Presto, nel bosco e marciamo con lena. —

Si cacciarono sotto le palme che s’intrecciavano con rigogliose

felci arborescenti, con liane, con piante di vaniglia selvatica e con

gruppi d’orchidee, che cadevano dai rami in festoni olezzanti di soave

profumo e partirono con passo veloce, temendo di venire inseguiti dai

canottieri della _piroga_.

L’indiano i cui sensi e specialmente l’udito erano acutissimi, di

quando in quando si fermava ad ascoltare, poi riprendeva la marcia con

maggior velocità, addentrandosi sempre più nella tenebrosa foresta.

Il marinaio, abituato alle rapidissime marce degl’indiani, i quali in

una sola notte attraversavano delle distanze incredibili, non aveva

difficoltà a seguirlo, ma Alvaro invece doveva fare degli sforzi

disperati per non rimanere indietro.

E, poi da quando era sbarcato aveva cominciato a provare dei dolori

acuti alle dita dei piedi, come se delle spine vi si fossero confitte.

Dopo due ore di corsa indemoniata fu costretto a confessarsi vinto.

— Arrestiamoci, Diaz, — disse. — Non posso più seguirvi e mi sembra

d’altronde che nessun pericolo ci minacci.

— Sì, fermiamoci, — rispose il marinaio. — Voi non siete abituato alle

lunghe corse dei selvaggi brasiliani.

— E poi non so che cosa abbia, mi pare che le dita dei piedi siano in

cattivo stato.

— Ah! — disse Diaz, ridendo. — So che cosa avete. La bestia maligna vi

mangia.

Bisogna sbarazzarvene subito o vi rovinerà i piedi.

— Una bestia!

— Veramente è una specie di pulce: la _chique_[12]. Rospo Enfiato ve

la leverà. Aspettate fino all’alba perchè se il sacco non viene levato

intero e si rompe si svilupperà un’ulcera maligna che vi rovinerà i

piedi per parecchie settimane.

— Una pulce avete detto?

— Che è comunissima qui e che non risparmia nemmeno i piedi

degl’indiani. Non si sa il perchè si caccia di preferenza nelle dita

e se è una femmina vi si annida, formando entro la carne un minuscolo

sacchetto che raggiunge le dimensioni d’un pisello entro cui deposita

le uova.

Guai se non si leva a tempo; come vi dissi il piede corre il pericolo

di venire rovinato.

Accampiamoci sotto questa pianta e aspettiamo che il sole si alzi.

— Che i battellieri della piroga ci abbiano inseguiti?

— Se Rospo Enfiato è tranquillo, vuol dire che nessuno ci

minaccia. —

Infatti l’indiano non dava alcun segno di essere inquieto. Appoggiato

al tronco d’una palma aspirava beatamente un pizzico di _paricà_,

guardando distrattamente le splendide _vaga lume_, quelle superbe

lucciole dei boschi brasiliani, che volavano a ondate fosforescenti,

ora abbassandosi verso il suolo ed ora innalzandosi fino alla

impenetrabile vôlta di verzura.

Quando l’aurora spuntò, diffondendo sotto gli alberi una dolcissima

luce rosea, Rospo Enfiato che era già stato avvertito dal _pyaie_

bianco dell’inconveniente che aveva colpito Alvaro, andò a levare

alcune spine da una palma carà scegliendo con cura quelle che avevano

la punta più sottile.

Il marinaio fece cenno al portoghese di levarsi le scarpe e di denudare

i piedi.

— L’operazione sarà rapida e niente dolorosa, — disse poi. — Levato il

nido della _chique_ potrete riprendere la marcia senza provare disturbo

alcuno. —

L’indiano esaminò i piedi d’Alvaro e mostrò su entrambi due

piccolissime rigonfiature.

Prese una delle spine e con destrezza meravigliosa e senza che il

portoghese provasse quasi dolore, strappò una dietro l’altro tre

granelli grossi come piselli che gettò via.

— Le pulci avevano trovati i vostri piedi più adatti per deporre le

loro uova, — disse Diaz, sorridendo. — Il sangue bianco conviene forse

meglio ai piccini. Eccovi sbarazzato da quei pericolosi ospiti. —

L’indiano mise sulle punture fatte un pizzico di _paricà_, poi disse al

marinaio:

— Andiamo.

— Che siamo inseguiti? — chiese Diaz.

— Rospo Enfiato non ha ancora udito alcun rumore sospetto, ma è meglio

allontanarsi presto dal fiume.

— Quando giungeremo all’_aldèe_ dei Tupy?

— Questa sera, se cammineremo bene. —

Si orientò col sole, poi si mise in cammino, seguendo un sentiero che

pareva fosse stato aperto da qualche grosso animale a giudicarlo dal

gran numero di cespugli calpestati.

— La strada d’un _anta_ (tapiro) — disse il marinaio ad Alvaro.

— D’uno di quegli animali che somigliano un po’ ai porci e che hanno

una specie di tromba mobile all’estremità del muso? — chiese il

portoghese.

— Sì, signor Viana e questo sentiero indica che noi siamo presso

a qualche palude. Quegli animali non possono vivere senza l’acqua

nutrendosi delle radici delle piante palustri.

— E perchè aprono questi sentieri che sembrano fatti dalla mano

dell’uomo?

— Perchè hanno l’abitudine di percorrere sempre la medesima via che

mette dal loro rifugio alla palude. Così a poco a poco aprono delle

vere stradicciuole anche in mezzo alle più folte foreste.

— Uhao! — esclamò in quel momento Rospo Enfiato, fermandosi di colpo.

— Cos’hai? — chiese Diaz facendosi innanzi.

— Tupy passati per di qua, — rispose il selvaggio. — Correvano.

In quel luogo si vedevano cespugli strappati, felci arborescenti

rovesciate, liane spezzate, orchidee calpestate come se un torrente

umano fosse passato attraverso la foresta a guisa di un uragano.

Sul suolo umido della foresta si vedevano numerose orme di piedi nudi,

mentre sui tronchi degli alberi si scorgevano delle freccie infisse

nelle corteccie.

L’indiano ne prese una e la guardò attentamente.

— Freccia dei Tupy, — disse.

— Come la riconosci? — chiese Diaz.

— Dalla punta uncinata.

— E questa è degli Eimuri, — proseguì, staccandone un’altra. — La punta

è spina di palmizio.

— Che i Tupy battuti sulle rive della savana sommersa siano passati per

di qui?

— Sì, — rispose Rospo Enfiato.

Ad un tratto alzò la testa fiutando a più riprese l’aria.

— Cammina gran _pyaie_, — disse.

— Che cosa c’è ancora?

— Morti... laggiù....

— Che i Tupy siano stati raggiunti dagli Eimuri e distrutti fino

all’ultimo? — si chiese il marinaio con angoscia. — Allora Garcia non

avrebbe potuto sfuggire alla morte. —

Seguì l’indiano, col cuore stretto da una profonda ansietà, senza nulla

dire ad Alvaro e dopo tre o quattrocento passi giungevano sulle rive di

un ampio stagno, le cui rive erano quasi sgombre d’alberi.

Un terribile combattimento doveva essere avvenuto anche in quel luogo.

Parecchie centinaia di cadaveri, già in via di putrefarsi, giacevano

intorno allo stagno fra una confusione indicibile di archi, di

gravatane e di mazze.

Pozze di sangue già coagulato si scorgevano dovunque nelle depressioni

del suolo.

— Eimuri, — disse Rospo Enfiato, con un sorriso di crudele

soddisfazione. — I Tupinambi sono stati vendicati.

— Che siano stati vinti a loro volta dai Tupy? — chiese Diaz.

— Sì, e sono caduti tutti o quasi tutti. Guarda la testa del loro

capo. —

In mezzo ad un mucchio di cadaveri, infissa in una pertica, una testa

umana semi-sfracellata da un terribile colpo di mazza, adorna ancora

d’una corona di penne lorde di sangue e priva d’occhi, si ergeva.

Scorgendola Alvaro aveva mandato un grido.

— Il capo degli Eimuri, — disse. — Lo riconosco anche se così

atrocemente conciato.

— Meglio per noi, — rispose Diaz. — Almeno quello non ci darà più alcun

fastidio. —

L’indiano che percorreva il campo di battaglia rimovendo i cadaveri

come se cercasse qualche cosa, ad un tratto si curvò e raccolse qualche

cosa.

— Il figlio del gran _pyaie_ bianco è passato pure per di qua, — disse,

volgendosi verso Diaz. — Ora siamo sicuri che si trova nelle mani dei

Tupy.

— Che cos’hai trovato?

— La polvere che tuona. —

Rospo Enfiato così dicendo mostrava una borsa di pelle dalla quale

aveva fatto uscire alcuni granelli neri, raccogliendoli nel palmo della

destra.

— Me ne ricordo ancora, — disse. — Il gran _pyaie_ con questa provocava

il lampo ed il tuono. —

Diaz si era slanciato verso di lui, strappandogli la borsa dalle mani.

— La riconoscete? — chiese, mostrandola ad Alvaro.

— La provvista di polvere da sparo di Garcia! — esclamò il portoghese

con viva commozione.

— Sì, la sua, — disse Diaz.

— Sicchè voi credete?

— Questa è una prova che Garcia è stato rapito dai Tupy.

— Che sia ancora vivo?

— Non ne dubito.

— Ah! Povero ragazzo!

— Oh! Noi lo salveremo, dovessimo raccogliere tutte le tribù dei

Tupinambi e piombare sui rapitori.

Signor Viana ecco della polvere che può diventare preziosa.

— E che non lascierò a questi morti, — rispose Alvaro. — La mia

provvista comincia già a scarseggiare.

— Il gran _pyaie_ bianco mi segua, — disse in quel momento Rospo

Enfiato. — Ormai siamo sul sentiero di guerra dei Tupy e lo seguiremo

fino alla grande _aldèe_ dove tuo figlio si trova prigioniero. —

L'Uomo di Fuoco · 第 75 / 100 题