Ritorno alla Savana.
La savana era deserta. Solamente dei trampolieri sonnecchiavano
sulle foglie acquatiche delle victoria e qualche coppia di pappagalli
chiacchierava sulla cima degli alberi che circondavano quell’immenso
stagno dalle acque putride e nauseabonde.
Non si vedeva nemmeno un _jacarè_, quegli assidui frequentatori delle
acque stagnanti e delle paludi.
— Gli Eimuri non devono essere ancora giunti fino qui, — disse Alvaro.
— Avremo il tempo di rifugiarci sull’isolotto che abbiamo scoperto.
— Non prima d’aver fabbricata la pentola promessa dal signor Diaz, —
disse il mozzo.
— Ah! È vero, — rispose il marinaio sorridendo. — Ci tieni ad averla.
— Senza avere poi nulla da metterci dentro, — osservò Alvaro.
— I trampolieri abbondano sull’isolotto, — disse il marinaio. — Ho anzi
veduto anche dei _tatù_ che ci daranno un brodo squisito, se saremo
lesti a prenderli.
— E delle testuggini? — chiese Garcia.
— Sì, qualche _careto_ mi pare d’averla scorta. Ah! Là, guardate, ecco
l’albero delle stoviglie. —
La pianta che indicava era magnifica, alta più di trenta metri, dal
tronco slanciato e piuttosto esile.
La _moquilea utilis_, tale è il nome dato a quegli utilissimi alberi
dai botanici, s’incontra sovente nelle foreste brasiliane dove è assai
ricercata dagl’indiani per fabbricare delle ottime stoviglie.
Essendo i terreni brasiliani piuttosto poveri di silici, materia
necessaria per rendere più consistenti i vasi, gl’indiani ricorrono
alla _moquilea_.
Senza abbattere l’albero, il quale d’altronde ha delle fibre
tenacissime, impregnate d’una quantità straordinaria di silice che
guasta le scuri meglio temprate, staccano semplicemente la corteccia.
La carbonizzano, poi la polverizzano servendosi d’un mortaio o d’un
semplice sasso, quindi la mescolano in date proporzioni all’argilla,
materia questa che si trova dovunque nelle foreste.
Alvaro e Garcia, informati rapidamente dal marinaio di ciò che dovevano
fare per guadagnarsi la pentola, si misero subito all’opera, temendo di
venire, da un istante all’altro, sorpresi dagli antropofagi.
Mentre il primo tagliava parecchi pezzi di corteccia i cui grani di
silice che la impregnavano, scricchiolavano sotto la lama del coltello,
il secondo scavava il suolo per raggiungere lo strato argilloso.
Avute le une e l’altra stavano per accendere il fuoco, quando il
marinaio con un gesto li arrestò.
— No, — disse. — Finiremo l’operazione sull’isolotto.
Costruite invece la zattera, accendere qui del fuoco, sarebbe
pericoloso.
— Io stavo per commettere una imprudenza imperdonabile, — disse Alvaro.
— Sì, pensiamo prima alla zattera. —
Avevano già abbattuti parecchi grossi bambù che crescevano sulla riva
della savana e raccolte parecchie liane, quando un ululato che aveva un
non so che di triste echeggiò a breve distanza.
Il marinaio udendolo aveva alzato il capo.
— Una belva? — chiese Alvaro che si preparava ad armare il fucile.
— Un _guarà_, — rispose il marinaio.
— Che cos’è.
— Una specie di lupo.
— Pericoloso?
— Non per gli uomini.
— Eppure mi sembrate inquieto.
— È vero. I _guarà_ non escono che di notte dalle loro tane e se fugge
vuol dire che qualcuno lo ha scovato.
— Guardatelo: fugge a tutte gambe. —
Un animale che aveva la statura d’un lupo siberiano, colla testa
lunghissima, le gambe altissime, col pelame rossiccio ed il dorso
coperto da una fitta criniera lunga tre o quattro pollici, si era
slanciato fuori dalla foresta spiccando salti immensi.
Vedendo quei tre uomini, si fermò un momento guardandoli con viva
curiosità, poi riprese la fuga balzando come se il suolo fosse tutto
coperto di molle.
— Non era troppo bello, — disse Alvaro. — I nostri lupi d’Europa sono
più graziosi.
— Affrettatevi, signor Viana, — disse Diaz. — Se quel _guarà_ non ha
più osato ricacciarsi nella foresta, è segno che sotto le piante si
nasconde qualche vicino pericoloso.
— Che gli Eimuri non ci lascino mai in pace? Comincio ad averne perfino
troppo di quegli antropofagi.
È ora di finirla!
— Pensate che io non sono capace di aiutarvi, anzi che vi sarei
d’imbarazzo.
— Se quell’animalaccio non vi avesse ferito vorrei un po’ mostrare a
quelle canaglie che io sono veramente l’_Uomo di fuoco_.
— Sì, _Caramurà_, — disse il marinaio, sorridendo. — Un nome terribile,
signore, che vi renderà temuto presso tutte le tribù brasiliane.
Ecco un altro animale che fugge e anche questo un notturno! Brutto
indizio!
— Oh! Il bel gatto! — esclamò Alvaro.
Un altro animale si era slanciato fuori dalla foresta fuggendo
velocemente.
Era un bell’animale, dal corpo esile, dal pelame giallognolo con
sfumature rosse e bianche, colla testa piccola assai, più grosso d’un
gatto comune essendo lungo almeno mezzo metro.
— Un _vermelho_, — disse il marinaio, — e anche questo mi sembra
spaventato.
— Ancora cinque minuti e la zattera sarà pronta. —
In quel momento un grido di gioia mandato dal mozzo, gli fece alzare la
testa.
— I furbi! — aveva esclamato il ragazzo. — E noi non l’avevamo ancora
scorta.
— Che cosa, Garcia? — chiese Alvaro.
— Vi è una scialuppa affondata, nascosta fra le piante acquatiche e
legata al bambù che stavo per recidere. —
Alvaro in pochi salti aveva già raggiunta la riva.
In mezzo alle immense foglie delle _victoria_, che la nascondevano
quasi completamente, si scorgeva una bella scialuppa affondata fino ai
bordi superiori e trattenuta da una solida liana.
— Tira, Garcia. Con due foglie di banano la vuoteremo, — disse Alvaro.
— O meglio con una _cuia_ — disse il marinaio. — Ecco là una pianta che
vi servirà per fabbricarvi dei mastelli. —
Venti passi lontano, quasi sul margine della foresta, si stendeva
una pianta immensa, con foglie larghissime e di rami coperti da una
infinità di piante parassite, che reggevano a malapena delle frutta
d’un verde pallido, di forma sferica e grosse più dei poponi.
— Tirate prima verso la riva la piroga, signore, — disse il marinaio. —
Poi penserete a vuotarla, ma fate presto. —
Alvaro ed il mozzo, unendo le loro forze la trassero fuori dalle foglie
e siccome, quantunque piena d’acqua, galleggiasse essendo scavata nel
tronco d’un enorme albero, non riuscì a loro difficile di arenarla su
un bassofondo.
— Prendete un paio di quelle zucche ora e tagliatele a metà, — disse
Diaz.
Il mozzo si era già arrampicato sulle piante parassite che avvolgevano
interamente il tronco grosso e basso della _cuiera_, gettando fra le
erbe una mezza dozzina di quelle zucche.
Alvaro piantò la punta del coltello in una credendo di spaccarla per
metà, ma il frutto si crepò in tutte le direzioni.
Ne provò un secondo senza miglior risultato.
— Oh non così, signore, — disse il marinaio. — Non riuscirete a nulla.
Prendete una liana sottile, legate la zucca e stringete forte.
È così che fanno gl’indiani. Il vostro coltello non servirebbe a
nulla. —
Oh meraviglia! Quelle zucche che pure parevano durissime, appena
strette dalla liana si spaccavano per metà, come fossero state segate.
Le _cuia_, così si chiamano le frutta della _cuiera_ (_crescentia
cajeput_) sono pregiatissime dagli indiani. Ben seccate servono da vasi
ed in tutte le capanne brasiliane o venezuelane se ne trovano in gran
numero, abbellite sovente con disegni a colori, assai originali.
Vuotatele della loro polpa biancastra e ottenuti quattro bei
recipienti, Alvaro ed il mozzo vuotarono rapidamente la piroga,
facendola rimontare interamente a galla.
Era una bella _canoa_ scavata col fuoco più che colle scuri di pietra,
nel tronco d’un cedro, lunga dieci metri e larga uno e fornita di
quattro pagaie di forma lancellata ed a manico corto.
È incredibile l’abilità degli indiani nella fabbricazione delle loro
piroghe. Quantunque privi completamente di istrumenti adatti, sanno
dare alle loro imbarcazioni delle forme stupende senza comprometterne
la stabilità e non di rado le adornano di sculture che rappresentano
bene o male teste di caimano, di giaguaro o di serpenti.
La _canoa_ era già stata interamente vuotata e sbarazzata delle
piante acquatiche che avevano cominciato a spuntare, segno non dubbio
della sua lunga immersione, quando un secondo lupo _guarà_ uscì dalla
foresta, fuggendo a precipizio.
— Qualcuno sta per giungere, — disse Alvaro. — Sbrighiamoci. —
Prese fra le braccia Diaz e lo portò nella _canoa_ dove già il mozzo
aveva preparato un letto formato con foglie di palma.
Ve lo adagiarono delicatamente, imbarcarono le frutta raccolte, le
corteccie dell’albero delle stoviglie e l’argilla e presero le pagaie
spingendosi rapidamente al largo.
— In mezzo alla savana, un po’ a mezzodì, — disse Diaz ad Alvaro. — È
là che ho scoperta l’isola che ci servirà di rifugio. —
Si erano allontanati di cinquanta o sessanta passi, quando alcuni
selvaggi, spaventosamente dipinti e colle teste adorne di piume,
irruppero dalla foresta gettando clamori assordanti.
— I Caheti! — esclamò Diaz, facendosi smorto. — Guardiamoci da loro!
Sono ben peggiori degli Eimuri costoro!
— Forza, Garcia! — gridò Alvaro.
I selvaggi vedendo la _canoa_ allontanarsi, avevano cominciato a
soffiar dentro le _gravatane_, colla speranza di abbattere i remiganti
i quali, per buona fortuna, avevano avuto il tempo di mettersi fuori di
portata da quelle frecce probabilmente avvelenate col succo mortale del
curaro.
Vedendo che la _canoa_ guadagnava rapidamente via, alcuni selvaggi si
gettarono coraggiosamente in acqua; non avevano però percorsi dieci
metri, quando urla di terrore s’alzarono.
Due enormi _jacarè_ che sonnecchiavano forse sotto le larghe foglie
delle _victoria_, irritati di essere stati disturbati, si erano
improvvisamente scagliati sui nuotatori, portandosene via uno.
Gli altri, spaventati, erano tornati precipitosamente alla riva dove i
loro compagni gridavano a piena gola senza però osare di assalire i due
caimani.
— Eccoli arrestati di colpo, — disse Diaz. — Dove vi sono gli _jacarè_
l’indiano non si tuffa e se non trovano dei canotti non ci prenderanno.
— E se costruissero delle zattere? — disse Alvaro, senza cessare di dar
dentro a tutta forza, nelle pagaie.
— Non so se sappiano fabbricarle, quantunque i Caheti siano degli
abilissimi canottieri.
— Mi avete detto che sono formidabili quei selvaggi.
— I più valorosi di quanti abitano le foreste brasiliane,
signore. —
Diaz, che conosceva da molti anni le tribù brasiliane, diceva il vero.
Se gli Eimuri erano temibili, i Caheti godevano fama di essere i più
coraggiosi ed i più temibili.
Formavano allora una tribù potentissima, che aveva villaggi sia
nell’interno che sulle rive del mare e che disponeva di moltissime
canoe capaci di contenere perfino quindici persone.
I Portoghesi dovevano più tardi provare l’audacia di quei selvaggi i
quali si erano alleati coi Francesi che tentavano di prendere possesso
d’una parte del Brasile e sopratutto d’impadronirsi della magnifica
baia di Rio Janeiro.
Ed infatti fu un vero miracolo se Pereira che si può considerare come
il fondatore delle colonie portoghesi, riuscì a sfuggire agli assalti
di quei valorosi selvaggi che lo avevano già circondato, ammazzandogli
un gran numero di soldati.
Arrancando con lena affannosa, la _canoa_ giunse ben presto presso
le prime isolette che erano coperte d’una vegetazione foltissima che
impediva ai selvaggi di poter seguire cogli sguardi la direzione presa
dai fuggiaschi.
— Tenetevi sempre dietro queste terre, — disse il marinaio. — Mi preme
che i Caheti non vedano dove noi ci arresteremo.
— È lontano ancora l’isolotto che avete scoperto? — chiese Alvaro.
— Ci giungeremo fra qualche ora.
— È dunque immensa questa savana?
— Vastissima signore. Non sono riuscito a scoprire la sponda opposta.
— Animo dunque, Garcia, — disse Alvaro. — Dopo ci riposeremo. —
Le isolette si succedevano alle isolette, ingombre di paletuvieri rossi
e di altre piante acquatiche, non erano però altro che banchi di fango,
appena emersi, sui quali un uomo non avrebbe potuto posare i piedi
senza correre il pericolo di sprofondare.
Erano banchi traditori, formati da sabbie mobili senza fondo, pronte ad
inghiottire l’imprudente che avesse osato calpestarle.
Nubi di uccelli acquatici s’alzavano dai paletuvieri all’accostarsi
della scialuppa e fuggivano via schiamazzando. Erano _tanagri_ dalle
penne azzurre ed il ventre aranciato; delle gallinelle turchine; dei
mariapreta, graziosi uccellini tutti neri e la testa bianca e anche dei
bellissimi _ciganas_ i fagiani delle paludi e dei corsi d’acqua.
Per più di un’ora i due portoghesi continuarono a maneggiare le pagaie,
non ostante il caldo intenso che regnava sull’immensa savana, passando
in mezzo ad una moltitudine di banchi e di piante acquatiche, finchè si
trovarono dinanzi ad un’isola coperta di alberi bellissimi e svariati
che non potevano crescere che su un suolo consistente.
— Siamo giunti, — disse il marinaio.
— Cominciavo a rallentare, — rispose Alvaro che aveva le vesti
inzuppate di sudore.
— Ed anch’io non ne potevo più, signore, — disse il mozzo.
Spinsero la _canoa_ verso la riva e dopo d’averla legata al tronco d’un
albero, sbarcarono portando con loro il ferito.
[Illustrazione: In quel punto due jacarè si erano scagliati
sui nuotatori.... (CAP. XXIII).]