I Tupy, che parevano decisi a farla finita coi due europei, avevano
cominciato a far rotolare i tronchi, cercando di tenersi ben nascosti
per non esporsi ai colpi d’archibugio d’Alvaro.
— Sali, Garcia! — gridò il signor Viana che cominciava a diventare
inquieto. — Non lasciamoli avvicinarsi fino alle pareti del _carbet_.
Il mozzo che aveva già messe in salvo le provviste, saliva
precipitosamente.
— Un colpo a destra ed un colpo a sinistra, — disse Alvaro. — Cerca di
far scoppiare qualche testa, se lo puoi. —
I selvaggi, quantunque non fossero ancora giunti a buona portata,
avevano già cominciato a scagliare delle freccie servendosi di
preferenza dei loro archi e qualcuna era già giunta fino al _carbet_
piantandosi nelle pareti.
Garcia ed Alvaro fecero fuoco uno dopo l’altro.
Udendo quelle due detonazioni, i Tupy alzarono grida altissime e
abbandonarono precipitosamente le barricate salvandosi nei _carbets_
vicini.
La loro sorpresa doveva essere ben grande nel vedere entrambi gli
assediati armati di quei terribili istrumenti di distruzione, mentre il
giorno innanzi il solo Alvaro ne era provvisto.
Quale potenza avevano dunque quei _pyaie_ dalla pelle bianca per rapire
così facilmente al cielo il fuoco che fulminava?
I due colpi d’archibugio erano andati a vuoto; tuttavia lo spavento dei
selvaggi era stato egualmente intenso.
La collera non doveva però tardare ad avere la prevalenza e vincere
quel momento di terrore.
Ed infatti non erano trascorsi dieci minuti quando si videro i selvaggi
precipitarsi nuovamente fuori dai _carbets_ e raggiungere le barricate.
Ululavano spaventosamente, lanciando nuvoli di freccie; mentre i loro
capi pronunciavano arringhe infuocate per incoraggiarli e spingerli
all’attacco.
Due uomini soli che da ventiquattro ore tenevano in iscacco una intera
tribù che godeva fama di essere invincibile, era cosa inaudita e anche
vergognosa.
— Garcia, — disse Alvaro. — Non perdiamoci d’animo o verremo presi.