Si sedettero presso il foro, lasciando penzolare le gambe nel vuoto
e sicuri di non venire, almeno pel momento, disturbati, si divisero
fraternamente una delle gallette ed un tubero.
Un’abbondante sorsata d’acqua filtrata attraverso i vasi porosi,
surrogò il vino di palma che non potevano procurarsi.
I selvaggi si erano tenuti lontani, accontentandosi di sorvegliarli
per impedire che fuggissero, cosa impossibile a tentarsi d’altronde con
quelle cinte così alte che non si potevano superare e con tanti nemici
da affrontare e armati di frecce intinte nel _vulrali_.
Alvaro non vi pensava affatto, non desiderando provare gli effetti di
quel veleno che abbatteva così prontamente anche le più feroci belve.
Preferiva rimanere assediato e aspettare i Tupinambi.
La giornata trascorse tranquilla, senza allarmi, tanto che Alvaro potè
dormire un paio d’ore, mentre il mozzo vegliava, prevedendo che la
notte non sarebbe trascorsa così calma.
Qualche ora prima che il sole tramontasse, dall’alto del loro
osservatorio videro entrare nel villaggio numerosi drappelli di
selvaggi, lordi di fango dalla testa alle piante.
— Devono essere quelli che si erano slanciati dietro i nostri compagni,
— disse Alvaro che li osservava attentamente.
— Vedete Diaz fra loro?
— No, Garcia e nemmeno Rospo Enfiato.
— Allora sono riusciti a sfuggire all’inseguimento.
— Te lo aveva detto che quelli erano due furbi.
— Che marcino verso i villaggi dei Tupinambi?
— Non ne dubito, — rispose Alvaro. — Il marinaio tenterà tutto pur di
salvarci.
— E se i Tupinambi si rifiutassero di seguirlo?
— Allora, mio povero Garcia, non ci rimarrà altro che di lasciarci
cucinare e divorare.
— Mi ucciderò con un colpo d’archibugio, signore, — disse il mozzo.
— Non sfuggiresti egualmente alla pentola o alla graticola. Anzi sarà
meglio che tu ti uccida in uno di quei vasi per risparmiare a loro la
fatica di metterti dentro.
— Oh! Signore! Non scherzate così!
— Bah! Morire ridendo o piangendo è tutt’uno, — disse Alvaro. — Oh!
Ma non corriamo troppo. Non è ancora venuto il momento di perdere ogni
speranza.
— E anche di prepararci a battagliare, signore. Vedo i selvaggi
abbandonare le cinte e strisciare lungo le pareti dei _carbet_.
— Stringeranno il cordone d’assedio per impedirci la fuga. Apriamo gli
occhi e non lasciamoci sorprendere.
Ceniamo Garcia, finchè abbiamo tempo. La colazione è stata ben magra e
l’appetito invece è terribile.
— E domani?
— Ci rimane ancora una galletta e ci accontenteremo. —
E anche la cena scomparve in pochi minuti, senza riuscire a calmare la
fame che tormentava specialmente Alvaro.
Come la sera innanzi, il cielo a poco a poco si era coperto, sicchè
l’oscurità era scesa fittissima. Anzi delle larghe gocce di pioggia
quasi tiepida, cadevano con un sordo crepitìo sui tetti dei _carbets_.
Gl’indiani pareva che fossero scomparsi o che si fossero rifugiati
nelle capanne e nessun fuoco era stato acceso nei dintorni della
piazza.
Quella calma e quell’oscurità non rassicuravano Alvaro, anzi lo
rendevano più inquieto.
— Che cerchino di sorprenderci approfittando delle tenebre? — si
domandava ad ogni istante.
— Signor Alvaro, — disse Garcia, — se noi tentassimo di andarcene? Non
vedo più i selvaggi.
— Non fidarti, ragazzo. Io sono certo che ci spiano e che aspettano
forse il momento di assalirci.