Si rannicchiarono sulla cima più alta del _carbet_, l’uno accanto
all’altro, coprendosi con alcune foglie strappate dal tetto e che
avevano delle dimensioni mostruose.
I goccioloni continuavano a cadere, crepitando, ed in lontananza si
udiva di tratto in tratto a rumoreggiare il tuono. Nessun lampo però
rompeva la profonda oscurità che regnava sull’_aldèe_ e sopra le
mensime foreste che la circondavano.
Alvaro che teneva la batteria dell’archibugio nascosta sotto la casacca
onde la polvere dello scodellino non si bagnasse, ascoltava trattenendo
il respiro.
Gli pareva di udire degli strani fruscii e perfino di sentire il tetto
a tremare, come se degli uomini lo avessero già scalato.
Erano trascorse tre o quattro ore, quando udì a breve distanza un colpo
secco come se un dardo o qualche cosa di simile si fosse piantato in
una trave del tetto.
— Avete udito signore? — chiese Garcia che vegliava, facendo sforzi
supremi per non lasciarsi vincere dal sonno.
— Sì, — rispose Alvaro.
— Devono averci lanciata addosso una freccia colla speranza di colpirci.
— Non certo colla _gravatana_, — rispose Alvaro. — Quelle cannuccie non
fanno rumore.
— Mi sembra di scorgere un’asta verso l’orlo del tetto.
— Andiamo a vedere, Garcia.
— Badate, signore. Potreste riceverne una nei fianchi e voi sapete che
il _vulrali_ non risparmia nessuno.
— Con questa oscurità non si può mirare. —
Si coricò sul ventre e si mise a strisciare verso il margine del tetto.
I suoi occhi, abituati già alle tenebre, avevano scorta un’asta che non
doveva essere una freccia comune.
La raggiunse e un lieve grido di stupore gli sfuggì.
Era una canna di bambù lunga quasi un metro, foggiata a freccia, che
doveva essere stata lanciata da uno di quei grandi archi che aveva già
veduto nelle mani di alcuni selvaggi ed a metà vi era attaccata una
sottile corda che sembrava formata con tendini intrecciati.
Quella corda si prolungava fuori dell’orlo del tetto. Alvaro si provò a
tirare e trovò della resistenza come se all’opposta estremità vi fosse
appeso qualche oggetto.
— Che cosa sarà, — si chiese. — E perchè hanno lanciata questa
freccia? —
Tirò a se con tutte le forze e udì un urto contro la parete inferiore
del _carbet_.
— Signore? — chiese Garcia che lo aveva raggiunto. — Che cosa issate?
— Non lo so.
— Qualche selvaggio?
— Peserebbe ben di più. —
Ritirò rapidamente la cordicella e mise le mani su un _pagara_, uno di
quei canestri usati dagl’indiani per porvi le loro provviste.
Lo afferrò pel manico e lo trasse a sè, aiutato da Garcia.
— Che mistero è questo? Ah! Garcia!... Il tuo archibugio! —
Per quanto la cosa potesse sembrare inverosimile, Alvaro non si era
ingannato. Quel _pagara_ che era lungo quasi due metri, sotto le foglie
che lo coprivano nascondeva l’archibugio che i Tupy avevano preso al
ragazzo e avevano affidato al _pyaie_ della tribù.
E non era tutto. Quel misterioso protettore degli assediati non aveva
solamente pensato a fornirli d’un terribile istrumento di difesa, bensì
anche di viveri, onde potessero prolungare la resistenza.
Ed infatti il _pagara_, oltre quell’arma preziosissima, conteneva due
dozzine di gallette di mandioca, dei tuberi simili a quelli che avevano
mangiati a colazione, ed un uccello grosso come un tacchino e già
arrostito e perfino una zucca piena di un liquido forte, probabilmente
del _casciri_.
— Signore, — disse il mozzo, — chi può averci mandate tutte queste cose
che per noi sono preziose più delle munizioni?
— Chi?
— Ah! Sì, non può essere stato altri che quel bravo ragazzo.
— Si, Garcia, — disse Alvaro, — Japy, l’amico fedele del marinaio.
Ora sfido i Tupy a prenderci. Due fucili e viveri per una settimana!
Possiamo aspettare, senza angoscie e senza paure, l’arrivo dei
Tupinambi. —