Il coguaro aveva raggiunto la cima del tronco e con un salto immenso si
era slanciato fra i rami, cadendo così leggermente da non far nemmeno
oscillare le foglie più vicine.
Le scimmie vedendolo così vicino si erano date alla fuga, cercando di
raggiungere le cime più elevate, quando il coguaro, che non ci teneva
a spingersi più su, con un secondo salto piombò sulla meno lesta
spezzandole di colpo la colonna vertebrale prima e squarciandole poi il
collo.
Con una zampa la rovesciò sul ramo per impedirle di cadere, poi applicò
le labbra sulla ferita della gola, succhiando avidamente il sangue che
sgorgava in abbondanza.
— A me ora, disse Alvaro.
Aveva puntato l’archibugio e stava mirando, quando udì un leggiero
sibilo e vide un sottile cannello attraversare l’aria e piantarsi nel
fianco sinistro del coguaro.
Questi aveva subito interrotto il suo pasto, guardandosi intorno.
Vedendo il cannello lo spezzò coi denti, poi si rimise a succhiare come
se fosse stato punto da qualche mosca importuna.
Alvaro aveva abbassato prontamente il fucile.
— Una freccia, — mormorò agli orecchi del mozzo.
— L’ho veduta signore.
— Chi può averla lanciata? Un indiano di certo.
— Fuggiamo signore.
— No, l’uomo che l’ha gettata potrebbe udirci e noi non sappiamo se è
solo od accompagnato.
Restiamo qui e non moviamoci. Il cespuglio che ci ripara è folto e
nessuno può sospettare la nostra presenza.
— Ed io che stavo per far fuoco!
Un fracasso di rami schiantati seguito da un _ou-uu_ rabbioso si fece
udire in alto.
Il coguaro che doveva essere stato ferito da una freccia avvelenata,
era precipitato giù dall’albero assieme alla sua vittima, sfondando col
proprio peso le liane ed i rami.
— Non muoverti, — mormorò Alvaro, trattenendo Garcia che spinto da una
imprudente curiosità stava per farsi innanzi. — Accovacciati presso di
me e non fiatare. —
Scostò adagio adagio i rami e cercò di scoprire il cadavere del
coguaro. Lo vide infatti, dieci metri più innanzi, sdraiato alla base
dell’albero, presso la scimmia.
— Vedremo chi andrà a raccoglierlo, — mormorò Alvaro.
Erano trascorsi appena due minuti quando udì un fruscìo di foglie
e dei rami a crepitare. Una o più persone s’aprivano il passo fra i
fitti cespugli che formavano come una seconda foresta sotto la prima,
costituita invece dalle palme e dalle immense _summameire_ dalle
_pekie_ ecc.
Ad un tratto due persone sbucarono fra le foglie d’una bananeira e si
diressero sollecitamente verso il coguaro il quale non dava ormai più
segno di vita.
Alvaro aveva fatto uno sforzo supremo per non lasciarsi sfuggire un
grido di sorpresa.
In quei due selvaggi aveva riconosciuto il capo degli Eimuri ed il
ragazzo indiano che gli aveva servito d’interprete.
Come si trovava là quel maledetto antropofago? Aveva seguite le
tracce dei due fuggiaschi smanioso di vendicarsi d’essere stato così
destramente giuocato? Oppure era giunto presso la savana sommersa per
puro caso, guidando qualche partita di cacciatori?
— Non muoverti, Garcia, — sussurrò Alvaro. — Corriamo il pericolo di
venire mangiati.
[Illustrazione: Era uno spettacolo bellissimo. I guerrieri che
venivano colpiti.... (CAP. XXV).]
— Chi sono?
— Gli Eimuri.
— Ancora?
— Silenzio se ti preme la vita. —
Il capo ed il ragazzo strapparono al coguaro la punta della freccia,
poi il primo mandò un fischio stridente.
Un momento dopo quattro altri indiani armati di _gravatane_ che fino
allora dovevano essersi tenuti imboscati nelle vicinanze, si fecero
innanzi e si caricarono del coguaro e della scimmia.
Il capo fece il giro dell’albero come se cercasse se vi fosse altra
selvaggina da abbattere, ma le scimmie che poco prima si trovavano
sulla cima erano ormai scomparse, slanciandosi di pianta in pianta.
Un momento dopo il piccolo drappello tornava a scomparire in mezzo ai
cespugli.
Per alcuni istanti si udirono le fronde ad agitarsi, poi ogni rumore
cessò e le arà, tranquillizzate, ripresero la loro monotona cantilena
mentre i pappagalli cicalavano a piena gola.
— Siamo sfuggiti ad un grave pericolo per puro caso, — disse Alvaro
che era ancora pallido. — Se io non m’indugiavo un poco a far fuoco a
quest’ora noi avremmo addosso chissà quanti Eimuri.
— Era proprio il capo?
— L’ho riconosciuto subito, ragazzo mio.
— Che ci cerchi o che cacci?
— Cacciare così lontano dal villaggio non mi sembra ammissibile.
— Che cosa facciamo signore?
— Rimanere nascosti qui per ora e questa sera ritornare alla nostra
isola. Non mi fido imbarcarmi; gli Eimuri ci potrebbero scorgere.
— Il marinaio aveva ragione a sconsigliarvi, — disse il mozzo.
— I selvaggi non ci hanno ancora presi.
— Ma torneremo a mani vuote.
— Attraverseremo la savana e andremo a cacciare su qualche altra riva.
Non sarà già un oceano quel bacino paludoso.