L’isolotto.
Quell’isola, l’unica forse che era emersa nella savana, era ben più
vasta di quella che aveva servito di rifugio ai due portoghesi, dopo
la loro fuga dalla costa. Aveva una maggior estensione ed era coperta
da bellissime piante che dovevano più tardi far accorrere nel Brasile
delle flotte intere per imbarcarne i tronchi preziosissimi.
Erano _acagiù_, piante che allora non avevano alcun pregio nemmeno
per gl’indiani e che non dovevano venire apprezzati che tre secoli più
tardi e anche per una mera combinazione.
Ed infatti non fu che verso la fine del secolo XVII che presero il loro
posto fra i legnami più preziosi dell’ebanisteria.
Una nave, di ritorno dall’America, aveva caricato un certo numero
di quei tronchi, come zavorra, non avendo trovato alcun articolo da
trasportare in Europa.
Giunta in Inghilterra, si era sbarazzata di quel peso inutile,
ignorandone il capitano il valore che poteva avere e lo aveva
abbandonato sulla spiaggia.
Erano già molti mesi che si trovavano in quel luogo, quando un giorno
un falegname, che non aveva denaro per comperare del legno, ebbe
la felice ispirazione di servirsi di quelle travi per fabbricare un
cofano.
Si può immaginare quale fu la sua meraviglia, quando lavorando quei
tronchi scoprì le vene meravigliose e le tinte strane di quel legno! Fu
una vera rivelazione che rese d’un colpo solo celebre l’_acagiù_.
L’anno seguente numerose navi partivano per l’America onde imbarcare
quei tronchi preziosi che alla finezza e alla durezza della loro grana
univano lo splendore delle loro tinte.
E quasi nell’istessa epoca, uno dei più famosi filibustieri, il
francese De Grammont, dopo la presa di Campeche, e per celebrare la sua
vittoria bruciava tutte le travi di acagiù che si trovavano nei forti
spagnuoli, ignorando che gettava alle fiamme del legno che valeva dei
milioni!....
Numerosi uccelli, vedendo quegli uomini a sbarcare, si erano alzati fra
i canneti della riva e fra le piante, fuggendo in tutte le direzioni.
Non erano solamente acquatici. Vi erano, frammisti fra i beccaccini
e le gallinelle dei bea _mahitaco_ dalla testa turchina, degli _arà_
tutti rossi, dei _canindè_ somiglianti ai cacatoa australiani e degli
_aracari_ quei piccoli _tucani_ che non sono più grossi d’uno dei
nostri merli e che pure hanno il becco che ha quasi le dimensioni
dell’intero corpo di quegli strani volatili.
— Questo è un vero paradiso! — esclamò Alvaro, che era entusiasmato
di quell’isolotto. — Voi, mio caro Diaz, potrete completare
tranquillamente la vostra guarigione.
— Se i Caheti non verranno a disturbarci, — rispose il marinaio.
— Sono l’_Uomo di fuoco_, e farò tremare anche quei selvaggi, come ho
fatto impallidire i ferocissimi Eimuri.
— È vero: abbiamo i fucili e riusciremo a respingerli se verranno ad
assalirci. Badiamo però che non ci sorprendano.
— Veglieremo, — disse Alvaro. — Ehi, Garcia se tu accendessi il fuoco e
fabbricassimo le pentole?
— E la selvaggina da far cuocere, signore? — chiese il mozzo.
— Dannato paese! Si deve pensare sempre al ventre!
— Non abbiamo ancora fatto colazione, signore!
— Me ne accorgo da certi brontolii dei miei intestini.
— Accendi il fuoco mentre io mi proverò a fabbricare un vaso.
Non sono mai stato un pentolaio, ma qualche cosa otterremo.
— Se quel maledetto giaguaro non mi avesse ridotto in questo stato, vi
mostrerei io come fanno gl’indiani, — disse Diaz.
— Ne farete altre più tardi, — rispose Alvaro. — Anche in un catino si
può cuocere un pezzo di selvaggina e noi non siamo persone da badare
alle forme più o meno perfette. —
Il mozzo aveva già raccolta della legna secca ed aveva improvvisato
un fornello con due pezzi d’arenaria trovati in mezzo agli _acagiù_.
Affastellò le scorze dell’albero delle stoviglie e dopo non pochi
tentativi vi diede fuoco.
Alvaro il quale pensava che anche avendo la pentola mancava lo stufato,
aveva preso il proprio fucile per cercare di abbattere qualche arà o
meglio ancora uno di quei _tatù_ che il marinaio asseriva d’aver già
veduti, quantunque non sapesse affatto che razza di animali potessero
essere, non avendo mai, prima di allora, udito a parlarne.
— M’immagino che avranno quattro gambe e del pelo, — s’era detto,
Alvaro, cacciandosi sotto le piante.