Assediati nel carbet dei prigionieri.
Cominciava allora a diffondersi pel cielo un po’ di luce. L’aurora
faceva la sua comparsa tingendo di rosso l’orizzonte orientale.
I selvaggi non avevano ancora rotto il circolo, anzi si erano seduti a
terra, presso il _carbet_, e guardavano i due assediati appollaiati sul
tetto della prigione.
Che cosa aspettavano per cominciare le ostilità? Eppure erano in numero
sufficienti per tentare l’assalto della capanna.
Di quando in quando qualcuno si alzava e tendendo il pugno verso
Alvaro, gridava a pieni polmoni:
— _Caramurà! Caramurà!_
— Sì, sono l’Uomo di fuoco, — rispondeva Alvaro mostrando il fucile, —
e sono pronto a fulminarvi.
— _Caramurà! Caramurà!_ — rispondevano allora in coro i selvaggi
alzando minacciosamente le mazze e dimenando poscia le mascelle, come
per far comprendere agli assediati che aspettavano la loro resa per poi
mangiarli.
Nessuno però osava muoversi. Erano spaventati dal fucile che brillava
sempre nelle mani dell’Uomo di fuoco.
Anzi, ogni volta che vedevano la canna puntarsi orizzontalmente, i meno
coraggiosi si affrettavano a precipitarsi dentro i _carbet_ dove le
donne ed i fanciulli della tribù strillavano, come se quella terribile
arma da fuoco avesse avuto la potenza di distruggere d’un colpo solo
l’intero villaggio.
Qualche guerriero però, più temerario degli altri, lanciava talora
qualche freccia, che di rado giungeva fino al tetto e che non
poteva offendere efficacemente gli assediati. Fatto il colpo fuggiva
disperatamente, temendo che l’_Uomo di fuoco_ gli scagliasse dietro la
folgore celeste e correva a rintanarsi nei _carbets_ senza più osare
mostrarsi.
Quell’assedio pacifico, cominciava però ad inquietare assai Alvaro, il
quale avrebbe preferito un attacco violento per giudicare l’effetto
che avrebbe prodotto l’archibugio su quegli uomini estremamente
superstiziosi.
Nondimeno non voleva essere il primo ad aprire le ostilità per non
inasprire quei formidabili antropofagi.
— Comincio ad annoiarmi, — disse a Garcia che stava coricato presso di
lui per non esporsi alle frecce. — Quando finirà questo blocco?
— Mi viene un sospetto signore, — disse il mozzo.
— Quale?
— Che questi selvaggi aspettino il ritorno dei loro compagni per
tentare un assalto.
— Non li vedo comparire. Devono aver continuato l’inseguimento colla
speranza di riuscire a catturare Rospo Enfiato e Diaz.
— Se li prendono, saremo perduti, signore. Non possiamo ormai contare
che sull’arrivo dei Tupinambi.
— Il marinaio è un furbo e se è riuscito a sfuggire per tanti giorni
all’inseguimento accanito degli Eimuri, non si lascierà cogliere
neanche dai Tupy. E poi ha con sè Rospo Enfiato, uno dei più valenti
guerrieri della tribù.
— Quanto tempo impiegheranno a tornare? La quistione sta tutta qui.
— Gl’indiani sono camminatori infaticabili, — rispose Alvaro.
— Ed i nostri viveri sono scarsi, signore. Non so se ne avremo
abbastanza per fare la colazione.
— Ne serberemo una parte pel pranzo.
— E domani?
— Guarderemo il sole. Scendi e va a fare una visita alla dispensa.
— Ahi Se avessi saputo che ci avrebbero assediati, avrei fatto economia.
— Tardi rimpianti, mio povero Garcia. Orsù scendi, mentre io sorveglio
questi bricconi che mirano ai nostri polpacci. —
Il mozzo scomparve. La sua assenza non durò che qualche minuto e quando
tornò sul tetto la sua faccia era più oscura del solito.
— E dunque, ragazzo? — chiese Alvaro.
— La nostra dispensa signore è ben misera.
— Cos’hai trovato?
— Tre gallette di mandioca e due tuberi.
— Sono almeno grossi?
— Come la testa d’un fanciullo.
[Illustrazione: Uno sparo rintronò, e l’arma, spezzata a metà,
cadde sulla testa del selvaggio.... (CAP. XXIX).]
— Ne avremo abbastanza per fare tre pasti.... Oh! Japy! Da dove è
sbucato costui! Io credevo che fosse fuggito con Diaz e Rospo Enfiato.
Il giovane indiano era comparso sulla soglia d’un _carbet_ che si
trovava proprio di fronte alla prigione.
Pareva assai triste quel bravo ragazzo e aveva le lagrime agli occhi.
Fece di nascosto alcuni segni ai due assediati, poi scomparve entro il
_carbet_.
— Sono lieto doverlo veduto, — disse Alvaro al mozzo.
— Non potrà fare nulla per noi, signore, — rispose Garcia. — Se si
provasse a salvarci lo mangerebbero senza troppi scrupoli quantunque
sia stato adottato dalla tribù!
— Chissà, — disse Alvaro. — Eh! Che gl’indiani tentino qualche
cosa? —
Il cerchio si era spezzato ed i guerrieri entravano in un immenso
_carbet_, il più vasto che esisteva nel villaggio e dove già Alvaro
aveva veduto ritirarsi poco prima dei capi e sotto-capi, riconoscibili
pei loro diademi di penne di tucano.
— Si radunano a consiglio, — disse al mozzo. — Avremo presto qualche
novità.
— Che si risolvano ad assalirci?
— Si proveranno, forse.
— Preveniteli, signore.
— Sì, facendo fuoco sul _carbet_, — rispose Alvaro. — Quando
conosceranno meglio la potenza del mio archibugio forse non oseranno
tentare l’attacco. —
Il _carbet_ dove si erano radunati i capi ed i guerrieri si trovava
all’estremità della piazza, ad una distanza di trecento passi.
Alvaro che voleva impressionare quei selvaggi e persuaderli che l’_Uomo
di Fuoco_ era invincibile e che possedeva realmente il fuoco celeste,
mirò la porta della capanna e sparò.
Urla spaventevoli scoppiarono in tutto il villaggio.
Uomini, donne e fanciulli si precipitavano fuori dalle capanne fuggendo
all’impazzata verso le cinte; come se l’intera _aldèe_ fosse lì lì per
saltare in aria o prendere fuoco.
Nel _carbet_ poi dove si trovavano radunati i guerrieri, il tumulto era
spaventevole. Pareva che tutti quei selvaggi fossero stati tramutati in
belve feroci, perchè ululavano come lupi e ruggivano come giaguari.
— Che abbia ammazzato qualcuno? — si chiese Alvaro, ricaricando
precipitosamente l’archibugio.
Dieci o dodici guerrieri si erano precipitati fuori dal _carbet_
urlando:
— _Caramurà! Caramurà! Paraguazu!_ —
Erano in preda alla più violenta eccitazione. Dimenavano furiosamente
le mazze percuotendo il suolo, balzavano come tigri, roteando su sè
stessi e si graffiavano le gote facendo zampillare il sangue, ripetendo
sempre:
— _Caramurà paraguazu!.... Paraguazu!_
— Che cosa vorrà dire _paraguazu_? — si chiese Alvaro.
— Ho udito a pronunciare ancora questa parola quando mi condussero qui,
— disse Garcia. — Sarà qualche imprecazione. —
Altri guerrieri erano usciti portando sulle loro mazze, incrociate a
guisa di barella, un uomo che non dava più segno di vita e che aveva
ancora, infisso nei capelli, un diadema di penne di tucano.
— Ho ucciso qualche capo, — disse Alvaro.
I guerrieri deposero a terra il cadavere, poi cominciarono attorno a
lui una fantasia indemoniata, ululando come _guarà_.
Spiccavano salti, percuotevano con fracasso assordante le mazze,
soffiavano entro flauti di guerra formati con tibie umane, poi
tendevano le pugna verso Alvaro con gesto minaccioso.
Altri guerrieri erano sopraggiunti e altri ancora ne venivano dai
_carbet_ vicini e tutti armati di mazze, di gravatane, di archi lunghi
quasi due metri e di scuri di pietra o di conchiglia.
Ad un tratto una fitta tempesta di freccie attraversa l’aria. Archi
e gravatane lanciano dardi verso il tetto della prigione con rapidità
prodigiosa, contro le pareti e contro i vasi che barricano la porta.
— Ci assalgono, — disse Alvaro, sdraiandosi sul tetto, subito imitato
da Garcia.
Le frecce però non giungevano fino a loro, giacchè i selvaggi si
tenevano prudentemente a debita distanza. La paura li tratteneva
ancora, quantunque in meno di due minuti il loro numero si fosse
raddoppiato.
Erano almeno quattrocento e guai se in quel momento si fossero
scagliati tutti insieme all’assalto del _carbet_.
Alvaro ben poco danno avrebbe potuto fare con un solo fucile e che per
ricaricarlo richiedeva un certo tempo. Avesse almeno avuto anche quello
del mozzo!
Quel grandinare di freccie, e probabilmente avvelenate, durò alcuni
minuti, fra un frastuono impossibile a descriversi, poichè i selvaggi
per eccitarsi non cessavano di urlare e di percuotere le une contro
le altre le mazze; poi alcuni guerrieri, i più valenti della tribù, si
staccarono dal grosso dirigendosi verso la porta del _carbet_.
— Signor Alvaro, — disse il mozzo che cominciava a perdere un po’ della
sua sicurezza. — Vanno a sfondare i vasi che barricano la porta.
— La vedremo, — rispose il signor Viana, alzandosi.
Un capo precedeva il drappello, facendo eseguire alla sua mazza dei
mulinelli vertiginosi.
— Voglio provare a spaccargliela fra le mani, — mormorò Alvaro.
— Se vi riesco si persuaderanno che nulla resiste al fuoco di
_Caramurà_. —
Si inginocchiò appoggiando il gomito sinistro sulla gamba e mirò con
profonda attenzione.
Il capo aveva cessato di far roteare la mazza e la teneva ritta e ben
alta, come fosse una bandiera.
Uno sparo rintronò e l’arma, spezzata a metà, cadde sulla testa del
selvaggio che si piegò sotto l’urto.
È impossibile a descrivere l’effetto prodotto da quel colpo che avrebbe
sorpreso anche i più destri bersaglieri d’Europa.
Le grida erano cessate istantaneamente, come se uno spavento indicibile
avesse paralizzate tutte quelle gole.
Poi lo stupore si tramutò in terrore. I selvaggi, con un insieme
sorprendente avevano voltato i dorsi fuggendo a tutte gambe attraverso
le viuzze del villaggio, chi rifugiandosi nei _carbets_, chi
nascondendosi dietro la cinta dove già si erano raccolte le donne ed i
fanciulli.
Il capo si era invece lasciato cadere al suolo come se la palla
dell’_Uomo di Fuoco_ lo avesse colpito insieme alla mazza.
— Che sia morto di paura o che l’abbia veramente ucciso? — disse Alvaro
che rideva a crepapelle, vedendo i selvaggi a fuggire come lepri.
— Ma no, signore, vedo che agita le gambe, — rispose Garcia che si era
spinto fino all’orlo del tetto.
Ed infatti l’indiano non pareva che fosse morto, perchè continuava a
muovere le braccia e le mani.
Ad un tratto fu veduto balzare in piedi e precipitarsi come un fulmine
dentro il _carbet_ più vicino senza osare raccogliere i pezzi della sua
mazza.
— Credo che ne abbiano abbastanza per ora e che lascieranno in pace
l’_Uomo di Fuoco_, — disse Alvaro. — Non oseranno più tornare.
— E noi approfitteremo per fare colazione, signore, — disse Garcia. —
Credevo che dovessero guastarmi l’appetito.
— Adagio coll’appetito, ragazzo. Non è permesso soddisfarlo
interamente, ghiottone. Dovrai accontentarti d’una mezza galletta e
d’un pezzo di tubero.