La fuga.
Un’ora prima del tramonto i due _pyaie_ lasciavano il villaggio
scortati dal capo, dal ragazzo indiano e da un drappello di dieci
guerrieri scelti fra i più valenti e si avviarono verso la foresta per
sorprendere il terribile serpente.
Alvaro che aveva già architettato il suo piano, si era recisamente
opposto al desiderio del capo, di condurre un gran numero di sudditi
per circondare tutta quella parte di foresta che si riteneva abitata
dal rettile, assicurandolo che sarebbe bastato anche da solo.
L’Eimuro però che forse non era ancora completamente sicuro della
fedeltà dei suoi _pyaie_, aveva scelto quel drappello, che asseriva
essere assolutamente necessario per aprire una via attraverso la
foresta, essendo quella foltissima.
Alvaro avrebbe ben fatto a meno anche di quei pochi, ma per non destare
le diffidenze del capo, aveva finito per accettarli.
D’altronde quegli undici uomini non lo inquietavano molto. Col fucile
non aveva più alcuna paura ed era certo di avere subito il sopravvento
e di metterli in piena rotta con poche scariche.
La foresta che si estendeva a settentrione del villaggio, era davvero
una delle più folte che Alvaro avesse fino allora vedute.
Era un caos di palme d’ogni specie, di _jatolà_ enormi, di _summameira_
colossali; di _bombardasse_, di _massarandube_ ecc. che crescevano
le une addosso alle altre e avvolte fra un numero infinito di liane
serpeggianti in tutte le direzioni.
Un uomo bianco, senza l’aiuto di qualche indiano, difficilmente avrebbe
potuto andare molto lontano.
I guerrieri del capo si erano però subito messi al lavoro per aprire
un passaggio ai due _pyaie_ che non erano abituati a camminare come i
gatti e tanto meno a strisciare come i rettili.
Adoperando con vigore e con destrezza le loro pesanti mazze di _paò
de fero_, sfrondavano rami e cespugli e spaccavano le liane, facendole
cadere a festoni interminabili, che poi dovevano spingere da una parte
o dall’altra.
— Il serpente si è scelto un bel rifugio, — disse Alvaro al ragazzo
indiano che gli camminava dinanzi. — Siete sicuri che si trovi qui?
— È stato veduto anche ieri, signore, — rispose l’interprete.
— È molto grosso?
— Quanto il vostro corpo.
— È lungo molto?
— Il doppio d’un _sucuriù_ e d’una voracità estrema. È già il sesto
indiano che divora.
— Che cosa sarà dunque?
— Un _liboia_, signore.
— Ha qualche tana in questa foresta?
— Si tiene sempre sugli alberi, anzi quando saremo più innanzi, vi
consiglio di guardare sempre in aria. —
Ha l’abitudine di attortigliarsi intorno a qualche grosso ramo e di
lasciarsi cadere di colpo addosso alla preda.
— Mi guarderò, — disse Alvaro. — E tu Garcia, sta sempre presso di
me giacchè sono più che convinto che nel momento del pericolo questi
valorosi scapperanno come un branco di conigli.
— E noi ne approfitteremo, è vero signor Alvaro?
— Per fuggire dalla parte opposta, — rispose il portoghese. — Non ci
lascieremo sfuggire una così bella occasione. —
In quell’istante il capo, che seguiva quattro dei suoi incaricati ad
aprire il passaggio, fece un cenno colla mano.
— Che cosa c’è? — chiese Alvaro al ragazzo indiano.
— Il capo vi avverte che siamo sul luogo ove il rettile è stato veduto
e vi consiglia di guardare attentamente gli alberi sotto i quali
passerete.
— I miei occhi sono buoni e un serpente di tale mole si scorgerà
facilmente.
— Non sempre, signore, potendosi scambiare facilmente per un ramo, in
causa della tinta verde cupa del suo dorso. —
Gl’indiani avevano rallentato il passo e non abbattevano più le liane
onde il rettile non si spaventasse e fuggisse passando d’albero in
albero.
Le scostavano con precauzione o le alzavano finchè i due _pyaie_ erano
passati, lasciandole poi ricadere.
Ogni dieci o dodici passi poi si fermavano, guardando attentamente fra
le foglie immense delle piante e mettendosi poi in ascolto.
Un profondo terrore si leggeva sui loro volti e anche la voce del capo
aveva un leggier tremito che tradiva la sua paura.
Doveva essere ben terribile quel rettile per impressionare quegli
uomini che godevano fama di essere i più audaci di tutti gli abitanti
del Brasile.
— Hanno paura e che paura! — mormorò Alvaro che se n’era accorto e
che li vedeva avanzare sempre più lentamente. — Che abbiano perduta la
loro fiducia in me? Eppure il fucile l’ho in mano e hanno veduto come
uccide.
Che razza di bestione sarà questo _liboia_ per atterrire questi uomini?
Comincio a essere inquieto anch’io. —
Si erano avanzati di altri cinquanta passi, quando fra le folte foglie
delle palme si udì a echeggiare un grido stridente che fece tacere di
colpo i pappagalli che schiamazzavano sulle più alte cime d’un enorme
_paiva_.
Gl’indiani s’erano arrestati guardandosi intorno e dando segni d’una
profonda agitazione.
— Che cos’è? — chiese Alvaro al ragazzo. — Il grido del serpente?
— No signore, dell’_anhima_.
— Una bestia?
— Un uccello che si tiene sempre presso i luoghi frequentati dai
serpenti delle cui carni si nutre.
Quell’uccello deve aver scorto il _liboia_ ma non oserà assalirlo. È
troppo piccolo per provarcisi e avrebbe subito la peggio.
Un _liboia_ non è già un _ibiboca_.
— Tanto coraggio ha un uccello per affrontare i serpenti?
— È bene armato signore e coraggioso. Eccolo lassù, fra le foglie di
quel _paiva_: guardatelo. —
Alvaro alzò la testa e scorse, appollaiato su una foglia, un
bell’uccello, grosso quanto una ottarda, che aveva sul capo un corno
aguzzo e alle estremità delle ali due specie di uncini.
Sbatteva le ali e gridava a piena gola come se avesse voluto chiamare
l’attenzione degl’indiani e mostrare loro il luogo dove si teneva
celato il formidabile rettile.
— Se è vicino andiamo a cercarlo, — disse Alvaro. — Sono curioso di
vedere questo serpente.
Gl’indiani però parevano invece poco disposti a farsi innanzi e
guardavano i loro _pyaie_ con visibile inquetudine, come se non
sapessero decidersi ad avanzare.
— Dì a loro che mi precedano, — disse Alvaro al ragazzo indiano — o
che se ne tornino se non si sentono in grado di condurmi là dove il
_liboia_ si nasconde. Non sono già venuto qui per guardare le piante.
D’altronde che cosa temono? Non possiedo io il fuoco celeste o non sono
più _Caramurà?_
I _pyaie_ dalla pelle bianca hanno promesso di uccidere il rettile e
manterranno la parola. —
Quando il ragazzo ebbe tradotte quelle parole, il capo fece un segno
ed i suoi uomini si rimisero in cammino tenendo le mazze alzate e le
gravatane pronte.
Non avanzavano che con estrema lentezza, guardando ora in alto ed ora
al suolo e muovevano le liane ed i rami con molta precauzione, come se
il rettile dovesse comparire da un momento all’altro, mentre invece si
manteneva sempre invisibile.
— Che questi selvaggi l’abbiano già fiutato? — si chiese Alvaro.
Se camminano a quattro gambe come i cani può darsi che abbiano il
fiuto come quegli animali. Teniamoci pronti ad approfittare del loro
spavento. Garcia!
— Signore, — rispose il mozzo.
— Hai paura?
— Con voi mai, signor Alvaro.
— Pare che il rettile sia assai vicino. Sta sempre presso di me e
preparati a prendere il largo se.... —
Un urlo spaventevole gli aveva interrotta la frase. Una specie di
cilindro, grosso come il corpo d’un uomo e lungo almeno una quindicina
di metri, colla pelle verde cupa sopra e gialla sotto, a grosse scaglie
irregolari e la testa quasi gialla, era improvvisamente caduto da un
albero, piombando addosso al capo degli Eimuri che precedeva di qualche
passo il drappello.
Il disgraziato indiano era caduto sotto il peso del rettile e prima che
avesse avuto il tempo di rialzarsi si era trovato avvolto fra le spire
dell’enorme _liboia_.
Alvaro non badando che al proprio coraggio e dimenticando che
quello era il momento migliore per fuggire, s’era slanciato innanzi,
mentre i guerrieri invece fuggivano in tutte le direzioni urlando a
squarciagola.
— Signore! — gridò il mozzo, cercando di trattenerlo. — Che cosa fate!
Fuggiamo anche noi!
— Sì ma dopo, — rispose l’animoso giovane, alzando il fucile.
Il _liboia_ era spaventevole a vedersi. Quel serpente, che è il più
enorme che esista, superando per mole tutti gli altri conosciuti, aveva
stretto il disgraziato capo così bene, da non potersi più vedere.
Sibilava rabbiosamente, agitando senza posa la sua lingua biforcuta e
vomitava dalla larga bocca armata di due file di denti aguzzi, getti di
bava. La sua coda poi, spazzava il suolo con violenza, spezzando liane
e cespugli, per impedire che qualcuno si avvicinasse e cercasse di
strappargli la preda.
Alvaro aveva alzato il fucile, mirando la testa che si agitava a venti
piedi dal suolo.
— Prendi, — gridò, facendo fuoco.
Il rettile, acciecato dal fumo si ripiegò su sè stesso, svolgendo le
spire e lasciando cadere l’indiano che non dava più segno di vita, poi
cominciò a dibattersi con estremo furore e con soprassalti convulsi.
La palla gli aveva fracassata la testa, pure non pareva che ne avesse
ancora abbastanza.
— Fuggite, signor Alvaro! — gridò il mozzo che era diventato
pallido come un cencio lavato. — Il serpente vi assale ed il capo è
morto. —
Il portoghese aveva già spiccati tre o quattro salti per sottrarsi
ai colpi di coda che il mostro non cessava di vibrare, fracassando i
cespugli e sollevando una grandine di foglie secche e di frammenti di
rami.
Si guardò intorno. Tutti erano fuggiti, perfino il ragazzo che gli
serviva da interprete.
— Bah! — disse. — Se il capo non è morto, se la caverà come potrà.
Andiamocene prima che gl’indiani ritornino. Di corsa, Garcia e cerca di
resistere più che potrai. —
Senza più occuparsi del rettile il quale non cessava di dibattersi, i
due naufraghi si slanciarono innanzi correndo come lepri.
La foresta d’altronde favoriva la loro fuga. Non era più ingombra di
liane e d’altre piante parassite e gli alberi lasciavano qua e là degli
spazi sufficienti per permettere il passaggio ad un uomo.
E poi le tenebre calavano rapidamente, essendo il sole già tramontato,
quindi un inseguimento, almeno pel momento, collo spavento che doveva
aver invaso i guerrieri per la morte del capo, non era da temersi.
Non volevano però i due fuggiaschi allontanarsi di troppo per non
smarrirsi in quella immensa foresta che non avevano mai percorsa,
sicchè dopo qualche migliaio di metri si arrestarono alla base di uno
di quegli immensi alberi che si trovano di frequente nelle foreste
brasiliane, alti non meno di ottanta metri e le cui radici uscendo da
terra, formano una specie di tripode che sostiene l’enorme tronco e che
possono facilmente servire come di travatura ad una capanna.
— Non andiamo più oltre, — disse Alvaro con voce affannosa. — Questa
impenetrabile vòlta di verzura che ci nasconde le stelle, non ci
permette di guidarci mentre noi dobbiamo dirigerci verso ponente se
vogliamo raggiungere la savana sommersa.
La nostra salvezza sta nelle mani di Diaz e dobbiamo assolutamente
trovare quell’uomo.
— Sarà ancora vivo?
— Non ne dubito, Garcia, — rispose Alvaro. — Ha il tuo fucile e
munizioni abbondanti e con una tale arma si vincono anche le fiere.
— Se ci avesse abbandonati?
— Lui! No, è impossibile, non lo crederei mai.
— Che possa essersi accorto che gli Eimuri ci hanno sorpresi e rapiti?
— Ne ho la persuasione. Diaz non ha nulla da invidiare ai selvaggi,
anzi io credo valga bene più di loro. Scommetterei che sta cercandoci o
che sta studiando il mezzo di liberarci.
— E gli Eimuri non ci daranno nuovamente la caccia? — chiese il mozzo
che non condivideva l’ottimismo del compagno.
— Probabilmente ci crederanno morti come il loro capo.
— Ditemi, signor Alvaro, era proprio morto il capo? Mi parve che
respirasse ancora.
— Andremo ad assicurarcene.
— Vorreste tornare là dove avete ferito o ucciso quel terribile rettile?
— Certo, Garcia. Mi preme assai accertarmi se il capo è vivo o morto.
Se il _liboia_, come spero, lo ha stritolato, per un po’ di tempo nulla
avremo da temere da parte della tribù.
Diaz mi ha narrato che i selvaggi privi del loro capo nulla sanno
intraprendere finchè non ne nominano un altro e che la scelta va per le
lunghe. Se l’Eimuro è sfuggito incolume alla stretta del _liboia_ non
si ammetterà facilmente la nostra morte.
Era eccessivamente sospettoso quell’uomo e ci teneva troppo ad avere
due _pyaie_ bianchi e sopratutto all’_Uomo di fuoco_.
— Quando torneremo?
— Aspettiamo che la luna si alzi e che rischiari un po’ questa foresta.
Se non m’inganno deve spuntare verso la mezzanotte, abbiamo quindi
tempo per riposarci.
Se vuoi dormire qualche ora approfitta, ragazzo mio; alla tua età si
ama sempre il sonno.
— Grazie, signore, — rispose Garcia sdraiandosi dietro una di quelle
enormi radici. — Poi vi surrogherò nella guardia. —
Mentre il mozzo chiudeva gli occhi, Alvaro s’appoggiò col dorso ad
un’altra radice, mettendosi il fucile fra le gambe.
Un silenzio profondo regnava nella foresta. Non si udivano nè batraci,
nè _parraneca_, nè _sapo_; invece fra le foglie immense delle palme
piumate volavano a battaglioni le splendide e scintillanti _vago lume_,
quelle graziose lucciole che tramandano una luce così intensa da poter
leggere, senza fatica alcuna, il carattere più minuto.
Pareva che quella parte della boscaglia non fosse abitata da alcun
animale e già Alvaro, rassicurato da quella calma stava, a sua volta,
per socchiudere gli occhi, quando un fruscìo di foglie lo fece balzare
in piedi col fucile in mano.
— Calma traditrice, — mormorò. — E stavo per addormentarmi! Quale
imprudenza commettevo! —
Il fruscìo continuava e proveniva da una macchia foltissima di
_jupati_, superbe palme che hanno un tronco appena visibile mentre le
loro foglie raggiungono sovente l’incredibile lunghezza di quaranta e
anche più piedi.
— Chi sarà che muove quelle foglie? — si chiese Alvaro.
Si spinse innanzi per cercare di scoprire quell’essere misterioso che
s’avanzava con precauzione, ma l’oscurità era ancora troppo fitta,
cominciando appena allora la luna a diffondere un po’ di luce nel
cielo.
— Che sia qualche Eimuro che ci cerca? — si domandò nuovamente
Alvaro. —
Stava per svegliare il mozzo, quando scorse, sotto una di quelle
immense foglie, due punti fosforescenti a luce verdastra.
— Ah! diavolo! — brontolò Alvaro — È un animale che ha gli occhi d’un
gatto. Sarà qualche felino e chissà, una di quelle bestie che abbiamo
veduto presso quel fiume.