CAPITOLO XXIX.

Assediati nel carbet dei prigionieri.

Cominciava allora a diffondersi pel cielo un po’ di luce. L’aurora

faceva la sua comparsa tingendo di rosso l’orizzonte orientale.

I selvaggi non avevano ancora rotto il circolo, anzi si erano seduti a

terra, presso il _carbet_, e guardavano i due assediati appollaiati sul

tetto della prigione.

Che cosa aspettavano per cominciare le ostilità? Eppure erano in numero

sufficienti per tentare l’assalto della capanna.

Di quando in quando qualcuno si alzava e tendendo il pugno verso

Alvaro, gridava a pieni polmoni:

— _Caramurà! Caramurà!_

— Sì, sono l’Uomo di fuoco, — rispondeva Alvaro mostrando il fucile, —

e sono pronto a fulminarvi.

— _Caramurà! Caramurà!_ — rispondevano allora in coro i selvaggi

alzando minacciosamente le mazze e dimenando poscia le mascelle, come

per far comprendere agli assediati che aspettavano la loro resa per poi

mangiarli.

Nessuno però osava muoversi. Erano spaventati dal fucile che brillava

sempre nelle mani dell’Uomo di fuoco.

Anzi, ogni volta che vedevano la canna puntarsi orizzontalmente, i meno

coraggiosi si affrettavano a precipitarsi dentro i _carbet_ dove le

donne ed i fanciulli della tribù strillavano, come se quella terribile

arma da fuoco avesse avuto la potenza di distruggere d’un colpo solo

l’intero villaggio.

Qualche guerriero però, più temerario degli altri, lanciava talora

qualche freccia, che di rado giungeva fino al tetto e che non

poteva offendere efficacemente gli assediati. Fatto il colpo fuggiva

disperatamente, temendo che l’_Uomo di fuoco_ gli scagliasse dietro la

folgore celeste e correva a rintanarsi nei _carbets_ senza più osare

mostrarsi.

Quell’assedio pacifico, cominciava però ad inquietare assai Alvaro, il

quale avrebbe preferito un attacco violento per giudicare l’effetto

che avrebbe prodotto l’archibugio su quegli uomini estremamente

superstiziosi.

Nondimeno non voleva essere il primo ad aprire le ostilità per non

inasprire quei formidabili antropofagi.

— Comincio ad annoiarmi, — disse a Garcia che stava coricato presso di

lui per non esporsi alle frecce. — Quando finirà questo blocco?

— Mi viene un sospetto signore, — disse il mozzo.

— Quale?

— Che questi selvaggi aspettino il ritorno dei loro compagni per

tentare un assalto.

— Non li vedo comparire. Devono aver continuato l’inseguimento colla

speranza di riuscire a catturare Rospo Enfiato e Diaz.

— Se li prendono, saremo perduti, signore. Non possiamo ormai contare

che sull’arrivo dei Tupinambi.

— Il marinaio è un furbo e se è riuscito a sfuggire per tanti giorni

all’inseguimento accanito degli Eimuri, non si lascierà cogliere

neanche dai Tupy. E poi ha con sè Rospo Enfiato, uno dei più valenti

guerrieri della tribù.

— Quanto tempo impiegheranno a tornare? La quistione sta tutta qui.

— Gl’indiani sono camminatori infaticabili, — rispose Alvaro.

— Ed i nostri viveri sono scarsi, signore. Non so se ne avremo

abbastanza per fare la colazione.

— Ne serberemo una parte pel pranzo.

— E domani?

— Guarderemo il sole. Scendi e va a fare una visita alla dispensa.

— Ahi Se avessi saputo che ci avrebbero assediati, avrei fatto economia.

— Tardi rimpianti, mio povero Garcia. Orsù scendi, mentre io sorveglio

questi bricconi che mirano ai nostri polpacci. —

Il mozzo scomparve. La sua assenza non durò che qualche minuto e quando

tornò sul tetto la sua faccia era più oscura del solito.

— E dunque, ragazzo? — chiese Alvaro.

— La nostra dispensa signore è ben misera.

— Cos’hai trovato?

— Tre gallette di mandioca e due tuberi.

— Sono almeno grossi?

— Come la testa d’un fanciullo.

[Illustrazione: Uno sparo rintronò, e l’arma, spezzata a metà,

cadde sulla testa del selvaggio.... (CAP. XXIX).]

— Ne avremo abbastanza per fare tre pasti.... Oh! Japy! Da dove è

sbucato costui! Io credevo che fosse fuggito con Diaz e Rospo Enfiato.

Il giovane indiano era comparso sulla soglia d’un _carbet_ che si

trovava proprio di fronte alla prigione.

Pareva assai triste quel bravo ragazzo e aveva le lagrime agli occhi.

Fece di nascosto alcuni segni ai due assediati, poi scomparve entro il

_carbet_.

— Sono lieto doverlo veduto, — disse Alvaro al mozzo.

— Non potrà fare nulla per noi, signore, — rispose Garcia. — Se si

provasse a salvarci lo mangerebbero senza troppi scrupoli quantunque

sia stato adottato dalla tribù!

— Chissà, — disse Alvaro. — Eh! Che gl’indiani tentino qualche

cosa? —

Il cerchio si era spezzato ed i guerrieri entravano in un immenso

_carbet_, il più vasto che esisteva nel villaggio e dove già Alvaro

aveva veduto ritirarsi poco prima dei capi e sotto-capi, riconoscibili

pei loro diademi di penne di tucano.

— Si radunano a consiglio, — disse al mozzo. — Avremo presto qualche

novità.

— Che si risolvano ad assalirci?

— Si proveranno, forse.

— Preveniteli, signore.

— Sì, facendo fuoco sul _carbet_, — rispose Alvaro. — Quando

conosceranno meglio la potenza del mio archibugio forse non oseranno

tentare l’attacco. —

Il _carbet_ dove si erano radunati i capi ed i guerrieri si trovava

all’estremità della piazza, ad una distanza di trecento passi.

Alvaro che voleva impressionare quei selvaggi e persuaderli che l’_Uomo

di Fuoco_ era invincibile e che possedeva realmente il fuoco celeste,

mirò la porta della capanna e sparò.

Urla spaventevoli scoppiarono in tutto il villaggio.

Uomini, donne e fanciulli si precipitavano fuori dalle capanne fuggendo

all’impazzata verso le cinte; come se l’intera _aldèe_ fosse lì lì per

saltare in aria o prendere fuoco.

Nel _carbet_ poi dove si trovavano radunati i guerrieri, il tumulto era

spaventevole. Pareva che tutti quei selvaggi fossero stati tramutati in

belve feroci, perchè ululavano come lupi e ruggivano come giaguari.

— Che abbia ammazzato qualcuno? — si chiese Alvaro, ricaricando

precipitosamente l’archibugio.

Dieci o dodici guerrieri si erano precipitati fuori dal _carbet_

urlando:

— _Caramurà! Caramurà! Paraguazu!_ —

Erano in preda alla più violenta eccitazione. Dimenavano furiosamente

le mazze percuotendo il suolo, balzavano come tigri, roteando su sè

stessi e si graffiavano le gote facendo zampillare il sangue, ripetendo

sempre:

— _Caramurà paraguazu!.... Paraguazu!_

— Che cosa vorrà dire _paraguazu_? — si chiese Alvaro.

— Ho udito a pronunciare ancora questa parola quando mi condussero qui,

— disse Garcia. — Sarà qualche imprecazione. —

Altri guerrieri erano usciti portando sulle loro mazze, incrociate a

guisa di barella, un uomo che non dava più segno di vita e che aveva

ancora, infisso nei capelli, un diadema di penne di tucano.

— Ho ucciso qualche capo, — disse Alvaro.

I guerrieri deposero a terra il cadavere, poi cominciarono attorno a

lui una fantasia indemoniata, ululando come _guarà_.

Spiccavano salti, percuotevano con fracasso assordante le mazze,

soffiavano entro flauti di guerra formati con tibie umane, poi

tendevano le pugna verso Alvaro con gesto minaccioso.

Altri guerrieri erano sopraggiunti e altri ancora ne venivano dai

_carbet_ vicini e tutti armati di mazze, di gravatane, di archi lunghi

quasi due metri e di scuri di pietra o di conchiglia.

Ad un tratto una fitta tempesta di freccie attraversa l’aria. Archi

e gravatane lanciano dardi verso il tetto della prigione con rapidità

prodigiosa, contro le pareti e contro i vasi che barricano la porta.

— Ci assalgono, — disse Alvaro, sdraiandosi sul tetto, subito imitato

da Garcia.

Le frecce però non giungevano fino a loro, giacchè i selvaggi si

tenevano prudentemente a debita distanza. La paura li tratteneva

ancora, quantunque in meno di due minuti il loro numero si fosse

raddoppiato.

Erano almeno quattrocento e guai se in quel momento si fossero

scagliati tutti insieme all’assalto del _carbet_.

Alvaro ben poco danno avrebbe potuto fare con un solo fucile e che per

ricaricarlo richiedeva un certo tempo. Avesse almeno avuto anche quello

del mozzo!

Quel grandinare di freccie, e probabilmente avvelenate, durò alcuni

minuti, fra un frastuono impossibile a descriversi, poichè i selvaggi

per eccitarsi non cessavano di urlare e di percuotere le une contro

le altre le mazze; poi alcuni guerrieri, i più valenti della tribù, si

staccarono dal grosso dirigendosi verso la porta del _carbet_.

— Signor Alvaro, — disse il mozzo che cominciava a perdere un po’ della

sua sicurezza. — Vanno a sfondare i vasi che barricano la porta.

— La vedremo, — rispose il signor Viana, alzandosi.

Un capo precedeva il drappello, facendo eseguire alla sua mazza dei

mulinelli vertiginosi.

— Voglio provare a spaccargliela fra le mani, — mormorò Alvaro.

— Se vi riesco si persuaderanno che nulla resiste al fuoco di

_Caramurà_. —

Si inginocchiò appoggiando il gomito sinistro sulla gamba e mirò con

profonda attenzione.

Il capo aveva cessato di far roteare la mazza e la teneva ritta e ben

alta, come fosse una bandiera.

Uno sparo rintronò e l’arma, spezzata a metà, cadde sulla testa del

selvaggio che si piegò sotto l’urto.

È impossibile a descrivere l’effetto prodotto da quel colpo che avrebbe

sorpreso anche i più destri bersaglieri d’Europa.

Le grida erano cessate istantaneamente, come se uno spavento indicibile

avesse paralizzate tutte quelle gole.

Poi lo stupore si tramutò in terrore. I selvaggi, con un insieme

sorprendente avevano voltato i dorsi fuggendo a tutte gambe attraverso

le viuzze del villaggio, chi rifugiandosi nei _carbets_, chi

nascondendosi dietro la cinta dove già si erano raccolte le donne ed i

fanciulli.

Il capo si era invece lasciato cadere al suolo come se la palla

dell’_Uomo di Fuoco_ lo avesse colpito insieme alla mazza.

— Che sia morto di paura o che l’abbia veramente ucciso? — disse Alvaro

che rideva a crepapelle, vedendo i selvaggi a fuggire come lepri.

— Ma no, signore, vedo che agita le gambe, — rispose Garcia che si era

spinto fino all’orlo del tetto.

Ed infatti l’indiano non pareva che fosse morto, perchè continuava a

muovere le braccia e le mani.

Ad un tratto fu veduto balzare in piedi e precipitarsi come un fulmine

dentro il _carbet_ più vicino senza osare raccogliere i pezzi della sua

mazza.

— Credo che ne abbiano abbastanza per ora e che lascieranno in pace

l’_Uomo di Fuoco_, — disse Alvaro. — Non oseranno più tornare.

— E noi approfitteremo per fare colazione, signore, — disse Garcia. —

Credevo che dovessero guastarmi l’appetito.

— Adagio coll’appetito, ragazzo. Non è permesso soddisfarlo

interamente, ghiottone. Dovrai accontentarti d’una mezza galletta e

d’un pezzo di tubero.

L'Uomo di Fuoco · 第 80 / 100 题