani qui e fa fronte a quello che hai veduto scivolare verso quelle
palme, — disse l’indiano. — Non occuparti di me, per ora.
— Dove vai?
— Ad accertarmi se siamo minacciati anche alle spalle.
— Vuoi farti divorare?
— La freccia del Rospo Enfiato è tinta nel _vulrali_ e io non sbaglio
mai. D’altronde non soffierò nella gravatana se non quando sarò ben
sicuro della distanza.