Mentre il mozzo tornava con una foglia di palma arrotolata in forma di
cornetto e piena d’acqua, Alvaro si recò sotto una di quelle piante e
recise parecchi rami.
Vide subito cadere una linfa biancastra e vischiosa che s’affrettò a
raccogliere entro la foglia d’una _cuiera_.
Quando ne ebbe qualche bicchiere la portò al ferito il quale trangugiò
d’un fiato quel liquido, non senza fare una brutta smorfia.
— Non deve essere eccellente, — disse Alvaro.
— Ma mi salverà la vita, — rispose il marinaio il quale a poco a poco
riacquistava un po’ di forza. — Le febbri qui sono sovente mortali.
— Vi addolora la ferita?
— Assai, signor Viana. Se potessimo trovare una _almesegueira_ si
cicatrizzerebbe più presto.
Gl’indiani non vanno mai alla guerra o alla caccia senza averne qualche
po’ nella loro borsa.
— È un’altra pianta?
— Sì e che produce un succo resinoso che arde con molto profumo e che
serve ottimamente di balsamo alle ferite.
Oh! Ne troveremo, non essendo quelle piante rare, anzi tutt’altro.
— Non credevo che questi antropofagi si occupassero di medicina.
— Signor Alvaro, — disse il marinaio, che si era alzato a sedere. — Mi
avete trasportato lontano dalla radura dove il capo degli Eimuri era
stato preso dal _liboia?_
— Che cosa ne sapete voi, Diaz? — chiese Alvaro stupito.
— Ho assistito a quella scena, dall’alto d’un albero ed ho anche
ammirato assai il vostro coraggio, — rispose Diaz sorridendo. — Senza
di voi il capo poteva considerarsi un uomo morto.
— Ma voi dunque.....
— Non vi avevo abbandonato, anzi cercavo l’occasione propizia per
strapparvi agli Eimuri.
Non trovandovi più, al ritorno dalla mia esplorazione, sulle rive della
savana sommersa, m’immaginai subito che gli Eimuri vi avessero sorpresi
e rapiti.
Mi riuscì facile scoprire le tracce dei selvaggi e le seguii fino nei
pressi del villaggio, nondimeno l’occasione per farvi fuggire non si
presentava.
Mi ero nascosto su un albero quando vi vidi giungere col capo degli
Eimuri ed i suoi guerrieri e assistetti alla terribile scena col
gigantesco _liboia_.
— È morto il capo?
— No e può ringraziarvi del vostro colpo di fucile. Il rettile, ferito
mortalmente, aveva subito svolte le spire prima di aver avuto il tempo
di stritolarlo.
— Ed è fuggito?
— Sì, dopo d’aver tagliata la testa al _liboia_.
— Sarebbe stato meglio per noi che fosse morto. Quell’uomo si metterà
in cerca dei suoi _pyaie_.
— È qui che sta il pericolo, — disse il marinaio. — Noi dobbiamo
raggiungere assolutamente la savana sommersa e rifugiarci sull’isolotto
che ho scoperto.
— E attendere colà la vostra guarigione, — disse Alvaro. — Ne avrete
per un paio di settimane se non di più.
È lontana la savana?
— Fra un paio d’ore vi potremo giungere.
— Allora ripartiamo senza indugio. Forse a quest’ora gli Eimuri hanno
scoperte le nostre traccia.
— Potrete resistere?
— Garcia è più robusto di quello che supponevo. Lasciateci mangiare un
po’ di quelle frutta e poi partiremo. —
Il mozzo tornava appunto in quel momento portando alcune dozzine di
quella specie di mele ed un bel grappolo di quelle piccole banane
gialle chiamate d’oro, assai più gustose delle _banane de plata_ che si
usa mangiarle fritte.
Ne divorarono alcune, poi rialzarono la barella e si riposero in
marcia, seguendo le indicazioni che dava il marinaio, il quale al pari
degl’indiani aveva imparato a dirigersi anche in mezzo alle più folte
foreste, senza bisogno della bussola.
Quando trovavano qualche pianta carica di frutta mangiabili,
s’arrestavano per fare una buona raccolta, non potendo pel momento
contare sulla selvaggina che si ostinava a non mostrarsi in quella
parte della foresta, quantunque fosse da tutti desiderato un pezzo
d’arrosto.
— Ne troveremo sulle rive della palude, — rispondeva il marinaio
vedendo Alvaro arrabbiarsi.
— Non è già per me bensì per voi che non potrete rinforzarvi con delle
frutta. Ci vorrebbe un po’ di brodo.
— Voi dimenticate signore che non abbiamo alcuna pentola, — disse il
mozzo. — Anch’io ci terrei a un bel pezzo di bollito. È molto tempo che
non ne assaggiamo più.
— Verrà anche la pentola, — disse il marinaio. — Ho veduto sulle riva
della savana due alberi delle stoviglie.
— Come! — esclamò Alvaro. — Vi sono in questo paese delle piante che
producono dei tondi e delle pentole? La sarebbe curiosa.
— No ma che ci procureranno la materia per fabbricare gli uni e le
altre e che resisteranno al calore più intenso.
— Meraviglioso paese! —
Così chiacchierando continuavano ad inoltrarsi, passando sotto piante
splendide che avevano delle foglie immense che impedivano ai raggi
del sole di penetrare. Superbe bananiere si succedevano senza posa,
mescolate sovente a gruppi di palme appartenenti per lo più alla specie
chiamata _palmite_, altissime, slanciate, che diventano pericolosissime
quando vengono abbattute per la singolarità che hanno di dare il così
detto _conce_, ossia calcio del palmito, perchè appena toccato il suolo
rimbalzano dalla parte opposta causando sovente gravi disgrazie.
Talvolta invece incontravano gruppi di piante che producono delle
frutta somiglianti a palle di cannone, assai pericolose quando,
giunte a maturanza, si staccano; o macchie di _verzino_, i famosi
alberi che danno il prezioso legno del Brasile, chiamato dagl’indiani
_ibiripitanga_.
Queste piante, delle quali oggi se ne fa una esportazione immensa,
traendosi dai loro tronchi una superba tinta rossa che serve alla
fabbricazione della lacca e del carmino, non sono più alte dei nostri
roveri e all’aspetto non compariscono troppo belle, avendo i rami
disposti senza alcun ordine e portano foglie che somigliano a quelle
dei mughetti; i fiori sono d’una superba tinta rossa e la scorza assai
ruvida.
Alle nove del mattino dopo parecchie fermate, i due portoghesi ed il
castigliano giungevano finalmente sulla riva della savana sommersa e
precisamente là dove il marinaio aveva abbandonata la zattera di cui si
era servito per compiere l’esplorazione.