Quel povero Diaz, dopo tanto sangue perduto, ha bisogno del buon brodo
per rimettersi un po’ in gambe. —
L’isola che pareva avesse qualche miglio di circonferenza, era
tutta coperta d’alberi e di cespugli foltissimi in mezzo ai quali
svolazzavano miriadi di _beia flores_, quei microscopici uccelletti
chiamati colibrì, dalle penne dorate, azzurre, verdi e nere e di
_trochilus minimus_ i più piccoli volatili conosciuti non essendo più
grandi di un tafano.
Quella piccola foresta non era però esclusivamente formata di _acagiù_.
Parecchie piante fruttifere che potevano somministrare delle frutta
squisite, crescevano qua e là a gruppi e anche le palme e le liane non
mancavano.
Vi erano dei superbi _acajaba_ già carichi di quelle deliziose pere che
Alvaro aveva già assaggiate ed i tronchi coperti di grosse gocciole di
gomma profumata; dei _manzamba_, piante che possono supplire la vite,
ricavandosi dalle loro frutta una specie di vino assai gustoso; delle
_maraninga_ che danno delle frutta grosse come un uovo di anitra, assai
stimate, ripiene di semi che sono avvolti in una sostanza gelatinosa e
poi molte altre che Alvaro non aveva mai vedute.
— Le frutta non ci mancheranno a tavola, — disse il portoghese, — sarà
forse la selvaggina che si farà desiderare giacchè finora non vedo
altro che degli uccelletti, dei quali ce ne vorrebbero almeno duecento
per fare un arrosto modestissimo, appena capace per una persona. —
Così monologando si era spinto fino quasi nel centro dell’isolotto,
quando vide fuggire dinanzi a sè alcuni strani animaletti che fino ad
un certo punto si potevano scambiare per testuggini, essendo avvolti in
una vera corazza ossea formata da un gran numero di piastre.
— Che siano i _tatù_? — si chiese Alvaro. — _Tatù_ o no, non me li
lascierò scappare. —
Gli animaletti avevano cominciato a scavare rapidamente il suolo
coll’evidente intenzione di aprirsi una galleria e operavano con tale
velocità, che quando Alvaro piombò a loro addosso, col calcio del
fucile alzato, quasi tutti erano scomparsi.
Con un paio di calciate, bene appioppate, ne abbattè due, gli ultimi
che non avevano avuto il tempo di scavarsi la tana.
— Che animali curiosi! — esclamò Alvaro, raccogliendoli. — Non ne ho
mai veduti di simili! Saranno poi mangiabili? —
I _tatù_ giacchè erano veramente tali, sono in realtà dei rosicchianti
singolarissimi, tanto per le loro abitudini quanto per la loro
struttura.
Ordinariamente non sono più grossi d’un coniglio, e hanno il corpo
inviluppato in una corazza ossia formata da piastre trasversali nella
direzione dei fianchi e la testa difesa da una specie di visiera
scagliosa e durissima che dà a loro un aspetto curiosissimo e strano.
Al pari delle talpe, si tengono per lo più celati sotto il suolo, e
sono così lesti nello scavare la terra coi loro solidi artigli, che da
un momento all’altro scompaiono sotto gli occhi del cacciatore. Volerli
cacciare sotto il suolo sarebbe una fatica inutile perchè in pochi
minuti sanno scavarsi delle gallerie interminabili.
— Ritorniamo, — disse Alvaro. —
Strappò da un albero un ramo, appese all’estremità i due _tatù_ e si
rimise in cammino, lietissimo di poter fornire al povero marinaio un
po’ di brodo.
Quando giunse all’accampamento, vide il mozzo accanto al fuoco,
occupato a sorvegliare due vasi informi che cucinavano fra i carboni.
— Le pentole! — esclamò allegramente.
— Se possono chiamarsi tali, signore. — rispose il bravo ragazzo. —
Sembrano più due catini che delle pentole.
— Serviranno ugualmente, — disse il marinaio, che si riposava
all’ombra, d’un banano. — Ah! signor Viana avete fatto buona caccia! Ve
lo avevo detto che avevo veduto dei _tatù_ su questo isolotto.
— Ah! sono questi i vostri _tatù_. Possono servire per fare un buon
stufato?
— La loro carne vale quella delle tartarughe, signore. Ah!
— Che cosa avete?
— Dove avete tagliato quel ramo?
— Da un albero che si trovava presso il luogo dove ho uccisi questi
animali.
— È _matè_.
— _Matè!_ che cos’è?
— Le foglie di quell’albero ci forniranno una bevanda deliziosa che
tutti gl’indiani apprezzano assai.
Se non vi rincresce, finchè le pentole si cucinano, andate a
raccoglierne e seccatele presso il fuoco.
— È una passeggiata di cinque minuti.
— E tu Garcia, sventra questi animali e sbarazzali delle loro scaglie,
disse Diaz. — Il tuo coltello ha la lama solida.
— E le pentole?
— Dieci minuti ancora e saranno pronte. Rallenta il fuoco onde non si
crepino. —
Un quarto d’ora dopo Alvaro tornava con un carico di rami coperti di
foglie. Aveva trovati parecchi di quegli alberi mescolati alle palme e
agli _acagiù_, quindi non aveva avuta alcuna difficoltà a fare un’ampia
provvista.
Il _matè_, quella bevanda che oggi è così largamente usata in tutta
l’America meridionale, in quell’epoca non era conosciuta che da alcune
tribù brasiliane e paraguaiane. In Europa non si sapeva che cosa fosse.
L’albero che produce quelle foglie che non sono meno pregiate di
quelle fornite dal the, cresce spontaneamente nelle foreste americane
senza bisogno di coltura alcuna ed è una bella pianta di varii metri
d’altezza con foglie sempre verdi, che si possono raccogliere in
qualunque stagione.
Seccate semplicemente al sole o meglio ancora a fuoco lento poi messe
in infusione nell’acqua bollente, forniscono una bevanda alimentare di
primo ordine meno eccitante del _the_ e del caffè e soprattutto meno
cara e che dovrebbe venire usata anche dalle popolazioni meno agiate
dell’Europa perchè un _arroba_ di erba mate, che è sufficiente ad una
persona per ben sei mesi, non costa più di nove lire e usandone anche
tre volte al giorno, ciò importerebbe una spesa massima di venti lire
all’anno mentre il caffè, preso nell’istessa misura, non costerebbe
meno d’ottanta lire ed il _the_ duecento e anche di più.
E si noti che il _matè_ contiene meno olio essenziale del the, sia
nero che verde, cosicchè anche abusandone non può riuscire nocivo; che
possiede maggior quantità di resine e che è più diuretico del caffè che
fornisce una bevanda aromatica di gusto piacevole, che calma la sete
e che inganna la fame sostenendo le forze dell’uomo anche per parecchi
giorni.
— Ne avremo per parecchie settimane, — disse il marinaio di Solis, che
si mostrava contentissimo di quella raccolta. — Non speravo di trovare
su questo isolotto delle piante così preziose.
Ah! se si potesse trovare anche del tabacco! È parecchio tempo che io
non ne fumo.
— Che cos’è? — chiese Alvaro.
— Già, mi dimenticavo che in Europa non lo si conosce ancora.
— Quando torneremo fra i Tupinambi ve lo farò provare e ci prenderete
gusto ad aspirare il fumo aromatico di quelle foglie.
Signor Viana, le pentole sono già raffreddate e altro non chiedono che
di essere riempite d’acqua.
— Coi _tatù_ insieme, — rispose il mozzo.
— Gettali dentro dunque, — disse Alvaro. — Un sorso di brodo farà bene
a Diaz.
— Ed il matè mi rinforzerà meglio, — disse Diaz. — Ah! occorre una
_cuia_. Ne avete veduto nella vostra escursione.
— Delle zucche, vorrete dire? — chiese Alvaro.
— Sì e anche un cannuccio di bambù.
— Posso trovare la _cuia_ e anche i bambù.
— Oh!
— Che cosa volete ancora?
— Là, guardate quelle foglie.
— Vedo.
— Strappatele e scavate.
— Che cosa si troverà sotto?
— Dei tuberi eccellenti che non sono velenosi come la mandioca.
— E sarebbero?
— Ma... gl’indiani li chiamano _manihot_. So che sono buonissimi
specialmente cucinati nel brodo.
— Quest’isola è un paradiso terrestre!
— Meglio per noi, signor Viana.
— Felice paese dove basta abbassarsi per avere tutto il necessario per
vivere. Ed io che lo aveva chiamato ingrato! —
Garcia che aveva ascoltate quelle parole, in quattro salti si era
slanciato verso quelle foglie che crescevano quasi a fior di terra e si
era messo a scavare il suolo servendosi del coltello.
Non tardò molto a mettere allo scoperto parecchi tuberi grossi come le
nostre patate, che portò subito presso il fuoco.
— Leva la buccia e gettali nella pentola, — disse il marinaio. — Il
brodo riuscirà più gustoso. —
I _tatù_ già bollivano ed il vaso grillettava rumorosamente spandendo
all’intorno un profumo squisito che sarebbe stato ben migliore se i
naufraghi avessero avuto a loro disposizione un po’ di sale.
— Peccato, — diceva Alvaro, che sorvegliava la cottura dei due
rosicchianti. — È il sale che manca.
— Se si potessero trovare dei _mollè_, ne potremmo ricavare dalle loro
ceneri, — rispose il marinaio. — Ma tutto non si può trovare su un
isolotto e avremmo torto a lamentarci, signor Viana.
Vi abituerete anche voi alla mancanza di quella derrata preziosa.
— Vi sono perfino degli alberi che forniscono il sale?
— Tutto si ricava dalle piante in questo fortunato paese. Il vino ed il
latte, la cera per fabbricare le candele, balsami per le ferite, succhi
d’ogni specie e perfino veleni terribili per ammazzare le persone.
Le foreste brasiliane tutto possono fornire, perfino le armi per
difendersi contro le belve.
— E anche il pranzo tutti i giorni — disse Garcia.
— E senza affaticarsi, — aggiunse il marinaio.
— Il paese della cuccagna, — disse Alvaro sorridendo.
— Sì per coloro che sanno sfruttarlo, signor Viana.
— E dove si corre anche il pericolo di venire mangiati come polli.
— Questione di abitudini e di costumi signore, — rispose Diaz.
Da noi si mangiano i buoi ed i vitelli, qui si divorano gli uomini
come fossero bistecche. Ah! Diavolo! Noi scherziamo e dimentichiamo gli
Eimuri ed i Caheti!
— A tavola! — gridò in quel momento il mozzo, levando il vaso dal
fuoco. — Finchè gl’indiani mangiano i loro simili noi diamo un colpo di
dente ai _tatù_.