CAPITOLO XXVIII.

L’aldèe dei Tupy.

Alla sera, dopo una marcia lunghissima attraverso foreste quasi

vergini, i due europei e l’indiano giungevano sulle rive d’un altro

stagno amplissimo, un’altra savana sommersa che non aveva però le

dimensioni di quella che avevano attraversata due giorni prima e sulle

cui isole avevano soggiornato tanto tempo.

Agli ultimi raggi del sole morente avevano già scorto, sulla riva

opposta, delle immense costruzioni circondate da palizzate altissime

che formavano dei bastioni tutt’altro che facili da espugnarsi, anche

da parte d’un nemico numerosissimo.

Quasi tutti gl’indiani del Brasile, che vivevano in perpetua guerra

onde procurarsi dei prigionieri da divorare, costruivano i loro

villaggi in modo da rendere impossibile una sorpresa da parte dei loro

nemici.

A differenza dei negri dell’Africa, non usavano rizzare delle capanne

appena sufficienti per una famiglia, bensì delle case immense,

costruite con tronchi d’alberi, che chiamavano _carbets_, lunghe oltre

cento metri, larghe cinque e alte quasi altrettanto, coperte con foglie

di bananeire e con tre porte di cui una metteva sulla piazza destinata

al macello dei prigionieri di guerra.

Ognuna di quelle abitazioni serviva ordinariamente d’asilo a venti

famiglie, ma non avevano alcuna divisione che separasse una famiglia

dall’altra, sicchè vivevano in comune.

Ogni villaggio poi, piccolo o grosso che fosse, come dicemmo aveva la

sua cinta formata da una doppia palizzata sulla quale venivano esposte

le teste dei nemici divorati, prive del cervello ed immerse nell’olio

vegetale dell’_andiroba_, onde si conservassero lungamente.

In quelle _aldèe_ non vi restavano più di cinque o sei anni, ossia

fino a quando avevano sfruttati gli alberi ed il terreno, poi col fuoco

distruggevano cinte e abitazioni e andavano a fondare in altre località

più ricche di frutta e di selvaggina un nuovo villaggio.

L’_aldèe_ dei Tupy scoperta da Rospo Enfiato, doveva essere una delle

più importanti della tribù, a giudicarla dallo spazio racchiuso dalla

doppia cinta e dal numero considerevole di abitazioni che sorgevano nel

suo interno.

— È là che risiede il gran capo dei Tupy, — disse l’indiano. — È una

vera fortezza che i guerrieri della mia tribù non hanno mai osato

assalire.

— E noi? — chiese Diaz.

— Noi?.... Tre uomini possono passare là dove centinaia e centinaia di

guerrieri non riuscirebbero ad aprirsi un passaggio, anche usando la

forza.

— Ma noi non sappiamo dove i Tupy custodiscono mio figlio, il piccolo

_pyaie_, — disse il marinaio. — Conosci tu la disposizione interna

dell’_aldèe_?

— No.

— Hai qualche piano nel tuo cervello?

— Sì.

— Parla dunque.

— Abbiamo bisogno d’un prigioniero.

— Per interrogarlo?

— E perchè ci guidi al _carbet_ dei prigionieri destinati ai banchetti

dei guerrieri.

— Dove prenderlo?

— Tutte le mattine i ragazzi e le donne delle tribù lasciano l’_aldèe_

per recarsi a prendere acqua.

Cerchiamo lo stagno od il ruscello che alimenta la popolazione del

villaggio. Non sarà difficile trovarlo.

— Ed il primo che giunge noi lo assaliamo.

— Il gran _pyaie_ bianco sa leggere i miei pensieri, — disse Rospo

Enfiato.

— Cerchiamo dunque lo stagno od il ruscello ed un posto adatto per

imboscarci.

— I _pyaie_ bianchi mi seguano. —

L’indiano, guidato dal suo istinto meraviglioso, rientrò nella foresta

volgendo le spalle all’_aldèe_ dei Tupy, e mettendosi in cerca

della fonte e del ruscello, poichè i brasiliani hanno l’abitudine

di innalzare i loro villaggi in prossimità d’una palude o d’un corso

d’acqua.

[Illustrazione: I tre uomini, preceduti dal ragazzo avanzavano

lentamente.... (CAP. XXVIII).]

Vagò attraverso la foresta per qualche ora, soffermandosi di quando

in quando per osservare il terreno, fino a che giunse sulle rive d’uno

stagno quasi circolare che si trovava dalla parte opposta dell’_aldèe_.

Essendo circondato da macchioni e da mazzi immensi di bambù che

raggiungevano delle altezze inverosimili era facile a nascondersi.

— Che sia questo che provvede l’acqua ai Tupy? — chiese il marinaio.

— Sì, — rispose l’indiano. — Vedo sul suolo numerose impronte di piedi

umani.

— Accampiamoci qui dunque e aspettiamo che la notte passi, — disse il

marinaio.

Non osando accendere il fuoco per paura che i Tupy si accorgessero

della loro presenza, si accontentarono per cena di alcune _maraninga_,

quelle frutta squisite che somigliano a delle uova, poi si cacciarono

in mezzo ai bambù, sdraiandosi su uno strato di foglie di _jupati_

recise dall’indiano. Rassicurati dal silenzio che regnava nella foresta

e certi d’altronde di non correre alcun pericolo, non tardarono ad

addormentarsi.

D’altronde Alvaro ed il marinaio potevano fidarsi interamente

dell’acutezza dei sensi dell’indiano. Quell’uomo, anche dormendo,

non si sarebbe lasciato sorprendere e si sarebbe subito accorto

dell’avvicinarsi d’un nemico.

Il loro sonno non fu interrotto che da qualche urlo dei _guarà_,

ronzanti intorno all’_aldèe_ dei Tupy. Nè giaguari nè coguari, che

pur allora erano numerosissimi e così audaci da slanciarsi perfino

al di sopra delle palizzate e di entrare nei _carbet_ per rapire i

fanciulli degl’indiani, si fecero udire. Si erano appena svegliati,

quando udirono in lontananza, in direzione dell’_aldèe_, una voce che

canticchiava e a poco a poco diventava sempre più distinta.

Rospo Enfiato si era rizzato, colla _gravatana_ in mano, dicendo al

marinaio.

— Vengono a far acqua.

— Ed è la voce d’un fanciullo, — rispose Diaz che ascoltava

attentamente.

— E non Tupy, — disse l’indiano che si era lasciato sfuggire un gesto

di stupore. — È una canzone dei Tupinambi.

«Teniamo l’uccello pel collo e se tu fossi un tucano venuto a beccare

nelle nostre campagne saresti volato via.» È così che cantano i nostri

guerrieri quando legano i prigionieri destinati a essere macellati.

L’odi gran _pyaie_ bianco?

— E aggiungerei che io ho ancora udita questa voce, — disse il marinaio

il cui stupore non era meno profondo di quello dell’indiano.

— Sì è la voce di Japy, non posso ingannarmi.

— Il fanciullo che noi ti avevamo affidato perchè lo istruissi nei

misteri dei _pyaie_, è vero? — chiese Rospo Enfiato.

— E che gli Eimuri m’avevano rapito. —

Alvaro non comprendeva ciò che il marinaio e l’indiano si dicevano,

ma anch’egli era convinto di aver udito altre volte quella voce ed il

suo pensiero correva al fanciullo che gli aveva servito d’interprete

quand’era _pyaie_ degli Eimuri.

Il canto era cessato, ma si udivano a breve distanza le foglie secche a

scrosciare e le larghe foglie delle piante basse a sussurrare.

Colui che veniva pel primo a far la provvista d’acqua doveva essere

ormai vicinissimo.

Rospo Enfiato si era raccolto su sè stesso come una tigre, pronto a

slanciarsi.

Un ragazzo era comparso portando sul capo uno di quei vasi di terra

porosa di cui si servivano gl’indiani per filtrare l’acqua.

Rospo Enfiato stava per percuoterlo colla _gravatana_ onde stordirlo,

quando Alvaro e Diaz si gettarono fra lui ed il ragazzo.

— L’interprete del capo degli Eimuri! — aveva esclamato il primo.

— Japy! — aveva gridato il secondo.

Il giovane indiano era rimasto muto, guardando ora l’uno ed ora

l’altro, poi si era precipitato verso Diaz, — esclamando:

— Il padrone! Il _pyaie_ degli Eimuri! Ah! Come sono felice di

rivedervi ancora vivi!

— Sei solo? — chiese Diaz.

— Precedo le donne che vengono a fare la provvista d’acqua. Fuggite o

verrete scoperti.

— Seguici! —

Il ragazzo gettò il vaso nello stagno e si mise dietro ai tre uomini

che fuggivano a tutte gambe attraverso la foresta.

Non si arrestarono che un chilometro più lontano, in mezzo ad un gruppo

di _bananeire_ le cui immense foglie erano più che sufficienti per

nasconderli.

— Parla, Japy, — disse il marinaio quand’ebbe ripreso fiato. — È

nell’_aldèe_ dei Tupy il fanciullo bianco?

— Sì, — rispose il giovane. — L’hanno condotto prigioniero due giorni

or sono, prima della seconda battaglia data agli Eimuri.

— Temevo che lo avessero divorato.

— No, ma stanno ingrassandolo.

— L’hai avvicinato? — chiese Alvaro che era in preda ad una viva

emozione.

— Non è permesso a nessuno di entrare nel _carbet_ che gli fu assegnato.

— L’hai almeno veduto?

— Sì, ieri sera, mi parve rassegnato alla sua triste sorte.

— Noi siamo venuti qui per salvarlo, — disse Diaz. — Credi possibile

sottrarlo senza che i Tupy se ne accorgano?

— I Tupy sono numerosi e vegliano, — rispose Japy.

— Tu puoi aiutarci. Perchè ti hanno risparmiato pur sapendoti un

Tupinambi?

— Un capo mi ha adottato, avendo saputo che io era ai servigi del gran

_pyaie_ bianco.

— Godi dunque d’una certa libertà.

— Sì, padrone.

— Puoi lasciare il tuo _carbet_ di notte?

— È possibile farlo.

— Saresti capace di aprire una porta della palizzata?

— Basta levare le traverse interne, operazione che può compiere anche

un bambino, — rispose Japy.

— Quanti indiani vegliano attorno al _carbet_ del prigioniero?

— Una dozzina.

— Dormono alla notte? — chiese Alvaro.

— Sì, attorno al fuoco che brucia dinanzi la porta del carbet. —

rispose Japy.

— Avresti il coraggio questa sera, prima che la luna sorga, di aprirci

una porta e di guidarci fino al _carbet?_ Non preoccuparti del resto.

Sapremo noi entrare nella capanna ed involare il ragazzo.

— Sono un Tupinambi e non già un Tupy, — rispose il ragazzo con

fierezza — e tu sei il mio padrone.

Io farò tutto ciò che vorrai gran _pyaie_, purchè mi riconduci nella

mia tribù.

— Qual è la porta più prossima al _carbet_ del prigioniero?

— Quella che guarda verso il sole che tramonta.

— Noi vi saremo, — disse il marinaio. — Quando udrai il sibilo del

_cobra cipo_ (serpe liana) tu l’aprirai e noi entreremo nell’_aldèe_.

— Puoi accostare Garcia ed avvertirlo di tenersi pronto? — chiese

Alvaro.

— Glielo griderò passando dinanzi al _carbet_. I Tupy non conoscono la

lingua degli uomini bianchi ed il piccolo _pyaie_ mi comprenderà.

— Va, onde le donne non si impressionino della tua scomparsa, — disse

il marinaio, — e facciano sorgere dei sospetti nei Tupy.

Quando l’astro rosso tramonta, — disse il ragazzo, — io sarò al mio

posto e aspetterò il segnale. —

E partì rapido come una freccia, scomparendo in mezzo alle piante.

— Sperate? — chiese Alvaro guardando il marinaio la cui fronte si era

oscurata.

— O lo salveremo o ci divoreranno tutti, — rispose Diaz.

— Ah! Se potessi avvertire i Tupinambi! Ma sono troppo lontani e

giungerebbero forse troppo tardi. —

Rospo Enfiato che non sapeva una parola di spagnuolo nè di portoghese,

e che perciò nulla aveva potuto comprendere, fu informato dell’esito di

quel colloquio e parve soddisfatto dell’audace progetto.

— A questa sera, — disse. — Domani i Tupy o saranno malcontenti o

troppo contenti. —

Scrollò le spalle e si mise in cerca della colazione, frugando le

macchie vicine colla speranza di poter sorprendere qualche _coati_

o qualche _tatù_. Pareva che non si preoccupasse troppo del pericolo

a cui stava per esporsi, di venire preso e cioè mangiato dai nemici

secolari della sua tribù.

La giornata trascorse in continue ansie per Alvaro e per Diaz.

Quantunque fossero ben decisi a tentare qualunque sforzo e ad

affrontare qualsiasi pericolo, pur di strappare quel bravo ragazzo alla

graticola, si sentivano tremare l’anima al pensiero di dover servire

da pasto a quegli abbominevoli antropofagi, nel caso, molto probabile,

d’un insuccesso.

A sfidare la morte erano abituati ormai, ma finire divorati ed avere

per tomba lo stomaco di quei selvaggi ferocissimi, produceva su

entrambi una impressione che non riuscivano a vincere.

Alla sera Rospo Enfiato, che durante quelle dodici ore non aveva mai

smentito un solo istante il suo sangue freddo, unicamente preoccupato a

procacciarsi da mangiare, fece cenno ai due bianchi di seguirlo.

Si trovavano verso il lato meridionale del villaggio, mentre dovevano

raggiungere la porta che guardava verso il sole che tramonta, ossia

verso ponente.

L’indiano con un lungo giro li condusse verso l’altro lato

dell’_aldèe_, marciando sempre attraverso la foresta, e verso la

mezzanotte raggiungeva il margine della pianura su cui sorgeva il

grosso villaggio dei Tupy.

Asciugò ad una ad una le sue frecce intinte nel succo mortale del

_vulrali_, per essere più sicuro della loro pronta efficacia, ne cacciò

una nella _gravatana_ poi disse con voce sempre tranquilla:

— Andiamo: Rospo Enfiato è pronto. —

La notte era tenebrosa essendo il cielo coperto di nubi. Solo le _vaga

lume_ e le _perilampo_ rompevano, coi loro lampi, la profonda oscurità

che regnava nelle foreste e sulla pianura.

Fra le alte erbe ed in mezzo ai cespugli, le _parraneca_, le _sapos de

mina_ ed altri batraci muggivano, fischiavano e si gargarizzavano con

frastuono indemoniato, coprendo tutti gli altri rumori.

I tre uomini s’avanzavano cautamente, tenendo gli sguardi fissi sulle

palizzate del villaggio che si delineavano vagamente fra l’oscurità.

L’indiano di quando in quando si fermava, alzandosi quanto più poteva

per esplorare i dintorni, poi riprendeva la marcia strisciando come un

serpente.

Un quarto d’ora dopo il minuscolo drappello, senza essere stato

scoperto, giungeva sotto la palizzata.

Pareva che nell’_aldèe_ dei Tupy tutti dormissero non udendosi alcun

rumore e che perfino il fuoco che ardeva dinanzi al _carbet_ dei

prigionieri si fosse spento.

Seguirono la cinta procedendo carponi, finchè giunsero dinanzi alla

porta dietro la quale doveva trovarsi il giovane Japy.

— Che ci sia? — chiese Alvaro sottovoce al marinaio.

— Conosco quel ragazzo da parecchi anni e so quanto vale, — rispose

Diaz.

Strappò un filo d’erba, se lo mise fra le labbra e imitò il sibilo

del serpente liana, così bene che Rospo Enfiato si guardò d’intorno

credendo di aver realmente vicino uno di quei pericolosissimi rettili.

Un sibilo eguale rispose poco dopo dietro la palizzata, quindi si

udirono dei crepitii ed una larga tavola fu alzata lasciando un varco

appena sufficiente a lasciar passare un uomo.

Rospo Enfiato, colla _gravatana_ appoggiata alle labbra entrò

pel primo, seguìto da Alvaro che teneva il dito sul grilletto

dell’archibuso e quindi dal marinaio.

Japy era sorto dall’ombra facendosi innanzi. Un rapido scambio di

parole s’impegnò fra Diaz ed il ragazzo.

— Si sono accorti di nulla?

— No.

— Dormono tutti?

— Tutti.

— Anche i guerrieri che vegliano sul _carbet_ di Garcia?

— Hanno lasciato spegnere il fuoco.

— Lo sa Garcia che noi siamo qui?

— Ho potuto avvertirlo.

— Benissimo: avanti, — disse il marinaio.

A destra ed a sinistra della porta s’alzavano delle enormi abitazioni

rettangolari le quali proiettavano un’ombra fittissima.

I tre uomini, preceduti dal ragazzo, col cuore trepidante, la fronte

bagnata di sudore, s’avanzavano lentamente, sulle punte dei piedi,

tenendosi contro le pareti dei _carbet_.

Attraverso le cinte d’altronde mal connesse e difese da semplici stuoie

di foglie di palmizi, si udivano gli abitanti a russare.

Avevano già oltrepassati quattro o cinque _carbet_ e stavano per

giungere sulla piazza sulla quale si macellavano e si arrostivano i

prigionieri, quando Japy si arrestò serrandosi contro una parete e

rannicchiandosi su sè stesso.

— Che cosa c’è? — chiese Diaz che lo aveva raggiunto.

— Mi è sembrato d’aver veduta un’ombra umana svoltare l’angolo dei

_carbet_ che ci sta di fronte.

— _Carrache!_ che tu sii stato seguito?

— Eppure quando io ho lasciato il mio _carbet_ tutte le famiglie

dormivano.

— Hai lasciata aperta la porta della cinta?

— Sì, padrone. —

Stettero parecchi minuti rannicchiati addosso alla parete, ascoltando

attentamente e guardando in tutte le direzioni, poi si alzarono.

— Devi esserti ingannato, — disse il marinaio.

Interrogò Rospo Enfiato che pareva ascoltasse ancora.

— Hai veduto nulla? — gli chiese.

— No, — rispose l’indiano, — ma Rospo Enfiato ha udito.

— Che cosa?

— La sabbia dell’_aldèe_ a stridere.

— Io nulla ho udito.

— L’indiano delle foreste percepisce i menomi rumori, — rispose il

Rospo. — Anche il serpente che striscia non sfugge ai suoi orecchi.

— Che cosa fare?

— Non siamo qui venuti per passeggiare, — disse l’indiano. — La mia

_gravatana_ ha la sua freccia avvelenata e volerà silenziosamente verso

il Tupy che ci spia. —

Con un gesto imperioso fece cenno al marinaio di non muoversi e si

allontanò senza produrre il menomo rumore.

Attraversò lo spazio che separava i due _carbet_ poi scomparve dietro

un angolo.

Passarono alcuni istanti d’angosciosa attesa, poi un grido rauco

e selvaggio ruppe improvvisamente il profondo silenzio che regnava

nell’_aldèe_ dei Tupy.

Un uomo, un indiano, si era slanciato verso la piazza, tenendosi

ambo le mani strette alla gola. Fu veduto barcollare poi stramazzare

pesantemente al suolo, mentre dai _carbet_ uscivano vociferando

spaventosamente i guerrieri del villaggio.

— Fuggiamo! — gridò il marinaio.

Rospo Enfiato tornava verso di loro correndo come un cervo. Dei Tupy lo

inseguivano agitando le mazze.

— L’ho colpito troppo basso, — ebbe appena il tempo di dire a Diaz.

Si erano slanciati tutti tre attraverso i _carbet_, preceduti dal

ragazzo, ma i Tupy accorrevano da tutte le parti, dalla piazza e dalle

capanne che s’appoggiavano alla cinta.

— Signor Viana, fate fuoco o siamo perduti! — gridò Diaz.

Sì, un colpo di archibugio solo poteva arrestare l’orda che stava per

piombare su di loro e opprimerli.

Alvaro si volse e fece fuoco in mezzo ai Tupy che irrompevano dalla

piazza.

Vedendo quel lampo e udendo quel rombo, i selvaggi si erano arrestati,

poi presi da un improvviso terrore si erano dispersi urlando

spaventosamente.

Disgraziatamente i guerrieri che venivano dalla parte della cinta e

che avevano udito solamente quel tuono senza aver veduto chi lo aveva

prodotto, nella loro corsa disordinata si erano gettati fra Rospo

Enfiato, Diaz e Japy tagliando fuori Alvaro il quale si era trovato

come chiuso fra i fuggenti.

Accortosi del pericolo che correva di venire preso e fors’anche ucciso

da qualche colpo di mazza e vista l’impossibilità di raggiungere ormai

i suoi compagni, si gettò istintivamente verso la piazza, spinto dalla

speranza di attraversare l’_aldèe_ e di poter giungere a qualche altra

porta.

Approfittando dello spavento e della confusione che regnava fra i Tupy

e anche delle tenebre, potè infatti giungere sulla piazza in mezzo alla

quale sorgeva il _carbet_ dei prigionieri, ma colà, con suo terrore

s’accorse che il passo gli veniva chiuso dai guerrieri che venivano

dalla cinta opposta.

Per un momento ebbe l’idea di afferrare il fucile per la canna e di

scagliarsi a corpo perduto fra le file degl’indiani. Comprese però

subito che sarebbe stata una follia impegnare la lotta contro quegli

uomini che sapevano servirsi così abilmente delle loro terribili mazze.

— Sono preso, — mormorò con angoscia.

Era presso il _carbet_ dei prigionieri e le sentinelle che guardavano

la porta, chiusa da una semplice stuoia, erano fuggite.

Un lampo gli attraversò il cervello.

— Garcia è qui, — disse.

Si gettò dentro il fabbricato procedendo a tentoni, tanta era

l’oscurità che regnava nella immensa capanna.

— Garcia! Garcia! — gridò.

Un’ombra si era alzata in un canto e brancolava nel buio.

— Chi mi chiama? — chiese una voce.

— Sei tu, Garcia?

— Il signor Alvaro! — esclamò il mozzo.

— Silenzio... tutto è perduto... siamo stati sorpresi...

— Ed il marinaio? — chiese il ragazzo con voce strozzata.

— Non so... fuggito... forse morto o preso vivo... lascia che carichi

l’archibugio. Maledizione! Il cuore me lo diceva che tutto sarebbe

finito male. —

L'Uomo di Fuoco · 第 76 / 100 题