I colpi spesseggiavano e non risparmiavano gli assalitori.

Ogni palla abbatteva un uomo ora a destra, ora a sinistra, ora dinanzi

ed ora di dietro, giacchè gl’indiani s’avanzavano da tutte le parti.

Ad ogni indiano che cadeva, i suoi compagni s’arrestavano un momento

vociferando spaventosamente, ma poi riprendevano l’avanzata fino a

quando un altro stramazzava.

Già le freccie cominciavano a cadere intorno ad Alvaro e la posizione

diventava ormai insostenibile, quando un avvenimento fortunato arrestò

l’attacco.

Già da qualche minuto il portoghese aveva notato fra gli assedianti,

la presenza d’un indiano di alta statura, che portava sulla testa un

diadema di penne di tucano e che aveva il petto e le braccia adorne

di numerose collane formate da granelli d’oro e da certe pietre

risplendenti che erano forse dei diamanti greggi[13].

Immaginandosi che potesse essere il capo della tribù, non avendone

veduti altri così riccamente adorni, gli aveva fatto fuoco addosso per

ben tre volte senza riuscire mai a colpirlo.

Avendolo veduto slanciarsi sulla cima d’uno di quei tronchi che

gl’indiani facevano rotolare, forse per meglio osservare la posizione

occupata dagli assedianti o per colpirli con qualche freccia, Alvaro

che già lo spiava e che aveva appena ricevuto da Garcia un archibugio

carico, aveva sparato precipitosamente.

La palla era giunta a destinazione.

Il capo, ferito in mezzo al petto, era stramazzato dietro al tronco,

dopo aver spiccato un salto in aria.

La caduta di quel guerriero aveva sparso fra gli assedianti un panico

indicibile.

Tutti i selvaggi erano fuggiti a gambe levate, come se una

mitragliatrice avesse sparsa la morte fra le loro file, gettando archi,

_gravatane_ e mazze per essere più lesti.

Mai fuga era stata più completa, nè più rapida.

— Signore, — disse il mozzo, sorpreso da quella improvvisa ritirata. —

Che colpo maestro avete fatto voi?

— Credo di aver ucciso il capo della tribù, — rispose Alvaro. — Erano

già parecchi minuti che lo spiavo per mandarlo all’altro mondo con una

palla nel petto o nel cervello.

— Che ne abbiano abbastanza?

— È quello che vedremo, mio caro Garcia.

— Non si scorgono più.

— Se quello che ho ucciso è veramente un capo non lo lascieranno lì.

Ah! Ecco, li vedi avanzarsi strisciando dietro i tronchi degli alberi?

Vanno a raccogliere il cadavere.

— Li vedo, signore.

— Quel selvaggio doveva essere un personaggio importantissimo. —

Degl’indiani usciti dal _carbet_ più vicino, strisciavano in mezzo ai

tronchi d’albero, cercando di avvicinarsi al cadavere del capo.

Alvaro avrebbe potuto fucilarli con tutta facilità, giacchè dall’alto

del tetto li scorgeva distintamente, invece li lasciò fare. Non voleva

inasprirli maggiormente, dopo il furioso assalto tentato pochi minuti

prima e che per poco non aveva avuto terribili conseguenze.

Vide raccogliere il cadavere del guerriero e trasportarlo in uno dei

_carbets_ più prossimi.

— Sì, — disse al mozzo che lo interrogava. — Devo aver ucciso uno dei

più famosi guerrieri.

— Mi stupisco che non cerchino di vendicarlo, — rispose Garcia.

— Rimanderanno la vendetta a momento più opportuno. Mio caro ragazzo,

difendiamoci disperatamente perchè se cadiamo vivi nelle mani di quegli

antropofagi, chissà a quali spaventevoli torture ci sottoporranno,

prima di metterci sulla graticola.

— Signor Alvaro, comincio a disperare.

— Io non ancora, — rispose il signor Viana. — Finchè avremo palle,

polvere e viveri non dobbiamo perderci d’animo.

— Sperate sempre nei Tupinambi?

— Sempre, Garcia.

— Se giungessero prima di domani!

— Lasciamo i selvaggi e mangiamo un boccone giacchè ci lasciano

tranquilli. —

I Tupy si erano tutti ritirati trasportando il cadavere del capo e

degli altri caduti durante quel breve, ma terribile combattimento,

senza più occuparsi delle barricate.

Solamente alcuni guerrieri erano rimasti nascosti dietro gli angoli dei

_carbets_ per impedire la fuga agli assediati.

Delle grida lamentevoli echeggiavano nelle ultime capanne che si

addossavano alle cinte, grida e pianti di uomini, di donne e di

fanciulli.

Pareva che la tribù intera piangesse la morte del capo.

Alvaro, profondamente impressionato, aveva ingollato a stento pochi

bocconi, poi si era rimesso in osservazione sulla cima del _carbet_.

Sentiva per istinto che qualche tremendo pericolo lo minacciava e che

quei selvaggi non avrebbero tardato a vendicare la morte del valoroso

guerriero e dei suoi compagni.

Garcia poi era in preda ad un vero spavento e guardava con orrore le

gigantesche pentole che barricavano la porta della capanna, entro una

delle quali, presto o tardi, avrebbe dovuto cucinare.

Tuttavia anche quella giornata trascorse senza allarmi. Gl’indiani non

avevano cessato di urlare lugubramente e di suonare i loro pifferi di

guerra.

Quando il sole scomparve e le tenebre invasero l’_aldèe_, grida e suoni

cessarono improvvisamente.

Alvaro, assai preoccupato, guardò il mozzo che di quando in quando era

scosso da un tremito.

— Hai paura è vero, mio povero Garcia? — gli chiese.

— Mi pare che la morte mi sfiori, — rispose il mozzo. — Che domani

siamo ancora vivi? —

Alvaro non ebbe il coraggio di rispondere. Si rizzò portandosi verso

la parte più alta del _carbet_ ed interrogò ansiosamente l’orizzonte,

spingendo gli sguardi verso ponente dove il cielo ancora rosseggiava.

— Ancora nulla, — mormorò. — Che giungano troppo tardi?

Si lasciò cadere sul tetto mettendosi il fucile fra le ginocchia.

Le tenebre cadevano rapidissime anche verso ponente, coprendo la

striscia rossastra la quale si dileguava con fantastica velocità e

nel villaggio regnava il più profondo silenzio. Si avrebbe detto che

gl’indiani avevano abbandonate le loro capanne.

— Che cosa fanno? Che cosa preparano? — si chiedeva con angoscia

Alvaro. — Questo silenzio mi fa paura! —

[Illustrazione: Ora appariva in mezzo alle fiamme, ora

scompariva in mezzo ai turbini.... (CAP. XXX).]

Ad un tratto un punto luminoso attraversò velocemente la piazza e cadde

sul tetto.

Alvaro era balzato in piedi mandando un grido d’angoscia.

— Siamo perduti! —

Aveva capito il piano infernale dei Tupy.

Quei terribili antropofagi, disperando ormai di riuscire ad

impadronirsi dei due europei vivi, si preparavano a bruciarli dentro la

loro fortezza come belve feroci.

Rinunciavano all’arrosto, forse lungamente sospirato, pur di vendicare

la morte del loro capo.

— Garcia! — gridò Alvaro. — Non cessare il fuoco e preparati a seguirmi

quando te ne darò il segnale.

— Signore, — balbettò il povero ragazzo. — Ci arrostiranno.

— Sì, col fuoco vogliono vincere l’_Uomo di fuoco_, — rispose Alvaro

con ira. — Ebbene daremo battaglia e resisteremo finchè avremo una

palla e un granello di polvere. —

Le freccie incendiarie, che erano munite verso la punta d’un

batuffolo di cotone impregnato di resina, giungevano da tutte le parti

piantandosi nel tetto e contro le pareti.

Gli strati di foglie cominciavano a fumare, essendo ancora un po’ umidi

ma già qualche fiammella serpeggiava sull’orlo del tetto.

Alvaro e Garcia sparavano all’impazzata ora a destra, ora a sinistra,

ora dinanzi ed ora di dietro.

Le loro detonazioni si confondevano colle urla furibonde dei selvaggi.

Gli spari si succedevano agli spari, ma con ben poco successo, perchè

dalla parte degli assedianti regnava oscurità completa.

Non si vedevano che le freccie partire senza riuscire a scorgere gli

arcieri che si tenevano ben nascosti dietro ai tronchi degli alberi.

Il fumo già avvolgeva i due portoghesi e le fiamme continuavano a

divorare l’orlo del tetto, spargendo all’intorno una luce sinistra.

L’_Uomo di fuoco_, ritto sul culmine del _carbet_ continuava a sparare,

sordo alle preghiere di Garcia il quale lo consigliava di abbandonare

quel punto pericoloso, ormai battuto dalle freccie incendiarie.

— Prendete! — urlava, in preda ad una viva esaltazione, ogni volta

che scaricava l’archibugio. — Ecco la risposta di _Caramurà_! Venite a

prendermi se l’osate! —

Ora scompariva in mezzo ai turbini di fumo che il vento spingeva

verso ponente ed ora appariva alla luce delle fiamme come un dio della

guerra, tuonando furiosamente contro quelle centinaia e centinaia di

nemici.

Ma il fuoco guadagnava rapidamente. Le travi cominciavano a cadere

e gli strati di foglie fiammeggiavano su tutti i punti. Il tetto

minacciava di cadere seco trascinando i difensori.

— In ritirata, Garcia! — gridò ad un tratto Alvaro, che aveva

finalmente compreso il pericolo che lo minacciava.

Si slanciò in mezzo ai turbini di fumo e si lasciò scivolare

nell’interno del _carbet_.

Anche le pareti cominciavano a bruciare e nella capanna regnava già un

calore insopportabile, un calore da forno.

Alvaro gettò intorno a se uno sguardo disperato.

— È finita, — ruggì. — Ebbene, sia; ma morremo coll’arme in

pugno. —

Spostò alcuni vasi e si slanciò sulla piazza gridando a Garcia:

— Carichiamo a fondo! Mostreremo a questi antropofagi come sanno morire

gli uomini dalla pelle bianca! —

L'Uomo di Fuoco · 第 89 / 100 题